giovedì 7 novembre 2019

Le solite notizie

Storie e Notizie N. 1169

Le solite notizie, di questi tempi, sono le sole notizie.
Ti è sufficiente leggerne l’incipit, se non il titolo, per capire come la storia andrà a finire.
Esattamente come trovarsi di fronte a un racconto già letto in una miriade di altre occasioni, ogni volta spinti dall’illusione che si concluderà in modo diverso. Se non altro, con suggestive implicazioni, magari conseguenti a una presa di coscienza del fatto da chi di dovere.
Non mi riferisco soltanto a governanti e amministratori più o meno locali.
Anche chi diffonde la buona, come la cattiva novella, è direttamente corresponsabile di ciò che scrive, poiché altrimenti tutti possiamo decidere di trascorrere il tempo – magari guadagnandoci pure – facendo cronaca di avvenimenti incresciosi, irritanti e indignanti. Arrivando addirittura a inventarli…
Nel mentre, le solite notizie scorrono sui nostri monitor, come nei nostri occhi e, di riflesso, sulla superficie della nostra coscienza ormai atrofizzata.

Persone che si accoltellano per futili motivi.
E arruffapopolo di professione che sfruttano ogni occasione per convogliare l'attenzione su loro stessi.
L’ennesimo luogo di cultura e aggregazione che viene distrutto.
E l’altrettanto abituale arresto di funzionari addetti alla cosa pubblica.
L’immancabile incidente d’auto con annessa vita interrotta.
E l’instancabile, ossessiva dissezione
di una tragica vicenda in ogni suo frammento.
L’ormai puntuale tormento esistenziale del Partito Democratico.
E il consueto incidente sul lavoro, doloso o meno, ma pur sempre infinitamente doloroso per gli affetti sopravvissuti.
L’ordinario episodio di mala sanità.

E lo sciopero quotidiano.
Il normale arresto per corruzione all’interno di un’azienda pubblica.
E l’inevitabile immigrato ucciso nella terra di nessuno, dove quest’ultimo è sempre lui.

La giornaliera, allarmata nota sul meteo, senza compiere alcuno sforzo nell’additare coloro i quali, e con quali ottusi comportamenti, lo stanno rovinosamente condizionando.
E la pervicacia nel tenere alta l’attenzione verso il terrorista laggiù, guardandosi bene di fare altrettanto con quello pericolosamente vicino.

Gli irrinunciabili figli d’oltreoceano condannati a morte anche dalle scelte scellerate dei genitori sulla riva colpevole del mondo. 
E l’eventuale caos nelle strade del Sud America.
Eccole, le solite notizie.
Fateci caso, oppure no, perché domani, il giorno successivo e pure l'altro saranno le stesse o quasi.
Poi ci domandiamo perché il cittadino medio abbia smesso di leggerle e si concentri soltanto sul trash e le bugie. Ebbene, una possibile risposta, a mio modesto parere, la trovate qua. Magari si è convinto che frugando tra l’immondizia e le menzogne, seppure con la conseguenza di venire da esse lordato e imbrogliato, almeno si sarà distratto dai suoi problemi.
Forse dovremmo smetterla di limitarci a ululare alla luna e imprecare contro il cielo, allorché non funzionino a dovere, ma al contempo suggerire soluzioni e nuove prospettive, dimostrando il coraggio di fare nomi e cognomi dei responsabili e, soprattutto, l’onestà intellettuale di aggiungerci il nostro, laddove occorra.


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 31 ottobre 2019

Perché ci asteniamo

Storie e Notizie N. 1168

L’istituzione di una Commissione straordinaria per il contrasto ai fenomeni dell’intolleranza, del razzismo, dell'antisemitismo e dell'istigazione all'odio e alla violenza, proposta da Liliana Segre, è stata approvata al Senato con 151 voti a favore e 98 astenuti, a quanto pare appartenenti a Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia.

Perché ci asteniamo.
Perché ci asteniamo, vi chiedete.
Ebbene, le ragioni sono esattamente il motivo del nostro successo.
È ciò che siamo.
È quel che vendiamo.
È tutto ciò che abbiamo.
Ci asteniamo poiché è nostro diritto, ma non quello di astenerci, ovviamente.
E la cosa più paradossale è che siete proprio voi che ce l’avete concesso.
Garantito, tollerato o, al peggio, assecondato.
Il diritto di insultare.
E il diritto di infangare.
Il diritto di diffamare.

E il diritto di isolare.
Il diritto di umiliare.
E il diritto di farlo fingendo addirittura che sia qualcosa di nobile e sacrosanto.
In una parola, sovrano.
Ci asteniamo perché altrimenti perderemmo all’istante il privilegio acquisito.
Poiché esprimendoci a favore del fondamentale rispetto verso il prossimo – il quale in un paese normale non avrebbe bisogno di una Commissione per tutelarlo – verremmo privati all’istante del fragile nemico che ci siamo inventati a tavolino.
D’improvviso ci troveremmo con le armi fumanti senza il necessario quanto facile bersaglio. Perché diciamolo, non è che la nostra mira e il nostro acume siano così dotati. E a quel punto dovremmo render conto alla nostra gente, che abbiamo armato a nostra volta, informandola che ci siamo sbagliati e che non ci si può divertire più con questo vergognoso tiro al piattello.
Al contrario, dichiarando pubblicamente la naturale propensione a rovesciare la nostra miseria sulle popolazioni indifese, la situazione risulterebbe non meno scomoda.
Perché tutto sarebbe più chiaro e onesto.
E i nostri elettori sarebbero costretti a pronunciare ad alta voce l’imbarazzante frase: sono razzista e, di conseguenza, voto i razzisti.
Quindi, in mancanza di alternative convenienti, ci asteniamo.
Ci asteniamo anche perché è la scelta più facile.
Ci asteniamo perché questo sì che è stato nella narrazione patriottica il nostro tratto nazionale più caratteristico.
Soprattutto quando la coscienza è lurida e le mani sono sporche di sangue.
Ci asteniamo perché finora siamo in vincita, pure quando perdiamo.
E perché questo è ciò che vogliono i nostri sostenitori.
È quel che reclama, da quando esiste l’umanità intera, la sua parte più infame: avere carta bianca di fronte agli istinti peggiori.
Essa ci domanda di voltarci da un’altra parte e lasciar correre tutto.
Anche l’odio, soprattutto quello.
Ma se tutto ciò non bastasse, ci asteniamo e lo strilliamo pure a gran voce affinché il grido divenga virale.
Perché, se non l’avete capito, l’ostacolo principale alla vostra Commissione, al suo significato.
La vera radice del problema, ciò che diffonde il virus, la mano che spinge il dito nella piaga.
Siamo noi e chi ci vota.


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

sabato 26 ottobre 2019

30° Anniversario della caduta del muro di Berlino con i Narratori per la Pace

Quest’anno ricorre il trentennale dalla caduta del muro di Berlino.
Tuttavia, di questi tempi stiamo assistendo alla creazione e alla progettazione di ulteriori muri, pensati di nuovo per dividere l’umanità, distruggere sogni, disintegrare speranze e perfino vite.
Unitevi a noi e ascoltate il nostro ultimo video collettivo per condannare ogni muro, quelli di ieri come quelli di oggi.

Storytellers for Peace è nata a giugno del 2016. È una rete internazionale di narratori che creano storie collettive attraverso i video.
Gli artisti provengono da tutto il mondo e raccontano storie di pace, giustizia, uguaglianza e diritti umani.
Tutti i partecipanti raccontano storie nella rispettiva lingua madre.
Il lavoro finale consiste in un video di narrazioni in varie lingue che mostra quanto il mondo potrebbe essere bello e pacifico se unito intorno a una buona causa.
Il progetto è stato creato ed è coordinato dal sottoscritto.

In ordine di apparizione:


Beatriz Montero, scrittrice e narratrice spagnola.

Barry Stewart Mann, narratore, educatore, attore e scrittore dagli Stati Uniti.

Katharina Ritter, scrittrice e narratrice tedesca.

Claus Strigel, regista, produttore e sceneggiatore tedesco.

Alessandro Ghebreigziabiher, scrittore, drammaturgo, narratore, attore e regista teatrale italiano.

Sandra Burmeister G., scrittrice, attrice, narratrice e pedagogista teatrale dal Cile.

Hamid Barole Abdu, scrittore, narratore e poeta dall'Eritrea.

Oriana Fiumicino, drammaturga, narratrice, attrice teatrale e regista italiana.

Roberto Pentassuglia, chitarrista italiano.

Mahfuz Jewel, narratore, giornalista, poeta e visual artist dal Bangladesh.

Enrique Páez, scrittore spagnolo.

Cecilia Moreschi, scrittrice, drammaturga, attrice e regista teatrale italiana.

Lisi Amondarain, narratrice argentina.

D.M.S. Ariyrathne, narratore e attore dallo Sri Lanka.

Bridgid Soames, insegnante australiana.

Suzanne Sandow, regista, attrice e narratrice australiana.

Il video:




Storytellers for Peace:
Sito ufficiale: www.storytellersforpeace.com
Canale Youtube: https://www.youtube.com/channel/UCcxcR5hSFUgzpYhpIMfbAzA

giovedì 24 ottobre 2019

Trentanove

Storie e Notizie N. 1667

Sono cinesi i 39 trovati morti mercoledì in Inghilterra su un camion, dei quali si ignorava la provenienza. Sì, ora sappiamo che sono cinesi.

Trentanove.
Il trentanove fa notizia, perché i numeri contano. I numeri sono fatti e nessuno li può discutere o manipolare.
Ma dipende, è chiaro e, ogni tanto, va ricordato.
Prima di tutto, trentanove calciatori.
Tutti campioni, tutti fuoriclasse. È la classifica dei migliori. Anzi, no, è la rosa al completo della squadra del cuore, con tutti i nuovi acquisti, soprattutto l'ultimo arrivato, la stella, che prenderà il posto  del vecchio capitano
nei sogni dei tifosi.
D’altra parte, a trentanove anni mica puoi pretendere di poter sgambare ancora da porta a porta senza batter ciglio, ecco.
Di seguito, le trentanove fidanzate delle star sul campo. Le inevitabili bellezze che scintillano sugli spalti o che sbucano all’improvviso tra i profili Instagram dei consorti a rubare iscritti e like.
Poi, che altro? In ordine sparso, giammai di importanza, trentanove assenze in un solo mese al parlamento europeo dell’ennesimo politicastro che ha costruito la sua fortuna spacciando balle per infangare il vecchio continente.
Ancora, trentanove concorrenti all’isola dei formosi, e ne resterà solo uno. Peccato, sono comunque troppi. Non si potrebbe eliminare la paccottiglia in blocco?
A seguire, la
trentanovesima versione del cellulare dei tuoi sogni, che avrà tutto quello che non c’era prima, ma sempre meno di quello che ti costringeranno a comprare domani, domani e domani l’altro.
È importante comunque, è tutto importante, prendi nota, ascolta e non distrarti, che poi il sistema ti interroga e non puoi farti trovare impreparato sulla popolar lezione.
Cosa? Trentanove pollici? Scherzi? La tv è il tuo orizzonte e merita spazio. Due volte trentanove, caso mai. I nostri programmi li devi vedere in grande, sempre più in grande, altrimenti ti accorgi di quello che si trova fuori dai bordi.
Di conseguenza, ben trentanove muri sono in progettazione sui nostri confini, i soldi son stati stanziati, gli accordi stabiliti e le strette di mano già sancite. Perché le promesse di paura ci vuol poco a mantenerle. È il coraggio a richieder tempo e di quest'ultimo ne abbiamo poco.
Tutt'al più trentanove secondi, il massimo d’attenzione che necessita ogni sproloquio saturo di menzogne sui derelitti di questa terra, tra uno spicchio di social bacheca e un clippino durante l’aperitivo con gli amici.
Solo trentanove, neppure quaranta, a commentare la vita con il cervello staccato e il cuore mai connesso, a ululare la propria miseria innanzi alle diversità del mondo, che sia dagli spalti piuttosto che dal finestrino di un auto, a portare in piazza rumore mescolato a ignoranza ed ecco che i pochi diventano la gente, il popolo, la cittadinanza intera.
Perché è vero che i numeri sono fatti e non si discutono, ma vale solo se hai almeno uno straccio di idea di quanti siano, trentanove.
Altrimenti, perfino il più sgradevole dei tizi immaginabili diviene in grado di convincere i più, che i meno che lo sostengono sono la maggioranza.
Tuttavia, ne parliamo, siamo sempre lì sul punto all’ordine del giorno del gruppo di WhatsApp, a meno che tu non voglia restar mero pubblico delle altrui farneticazioni.
Nel caso invece tu tenga a esser partecipe del collettivo delirio, sappi che il noto cuoco ha detto che il risotto prevede trentanove funghi, l’ha detto lui che è uno chef stellato, mica tua nonna.
Anche se tua nonna era davvero brava ai fornelli, vero? Lo so, ti capisco, è tutto molto confuso. Ma questo è tutto, non c’è altro, il resto non conta, anche se si può contare

declamando le cifre da uno a trentanove, distrattamente, come se fossero dei corpi senza vita su un camion. Probabilmente migranti, la dicitura a margine, a sottolineare l’appartenenza a quest’ultimo. 
Infine, arriva il chiarimento a spiegare il totale.
Cinesi, sono cinesi, i morti sono cinesi.
Ah, cinesi.
E via, a ricominciar dall’inizio.


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 17 ottobre 2019

Il leone e le zanzare

Storie e Notizie N. 1666

In una casa, su questo pianeta, da qualche parte.

Padre e figlio si ritrovano a cena in cucina dopo essersi perduti al mattino nei rispettivi cammini, entrambi alimentati dall’incrollabile fiducia nella convinzione che comunque la giornata vada, alla fine del percorso l’uno ci sarà per l’altro.
Perché l’uno per l’altro, per sempre, è esattamente ciò che avrebbe desiderato anche Hanna, moglie e madre lasciata alle spalle, durante l’ennesimo viaggio verso la sopravvivenza promessa, ancor prima che la terra.
Yohaness ha dieci anni e gli occhi, di grandezza e profondità nutrite da cocente brama di leggerezza, lo confermano.
Al contempo, però, le spesse rughe che talvolta increspano la fronte suonano fuori tempo rispetto alla necessaria giovialità del volto.
È un vero peccato, ma è il prezzo che paga chi viene costretto a sperimentare le ruvidità della vita in anticipo sul naturale tragitto. E, d’altra parte, si può sborsare tale ingiusto pedaggio in modi ben peggiori.
“Cos’hai?” chiede Efrem al figlio. “Sei particolarmente pensieroso, stasera.”

Il bambino manda giù un altro sorso di minestra e poi, con gesto teatrale, posa il cucchiaio sul tavolo.
Consapevole dell’importanza del momento, il papà fa lo stesso e si appoggia allo schienale della seggiola, allargando allo spasimo orecchie e cuore, come se le prime fossero direttamente connesse con il secondo.
“Oggi la maestra ci ha letto una favola di Esopo, uno scrittore della Grecia antica.”
“Bello. Ma perché quella faccia? Non ti è piaciuta?”
“Sì, mi è piaciuta molto.”
“E allora cosa c’è che non va?”
“È per ciò che ha detto la maestra subito dopo.”
“Cosa ha detto?”
“Ci ha spiegato che le favole sono molto importanti e, per quanto piene di fantasia e roba inventata, ci insegnano cose che hanno a che fare con la realtà di ogni giorno, anche oggi. Pure se sono state scritte tanto tempo fa. Si devono ascoltare con attenzione e pensarci su con calma, ha aggiunto, per capire meglio cosa c’entrino con la nostra vita.”
“È vero, la tua maestra ha perfettamente ragione. Quale favola ti ha letto?”
La fronte di Yohaness è sempre aggrottata, ma il suo viso si fa meno teso, poiché ha avuto l’ennesima conferma che il papà è lì, del tutto presente al consueto appuntamento serale, prima di affidare il timone della nave al meritato sonno.
La zanzara e il leone, questo è il titolo.”
“Non la conosco. Me ne parli?”
Con immenso piacere, è la sottintesa risposta.
“In pratica c’è una zanzara che sfida il leone per dimostrare chi sia il più forte. Solo che quando fanno il duello, davanti a tutti gli altri animali, l’insetto si posa sul muso del re della foresta e lo punge più volte, mentre il leone non fa che colpirsi da solo e ferirsi, cercando di allontanarla. Così la zanzara vince la sfida, ma distratta dalla gioia per il trionfo viene intrappolata da una ragnatela. Sta per essere assalita dal ragno quando arriva proprio il leone e la salva.”
“Bella, davvero bella. Sembra una delle nostre storie, di quand’ero piccolo io...”
“Anche la morale della favola è bella, papà. Insegna che non bisogna essere troppo spavaldi perché, esattamente quando ti convinci di essere invincibile, non ti accorgi dei piccoli ostacoli e… come ha detto la maestra? Ah, finisci a gambe all’aria.”
“Giusto, lo ripeto, è una bellissima favola. Ma allora perché sei così giù?”
“Perché più tardi ci ho pensato su con calma e ho capito cosa c’entri con la nostra vita. Cioè, la mia.”
“Dimmi tutto, allora. Cos’hai capito?”
Gli inestimabili occhi di cui sopra si espandono e si inumidiscono, segno che c’è in gioco qualcosa di vulnerabile, oltre che serio. Di conseguenza, Efrem si muove in avanti con il busto e avvicina il proprio volto a quello del figlio.
“Ho capito che noi altri non siamo più leoni. Forse un tempo lo eravamo in Africa. Di sicuro lo eri tu, papà. E anche mamma. Ma qui siamo altro, io sono altro e devo ancora capire di cosa si tratti. Ma le zanzare... quelle sono sempre le stesse, ovunque. Il loro ronzio sono le parole cattive e gli sguardi di odio con cui ci aggrediscono tutti i giorni. Solo che non hanno mai il coraggio di sfidarci da sole, lo fanno sempre in tante. Inoltre non si limitano a colpirci sul nostro naso ma su tutto il corpo, fuori e dentro. Soprattutto dentro. E cercando di proteggerci spesso ci facciamo male da soli, quello sì che è come nella favola. Qualcuna finirà pure a gambe all’aria, ma la maggior parte non le ferma nessuno e secondo me anche il ragno si è ormai arreso.”
Efrem è profondamente colpito dalle parole di Yohaness e si chiede se ha una una vaga idea di cosa sia una metafora, visto che ne ha appena fatta una.
Ora è il suo sguardo ad ampliare i propri confini e si commuove. Perché, metafora o meno, le parole del bambino lo riguardano personalmente nello stesso identico modo.
Da quando hanno perso Hanna non sono mai stati così vicini, anima che sfiora anima, rispettive sensazioni che si fondono e orizzonte che si fa meravigliosamente comune.
Leggi pure come la nostra, insopprimibile storia per il futuro.
“Sai una cosa, Yohaness?”
“Cosa?”
“Pure quello che hai pensato tu è come una favola. E come hai fatto con quella di Esopo, anch’io intendo rifletterci su con calma per capire cosa c’entri con la nostra vita, con la mia.”
“Bravo, papà.”
“Però una cosa possa dirtela già ora.”
“Che cosa?”
“Il fatto che qui sei altro, ma non hai ancora capito cosa sia, è la tua più grande forza.”
“Perché?”
“Perché a differenza delle vili zanzare, dei ragni che si arrendono, degli ex leoni come me e di tutti gli altri, verrà il giorno in cui potrai essere tutto ciò che vorrai, figlio mio.”


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

venerdì 11 ottobre 2019

Il giorno che non c’è stato

Storie e Notizie N. 1665

Eccolo qui, il giorno che non c’è stato.
Perché è qui, accanto a noi, che si ricordi o meno.
È mercoledì e siamo nella città di Halle, a nord di Lipsia, Germania est.
Si da il caso che nel dì mai avvenuto vi sia una ricorrenza particolare, per alcuni nel mondo.
Si tratta dello Yom Kippur e per gli ebrei è un’occasione solenne, importante, in una parola, santa. Poiché è il tempo della penitenza e della redenzione. Chissà, forse è questo l’aspetto più emblematico della questione.
A ogni modo, nella giornata che non ha avuto luogo va in scena il male fattosi carne e follia, che poi diviene storia. Se la esse iniziale sarà maiuscola o meno saranno i posteri e, soprattutto, i soliti vincitori a decretarlo.
In breve, un cittadino tedesco, un uomo di ventisette anni in abiti militari, cerca di entrare in una sinagoga, dove peraltro i fedeli stanno condividendo il suddetto rito. L’aggressore si fa forza con colpi d’arma da fuoco e bombe molotov. La radice di tutti i problemi sono gli ebrei, è l’incipit del suo manifesto.
Tuttavia, fortunatamente per i celebranti, la porta del tempio è ben chiusa.

Perché gli eredi delle vittime di allora tendono a non sottovalutare il dono della memoria, a differenza di alcuni discendenti dei carnefici e, soprattutto, della stragrande maggioranza dei silenti complici.
La cattiva sorte, come talvolta succede, è tutta a discapito degli ignari passanti. Una donna che transita sul marciapiede e un uomo appena entrato in un negozio di kebab.
Una donna, ripeto, e l’avventore di un esercizio etnico.
Come a ribadire, ancora una volta, che per gli sterminatori di unicità, solo in apparenza vulnerabili, non c’è alcuna differenza tra vittima e vittima. Ciò che conta per costoro è trucidare le tonalità non previste dalle anime rese miopi dal quotidiano lavaggio del cuore, più che del cervello.
Tuttavia, signore e signori, questa è solo la premessa del giorno mancante sul calendario della comune coscienza.
Eccovi il resto, subito dopo la diffusione della tragica notizia.
Nel nostro paese, il primo a commentare la vicenda è l’ex ministro dell’interno Matteo Salvini, il quale, memore del ruolo ricoperto mesi prima tra una moto d’acqua e l’altra, decide come sovente gli capita di cavalcare l’onda lunga dell’ennesimo attentato terroristico di matrice bianca e razzista. Solo che stavolta lo fa eccezionalmente al contrario. Ovvero, a ragione e corroborato dalla coerenza dei fatti: “Basta con le aggressioni naziste. Le organizzazioni di estrema destra sono pericolose: nel nome del nazismo ci sono nel mondo persone pronte a sparare e a uccidere.”
Giorgia Meloni, dal canto suo, non si fa attendere. Prende il primo volo per la Germania e direttamente dalla strada delle uccisioni gira un video, che subito dopo condivide sui suoi profili social.
Esprimo il mio dolore per un altro attentato terroristico di stampo nazista. La comunità internazionale abbia il coraggio di reagire!” Questo è il succo del suo messaggio.
A seguire, tutti i quotidiani appartenenti alla stampa notoriamente intollerante e monocorde nel manifestare avversione nei confronti delle minoranze e ogni tipo di diversità, come Libero, Il Giornale e Il Tempo, pubblicano editoriali e strali ciascuno dello stesso tenore.
Maledetti nazisti, Fuori gli estremisti di destra dalla nostra terra, Balordi con la svastica, ecc., sono solo alcuni dei titoli più eclatanti.
Di conseguenza, anche nel resto del mondo la coerenza diviene d’improvviso un valore a tutti gli effetti, a cominciare dall’Europa.
Il premier ungherese Viktor Orbán si congratula ufficialmente con l’amico leghista e propone un incontro pubblico in cui affrontare il grave problema della violenza verbale e fisica nell’universo estremista di destra europeo.
Il presidente polacco Andrzej Duda convoca il parlamento per discutere lo scioglimento di ogni tipo di associazione nel proprio paese che in qualche modo riconduca il proprio pensiero all’ideologia nazista.
L’austriaco Sebastian Kurz, dopo peraltro lo scandalo che ha portato al crollo di consensi da parte dell’alleato dell’estrema destra Heinz-Christian Strache, ne approfitta per dichiarare: “Mai più con i filonazisti nella terra natìa del fuhrer.”
L’affermazione viene lodata in modo trasversale,  incorniciata in una grande targa e poi affissa all’ingresso del parlamento a Vienna.
A questo punto, anche Marine Le Pen si unisce al coro ravveduto e propone al governo transalpino che il nove di ottobre diventi in Francia festa nazionale con la seguente motivazione: il giorno in cui la destra ritrovò la memoria.
Infine, last but not the least, Donald Trump si decide a chiudere il cerchio con un clamoroso tweet: gli Stati Uniti non resteranno a guardare dopo l’ennesimo sacrificio di persone innocenti. Il mio governo stanzierà milioni di dollari per costruire un muro tra i cittadini americani e tutti i fascisti, i nazisti e i razzisti del mondo, i quali saranno banditi a vita dagli USA.
Assurdo, vero? Pazzesco al limite della farsa, se non del ridicolo, è così?
Forse perché tale giorno non c’è mai stato?
Magari fosse così. Il problema è che il tempo sembra procedere all'inverso, poiché se fosse una persona di un secolo fa a leggere sul giornale che in Germania un uomo con la divisa dell’esercito si è svegliato ed è uscito in strada convinto di poter uccidere ebrei o qualsiasi altra vita sacrificabile - dal suo delirante punto di vista - non batterebbe ciglio.
Perché questo sì che è già successo.

Assenti dalle nostre pagine, tranne questa, sono invece proprio la penitenza e la redenzione della ricorrenza in oggetto. E, mi dispiace concludere così, ma privi di esse, senza memoria e dignità morale, saremo costretti a rivivere l’orribile introduzione di questa storia fino alla fine del tempo...

Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 10 ottobre 2019

Di mattoni e guerre

Storie e Notizie N. 1664

È guerra. E guerra sia. Ovvero, c’è guerra, ancora. Perché se ne parla di nuovo.
Ma questo non vuol dire che non ci fosse anche prima.
Perché la pace ha un prezzo.
Così il silenzio dei giornali e dei parlamenti di questo mondo.
E, mi dispiace, si chiama ancora guerra.
Allora, andiamo via, ma solo per tornare, lo prometto.
Magari con il cuore più leggero, sebbene colmato sino all’orlo, e gli occhi meno chiusi.
C’era una volta, perciò, due bambini. Perché di questo si

tratta. Di un eterno e instancabile gioco da ragazzi, ma con regole serissime e conseguenze spesso tragiche.
È un passatempo particolare, però, giacché il tempo lo ferma, invece che agevolarne il corso, finendo per intrappolare le lancette dell’umano orologio facendo lo stesso con le ali che avremmo potuto spiegare, se solo avessimo creduto al sogno di Icaro.
È un gioco di mattoni. O mattoncini, se preferite. Cemento, argilla o plastica non fa differenza, malgrado quest’ultima possieda l’ulteriore controindicazione dell’inquinamento.
I giovanissimi sfidanti, parimenti tali per ambizione e ingenuità, hanno due ruoli perfettamente contrapposti.
Potremmo chiamarli in una miriade di modi, ma spero che tu e io renderà le cose più semplici e comprensibili ai più. D'altra parte, dovrebbe essere la prima regola di chi racconta storie.
A ogni modo, l’antico svago ha inizio secondo copione.
Tu metti due mattoni tra noi, io ti distraggo con una simpatica smorfia e ne tolgo uno.
Ti accorgi dell’ammanco e ne aggiungi altri tre con gesto aggressivo e perentorio.
Mi stiracchio e poi mi impegno con tutto me stesso nel caratteristico ballo della fronte convulsa, danza ideata dalla semi sconosciuta tribù dei pensatori scacciapensieri.
Tu sollevi il capo per un secondo e io ne approfitto per togliere almeno un paio di mattoni.
Poi mi viene un crampo alla fantasia e crollo in terra, il tuo sghignazzo infierisce sul sottoscritto e, al contempo, guida il tuo sguardo sul campo di gioco.
Conti i mattoni assenti, ti inalberi e porti minacciosamente la mano alle tue scorte, per poi sistemare sulla linea che ci separa ben sei mattoni.
“Muro!” esclami, c’è un muro tra noi.”
“Lo vedo”, constato. “C’è un muro ed era lì anche prima.”
Esattamente come la guerra dell’incipit di questa breve storiella.
Tuttavia, non desisto. Non posso, non devo.
Non possiamo e non dobbiamo.
Perché ci siamo solo noi altri, rimasti lì, sul lato più vulnerabile del confine.
Allora, prendo fiato, raccolgo le forze e, soprattutto, cerco il coraggio dentro di me.
Ma dove l’avevo messo? Ah, eccolo, lo scorgo lì, celato sotto il rumore e la solitudine.
Altri due mattoni, per certi versi, pesanti assai, sebbene inafferrabili.
Il coraggio, invece, al contrario di ciò che si narri, è sottile e delicato.
Quello vero, intendo, è una pagina, un banale foglio di carta con alcune parole impresse di estremo valore.
Descrivono un ricordo tra i più semplici e meno rispettati. Quello delle cose per le quali vale la pena lottare nella vita. Sono poche ed entrano al massimo in un palmo di mano. O una pagina, esattamente come questa.
Perciò, una volta recuperato il prezioso ingrediente, mi schiarisco la voce e canto. Sì, canto a squarciagola finché le code vocali reggeranno. E tu, amico mio, non potrai fare a meno di ascoltare i miei sbrindellati ma appassionati gorgheggi.
Perché quella che sto cercando di intonare non è solo la mia canzone, bensì la nostra. È la colonna sonora dell’incontro che ci porta uno di fronte all’altro, ogni giorno, sin dal primo, fino a oggi.
È l’inno di una vittoria e di una sconfitta, dell’uno o dell’altro, al peggio.
Al meglio, è quando ti decidi a unire la tua voce alla mia, anche solo per dimostrare di esser più bravo di me. E io sono disposto anche a concederti l’onore delle armi, se questo vuol dir pace.
Tutto potremmo essere, tutto potremmo scoprire.
Potremmo perfino crescere e diventare finalmente adulti.
Se solo la smettessimo di perdere il nostro tempo con questo ottuso gioco.
Di mattoni e guerre...


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 3 ottobre 2019

Vita e morte di Raja

Storie e Notizie N. 1663

Vita, morte e miracoli.
Di questo vorremmo raccontare, noi tutti.
Riguardo a noi stessi, un giorno possibilmente lontano, all’imbrunire della nostra sopravvalutata esistenza.
Più che mai dei nostri figli, ma nel tempo reale del loro massimo splendore.
Quando tutto è ancora possibile.
Peccato che i miracoli siano così rari per i più sfortunati di questa terra, colpevoli soltanto di trovarsi nel posto giusto – ma che dico – sacrosanto, nel momento peggiore.
Ecco perché questa breve storia può evocare solo la vita e la morte di Raja, giacché il mirabile evento del quale ella

si sarebbe sicuramente accontentata possiamo chiamarlo sopravvivere all’ennesima bomba.
A ogni modo, narriamole entrambe come se fossero due creature distinte.
Cominciamo dalla più dolorosa, così ci leviamo subito il pensiero.
La morte di Raja è nata nel 1997 negli Stati Uniti, precisamente in una fabbrica di munizioni di Milan, cittadina dello stato del Tennessee.
La morte di Raja ha un nome complicato e difficile da ricordare, come tutti gli scomodi frammenti del passato, dai quali, proprio a causa della nostra distrazione, non traiamo alcun insegnamento.
Difatti, la morte di Raja si chiama CBU-52 B/B. Ma dietro l’anonima e apparentemente innocua sigla, alla stregua delle insidie maggiormente pericolose per le anime indifese di questo pianeta, si nasconde un’orribile fiera: la bomba a grappolo.
Nondimeno, se desideriamo sul serio riflettere sul malefico albero genealogico di questa inaccettabile vicenda, non possiamo evitare di rammentare che il suddetto ordigno ha dei genitori altrettanto ripugnanti, per usare un eufemismo.
Mi riferisco alle industrie belliche durante il governo della Germania nazista.
Potremmo proseguire andando a ritroso di avo in avo in tale immonda linea di sangue ottusamente versato, tuttavia, forse sono in grado di risparmiarvi lo sgradevole viaggio.
La morte di Raja ha origini lontane, dove la natura più folle dell’essere umano si è invaghita della sua più cinica ambizione per il potere. Affetto corrisposto quanto travisato nella maniera più clamorosa, giacché tutto c’è stato tra loro fuorché amore. E tra le aberrazioni di quel tutto si può annoverare anche ciò che accadde il 23 marzo del 2018, quando la giovane ragazzina si trovava al riparo di un albero a pochi metri da casa, cercando di godere del meritato ristoro insieme alla madre.
Questo è il giorno in cui è venuta al mondo la morte suddetta, colpendo al cuore un'intera famiglia, dopo esser precipitata sul frutto più tenero e fragile di quest'ultima.
La scomparsa di Raja è ciò che irragionevolmente resta, è quel che abbiamo portato alla luce e nutrito come se fosse lei, nostra figlia.
Al contempo, ecco la sua breve esistenza.
La vita di Raja è cominciata in una fattoria dello Yemen nel 2004 ed è durata solo quattordici anni.
La vita di Raja è composta da ogni singolo istante lieto da lei trascorso con Amira, la mamma, e suo padre, il quale si ritrova oggi costretto a condividere con il mondo l’amaro lutto.
A dire il vero, con il dovuto senno di poi, anche tutti gli altri momenti passati assieme, per quanto meno piacevoli, sono degni di rimpianto.
Poiché sono stati vissuti con l’innocente fiducia di avere ancora tanto tempo all’orizzonte.
Perché la vita di Raja è un fiore unico privato dei suoi petali.
È una farfalla con il dono del presente ma dalle ali mozzate.
È una bella favola senza finale e men che meno morale.
È una canzone scritta per non esser mai cantata e un abbraccio stretto con il vento e la polvere, con gli occhi serrati e lacrime antiche a far da testimoni.
Eccoci alla fine, quindi.
Questa è la vita di Raja e anche la sua morte.
Ma, forse, un miracolo è ancora possibile, sebbene alimentato da speranza assai flebile e remota.
Che tale ennesima, trascurata e amara, umana vicenda instilli una volta per tutte il definitivo dubbio nella maggior parte di noi su chi siano davvero i mostri e chi le vittime del mondo.


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 26 settembre 2019

Di patrioti, patrimoni dell’umanità e futuro

Storie e Notizie N. 1662

Ascolta.
Ascoltaci.
Presta ascolto e rifletti con attenzione sui pubblici discorsi dei leader più celebri.
Se non altro, maggiormente citati, condivisi, taggati o solo trollati.
Il risultato è l’istesso, oggigiorno, e lo sai. Giacché malgrado la tua fama si debba solo a un mucchio di insulti virali e clamorosi abusi di potere - tipo quello di permettere a tuo figlio di fare un giro con una moto d’acqua appartenente allo Stato - sappi che allora come oggi l’importante è che se ne parli.
Indi per cui, prendi nota: il futuro è dei patrioti.
Già, hai sentito bene e compreso meglio, spero.
Inoltre, tieni a mente anche questo: un luogo straordinariamente unico sul pianeta terra come la foresta amazzonica non è patrimonio dell’umanità.
Esatto, le parole sono proprio codeste.
Ergo, di conseguenza, ovvero, coerentemente su questa scia, finiamola una volta per tutte con il pensare e agire in maniera collettiva e collaborativa.
Basta sforzarsi di unire e mediare, incontrarsi a metà strada e cercare punti comuni con i quali compensare e, soprattutto, minimizzare le conflittuali differenze.
Tutto ciò appartiene al passato.
Il futuro è nel confine, amico sovranista.
Amico
E chi ti conosce?
Diciamo sovranista, punto.



A ogni modo, sappi che la nuova alba sarà solo per noi altri, custodi del personale orticello.
Solo se saremo compatti nel mescolarci unicamente tra consanguinei potremo…
No, aspetta, questa è troppo, ancora non siamo giunti a questo punto. Ma ci arriveremo, vedrai, anche perché quella fantomatica caccia alle streghe sulle conseguenti malattie la cancelleremo con decreto legge lampo in pieno agosto.
Intendevo tra cittadini comprovati dal sacro bollo normativo attestante l’appartenenza alla medesima nazione.
A meno di stravolgimenti delle linee continue sulla cartina geopolitica, è chiaro.
In quel caso, per anticipare possibili contraddizioni, torna al punto uno, ma rimani sul generico: il futuro appartiene a noi.
Noi chi? Potresti domandare. E già se lo chiedi vuol dire che sei uno di quelli, perciò, favorisci documento, permesso di soggiorno o patente di clandestinità, poi vediamo se parli ancora.
Al contrario, esulta.
Perché noi sopravvivremo.
Grazie a una parolina contenuta in… noi.
No.
L’arte della negazione è la nostra arma più potente, altro che petrolio, fucili e dati personali.
La foresta dell’Amazzonia non è patrimonio dell’umanità, s’è detto all’inizio.
Ma c’è di più.
La temperatura della terra non sta aumentando.
I ghiacciai non si stanno sciogliendo.
Il livello dei mari non si sta alzando.
L’acqua non sta finendo.
La desertificazione del pianeta non sta affatto avvenendo.
Così via disconoscendo e, infine, non ci sono più le mezze stagioni… ops, no, ci sono! Ovvero, non è vero che non ci sono più, ecco. E non tirate in ballo la vostra logica radical chic secondo la quale due negazioni si annullino, perché è facile parlare quando leggi libri, ti documenti e ti informi, approfondisci i temi, impari le lingue straniere, fai viaggi culturali, visite di valore storico e parli con la gente diversa da te.
Il mondo reale, della gente vera, è quello di noi altri, della difficile vita di chi ha capito tutto restando chiuso dentro casa e incessantemente incollato al monitor a digitare senza risparmio sempre la stessa, breve parola.
No.
Non è come dite voi.
Le cose non sono complesse come affermate.
Non c’è alcun motivo di preoccuparsi.
Nè del clima rovente e tantomeno delle foreste in fiamme.
Perché non è la nostra verità a bruciare, ma la vostra.
Non ne vale la pena, in ultima analisi, di spostare l’attenzione da se stessi per chicchessia.
A ogni modo, nel qual caso desideriate ostacolare il nostro cammino e sostituirvi a noi, be’, visto quanto in alto siamo arrivati per farci udire, nel futuro sul quale abbiamo già affondato i nostri artigli dovrete fare qualcosa di più e meglio che limitarvi a scrivere e urlare l’acqua scarseggia, gli iceberg scompaiono e gli oceani si sollevano...


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 19 settembre 2019

Contraddizioni

Storie e Notizie N. 1661

C’era una volta l’epoca delle contraddizioni.
La nostra era, già, il nostro tempo, esatto, i nostri giorni, proprio così.
Malgrado di davvero nostro ci sia poco di ciò che si dice o, peggio, per cui si litiga.
In altre parole, superficialmente generalizzando, potremmo anche affermare di vivere nell’età della migrazione globale dei popoli, basandosi se non altro sull’ormai immancabile argomento al centro del confronto politico.
Oppure, di quella del terrorismo, tema altrettanto abusato come pietra di paragone sulla presunta affidabilità dell’aspirante leader di governo.
Giacché una volta gli amministratori della cosa pubblica dovevano risolvere problemi, garantire progresso e soprattutto dare lavoro.
Oggi, basta che diano sicurezza, ovvero l’illusione di quest’ultima e mezza poltrona è già occupata.
Potremmo altresì dichiarare di vivere nel periodo in cui i cambiamenti climatici siano la priorità della discussione internazionale, a dimostrazione della fondatezza di un termine fin troppo sottovalutato come Antropocene.
Potremmo dir questo e l’altro, tuttavia, a mio modesto parere, la contraddizione è ciò che maggiormente definisce la società attuale.
Prendi, a mero titolo di esempio, il recente sondaggio effettuato dal gruppo britannico Hope not Hate - il quale si batte contro il razzismo e il fascismo - su un campione di più di mille persone tra Regno Unito, Canada, Germania, Brasile, Francia, Polonia, Stati Uniti e Italia.
I quesiti principali riguardavano i suddetti cambiamenti climatici e gli esiti sono particolarmente interessanti, soprattutto per quanto concerne il nostro paese.
Difatti, al primo posto tra gli interrogati, tra coloro che fortemente concordano sul fatto che il mondo deve affrontare un'emergenza climatica, che il riscaldamento globale diventerà presto estremamente pericoloso senza un forte taglio delle emissioni, e che il tempo per salvare il pianeta si sta esaurendo, siamo proprio noi italiani.

E sapete chi c’è al secondo? Il Brasile di Bolsonaro…
Ergo, contraddizioni.
Ovvero, immigrazione, terrorismo e mutamenti climatici.
Come se fossero fenomeni disgiunti, affrontabili separatamente, attraverso un’ottusa frammentazione dell’intelletto e della personale sensibilità.
Come se fossimo noi stessi davvero degni di senso nel quadro generale, laddove gli interessi e le ragioni del singolo fossero ritenute prioritarie rispetto a quelle di tutti.
E allora ecco cosa capita, sovente, nelle contese elettorali, come nelle zuffe da bar, o meglio, nelle più attuali bacheche sociali.
Scorrono copiosi ragionamenti e spesso insulti balzando dall’uno all’altro argomento al riparo di una quanto mai ottusa soluzione di continuità.
Un muro, già, usato ancora una volta per ottenebrare la comprensione delle cose, oltre che per ostacolare il cammino dei viaggiatori.
Perché magari, aprendo preziose feritoie tra un mattone e l’altro di quest’ultimo, si potrebbe riflettere sul fatto che secondo le Nazioni Unite entro il 2050 ci saranno tra venticinque milioni fino a un miliardo di persone costrette a lasciare il proprio paese a causa dei cambiamenti del clima.
Se poi la suddetta apertura, fisica o anche mentale, fosse di giovamento alla cervice, si potrebbe insistere in tale virtuosa abitudine e considerare quanto i gruppi terroristici traggano profitto dalla crisi e la povertà dovute a conflitti militari e civili, ma esacerbate e rese insostenibili dalla condizioni di siccità e carestia a causa degli sconvolgimenti climatici, ancora loro.
C’era una volta, quindi, l’epoca dei migranti e dei terroristi, nonché del clima folle e distruttivo.
In una parola, il tempo delle contraddizioni.
Ovvero, di un’umanità che ha nella capacità che mostrerà nel superarle unendo gli evidenti puntini che legano tra loro le questioni impellenti.
La sola chance di sopravvivere.


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 12 settembre 2019

Fratelli della stazione e di ciò che resta del mondo

Storie e Notizie N. 1660

Questo è ciò che accade oggi, nel particolare.
Questo è altresì quel che succede da tempo, lungo il confine tra ciò che di bello vuol dire la parola umanità e la folle quanto ottusa contraddizione di quest’ultima.
Si tratta di una linea angusta, che opprime il cuore e l’anima, nonché l’intelletto. È terra promessa e al contempo prigione in cui un po’ tutti ci illudiamo di viver come eletti, come se le manette che incatenano il prossimo, perfino appena a un soffio da noi, non stringessero anche i nostri, di polsi.
E, allora, nel dettaglio, in quel di Foggia capita che i fratelli della stazione del titolo vengano multati per aver osato offrire, privi del sacro biglietto vidimato, caldo latte e preziose coperte a chi è rimasto fuori della porta il giorno in cui il caso ha distribuito, come al solito alla cieca, i più favorevoli tra i destini.
16,67 euro, capisci?
Questo è il prezzo della colpa, lì dove si parte, là ove si arriva.
Questo è il difetto di un atto volontario, colpevole di solidarietà.
Questa è la misura con cui la normativa vigente prende le distanze da chi scelga di obbedire alla ragionevolezza della propria coscienza invece che all’incoerenza dei vincoli cittadini.
Eppure la legge è legge, di questo non v’è dubbio.

È ciò che, a lungo andare, garantisce equilibrio e talvolta quieto vivere alle moltitudini che in quantità sempre più crescente insistono con l’occupare il medesimo spazio.
Il quale, che lo si voglia o meno, somiglia ogni giorno che passa con maggior precisione al confine di cui sopra. E, chissà, magari verrà il giorno in cui, a forza di mortificare la speranza di creature, solo in apparenza più ingenue, di raggiungere l’orizzonte sognato, scopriremo che a differenza di loro ci siamo accontentati solo del bordo di quel meraviglioso quadro.
Leggi pure noi tutti come il popolo della cornice, perché il dipinto all’interno fu bruciato per non permettere agli altri di raggiungerlo.
Nondimeno, va ribadito che la regola scritta tra le genti ha un valore ineccepibile.
Tuttavia, laddove l’intenzionale consistenza nel nostro viver civile si riduca al mero strumento con cui tassare ogni letterale sconfinamento, allorché si giungesse all’estremizzazione di tale finalità, ecco che divideremmo il mondo in due parti antagoniste e alternative, come acqua e olio.
Da un lato i guardiani del sopracitato limitare e nell’altro ciò che resta del mondo a cercare di oltrepassarlo, ovviamente privo del necessario biglietto.
È evidente che non potremo sopravvivere a lungo, costretti in tale delirante allegoria.
Il cervello umano, se non il cuore, deve per forza di cose poter offrire soluzioni all’incidente chiamata vita.
Perché è inevitabile che l’amore per quest’ultima ci induca a contraddire le convenzioni sulle quali abbiamo costruito stazioni, palazzi, strade e ovviamente muri e porti.
D’altra parte, da quando esiste l’universo intero, la vita, ripeto, e l’affezione per quest’ultima, superano ogni giorno, in qualsiasi istante, i limiti della natura stessa.
Come si può pretendere che non lo facciano anche con quelli stabiliti dall’uomo?
Tuttavia, nell’assurda eventualità ci si arroghi tale megalomane diritto, per quanto legalizzato, come si può arrivare a pensare di poter sanzionare la mera esistenza?
Si può essere colpevoli di nascita?
E di sopravvivenza?
Ebbene, nel medesimo modo, è altrettanto dissennato e stolto ostacolare il cammino di coloro i quali, con i propri corpi, si fanno aria e acqua, cibo e calore per aiutare gli ultimi della terra.
Qualunque legge lo richieda.
Perché sarebbe come punire l’aria stessa, così come l’acqua, il cibo e il calore.
In una parola, la vita...


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email