giovedì 18 aprile 2019

Il signor Tan

Storie da pazzi di storie consiste in una carrellata di racconti incredibili di gravi patologie e straordinari tentativi di curarle, attraversati dall’insopprimibile speranza di guarire e far guarire.

È altresì un salto nel mondo davvero reale e in quello solo in apparenza fittizio, tra pazzia e narrativa, tra meravigliose creature effettivamente vissute o soltanto immaginate, con in comune un’incontenibile eccentricità nel vivere.

È anche una appassionata messa a nudo di attori e narratori, i quali spesso non sono altro che anime altrettanto instabili, ma finalmente capaci, grazie all’attenzione del pubblico, di sentirsi meno sole e meno folli.

Perché il delirio è talvolta il disperato tentativo di rimediare al proprio disagio, come allo stesso modo lo sono molte storie.

Il video seguente è tratto dallo spettacolo del 13 aprile scorso e si intitola "Il signor Tan":






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giovedì 11 aprile 2019

Il mio social network

Un racconto del futuro, ma anche del presente. Dipende da quale dei due si scelga come luogo in cui far correre la propria fantasia…

Che tranquillità, quanta pace.
Il merito è tutto del mondo moderno in cui sono venuto alla luce.
A essere onesti, è di coloro che l’hanno ideato, informatizzato e diffuso.
Ho raggiunto la vera pace, ora.

Più che mai stasera, al termine di un normale sabato di primavera, protetto dal mio amato appartamento, dalle incredibilmente spesse mura, dall’invulnerabile portone blindato e dai preziosi doppi vetri delle finestre.
Che Sua Operatività, il sacro sistema, il quale su tutti noi vigila a banda larga, gli doni la sua benedizione.
Finalmente mi sento tranquillo, poiché Lisa, la mia fidata assistente vocale, mi ha appena informato che ho terminato le mie opzioni.
Si da il caso che abbia raggiunto il massimo livello di stabilità concesso dal social.
Io l’ho sempre definito il mio social network, sebbene oramai sia come una gigantesca ragnatela vasta quanto la stessa terra. Ovunque quest'ultima sia ancora vivibile, ovviamente…

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giovedì 4 aprile 2019

Chi è l’altro

Storie e Notizie N. 1646

Mentre tra gli articoli dei giornali e i deliri sociali travestiti da blog e pagine informative scorro le frasi che tentano di vendere l’ennesima farsa della “gente del quartiere che è stanca e arrabbiata”, che “ha ragione a essere razzista” e che “va ascoltata e capita”, messa su a Torre Maura come in passato a Tor Sapienza dagli attori e dalle comparse della compagnia teatrale abusiva CasaPound per guadagnare voti e dare giù al sindaco di turno (oggi la Raggi, ieri Marino), mi ritrovo a provare la medesima sensazione che di questi tempi mi attraversa spesso e non è un bel sentire, ecco.
Limitandomi alla narrazione popolare e di maggior diffusione, ho come l’impressione di vedere e rivedere, leggere e rileggere, cose già viste e lette, ma che si ripetono ciclicamente ogni volta in una versione più grottesca e patetica.
Sorprendendomi solo in questo.
Come se un intero paese fosse intrappolato in una specie di loop che lo riporta sempre al punto di partenza.
E allora, oltre all’inquietudine che tutto ciò comporta, mi assale il timore di ritrovarmi parte integrante di questo spettacolo ormai scaduto da tempo.
Magari scrivendo qualcosa che ho già scritto, con le medesime parole, ma private della preziosa originalità iniziale.
Ciò nonostante, non posso fare a meno di notare, in questo preciso momento, quanto sia lampante a mio modesto parere l’enorme abbaglio che ci acceca tutti, più o meno.
Tale ingannevole bagliore di tradizionali lustrini e moderni bit ci ha convinto di aver compreso chi sia l’altro, che è oramai divenuto il nemico ideale sul quale, ovvero, contro cui costruire ogni strategia per il presente come il futuro.
Eppure, ogni giorno che passa sono maggiormente persuaso che colui che chiamiamo l’altro sia tutto ciò che non è.



L’altro non è solo una parola.
Non è un popolo, non è una nazione e non è un’etnia.
L’altro non può essere la foto di un arrestato su un giornale e neppure tutte le persone al mondo che affermano di credere nello stesso dio a cui si affidi costui.

L'altro non è solo l'immagine del profilo su internet.


L’altro non è qualcuno che bercia assurdità in un video, per quanto sia visto e condiviso.
L’altro non è quello che alcuni tramano affinché sia tale per te e per tutti.
Allo stesso modo, gli altri non sono poche decine di persone a bordo di una nave che la maggior parte di noi non incontrerà mai per tutto il tempo che gli resta.
Gli altri non sono e mai saranno quelli di cui straparlano coloro i quali si auto proclamano difensori della tua incolumità.
Gli altri non sono un colore solo in apparenza sbagliato.
Gli altri non sono una lingua a te incomprensibile.
Gli altri non sono neppure l’affezione per un cibo di sapore insolito.
Perché l’altro, per buona sorte, non è il protagonista di una barzelletta di cattivo gusto e volgari intenzioni.
Non è la vittima sacrificale di una menzogna camuffata da programma elettorale.
Non è colui che hai imparato a temere e a osteggiare soltanto incrociandone lo sguardo, magari seduto al volante al riparo della tua auto, ovvero stretto in un affollato vagone della metropolitana chiedendo altrettanta protezione allo schermo di un cellulare.
Per la stessa ragione, gli altri non sono come vengono rappresentati nel solito brutto film o l’ennesimo superficiale libro, malgrado gli illustri premi per il primo e le menzognere fascette per il secondo.
Non sono qualcosa che puoi giudicare e condannare in pochi secondi solo perché ti è stato chiesto di farlo da chi ti ha promesso che poi ti sentirai meglio.
Poiché l’altro non è un insieme di lettere, per quanto sia entrato nel vocabolario di tutti.
Non è un nome, e men che meno tutti i modi con i quali ti è stato insegnato a chiamarlo.
Sembra banale rimarcarlo, ma l’altro non può essere lo strumento con il quale definire milioni di persone, generazioni di vite vissute o solo all’inizio del cammino, interi continenti che hai visto solo in un documentario.
Gli altri non sono tutto questo, ecco cosa dovremmo ripetere a noi stessi incessantemente tutte le volte che leggiamo e rileggiamo, vediamo e rivediamo l’orribile disegno in cui alcuni vorrebbero imprigionarci per sempre.
Perché sono più che mai convinto che gli altri possano essere tutti, nessuno escluso. Siamo noi, te, lui, lei e, giustappunto, l’altro. In questo momento, lo sono anche io stesso, ma per quanto abbiate letto a fondo queste parole fin qui, di cui vi ringrazio di cuore, la maggior parte di voi non mi conosce di persona e la cosa è reciproca.
Ciò nonostante, di persona è una meravigliosa espressione, non credete?



Si da il caso che per quanto possiamo riempire la nostra bacheca, come la nostra testa, i nostri post come i nostri discorsi, di volti e parole solo in apparenza davvero familiari, essa rimane ancora l’unico modo per capire.
Chi è l’altro...


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giovedì 28 marzo 2019

La difesa è sempre legittima?

Storie e Notizie N. 1645

Mettiamo che io sia una persona come tante.
Molte più di quante ne vengano conteggiate nella narrazione che piace e, soprattutto, ha il compito di piacere.
Indi per cui non focalizzatevi su un individuo in particolare, ma considerate queste parole come il sentito messaggio che potrebbe saltar fuori da una complessa e quanto mai ricca varietà di umani, contraddistinti proprio dalla loro eterogeneità.
Immaginiamo, a questo proposito, che io sia una creatura frettolosamente ritenuta diversa o, superficialmente, minoritaria. Altrettanto colpevolmente considerata di valore trascurabile e distrattamente indirizzata verso il perenne ruolo di subalterna comparsa.
Potrei essere quindi, banalmente, un immigrato in preda alla disperazione o magari semplicemente clandestino, una donna ripetutamente maltrattata o un individuo dalla sessualità ingiustamente criminalizzata, un bambino abusato nel silenzio di un condominio oppure un anziano dimenticato, ma di quelli indigenti e perciò scomodi, fino ad arrivare ai senza tutto, prima ancora che tetto, e altri ancora.
Eppure, oggi, sono una persona contenta e al contempo confusa.
Per capirci, spulciando tra le notizie, provo esultanza leggendo che la difesa è sempre legittima.
Comprensibile, no?
Il cielo, o chi per lui, ci è testimone di quanto noi altri avremmo bisogno di difenderci...
Nondimeno, desiderando approfondire la questione, vengo a sapere che tale suggestivo titolo è dovuto al fatto che il Senato del mio paese ha approvato in via definitiva la riforma della legittima difesa.



Così, alla contentezza di cui sopra si aggiunge la sopra citata perplessità, la quale mi assale rilevando il contestuale evviva del partito che si è fortemente impegnato affinché tale legge venisse approvata. Mi riferisco alla Lega, ovviamente, e già pronunciare la parola mi inquieta.
Cerco però di non farmi condizionare dalle emozioni del momento, e proseguo nel far luce sull’accaduto, soffermandomi sulle parole del ministro, in teoria dell’interno, ma di ogni cosa nella pratica: “Dopo anni di chiacchiere e polemiche è stato sancito il sacrosanto diritto alla legittima difesa per chi viene aggredito a casa sua. Non si distribuiscono armi, non si legittima il Far West ma si sta con i cittadini perbene.”
Se non sapessi di chi si tratta, potrei addirittura mettere da parte lo smarrimento, e concentrarmi sui fatti, sforzandomi di credere ciecamente alle parole di Salvini.
Mi sarebbe sufficiente prenderle alla lettera. D’altra parte, costui si esprime nelle vesti ufficiali, camuffato da nessun’altra divisa che quella per la quale ha giurato ed è pagato.
Così, ripeto nella mia testa, prima, e ad alta voce poi il succo del fondamentale cambiamento che riguarda anche il popolo nel popolo del quale faccio parte: è stato sancito il sacrosanto diritto alla legittima difesa per chi viene aggredito a casa sua.
Ovverosia, nel dettaglio, la difesa non è punibile se si “usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere la propria o la altrui incolumità, i beni propri o altrui” e non è punibile chi si è difeso mentre era in uno “stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto”.
Che statista, ragazzi, voglio fidarmi.
Credo proprio che, forse, dovrei mutare opinione su di lui.
Non ha spinto questa legge perché, insieme ai suoi pari, ha sottoscritto un patto con le lobby delle armi, ma perché sta dalla parte dei cittadini perbene.
Ecco… è a questo punto che la mia confusione si fa ineludibile, soffocando l’entusiasmo di poc’anzi.
Il fatto è che la gente come noi altri viene aggredita quotidianamente, nella propria casa o fuori, senza distinzione, nella maggioranza dei casi da cittadini cosiddetti perbene.
Sia fisicamente, che verbalmente, veniamo assaliti in ogni istante – e sono certo che stia accadendo anche ora... - con la violenza e la prepotenza, l’odio e l’indifferenza, l’ingiustizia e la disumanità, l’ignoranza e anche l’intolleranza, già.
Spesso, pure dal suddetto ministro di qualsiasi cosa gli interessi e tutti i suoi sodali, da decenni, non da ieri.
Ebbene, in conclusione, devo confessare che la contentezza e la confusione sono a questo punto state spazzate via da una seppur flebile speranza, malgrado appesantita da un crescente senso d’angoscia: che tale ennesima modifica delle regole che questo governo ha introdotto sia davvero non finalizzata a favorire la vendita delle armi.
Perché sarebbe davvero pericoloso se tutte le persone che si sentano aggredite e turbate si convincano di potersi difendere legittimamente acquistando e soprattutto usando una pistola o un fucile. E che lo possano fare con maggiore facilità e addirittura senza pagarne le conseguenze.
Perché, a mio modesto parere, i votanti e i sostenitori di questa legge non hanno la più pallida idea di chi siano, di quante siano e in quali condizioni di instabilità si trovano...


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giovedì 21 marzo 2019

Noi vi abbiamo invaso

Storie e Notizie N. 1644

Noi vi abbiamo invaso.
Sì, è vero, è così.
È inutile negarlo: vi abbiamo invaso.
In innumerevoli vesti, lo abbiamo fatto.
Come l’attentatore e l’eroe, il primo armato di taniche di benzina e l’altro di un cellulare, con il quale chiamare i carabinieri, all’occorrenza.
E al riparo di siffatte, popolari maschere, rese tali dal clamore dei giornali, ecco le sole caratterizzazioni che servono al racconto previsto: l’immigrato cattivo e quello buono.
Ma anche il terrorista islamico e il cittadino modello, malgrado quest’ultimo, a norma di legge, sia ancora niente più che uno straniero.
Conta poco sapere che per il primo tanto la cosiddetta matrice terroristica quanto quella islamica siano escluse. Da cui, se poco conta, perché farsi ulteriori domande?
Perché quel che ora resta indelebile, e tale dovrà rimanere all’indomani, è ciò che noi altri in tempi assai sospetti abbiamo fatto.
Vi abbiamo invaso, ricordate?
E allora, non dimentichiamo le origini, non sia mai: il senegalese e l’egiziano.
Perché la nostra pelle parla per noi, e dovremmo urlare a squarciagola per sovrastarne il frastuono alimentato nel tempo, senza per questo arrivare a sequestrare un autobus per ottenere tanto.
Anche perché non si farebbe altro che aumentare il baccano nel quale siamo precipitati, volenti o nolenti.
Eppure, in frangenti tragici come questi, ecco che emergono distinzioni che dovrebbero sempre e comunque fare la differenza, se perdonate la banale ripetizione.
Perfino laddove la vita stessa sia in gioco, o forse proprio in quegli istanti, si può vivere il ruolo assegnato dalla regole sociali in modo opposto.
L’autista e lo studente prendono strade divergenti. E capita più spesso di quel che ci immaginiamo.
Colui che con il suo scuolabus dovrebbe accompagnare i più giovani verso il luogo che auspicabilmente li aiuterà a crescere, all’improvviso, prende la direzione contraria e punta verso il burrone oltre il quale sprofonda la sua stessa folle tristezza.
Al contempo, a fronteggiare l’altro, come a completare una sorta di allegorica equazione, l’alunno si toglie il consueto grembiule d’ordinanza e fa leva sulla vera ricchezza che contraddistingue tutte le popolazioni a cui sovente viene associato dalle nostre parti, e che nei secoli dei secoli è una delle prerogative principali che ci rende umani.
Leggi pure come il tenace, commovente e insopprimibile desiderio di sopravvivere.
Entrambi spesso dimentichiamo chi dovremmo essere, in questo viaggio. Succede tutti i giorni, ovunque, a chiunque. E, da un istante all’altro, diventiamo ciò che siamo.
È così che qualcosa trapela, dopo che il fumo dei titoli acchiappa click e degli strali attira like via social network si dirada.
È questa la via tramite la quale diventiamo anche dei nomi, oltre che il resto.
Ousseynou e Ramy.
Ciò malgrado, qualora aggiungessimo pure le immagini

dei nostri volti, l’inevitabile sottinteso sarebbe inviolato.


Noi vi abbiamo invaso. E nulla di quanto detto finora potrebbe intaccare tale concetto, scolpito nella comune memoria di un paese intero come le impronte delle star del cinema di Hollywood. Rese celebri tramite il ricordo delle mani e il nome, dove nel nostro caso, al posto delle prime, ci sono i volti dalla carnagione resa colpevole per definizione.
Perché è proprio così che lo abbiamo fatto.
È indubbio, è successo, sta accadendo anche ora, in questo preciso istante, e non finirà certo oggi.
Non serve ignorarlo. Anzi, è addirittura sbagliato, farlo.
È una storia che va ascoltata e raccontata, ma fino in fondo, una volta per tutte.
Poiché noi vi abbiamo invaso, certo.
È solo che non siamo stati davvero noi, capite?
Di sicuro non l’uomo e il ragazzino, quello che siamo lì fuori, al di là di questo schermo, uno in prigione e l’altro per fortuna a casa dei suoi cari.
A penetrare con violenza e odio nelle vostre vite sono state solo parole, montagne di parole, infami e disumane parole.
Sono le parole che di norma ci rappresentano, ad aggredirci tutti.
Ora sapete chi dovreste espellere, contro chi dovreste alzare muri e chi davvero mette a rischio la vostra e la nostra pace.
Per buona sorte, noi e voi siamo ben altro e molto di più di un insieme di lettere.

Forse, non sarebbe male ogni tanto incontrarci di persona...

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giovedì 14 marzo 2019

Non muore più nessuno

Storie e Notizie N. 1643

Antonio Tajani, un nostro concittadino che ricopre attualmente il ruolo di presidente del Parlamento Europeo, si è di recente distinto, suscitando forti critiche anche a livello internazionale, con un classico refrain tipico della destra più nostalgica, ovvero che Mussolini ha fatto anche cose buone (i ponti, le strade, le bonifiche, ecc.).
Da cui la storia che segue...


C’era una volta un paese vecchio.
Ma che dico? Assai vecchio.
Anzi, di più, straordinariamente tale, al punto che vecchissimo non avrebbe reso l’idea, facendo meritare al suddetto aggettivo una seppur temporanea espulsione per palese inadeguatezza dal club dei superlativi assoluti.
Il paese eccezionalmente vecchio lo era sotto ogni punto di vista, ma codesta particolare natura era strettamente correlata a quella dei suoi abitanti.
Da ciò, avrei dovuto iniziare il racconto recitando: c’era una volta un paese vecchio abitato da gente vecchia. Tuttavia, la qualificante aggettivazione sarebbe risultata ridondante, e allora sono partito dal luogo per arrivare a coloro che lo abitano, tutto qui.
Mi riferisco a individui vecchi, così vecchi, ma talmente vecchi da non riuscire in alcun modo a separarsi dal passato, per quanto sgradevole solo a citarlo e vergognoso limitandosi al mero pensiero.
Le ragioni di cotanta affezione per i giorni andati, senza se e privi di ma, erano dovute a un’emozione altrettanto antica, resa praticamente eterna una volta trasformata in un sentimento duraturo, che come un cancro indistruttibile corrompeva inesorabilmente ogni atomo dell’anima e del corpo dei nostri.
Leggi pure come la tanto sottovalutata paura di morire.
A questo proposito, correndo il rischio di sembrare ulteriormente pignolo, avrei dovuto esordire scrivendo in tal guisa: c’era una volta un paese vecchio abitato da gente vecchia giacché aveva un’insanabile paura di morire, ma in questo modo avrei perso gran parte dei lettori solo nell’incipit, tra chi non vuol sentir proprio parlare di morte, e chi di paura. Figuriamoci nel caso in cui si trovino addirittura nella medesima frase…
Nondimeno, nel paese di cui sopra, il tempo passava indifferente come sempre agli umani vizi, di fronte ai quali solo l’umanità stessa può porre rimedio. E, come altrettanto sovente accade, il destino finì per realizzare il sogno di chi incessantemente nutriva i propri incubi. Perché da che mondo è mondo, non è trovarti dalla parte giusta della storia a consegnarti la vittoria, ma quanto ardentemente la desideri e per essa sei disposto a lottare.
Così, venne il giorno in cui nel paese più vecchio del mondo, abitato da persone decrepite, nonché spaventate dall’imminente esaurirsi del tempo a loro concesso, nessuno morì più.
All’inizio si diffusero ovunque incredulità e smarrimento, tipica reazione innanzi a un cambiamento di tenore a dir poco epocale.
Tuttavia, dopo il giusto tempo, ciascuno dei vecchi abitanti del paese vecchio cominciò a percepire nel proprio stesso essere la presenza di un vuoto di misure indefinite, perché mai domo nella sua costante crescita.
Come scoprire che l’orizzonte per il quale hai finito per sacrificare ogni frazione di secondo del tuo vivere sia stato unicamente frutto della tua immaginazione. Poiché ciò che era tutto ieri, oggi è nulla, e quel che era vero un attimo fa, adesso è la più grande menzogna che ti sei mai raccontato da solo.
Così, all’improvviso, allorché la storia iniziasse adesso, dovremmo partire con: c’era una volta un paese vecchio, infinitamente vecchio, ma stavolta l’avverbio in oggetto verrebbe celebrato come il fiore all’occhiello della sua grammaticale categoria. Perché mai la sua chiamata in causa fu maggiormente letterale.
Poi, in modo da mantenere alta l’attenzione degli spettatori appassionatisi fin qui all’intreccio, dovremmo muovere l’inquadratura sui protagonisti di quest’ultimo specificando che c’era sì una volta un paese infinitamente anziano, abitato da persone altrettanto vecchie, ma giunti a questo punto avremmo l’obbligo di rivelare la già introdotta inverosimile caratteristica, la sola che motiva l’invenzione di un racconto.
Altrimenti, di nazioni o città oltremodo vetuste, con abitanti particolarmente attempati e terrorizzati da tutto, ce ne sono svariate nel mondo reale. E magari voi altri vivete proprio in una di esse, chi può dirlo?
A ogni modo, bando alle ciance, ecco l’incipit aggiornato: c’era una volta un paese vecchio, abitato da gente che sarebbe stata vecchia per sempre, perché da un istante all’altro smise di morire. Di conseguenza, poco dopo, non ebbe più paura della morte.
Il bello nell’inaspettato risvolto di questa assurda trama è ciò che accadde nei giorni a seguire.
Fu meraviglioso, esserne testimoni.
Soprattutto trovandosi nei panni degli altri, coloro i quali vivevano nel paese vecchio, accanto agli abitanti per sempre vecchi, ma che vecchi non lo erano affatto.
Perché la scomparsa della paura della morte alimentata da un intero popolo fu paragonabile alla caduta di un colossale albero marcio e putrido, a dir poco maleodorante e velenoso, ai cui rami erano appesi frutti altrettanto guasti e non meno inquinanti.



Difatti, la madre di tutte le paure, da quando si era insediata nelle loro vite aveva generato un numero incalcolabile di altrettante paure, composte dalla medesima carne avariata.
La paura di quel che appare come diverso e di ciò che ha la presunta colpa, invece che l’indiscussa fortuna, di esser nato oltre i confini del tuo malessere.
La paura di tutto ciò che rappresenti il domani, che sia giovane piuttosto che nuovo, che suoni come rivoluzionario, piuttosto che alternativo.
La paura dell’istante in cui i generi e le identità maltrattate e violentate nel passato come se fosse il presente, e viceversa, si palesino addirittura più fiere e luminose che mai.
La paura, in breve, di tutto ciò che significhi quel che hai perduto e dimenticato.
Esistere ora, qui.
Perciò, semmai si avvererà, che sia benedetto il giorno in cui nessuno morirà più.
Perché vorrà dire che nel medesimo tempo coloro che chiamiamo gli altri saranno finalmente liberi.
Di vivere...


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giovedì 7 marzo 2019

Il social network perfetto

Storie e Notizie N. 1642

Secondo una recente ricerca condotta su quasi 6000 giovani under20 da Generazioni Connesse e curata da Skuola.net, Università ‘Sapienza’ di Roma e Università di Firenze, circa 1 su 4 degli intervistati non si è mai preoccupato della privacy dei suoi dati online e, quasi altrettanti, se ne interessano saltuariamente. Inoltre, più di 7 adolescenti su 10 si sono iscritti a un social network quando avevano meno di 14 anni e 4 su 10 conoscono solo la metà dei propri cosiddetti ‘amici.

Mi chiamo Mario, ma potrei aver mentito. Potrei pure essere Stefania, ovvero Corrado.
Okay, okay, non è di certo un bell’inizio partire con una possibile menzogna, e su questa costruire tutto il resto. Tuttavia, non sarei forse il primo, giusto?
Giusto?
A ogni modo, mi chiamo Mario e sono una persona, punto.
Fin qui, niente di speciale, tutto normale, quasi come la realtà. Ed è quel quasi a non farmi dormire la notte.
Così, ho trovato la soluzione a ogni mio problema.
Non faccio nomi, mi riferisco a un social network, quello.
Chiaro, no?
Ebbene, gli ho dato di editor di immagini come un vero mago degli effetti e ho mostrato una cura sopraffina nel descrivermi con un pugno di parole, alla stregua dei signori della sintesi più efficace.
Descrivermi…
Diciamo piuttosto nel descrivere lui, cioè me, ovvero la versione del sottoscritto che voglio rendere visibile e direttamente collegabile con… me, esatto. Tutto torna a me, alla fine della fiera, anzi, deve.
Fatto ciò mi sono impegnato con la giusta pervicacia a connettermi con i miei compagni di social, ecco.
Connettermi…



A collegare il puntino che mi rappresenta con quelli che a loro volta identificano le persone con le quali ho desiderato o accettato di connettermi.
Va bene così? Caspita come siete pignoli, e anche curiosi, già, perché neanche un anno più tardi qualcosa che non avrebbe dovuto palesarsi ha invaso l’inquadratura che mi riguarda.
Così, non posso più negarlo.
Mi chiamo, forse, Mario, sono quindi una persona, sebbene neanche questo sia certo, ma di sicuro sono assai permaloso.
Okay, okay, roba comune, niente di straordinario, ma trattasi di nervo scoperto nel mio caso, e allorché lor signori mi hanno donato la facoltà di decidere cosa rivelare e cosa no, perché dovrei lasciare che i miei difetti siano pubblici?
Nondimeno, nel social, quello, ho fatto ormai terra bruciata. Così, ho azzerato tutto, fatto tesoro degli errori precedenti, e mi sono iscritto all’altro.
Capito quale, no? È meglio, sapete? Perché è più semplice, dai, e non ci sono tutti quei troll che infestano il precedente.
See… pare vero.
A ogni modo, profilo rinnovato, nuova vita digitale.
Con maniacale precisione mi sono scelto un avatar che non fosse in alcun modo paragonabile al vecchio, un nickname che risultasse abbastanza trendy, e una presentazione attraente per il moderno mercato relazionale.
Sì, lo so, questo ci fa sembrare tutti come dei prodotti messi in fila sugli scaffali di un supermercato. Ma pure se fosse? Qual è il problema? Non vedevo l’ora di essere acquistato in massa, se questo era il modo per sentirmi popolare come ho sempre sognato.
Nondimeno, la brutta sorpresa, come la data di scadenza della merce alla quale mi sono appena paragonato, è sbucata puntuale da sotto il tappeto virtuale.
Okay, okay, sono sempre Mario, o forse continuo a fingere che sia il mio nome, dovrei essere una persona fino a prova contraria, mi hanno beccato sul fatto nella mia cronica permalosità, ma da un giorno all’altro mi hanno scoperto anche come un piagnucolone di prima categoria.
Per capirci, le prime lacrimuccie affiorano sulla soglia dei miei occhi con una facilità addirittura maggiore di quella con cui perdo le staffe qualora abbia l’impressione di subire una qualsivoglia critica.
Ma come ho fatto…
Eppure mi sono studiato una quantità industriale di tutorial sul montaggio video. Credetemi, ero certo di aver tagliato la fine della clip con cui esprimevo il mio cordoglio per quel gattino morto da solo in casa, di cui hanno parlato tutti i giornali.
Ciò nonostante, un conto è prodursi in un appassionato e commovente discorso solidale con la creaturina, e un altro è esplodere subito dopo in singhiozzi da poppante in piena crisi isterica.
Ovviamente, malgrado appena un paio d’ore dopo la pubblicazione abbia cancellato le prove della mia inconsapevole figura barbina, era ormai troppo tardi, giacché il video era già stato scaricato e condiviso ovunque.
I mesi successivi sono stati terribili. Mi sono chiuso in casa e ho vissuto come un reietto vampiro, uscendo solo a tarda sera per qualche indispensabile compera.
Tuttavia dovevo reagire, lo sapevo, e che il cielo benedica la rete e tutte le chance che offre alle creature esiliate dal regno dei bit.
Così, nel frattempo ho lasciato crescere la barba e mi sono rasato del tutto. Quindi, mi sono guardato allo specchio e mi son detto: sei pronto per tornare in pista. Ovvero, in un social.
Quello nuovo, avete presente?
No? Be’, allora siete indietro, perché vedrete che in pochi anni li supererà tutti.
Con l’ormai professionale competenza acquisita ho caricato un’immagine indecifrabile quanto fascinosa e mi sono auto introdotto con un paio di frasi capaci di catturare l’attenzione perfino dei defunti, senza scherzi.
Okay, okay, questa è sbruffonaggine bella e buona, ma occorre sempre una notevole dose di entusiasmo per ricominciare.
Sono stati giorni felici, quelli.
Ovvero… lo sono stati per la nuova proiezione digitale tramite la quale interagire con altri riflessi composti della medesima sostanza.
Poi, però, la solita maledizione ha colpito dove fa più male.
E dove fa più male? Qui, nel petto, sul quale in questo momento preciso punto il dito, malgrado nulla dolga , sul pianeta auspicabilmente indolore.
Io non volevo... e pure quella volta è stato il dito, sempre lui, o magari ciò che l’ha mosso.
Leggi pure come l’insoddisfatto desiderio di condividere le proprie segrete debolezze.
Come vorrei non aver premuto il pulsante di iscrizione a quel maledetto gruppo, dall’inequivocabile titolo: Quelli che dormono con la luce accesa in camera perché hanno paura del buio.
Se sapessero che nel mio caso, si dovrebbero conteggiare anche quella del corridoio e perfino la lucetta in bagno, sebbene sia a basso consumo.
Indi per cui, mi son ritrovato con le seguenti informazioni pubblicamente sputtanate e messe una di seguito all’altra: mi chiamo Mario, ebbene sì, sono una persona, lo confesso. E sono permaloso, piagnucoloso e fifone.
Ciò nonostante, ho accusato il colpo ancora una volta, ma non mi sono arreso, perché finché c’è internet c’è speranza.
Sono disposto ad attraversare l’intero World Wide Web alla ricerca del social network perfetto.
Dev’esserci da qualche parte quello che mi aiuterà per sempre a non far capire al prossimo chi sono davvero...


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giovedì 28 febbraio 2019

A settant’anni dalla morte

Storie e Notizie N. 1641

Assecondatemi.
Sì, per favore.
Trattatemi pure come una di quelle persone dal senno fragile e l’animo vulnerabile, che più o meno consapevolmente richiedono condiscendenza dal prossimo.
D’altra parte, l’utopica speranza di entrambi, narratore di storie o semplicemente creatura dal senso della realtà gravemente compromesso, è la stessa: che il viaggio, ovvero la sua conclusione, valga il vostro tempo, se non il prezzo del biglietto.
Lo spunto da cui nasce il seguente sogno è un dato di fatto, come le notizie dalle quali solitamente traggo ispirazione per un racconto, e riguarda proprio l’eventuale diffusione di quest’ultimo quale opera letteraria a tutti gli effetti.
A questo proposito, come molti sanno, il diritto dell’autore sulla propria creazione decade trascorsi settant’anni dalla sua morte.



Da quel momento, la storia, le parole che la compongono, la morale che ne consegue e i personaggi, i quali, con la loro vita inevitabilmente limitata dalle due dimensioni della pagina a essa contribuiscono, divengono all’istante di pubblico dominio.
D’improvviso, tutto appartiene a tutti. Tutti coloro i quali lo sentano proprio, è naturale.
Assecondatemi, quindi.
Malgrado intuiate già a questo punto dove intenda andare a parare, fate finta di nulla e lasciatevi distrarre dall’infantile ingenuità di cui il sottoscritto fa per l’ennesima volta ufficiale ammenda.
Mettiamo che, di fronte alla suddetta simbolica scadenza, qualcosa di simile accada anche all’interno del racconto stesso.
Figuratevi con me quel che possa succedere ai protagonisti di un’esistenza già scritta a settant’anni dalla morte del loro creatore.
Vi invito a farlo adesso con le storie che avete amato di più, perché io non ho potuto evitare di immaginare quanta gioia sia esplosa nel cuore di Cyrano de Bergerac il 2 dicembre del 1988, alla giusta quanto fatidica distanza dalla scomparsa del suo padre letterario, ovvero Edmond Rostand.
Il formidabile spadaccino, nonché rimatore sopraffino, finalmente affrancato dalla schiavitù di una trama sempre uguale, vissuta e rivissuta ogni volta negli occhi e nella mente del lettore di turno, con l’ineludibile tragico orizzonte, puntuale come una perenne infernale tortura, all’alba del nuovo giorno, padrone del proprio destino, si farà avanti con Rossana e le confiderà a tempo debito il suo amore. Il tutto lasciando che il seppur onesto e leale Cristiano si giochi le sue carte senza l’aiuto dell’amico. Che sia la ragazza stessa a scegliere tra la bellezza del giovane o la poesia del suo capitano.
Sì, lo so, è un disegno a dir poco implausibile, roba da bambini. Alla stregua di credere che i giocattoli, come in Toy Story, laddove i giovani proprietari si assentino per la scuola o altro, decidano di prendere vita, trasformando la cameretta nel loro personale mondo.
Ma voi assecondatemi, vi prego.
Tanto, so bene che sia facile arguire dove sto cercando di condurvi.
Nel frattempo, abbasso volontariamente le palpebre e, come se fosse visibile a occhio nudo, osservo quel che succede nel meraviglioso regno di Oz allo scadere dei dritti che imprigionano quest’ultimo a uno svolgimento obbligato. Vedo l’istante in cui tocca alla piccola Dorothy esaudire il proprio desiderio, dopo che hanno fatto lo stesso lo spaventapasseri e gli altri fantastici amici.
D’accordo, alla bambina piace l’idea di tornare nel Kansas, dove c’è la sua casa e la sua famiglia. Il fatto è che ciò è già accaduto un numero incalcolabile di volte, ripetendo la stessa inesorabile scelta a oltranza, nonché a favore del lettore sovrano quanto l’autore stesso.
Ebbene, una volta libera, via le scarpette rosse, e con esse via le invisibili catene di una magia scritta da qualcun altro che non sia lei.
La propria casa può essere per alcuni il luogo più bello che ci sia, ma sarà lì anche al suo ritorno. Al contempo, l’incredibile luogo in cui è volata ha ancora meraviglie da mostrare e se esiste una cosa che Dorothy ha imparato negli anni è che diventano infinitamente di più allorché si cammini guidati dalla propria personale fantasia.
Certo, sono consapevole della debolezza insita in tale peraltro sfrontato azzardo. Nondimeno, non mi stancherò di ripeterlo, vi chiedo umilmente di assecondare ancora per un attimo la mia strampalata teoria, sebbene molti di voi ci vedranno una strumentale manipolazione per accompagnare chi legge a una conclusione prevedibile.
Nel mentre, prendo uno dei primi classici che ho letto da ragazzino, ovvero I tre moschettieri, ed essendo ormai trascorso da tempo il suddetto giorno dell'emancipazione degli eroici protagonisti, lo apro e lo rileggo, anzi, lo vedo per la prima volta intessuto in una trama forse meno avventurosa, più banale, e poco movimentata, ma certamente più gradevole per la povera Constance, la ragazza amata da D’Artagnan, per il quale prova il medesimo sentimento, malgrado sia già sposata. La donna è stata condannata da Dumas alla stregua di molte altre in un’infinità di racconti a essere sacrificata per permettere al lettore di definire nella propria immaginazione i classici contorni di un eroe tormentato, sofferente, e per questo ulteriormente votato alla propria missione. Ma per quanto abbia adorato la versione originale, in quella anarchica che ammiro ora D’Artagnan riesce a salvare Constance dal veleno di Milady. Quindi, con lei e per lei, volta le spalle al Re e agli amici moschettieri. D’altra parte siete già tre, mi sembra di sentirlo dire nel discorso di commiato, quindi, il titolo è rispettato. E vissero felici e contenti, comunque. Anzi, no, almeno per quanto riguardi Constance, molto di più.
Okay, mi arrendo. Queste sono farneticazioni di poco senso, che difficilmente possono risultare autorevoli innanzi a opere che si sono guadagnate eterna ospitalità nella biblioteca dei romanzi di universale valore.
Tuttavia, laddove mi abbiate assecondato fin qui, fatelo per un’ultima occasione, e immaginate noi tutti come i protagonisti di una storia, che spesso e volentieri, sopratutto oggi, prende strade orribili, malgrado le abbia già attraversate più volte.
Eppure, anche noi abbiamo avuto il nostro momento di liberazione dall’incubo di un presente assai travagliato e un finale ben più oscuro.
Si da il caso che il capitolo conclusivo dell’umano romanzo abbia visto incidere sulle proprie pagine la parola fine tra l’8 maggio e il 2 settembre del 1945, il giorno in cui è calato il sipario sulla seconda guerra mondiale.
Perciò, calcoli alla mano, la maggior parte degli autori di quel terrificante libro sono morti da più di settant’anni, e con loro il folle delirio di una razza superiore alle altre, del disumano confinamento di creature ingiustamente ritenute colpevoli di diversità e il crudele isolamento dei membri della società indebitamente bollati come indesiderabili.
Non siamo obbligati a continuare a riviverla, questa trama.
Siamo liberi di non essere i mostri del passato.

Abbiamo ereditato la facoltà di spostarci nel lato giusto della storia.
A questo riguardo, non assecondatemi.
Credetemi sulla parola.


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giovedì 21 febbraio 2019

Tutto per un bacio

Storie e Notizie N. 1640

Il 18 febbraio scorso George Mendonsa, o Mendonça, è morto. Aveva novantacinque anni. Divenne famoso per una celebre foto, ma soprattutto per un bacio. Un bacio rubato, letteralmente.
Secondo le cronache dell’epoca, il 14 agosto del 1945 George era a New York e stava guardando un film presso il noto Radio City Music Hall. Era in compagnia di Rita, la donna che sarebbe poi diventata sua moglie, quando alcune persone entrarono in sala e iniziarono a gridare parole che tutti nel mondo stavano attendendo con ansia e speranza.
La guerra è finita.
Una frase meravigliosa, sogno proibito per intere generazioni colpite da un amaro destino e sussurrata al massimo a mente quasi ogni giorno da coloro i quali sono obbligati dalla Storia con la esse maiuscola a ritenere la pace solo un agognato orizzonte, invece che il naturale stato delle cose.
Anche perché esistono conflitti e battaglie di ogni tipo, a questo mondo, la cui colonna sonora non è necessariamente composta da colpi di mortaio e raffiche di mitra.
A ogni modo, George corse fuori insieme a Rita, e cominciò a esultare come un pazzo, alla stregua di tutti gli altri.
Si da il caso che il nostro fosse un marinaio, membro dell’equipaggio della nave da guerra, giustappunto, chiamata con precisione USS The Sullivans (DD-537).
Anche per tale ragione, l’eccezionale notizia gli fece perdere ogni traccia di lucidità.
Così, tra le grida e la confusione, vagando per le strade della Grande Mela, si dimenticò di Lisa e a un tratto si imbatté in Greta Zimmer.
Quest’ultima aveva ventun anni. Era nata nel 1924 in Austria, da una famiglia ebrea. Nel 1939, perciò a soli quindici anni, fu costretta a fuggire dal suo paese in quel momento controllato dai Nazisti, in compagnia delle sue due sorelle minori. I genitori non riuscirono mai a salvarsi e morirono in un campo di concentramento.
All’epoca del cosiddetto V-J Day, il giorno in cui il Giappone si arrese - consegnando la vittoria agli Stati Uniti e determinando così la fine del conflitto mondiale - Greta lavorava come assistente di un dentista.
Non appena apprese la grande novità, come tanti scese anche lei in strada per festeggiare, con indosso ancora il camice da lavoro.
Ecco perché George la scambiò per un’infermiera. Ed ecco perché come tale divenne popolare nell’altrettanto famosa istantanea.
Il marinaio si avvicinò, la prese tra le braccia e le diede un bacio.
Così, l’immagine divenne storia.



Sapete? Mi piace figurarmi la nostra comune vita narrata e testimoniata da fotografie che riempiono un gigantesco album, dal quale prima o poi saremo in grado di ricavare il racconto generale. Potrà risultare incompleto, certo, perché molto si perde oltre i limiti dell’obiettivo di una fotocamera, moderna o meno.
Per questa ragione, sono persuaso che in quella preziosa raccolta non ci siano solo le foto effettivamente scattate, ma anche altre immagini, altrettanto importanti, non meno significative e quanto mai indispensabili per capire cosa è accaduto allora e, soprattutto, ciò che sta succedendo oggi.
Indi per cui, guardo la foto del marinaio che bacia la presunta infermiera, ma poi chiudo gli occhi e vedo altro.
Vedo un’altra foto, nella quale la ragazza ferma il giovane e rifiuta il bacio, risolutamente convinta di esser lei a dover decidere con chi condividere le proprie labbra e quando.
In un’altra ancora è lei a prendere tra le braccia il marinaio e a baciarlo, invertendo i pesi di una narrazione che ancora oggi insiste nel mostrarci l’amore da un unico e arrogante lato.
Di seguito, di scene ne vedo ulteriori, di altri giorni e diversi luoghi, ma tutte intorno al tema celebre, che a quelli come il sottoscritto sembra dire: ti sfido a reggere il confronto con la realtà.
Ebbene, vedo proprio ora altre foto suggestive che a mio modesto parere meritano l’occhio dei più.
Tra tutte, l’abbraccio di una volontaria a un migrante bambino, dove la seconda parola dovrebbe far sentire la prima totalmente inutile quanto inopportuna, il quale ha superato il mare e la paura di non farcela.
Nell’immagine la ragazza lo bacia sulla fronte, quindi il copione ufficiale è rispettato.
Più che mai nella frase che fa da didascalia al tutto, attingendo ispirazione da quel che pensa e prova il piccolo esattamente in quell’istante.
La guerra è finita, ovvero, sono in pace, sono salvo, ce l’ho fatta.
E così via, altre foto invisibili si aggiungono nella mia mente, di incontri magici, tra chi celebra un istante felice e chi si sforza di dimenticare tutti quelli che l’hanno preceduto.
Anche questa è vita da ricordare, pure questa è Storia.
Quella di un numero incalcolabile di persone che sono parte fondamentale di essa e che hanno gioito e lo fanno ancora oggi, malgrado per pochi secondi.
Tutto per un bacio...


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venerdì 15 febbraio 2019

Notizie come favole a metà

Storie e Notizie N. 1639

C’era una volta.
Tutto inizia così, dalle favole alla nostra stessa vita.
Che nei primi giorni è meravigliosamente lenta, con le piccole mani e gli occhi resi ampi dalla curiosità per ogni cosa, incuranti del tempo che scorre, perlomeno finché non venga a bussare alla nostra porta esigendo una crescita anticipata.
Talvolta è un obbligo che sa di dolore e vuoti incolmabili. Altre ancora è soltanto la necessità di farti carico delle responsabilità che chi di dovere ti ha colpevolmente lasciato in eredità.
Nondimeno, dall’istante in cui venga sancito il tuo ufficiale ingresso nel mondo dei cosiddetti grandi, ecco che la fretta diviene padrona del tuo vivere.
Non c’è tempo, non c’è più tempo, non c’è mai, fino a convincerti che è stato sempre così, sin dall’inizio.
Ciò malgrado, in quanto adulto – sulla carta o meno - sei invitato formalmente a esser consapevole di quel che accade al di là del tuo naso.
E dove si informano gli adulti riguardo alle cose del mondo?
Una volta c’era solo il telegiornale, quale voce solista a narrare i cosiddetti fatti del giorno, insieme agli organi di stampa di carta vestiti.
Grazie all'avvento della rete, molto è cambiato. Soprattutto ha permesso che i cantori dell’attualità fossero molti di più, che provenissero dall’alto, ma anche dal basso, dai punti più estremi del pensiero e del percepire la realtà.
Che sia stato un bene, questo è indubbio, perché pluralità vuol dire ricchezza.
Quel che è rimasto identico, invece, in molti paesi occidentali e vecchi come il nostro, è il modo dei suddetti grandi di leggere le notizie.
S’è detto, più su, e non guasta ripeterlo.
Non c’è tempo e non c’è mai stato, a nostra memoria, e per colpa della fretta, giammai della nostra superficialità, ci faremo bastare solo quel poco che serva a dirci quel che vogliamo ascoltare.
Questo ci conduce, paradossalmente, a quando la storia ha avuto inizio.
C’era una volta.
Come nelle favole, per le quali da bambini si aveva tutto il tempo del mondo.
Solo che, da grandi, è come se ogni cosa si fermasse poco oltre l’occhiello e il titolo, con al massimo un rapido sguardo al sommario.
Un mare di articoli di notizie letti come brandelli di storie private della fondamentale trama, che negli ultimi vent’anni hanno formato e calcificato l’opinione pubblica di un’intera generazione.
Tuttavia, laddove ce l’immaginassimo, invece che come adulti, nelle vesti di distratti adolescenti cresciuti troppo velocemente, è come se ci si perdesse il meglio di ogni racconto.
Notizie come favole a metà.
Allora, figuratevi una tra le più celebri  tra queste ultime come i titoli di un quotidiano, che sia cartaceo piuttosto che digitale.



Cappuccetto Rosso diventerebbe Lupo mangia bambina e la nonna, puntando l’obiettivo sul feroce animale, ovvero Cacciatore uccide lupo e trova nella pancia due persone ancora vive, sfruttando il solito clickbait con il video che riprende l’incisione del ventre.
Leggi pure come la bestia immonda, ma per i più, il lupo cattivo.
Inevitabilmente, l'articolo sarebbe incentrato su quest’ultimo, e sul pericolo dovuto agli esemplari della sua specie. Perché, una volta sbattuto il solito mostro in prima pagina, in modo automatico tutti i lupi diventerebbero cattivi, soprattutto agli occhi dei più sbadati tra i lettori. Pochi si interesserebbero all’effettiva vicenda nel dettaglio. E le conseguenze della viralità del fatto nel suo particolare più appariscente – e meglio vendibile – le conosciamo già.
Per mesi, ma che dico, anni, a oltranza, giornalisti e opinionisti, conduttori tv e influencer, ma anche tronisti e vip, ovviamente politici o personaggi che ambiscono alla popolarità a qualsiasi prezzo, inizierebbero a dedicarsi quotidianamente al problema dei lupi cattivi nel nostro paese.
Nascerebbero pagine social come funghi a difesa delle bambine coraggiose, come delle pecorelle nostrane, alla stregua di polli e galline, minacciati dalla vile bestia feroce.

Al contempo, la vendita di fucili da caccia e la spinta a formare valorose ronde di bracconieri avrebbero un incremento esponenziale.
Per non parlare degli esperti nelle varie trasmissioni che si soffermeranno sulla natura melliflua e perfida di una creatura capace di spacciarsi per una povera vecchina malata pur di cibarsi di sua nipote.
Inutile aggiungere, che sarebbe solo questione di tempo, prima che qualcuno basasse quasi unicamente il programma del proprio partito intorno alla guerra contro i malefici lupi che infestano i nostri boschi.
Che peccato.
Che gran disgrazia, la fretta.
Che grave errore, non avere l’occasione di leggerla tutta fino in fondo, la favola.
Quante fondamentali domande potrebbe palesarsi, a nutrir l’intelletto e aprire la mente.
Per esempio, nel chiedersi perché la madre di una bimba così piccola, la quale dovrebbe essere consapevole dei rischi, decide invece di lasciarla andare da sola nel bosco.
Dove si trova il papà, quando serve, sarebbe il secondo ineludibile quesito.
Per poi interrogarsi su un aspetto di un’importanza cruciale: perché chiamiamo cattiva una creatura che, in quanto predatrice, non fa altro che soddisfare il suo naturale bisogno di cibo?
Fino a un’osservazione che ogni bambino, ancora al riparo dell’ansia dell’età, sarebbe capace di fare.
Nella favola si parla di un lupo, uno solo, né di un branco, e tantomeno di tutti i lupi del mondo.

Invece, non c’è tempo, non c’è più tempo, ed è colpa della fretta e sopratutto della nostra frivolezza, se abbiamo privato le favole e la narrazione dell’oggi della morale da cui trarre prezioso insegnamento.


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giovedì 14 febbraio 2019

Marionette e spettatori

Storie e Notizie N. 1638

Allora, partiamo da qui.
Conte è un grande statista, egli è il premier eletto per capacità e meriti che in modo autorevole guida un governo bicolore formato dal Movimento Cinque Stelle di Di Maio e la Lega di Salvini, i quali lo rispettano e si affidano alla sua competente quanto saggia leadership. Grazie ai tre, il nostro paese si trova in una fase brillante della sua crescita economica, culturale e sociale.
Ecco… se la pensi così, fermati pure qua, lo capisco. Cioè no, non ho proprio alcuna idea di che cosa ti frulli per la testa, ma non credo che converrai facilmente con il seguito.
Da questo punto in poi, allora, mettiamo che Guy Verhofstadt, capogruppo del Gruppo dell'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa al parlamento Europeo, abbia ragione su ciò che ha affermato di recente sul nostro premier e l’attuale governo.
Diamo per ragionevoli le sue accuse.
Immaginiamo, quindi, sia vero che Conte è un burattino nelle mani di Di Maio e Salvini.
Indi per cui, secondo questa tesi, il presidente del consiglio in carica è un uomo che ha accettato tale incarico sapendo che, una volta effettuato il proprio giuramento, si sarebbe messo al servizio degli altri due, seguendo una linea non sua, assecondando puntualmente le richiese di entrambi.
Non so, come una mamma che vizi i suoi due figli, subendone la prepotenza, accontentandone i capricci e sopportandone i continui ed egoistici litigi, a scapito della loro educazione. Non rende? Alla stregua di un presidente messo a capo dell’ennesimo paese povero, ma con la terra zuppa di petrolio, da parte dell’ennesima potenza straniera. Non basta? Allora, come il nostromo che sul Bounty maltrattò i marinai e soprattutto i mozzi per dimostrare di esser fedele al capitano Bligh e alla sua crudele gestione dell’equipaggio.
Niente?
Okay, d’accordo. Sarò breve, allora: come una marionetta, la quale, con dei fili più o meno invisibili, venga manovrata dall’alto.



Perciò, immaginatevi la scena, come una favola, ovvero uno spettacolo teatrale.
C’era una volta una marionetta di carne e sangue, che alla stregua del noto burattino di legno, mentiva sapendo di mentire, nel suo caso sulla propria autonomia nelle decisioni da prendere e nella strategia con cui guidare un intero paese.
La marionetta di carne e sangue – sempre allorché Verhofstadt abbia colto nel segno – era niente di più che un fantoccio i cui movimenti delle braccia e delle gambe, nonché della bocca, con annesse parole e discorsi, erano azionati dai suoi padroni.
I marionettisti, Di Maio e Salvini, come è tradizione si trovavano al di sopra del palco, opportunamente non visti.
Cioè, intendo non visti nell’atto di manovrare la marionetta, perché per il resto del tempo, sarebbe assai arduo non vederli, ecco.
Ora, sempre seguendo la versione del detrattore di Conte e del suo esecutivo, quel che manca in questo metaforico teatro di figura è il pubblico.
In altre parole, gli spettatori paganti.
Ebbene, presto detto.
Siamo noi, tutti noi, nessuno si senta espulso dalla sala, tranne gli immigrati, visto il recente andazzo.
Anzi, no, che dico? Che sia in platea, piuttosto che in galleria o loggioni vari, gli spettatori sono tutti coloro che pagano di tasca loro, o con la propria stessa vita, questa puerile messa in scena.
E se il prezzo più alto determina la miglior poltrona, allora ammettiamolo, dai, sui sedili più confortevoli ci sono proprio loro, i migranti. Di seguito i giovani e le donne, le persone con problemi di salute e tutte le categorie emarginate e discriminate di questa nostra società.
Che volete farci, è il destino di coloro che fanno da comparse nei sogni dei pochi fortunati, quello di essere i protagonisti degli incubi di tutti.
Eccoci, allora, tutti riuniti, innanzi allo spettacolo iniziato ormai da un bel po’.
La marionetta blatera e danza in modo scoordinato e confuso, alcune volte perché in attesa del fatidico comando di turno, altre perché i due registi occulti litigano tra loro.
Eppure, la maggior parte di noi assiste in buon ordine, alcuni perfino lodando e applaudendo l’esibizione, dopo aver addirittura pagato il biglietto, e non avendo neppure più l’alibi di affermare di non sapere che l’attore in scena non è altri che una marionetta vivente, eppur senza vita.
Vi lascio con delle domande che ritengo impellenti quanto ineludibili.
Laddove sia questa l’effettiva realtà in cui oggi viviamo, cosa ci fa rimanere seduti senza protestare?
Perché sopportiamo e ci accontentiamo di tutto ciò?
Ma, soprattutto, perché nel tempo ci siamo convinti che sia questo, il meglio che possiamo avere?


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