giovedì 13 giugno 2019

Prima tutti

Storie e Notizie N. 1653

C’era una volta una scuola.
Per la precisione, quando dico scuola, intendo l’edificio, ma anche il suo interno.
Come se perlomeno in questa breve storia gli alunni e i loro preziosi accompagnatori nella fase più vulnerabile e al contempo ricca di possibilità – in modo assai riduttivo chiamati insegnanti - fossero corpo unico con le fondamenta, la struttura portante, le finestre e il soffitto, nonché le pareti. Già, soprattutto i muri e i mattoni che li compongono.
Muri che, andrebbe a piè sospinto ricordato, non servono unicamente a dividere, ma anche a sorreggere e a proteggere i più deboli, non solo il contrario.
Si da il caso che la notte precedente qualcuno lasciò testimonianza del proprio pensiero, o delirio, sulle mura accanto al cancello d’ingresso.
Prima gli italiani, questa fu la scritta che il mattino seguente i genitori e i propri figli videro urlata, e di rabbioso quanto corvino spray intessuta. Sarebbe stato impossibile non notarla, in quanto di dimensioni assai notevoli.
Qualcuno degli adulti commentò brevemente la cosa, alcuni lamentarono la solita incuria da parte del ministero dell’istruzione, ma la maggior parte si sforzò di ignorare l’aggressivo messaggio.
D’altra parte, non era di certo una frase nuova ai loro occhi come alle rispettive orecchie. Ed è risaputo. Qualora ci si abitui a uno slogan che precipiti incessantemente dall’alto come se fosse roba normale, alla stregua della pioggia o la neve, a prescindere da quanto sia ignobile o virtuoso, esso diviene a tutti gli effetti parte integrante del linguaggio comune.
Tuttavia, quel giorno, davanti a quel muro, non c’erano solo degli adulti.

A questo riguardo, mi sbaglierò, ma sono ancora persuaso che la nostra più grande chance di uscire fuori dai periodi più bui è che al mondo ci sono più testimoni dei nostri errori di quanti ce ne rendiamo conto. E la maggioranza di costoro ci ostiniamo in ogni epoca a sottovalutarli.
In particolare, i bambini della quarta D aveano tutti prestato grande attenzione al monito accanto al portone e una volta raggiunta la soglia dell’aula si decisero ad assecondarlo.
Per la cronaca, i primi ad arrestarsi sul ciglio della porta furono Jian, Oksana, Ahmed, Ileana e Rodrigo, superficialmente definibili la porzione esotica della classe, se non altro limitandosi a trascurabili inezie come la singolarità del nome e le origini dei familiari.
Prima gli italiani, pensarono all’unisono, ovvero precedenza a costoro. Nessun problema, allorché questa sia la regola. In altre parole, ci siamo dovuti abituare a ben altro.
Vorrà dire che entreremo subito dopo. Basta che ci facciano entrare.
Sembrò finita lì. E sarebbe stata così, se non stessimo parlando di giovani creature, che sono per natura votate a sorprendere chi arranchi alle loro spalle per eccesso di pregiudizi, più che anni.
Difatti, Giorgio, Marisa, Daniela, Piero, Claudio uno e Claudio due si fermarono anche loro sulla soglia.
Prima gli italiani, si dissero più o meno nello stesso tempo. Ovvero, tocca a noi per primi essere gentili ed educati, dando la precedenza a chi arrivi da lontano.
Parve la giusta conclusione a risolvere l’impasse, ma c’erano altri compagni desiderosi di differenziarsi. E, scusate, ma la diversità dei punti di vista e, soprattutto, la volontà di esprimerli liberamente sono tra gli aspetti innati più sani degli umani, e andrebbero incoraggiati.
Nella fattispecie, Sara detta Saretta, Francesco detto Fra, Silvano detto Silvano, nonché Gaia, Katia e Fabio – conosciuti anche come i ritardatari cronici - si bloccarono esattamente come i compagni un attimo prima di entrare.
Prima gli italiani, pensarono attraversati da sincera contrizione per i continui ingressi ben oltre la campanella. E con partecipata convinzione si scusarono pubblicamente con i compagni. Perché noi, che eravamo qui prima di voi, dovremmo essere coloro che danno l’esempio su come ci si comporta. E lasciare alle maestre il compito di far le maestre.
Ebbene, per farla breve, dopo poco tempo tutti i bambini della classe si erano fermati sulla porta per i più disparati motivi, quando la loro docente li raggiunse.
La donna chiese spiegazioni e non appena si rese conto di ciò che era accaduto si rallegrò.
Sorrise di gioia e speranza, le armi migliori contro l’ottusità gridata e addirittura legalizzata.
“Entrate”, disse invitando i bambini ad avanzare nell’aula con un gesto della mano delicato e autorevole allo stesso tempo.
“Prima gli italiani?” Chiese uno di loro.
No, la risposta nello sguardo come nelle parole.
Prima tutti.


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giovedì 6 giugno 2019

La storia nella Storia di un italiano

Storie e Notizie N. 1652

Allora, senti questa, che è forte, cribbio.
È come una grottesca quanto amara barzelletta, ma te la dico come una storia.
C’era una volta, anzi c’è uno, no?
Un tizio di 46 anni, okay? Uno che – dopo ben 16 anni di iscrizione all’università - non si è mai laureato, e che ha come titolo di studio un diploma al liceo con il voto di 48 su 60, d’accordo? No, dico, neanche il massimo del punteggio nel solo pezzo di carta ottenuto, capisci?
Tu potresti ribattere: che vuol dire? Non ci sono solo la scuola o l’università. Esiste anche la vita stessa, che con i suoi ostacoli ti forma come persona adulta e degna di stima.
E hai ragione, solo che nella biografia del tipo in questione viene indicata quale unica esperienza significativa la partecipazione come concorrente a due trasmissioni televisive…
A ogni, modo subito dopo il tizio che fa? Ovvero, cosa potrebbe fare per svoltare, in un bizzarro paese come il nostro, qualcuno che non sia andato oltre la maturità?
Entra in politica, a ri-cribbio. Hai visto mai?
Eh, abbiamo visto tutti, eccome.
Perché costui non aveva particolari competenze o abilità da sfoggiare nel suo curriculum e aveva perciò bisogno di un partito che non le richiedesse.
Presto detto.
Il protagonista di questa storia nella Storia si unisce alla Lega quando si chiamava Lega Nord, la cui unica condizione era quella di condividere il rifiuto dei meridionali, la condanna di Roma ladrona e la secessione dalle regioni a sud della Padania.
Il resto è cosa nota e banale da spiegare.
Finché c’era lui ed era in auge, il nostro faceva l’alleato.
Quando l’unto è caduto ha intravisto un’occasione per svoltare all’ennesima potenza e l’ha afferrata: perché non puntare pure al centro, al sud e alle isole, soprattutto una?
A ri-presto detto: via il rifiuto dei meridionali, via Roma ladrona e soprattutto via la secessione.
Cosa rimaneva? I migranti, stra-cribbio. Facci caso, oramai da quando ho memoria funziona sempre così. Questo sono gli immigrati. Sono ciò che resta quale argomento a coloro i quali non hanno nient’altro di cui parlare, come gli avvistamenti degli UFO tra le notizie dei telegiornali estivi.
E così, per farla breve, ti sembrerà assurdo ma è arrivato al governo.
Tu replicherai: be’, ogni paese ha il leader che si merita. Se è salito al potere in una nazione democratica, il problema è soprattutto della maggioranza della popolazione, di coloro che, senza riflettere sui voltafaccia, la palese incompetenza e la totale mancanza di esperienza in ogni campo il suddetto si applichi, hanno votato…
Eh, no, cribbio alla terza. Ti ho parlato di una barzelletta, ricordi? Te la sto raccontando come una storia, ma si tratta di una ridicola facezia. L’unica differenza è che è reale, succede davvero, ora. E l’aspetto maggiormente paradossale è che l’uomo al centro di questa vicenda è stato votato alle elezioni politiche dell'anno scorso dal

9% della popolazione, appena 1 su 10, e dal 19% a quelle europee, ovvero meno di 2 su 10. Inoltre, per quanto dopo queste ultime stia cercando di alzare ulteriormente la voce, il suo potere nell’esecutivo attuale è rimasto immutato rispetto alla tornata precedente.
Naturalmente, adesso tu obietterai: scusa, ma in cosa consiste la barzelletta?
Mi sembra evidente, infinitamente cribbio.
Questa farsa è la vera, nostrana quanto più attuale storia nella Storia di un italiano. Ma non quello medio, bensì del tutto minoritario.
Il cosiddetto leader, incessantemente sulle italiche prime pagine, non rappresenta la maggioranza dei cittadini, ma una trascurabile e irrisoria percentuale. E quando dichiara di parlare a nome degli italiani, che la gente è con lui, e che il popolo condivide il suo pensiero su ogni argomento, soprattutto l’unico che abbia come cavallo di battaglia, non dice il vero. In altre parole, non ha alcuna autorevolezza e conferma dei numeri reali per affermarlo.
Eppure, presta attenzione anche su questo, se fai in ogni istante un giro sui giornali, nei social, o nel classico bar, ovunque, sembra il contrario.
Be’, questa è la barzelletta.


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giovedì 30 maggio 2019

Quando sai già come finisce il film

Storie e Notizie N. 1651

Allora, inizia così.
Immaginiamo di trovarci in un cinema, seduti accanto, voi e io, e che tutto proceda come previsto.
Le luci si spengono.
Il consueto vociare prima dello spettacolo si placa. Unica novità rispetto al passato, è il seppur temporaneo abbandono dei veri padroni del nostro tempo, nel terzo millennio, ovvero i cellulari.
Sfilano sullo schermo con solenne precedenza i soliti marchi di chi ha sganciato i soldi per il lungometraggio, malgrado in ogni epoca sia vacante la doverosa citazione del principale sostenitore, sebbene a posteriori. In breve, il pubblico.
La musica che agisce da introduzione all’incipit della narrazione si fa un’ultima volta tonante, ma poi si sfila con discrezione. Come a dire, io ho fatto il mio, ora tocca a te, cara sottovaluta storia, devi guadagnarti il soldo corrisposto da coloro a cui devi molto, se non tutto.
Il racconto vigente, quindi, prende corpo e sin dalle prime battute le reazioni di molti sono comuni.
Ma dai, è proprio così? Davvero è questa la trama? È roba già vista, pensano quasi tutti.
È un remake? Ipotizzano altri.
D’altro canto, spesso la Storia con la esse maiuscola si ripete, e talvolta è sufficiente dare una rapida ripassata agli eventi più recenti, al solo fine di superare l’interrogazione dell’indomani, per intuire cosa accadrà.
A questo proposito, non ci vuole un politologo dall’acume sopraffino per prevedere che dall’alleanza tra il Movimento Cinque Stelle e la Lega Nord di Matteo Salvini ne avrebbe giovato solo quest’ultimo, con conseguente spostamento di voti dall’uno all’altro partito e crisi esistenziale del primo.
In questo momento voi e io ci guardiamo, ammicchiamo e tentiamo di consolarci con la più amara delle osservazioni, di questi tempi: io l’avevo detto.
Faremmo meglio a tenercela per noi, d’altra parte, perché come già ribadito tale scommessa sarebbe stata un vincere facile per chiunque.
Il film va avanti e si fa ancora più scontato nel sottolineare il divario tra ciò che i vincitori raccontano e la realtà dei fatti, tra i numeri – e i palloni - gonfiati e quelli reali.
Anche questo l’avevo già detto, pure questo è già accaduto, esclamano alcuni degli spettatori presenti, compreso il sottoscritto, senza peraltro inventarsi alcunché.
Perché la morale sottintesa del racconto sul più recente voto nel vecchio continente e più specificatamente nel nostro paese, così come quello sul Brexit e quello per la poltrona del paese più potente del mondo, è una sola e non viene comunicata con la giusta enfasi.
Il partito, ma senza segretario e statuto, il movimento, malgrado privo di leader e ideali comuni, la coalizione, scevra da alleanze e programma, degli astensionisti è la vera e sola maggioranza del mondo.
Tuttavia, nel frattempo il film non si fermerà da solo,

ahinoi. Farà volentieri a meno dell’intervallo e dei suggerimenti pubblicitari, perché ciò che intendeva vendere e comprare è tutto lì, coincide proprio sullo schermo, e correrà a rotta di collo spinto da un’immensa fretta di completare l’infame compito e raggiungere l’altrettanto immondo finale.
Nel mentre, perfino i più distratti si accorgono del déjà vu: no… guarda, dopo decenni di sanguinose lotte e sacrifici l’aborto sta tornando a essere illegale.
Addirittura altri provano perfino una sorta di macabro piacere nell’assistere a meccanismi ormai stantii, per quanto antiquati. Come quello che vede la facilità con la quale le star sovraniste, ovvero i leader dall’intelligenza meno sviluppata del mondo, riescano a capirsi e a stringere alleanze, a dispetto dei loro ben più colti avversari. D’altra parte, una volta che hai detto Dio, patria e famiglia, magari aggiungendo anche qualche battuta razzista, di che altro vuoi parlare?
Anche qui niente di nuovo, è il sentore più diffuso nel cinema di cui sopra.
Due parole, quale sintesi: già visto.
Le grandi potenze che si dividono il mondo oggi giorno si fanno pericolosamente litigiose?
Già visto.
Le vittime sacrificali al servizio della propaganda nazionalista continuano a pagarne lo scotto con la vita?
Già visto.
Le condizioni delle creature più indifese risultano puntualmente ignorate?
Già visto.
Vengono periodicamente alla luce prove delle menzogne che hanno tramato soltanto per dividerci, senza che per questo si cambi una virgola di ciò che è stato deciso?
Già visto.
La cenere di guerre già combattute e maledette si fa di nuovo minacciosamente rovente?
Già visto.
Mentre conflitti mai interrotti continuano a mietere vittime anche se non sono più di moda?
Già visto.
E, se tutto ciò non bastasse, tale sciagurata e folle politica conduce soltanto a isolamento e crisi economica e sociale?
Già visto, tutto già visto.
Ecco, a questo punto, voi e io potremmo alzarci dalle poltrone per esprimere il nostro dissenso recandoci al botteghino, esigendo perlomeno la restituzione del costo del biglietto.
Ovvero, potremmo cedere all’ira e urlare, protestare, perfino occupare la sala stessa e strappare in mille pezzi sipari e locandine.
Per poi rinchiuderci di nuovo, arrabbiati e sfiduciati, ciascuno nelle rispettive vite e lontani l’uno dall’altro,  fingendo il contrario, magari illusi da qualche social network.
Non è un caso, c’è qualcuno che desidera proprio questo, e in ogni luogo e tempo tenta di realizzare i propri interessi. È il frutto di un disegno ben pianificato e lo sapete qual è il paradosso? Pure questo è già accaduto. Anche questo s’è già visto.
Tuttavia, la nostra più grande fortuna è che il nostro film non è ancora finito.
C’è ancora tempo prima dei titoli di coda, non tanto, ma c’è.
Per evadere davvero dalle nostre esistenze e, insieme, mostrare a chi sia rimasto indietro che noi umani non siamo così brutti come oggi viene raccontato.
E anche questo, sebbene più raramente, si è già visto.


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giovedì 23 maggio 2019

Breve storia di una Mafia chiamata Stato

Storie e Notizie N. 1650

Il 23 maggio di ventisette anni fa ha avuto luogo la strage di Capaci, dove per mano della mafia siciliana hanno perso la vita il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie Francesca e tre agenti di scorta.
Per ricordare tale tragico fatto è stata organizzata per oggi una celebrazione pubblica che sta facendo discutere più per chi ci sarà e chi diserterà, rispetto al significato stesso dell’evento a cui fa riferimento. Un po’ come era già accaduto per la Fiera del libro di Torino, di cui ho già avuto modo di parlare qui.
È un racconto che tende a ripetersi, il nostro, come quello del paese che volenti o nolenti componiamo quotidianamente, con parole e gesti più o meno degni di nota.
Allora, non mi resta che scrivere c’era una volta la mafia.
E per far ciò, grazie anche al lavoro di Giovanni Bianconi, vi invito a tornare al 1875, quando i deputati Franchetti e Sonnino portarono a pubblica luce la contrapposizione tra due mondi, l’uno all’interno dell’altro.
Da una parte le istituzioni preposte a governare e dall’altra un’organizzazione priva di scrupoli, votata a costruire potere e usare quest’ultimo per determinare il proprio destino a egoistico uso e consumo. In barba a ogni legge che non fosse la propria.
È di quasi vent’anni più tardi, nel febbraio del 1893, l’omicidio di Emanuele Notarbartolo, ex direttore del Banco di Sicilia, a dimostrazione che malgrado ciò che raccontino i film, la mafia non uccide solo d’estate.
Uccide sempre e ovunque.
E malgrado quella siciliana, detta Cosa nostra, a causa del maggior successo cinematografico e letterario, sia divenuta nel secolo scorso il simbolo della criminalità organizzata nostrana nel mondo, nei decenni a seguire si fanno conoscere anche sul grande schermo le varie denominazioni regionali, come la Camorra in Campania, la Sacra corona unita in Puglia e la ’Ndrangheta in Calabria. Su quest’ultima conto di tornarci alla fine.
Nondimeno, a prescindere dalla peculiarità geografica e tradizionale, la natura essenziale di abnorme famiglia allargata e strutturata per esistere e proliferare come realtà alternativa allo Stato rimane pressoché identica. E l’unico modo per far ciò passa attraverso il connettersi, infiltrarsi e ramificarsi all’interno del tessuto sociale a ogni livello, diventando parte integrante dell’organismo cittadino, esattamente come farebbe un tumore con il corpo umano.
A onor del vero va detto che il primissimo tentativo di debellare tale cancro in Sicilia si deve al prefetto Cesare Mori, inviato nella regione dal regime fascista.
Tuttavia, non risultò affatto sufficiente. Tra l’altro, lo dimostrano due sanguinose guerre di mafia. La prima, che si svolse nell’arco degli anni sessanta tra le forze dell’ordine e Cosa nostra, e soprattutto la seconda, nel decennio successivo, che fu di natura interna alle cosche e vide la morte di centinaia di persone.

Dall’inizio degli anni ottanta, poi, che la mafia uccide e soprattutto colpisce gli uomini dello Stato fu palesemente chiaro a tutti, soprattutto per la terribile escalation di omicidi a Palermo.
Da tali tragici eventi sino all’inizio degli anni novanta, ovvero dall’entrata in scena alla prematura scomparsa di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la lotta tra Stato e il suo opposto si alimenta più che mai grazie al coraggio e la dedizione di parte della magistratura e della cosiddetta società civile, più o meno sorprese nel ritrovarsi
quale avversario di fronte – o alle spalle -  un fuoco amico micidiale.
Soprattutto a causa di ciò, malgrado rimedi temporanei e mai sufficientemente lungimiranti, la suddetta massa cancerogena ha continuato a diffondersi pressoché indisturbata, raggiungendo organi vitali che avrebbero dovuto essere protetti a ogni costo.
Così, in quel periodo inizia a farsi finalmente concreto il cosiddetto inabissamento, ideato trent’anni addietro dal boss Provenzano: la mafia non si vede, ma c’è eccome, e forse non ha più così tanto bisogno di uccidere.
Ora, tengo a precisare che non v’è alcun subdolo sottinteso nelle considerazioni che seguono. Consistono solo in brevi ma, a mio modesto parere, emblematiche annotazioni tratte da incontrovertibili fatti.
Quasi all’indomani della strage di Capaci sale al governo il partito Forza Italia guidato da Silvio Berlusconi, la cui figura politica è adombrata dall’ambiguo e longevo rapporto con l’avvocato palermitano Marcello Dell’Utri e soprattutto il mafioso e pluriomicida Vittorio Mangano, assunto proprio da Dell’Utri.
Il governo del cavaliere, come viene chiamato ancora oggi, al netto di varie interruzioni, è durato nel nostro paese per più di vent’anni, segnati da scandali e processi, alcuni di essi capaci di far alimentare il sospetto di un’influente presenza mafiosa all’interno degli apparati dello Stato. Forse in maniera ancor più invasiva degli anni novanta o perfino dell’epoca in cui al centro del mirino vi era Giulio Andreotti.
Dopo il 2011, anno della caduta dell’unto dal signore, come Silvio stesso usava definirsi, in poco tempo si sono succedute al potere alleanze varie e fallimentari, tra centro sinistra e governi tecnici, il che ci ha condotto all’anno scorso, con l’avvento della coalizione giallo verde.
Ovvero la conclamata vittoria dell’anti-politica. Un evento unico, dal punto di vista storico e culturale per il nostro paese e non solo, perché non può essere considerato un fatto normale e privo di enormi conseguenze quello che vede coloro i quali avevano costruito il proprio potere sul dichiararsi contro le principali istituzioni, nazionali e internazionali, ritrovarsi da un giorno all’altro a gestirlo dai banchi del governo.
Tra tutte le contraddizioni e le problematiche possibili, ne metto in risalto una, che è oggetto di questo breve excursus, e che traduco sotto forma di domanda.
Come può dimostrarsi efficace e credibile nella lotta contro la mafia, ovvero l’anti-Stato per eccellenza, chi sia stato investito di tale virtuoso compito grazie al sostegno di chi non si è mai sentito cittadino integrato e leale con la nostra repubblica, con la Costituzione che la regola, e con una sola parola, lo Stato?
Per esser chiari, nella fattispecie come può risultare autorevole in questo cruciale conflitto il leader conclamato dell’attuale governo, Matteo Salvini, se è stato eletto grazie al voto della Calabria, a capo di una Lega sospettata in quella zona di forti legami con la 'Ndrangheta?

E chi, tra coloro i cui discorsi occupano la pubblica scena attualmente, gode di questa autorevolezza?
A margine, il quesito più generale che mi pongo è il seguente e prendetelo come pura teoria, ovvero ragionamento per assurdo, semplice pourparler.
Qualora il tumore di cui sopra prenda definitivamente possesso del corpo, l’anti-Stato sarebbe da considerarsi lo Stato a tutti gli effetti.
Da cui, mi chiedo, in siffatto ribaltato scenario chi sono i cittadini che a causa del proprio dissenso e della loro azione di resistenza quotidiana si ritrovano paradossalmente relegati nel ruolo di eversivi?
Perché chiunque essi siano, in tale situazione credo corrano in ogni istante notevoli rischi e non dovrebbero essere in alcun modo lasciati soli.


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giovedì 16 maggio 2019

Elezioni sul pianeta Titanic

Storie e Notizie N. 1649

La maggior parte di ciò che mi riguardi personalmente non conta, ora.
Il che vale per i miei interessi più egoistici e le mie aspirazioni più o meno lontane.
Non in questo momento, no.
Non quando ancora una volta mi ritrovo a pochi giorni dall’ennesimo momento in cui viene richiesto il mio voto, la scelta del partito, ovvero delle persone che dovranno decidere il nostro futuro come umanità, ancor prima che popoli e nazioni.
Raggiungo con estrema perplessità la finestra che dà sul mondo di fuori, reale o solo immaginato, chiudo gli occhi e vedo.
Vedo la nostra amata e al contempo maltrattata madre terra che col tempo si è trasformata in uno strano tipo di nave a forma di pianeta, la quale naviga senza vele o motore, sospinta nel proprio viaggio dal mero peso dei suoi passeggeri, portando un nome inconfondibile, inciso nel legno che separa questi ultimi dai flutti.
Titanic, già, è sufficiente la parola, per chi ha memoria e

magari un pizzico di buon senso sopravvissuto alla traversata.
A bordo sono un semplice mozzo e forse non è un caso, come non è altrettanto insolito che sia proprio nelle vesti del più sacrificabile dei membri dell’equipaggio che abbandono le mansioni preposte dalla gerarchia del mare e preoccupato per l’orizzonte che tutti noi attende raggiungo il ponte di comando.
“Signore, una parola”, esclamo con tutta la forza che nel mio affaticato corpo ancora resiste, rifiutando la resa alle ciniche sentenze del mostro chiamato realtà.
L’interessato è un capitano come molti di questi tempi, che sono tali solo sulla carta e qualche social network, ma che non hanno mai studiato la sublime arte del guidare una nave, men che meno imparato a leggere le stelle o a decifrare le rotte consigliate dai compianti disegnatori di mappamondi.
“Cosa vuoi?” domanda bruscamente, evidentemente interrotto in un partecipato sghignazzo con gli altri ufficiali.
“Capitano”, rispondo facendomi coraggio. “Abbiamo un problema.”
“Lo so bene, mozzo”, ribatte lui. “Mi hanno scelto per questo, ma con il sottoscritto nessuno degli invasori riusciranno a salire a bordo. Perché pensi abbia ordinato ai marinai di piantonare giorno e notte la nave da poppa a prua?”
Gli invasori, dice, e non posso fare a meno di pensare a quei disgraziati che galleggiano tra i flutti intorno a noi, mossi dal disperato desiderio di trarsi in salvo.
Alcuni provengono da improvvisate imbarcazioni colate a picco perché costruite con materiali di scarto di nostra fabbricazione o da noi stessi speronate.
Altri tra le onde ci sono nati e altri ancora ce li abbiamo buttati noi altri perché prima l’equipaggio, recitano le odierne bandiere, giammai la vita umana.
Una volta si gridava uomo in mare, ricordo. Ora la prima frase che viene pronunciata in questi casi è una domanda che sa di ostilità, giammai di solidarietà: è uno dei nostri?
A ogni modo cerco di farmi capire meglio dal titolare del timone.
“Capitano, scusi...”
“Sei ancora qui, tu?” fa lui ulteriormente infastidito dalla mia presenza. “Ah, ho capito. Vuoi farti un selfie con me. Bravo, sali le scalette e vieni qui, ma poi torna a lavorare.”
Di scale ne ho fatte nella mia vita, verso l’alto e spesso in basso, ma non credo esista un universo tra gli infiniti possibili in cui possa calpestare dei gradini per tale discutibile ragione. Indi per cui rimango impassibile e insisto.
“Capitano...”
“Mozzo”, bercia la versione sbagliata del mitico Achab, con il cuore e forse anche la testa di legno, al posto della gamba. “Perché scocci e non torni al tuo lavoro?”
“Non posso”, rispondo.
Non voglio e non devo, penso ma non dico mordendomi la lingua.
“Non puoi tornare al lavoro?” osserva lui. “Tutto okay. Come ben sai i miei ufficiali e io abbiamo istituito il reddito di navigazione. Goditi la nostra magnanimità e non rompere.”
“Ma il problema ci sarebbe comunque, capitano”, esclamo con crescente irritazione nel tono della voce. “E non è solo mio, bensì di tutti.”
“Cos’è, una minaccia?” urla agitato. “Un terrorista! Guardie, a me!”
E all’improvviso vengo circondato da sguardi truci e canne di fucile assetate di vittime inermi.
“Non sono un terrorista”, tengo immediatamente a chiarire, e provo comunque a spiegarmi, cercando al contempo di mostrarmi calmo. “Lo sa in che mese siamo?”
Alla suddetta domanda il capitano e suoi sodali scoppiano a ridere, forse anche perché sollevati dal presunto attentato alla loro incolumità.
“Siamo a maggio, mozzo, e ora che ho risolto il tuo stupido quesito puoi tornare a lavare i pavimenti e lucidare i cannoni.”
A un tratto mi rendo conto che devo dirla tutta e in un sol fiato, altrimenti la scarsa capacità d’ascolto del tizio a cui abbiamo affidato il nostro destino mi impedirà di comunicare efficacemente il mio pensiero.
“Siamo a maggio, capitano, sì. Siamo a metà maggio, per essere precisi, ma la nostra nave è ancora scossa da vento e pioggia. Siamo a maggio inoltrato, che i precedenti diari di bordo si illudono ancora nell’indicare come picco di primavera o addirittura preludio all’estate. Siamo nel bel mezzo di maggio, signore, e fa freddo. In particolare al sorgere del sole e all’imbrunire. Come se all’inizio e alla fine di queste nostre folli giornate, alla stregua della storia che ci ospita, ovvero nel frangente in cui l’attenzione di chi legge dovrebbe essere più alta, il cielo si prodigasse nell’avvertirci che sì, abbiamo un problema grande come il mondo stesso. Perché quel problema è il mondo, e noi la causa o la soluzione, senza alternative.”
Inutile spiegare quale esito abbia avuto il mio accorato sfogo, ma ora che mi trovo in catene in una cella della stiva, condannato su due piedi per insubordinazione, non mi pento di ciò che ho fatto. Come quando innalzai sull’albero più alto uno striscione polemico, ancora una volta contro l’incompetente sovrano e sovranista unicamente della propria ottusità che chiamiamo capitano, e mi beccai ben venti frustate.
Perché, direte voi? Cosa motiva la mia ostinazione?
Ecco, apro gli occhi e il sogno si dissolve, ma questo non mi impedisce di continuare a vedere.
E io vedo domande cruciali che andrebbero poste a ogni candidato a guidare la nostra nave, grande o piccola che sia.
Cosa intendi fare per il rispetto dell’ambiente e i cambiamenti climatici? Qual è la tua strategia di fronte al riscaldamento globale? Qual è la tua opinione sulle energie sostenibili e le risorse rinnovabili?
A voi la scelta, come sempre, ma l’unica possibilità che abbiamo per sopravvivere al domani è escludendo senza se e senza ma chi non sia in grado di fornire risposte serie e ragionevoli a tali quesiti.
Figuriamoci coloro i quali non se li pongano neppure...


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mercoledì 8 maggio 2019

Il paese di Altaforte contro bassa e debole

Storie e Notizie N. 1648

Assecondatemi ancora una volta, per favore.
C’era una volta un paese, o repubblica democratica, costruito su qualcosa.
Un concetto essenziale, peraltro sancito e ricordato dalla sua Costituzione.
Parola non casuale, perché equivale in breve al risultato del verbo costituire.
Tra le altre cose, sinonimo di fondare, creare, istituire, unendo insieme e organizzando più elementi.
Trattandosi di un paese, o repubblica democratica, imprescindibili e ineludibili.
Più che mai capaci di rimaner compatti tra loro.
Ora, ripeto, provate ad assecondarmi per un paio di minuti, vi prometto che ne varrà la pena.
Mettiamo il caso che il nostro paese, o repubblica democratica, sia fondato sulla resistenza alla pedofilia.
Immaginiamo che gli abitanti della prima metà del secolo scorso abbiano partecipato a ben due scellerate e ignobili guerre mondiali, dopo aver subito almeno vent’anni di dittatura da parte di un leader pedofilo e fiero di esserlo, con tutte le tragiche conseguenze del caso, le cui ferite non si sono di certo rimarginate con la fine dei suddetti grandi conflitti.
Nondimeno, mettiamo che il governo del paese abbia scelto di non dimenticare e di far tesoro della propria drammatica storia bandendo ufficialmente la pedofilia dal proprio orizzonte politico e legislativo, oltre che culturale e sociale.
Bene, sembra un racconto concluso, giusto?
Magari…
Mettiamo che circa un secolo più tardi rispetto allo scellerato avvento della pedofilia al potere, nel paese in questione le cose si siano talmente degenerate, confuse e complicate dal ritrovarsi di fronte alla seguente situazione.
Quale mera punta dell’iceberg di tutto ciò, figuriamoci difatti che si presenti sulla scena pubblica una casa editrice con volumi dichiaratamente filo pedofili, il cui responsabile affermi a voce alta, senza alcun pudore o remora: “Sì, sono pedofilo.”
Ma non solo.
Mettiamo che a tale editore venga concesso il diritto di partecipare con un proprio stand alla più importante fiera del libro del paese.
Immaginiamo allora che le reazioni, a pochi giorni dall’inizio della celebre kermesse, non si facciano attendere, risultando alquanto contrastanti.
Un noto scrittore e consulente editoriale della rassegna si dimette per protesta contro la presenza pedofila tra gli editori.
“Ho annullato tutti i miei impegni al Salone del libro”, dichiara quindi un famoso fumettista. “Sono pure molto dispiaciuto ma mi è davvero impossibile pensare di rimanere tre giorni seduto a pochi metri dai sodali di chi ha violentato bambini, incrociarli ogni volta che vado a pisciare facendo finta che sia tutto normale.”
“Chi contrasta l’odio con l’odio rischia di fare il gioco di coloro che sulla strumentalizzazione del disagio sociale hanno impostato una strategia e una carriera”, dissente invece l’editorialista di un popolare quotidiano. “La tolleranza vigile è una forma di forza.”
“Annullerò la mia partecipazione al Salone del Libro”, ribatte con vigore uno tra i più stimati storici e saggisti.
“I pedofili vanno fermati e, metro dopo metro, ricacciati indietro. Non abbiamo intenzione di condividere alcuno spazio o cornice coi pedofili”, è altresì la sintesi di un apprezzato collettivo di scrittori.
Si dissocia invece una tra le più seguite autrici nostrane: “Anche io sono a disagio per la presenza dei pedofili, ma non possiamo abbandonare lo spazio del libro più importante d’Italia. È importante esserci con il corpo. Stare. Uno stare di lotta, non passivo.”
“Con i pedofili non si tratta”, replica un’altra delle principali penne del paese.
“Adesso c'è il rischio reale che la presenza di uno stand di pedofili grande come un'edicola dentro un salone di decine di chilometri di fronte espositivo diventi la questione che si mangia tutta la rassegna”, chiosa un volto assai popolare tra i cronisti televisivi.
Mentre, ovviamente, l’associazione nazionale che rappresenta coloro i quali hanno lottato e versato il sangue per permettere al paese di sopravvivere alla dittatura pedofila ritira la propria partecipazione al festival.
Eppure, il noto magistrato sarà al Salone del Libro per difendere la democrazia.
A rinforzar tale atteggiamento, giunge un altro autorevole giornalista: “Non credo proprio – voglio essere possibilista e sperare di sbagliarmi – che sconfiggeremo l’attecchire quotidiano della pedofilia andando via quando ci sono i pedofili, o urlando vergogna: quelli si allargano.”
A ogni modo, il direttore della rassegna spiega meglio il suo pensiero: “Se il Salone è diventato l’occasione per affrontare questo tema – la pedofilia - rilanciandolo oltre che al mondo della cultura a quello della politica, allora la cultura sarà davvero servita a qualcosa.”
Questo non impedisce al sindaco della città ospitante l’evento e al presidente della regione di denunciare la casa editrice incriminata per apologia di pedofilia.
Ora, prima di tutto vi ringrazio di avermi assecondato fin qui.
Probabilmente qualcuno obietterà che paragonare il fascismo alla pedofilia, il cui termine ho sostituito al precedente nelle dichiarazioni suddette, potrebbe risultare esagerato.
Tuttavia, a mio modesto parere non è questo il punto centrale, il quale sembra sfuggire ai più.
Che sia il pensiero fascista o pedofilo, ciò che conta – o che dovrebbe contare maggiormente – è che il paese dove sono nato, in cui i miei genitori sono sepolti e nel quale ho contribuito seppur in trascurabile parte a far nascere i miei figli si è costituito come tale grazie alla resistenza ad almeno uno tra loro.

L’antifascismo non è uno slogan temporaneo che ha valore soltanto nell’arco di una annuale festa comandata.
È il motivo principale per il quale tutti, nessuno escluso, siamo paese, o repubblica democratica.
Ecco perché, sempre a mio umile avviso, l’aspetto sul quale vi invito a riflettere con più attenzione non è se sia il caso o meno di partecipare a un festival che vede tra gli ospiti un editore dichiaratamente fascista.
La questione più grave, che dovrebbe farci pensare da qui a oltranza, è che per l’ennesima volta coloro i quali dovrebbero rappresentare la cultura alternativa al pensiero fascista appaiono divisi, frammentati e addirittura in conflitto tra loro.
Questo è il problema e non nasce di certo oggi.
I nostalgici del ventennio hanno già rioccupato da tempo ben più che un piccolo stand.
E malgrado alcune delle voci sopra citate godano della mia sincera stima, è proprio a causa della nostra divisione, segnata da bassa propensione all’ascolto reciproco e debole autorevolezza, che si ergono impunemente creature come Altaforte...


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giovedì 2 maggio 2019

Quando la festa è finita

Storie e Notizie N. 1647

Eccoci ancora una volta.
Eccoci nell’apparente silenzio del giorno dopo.
Quando la festa è ormai finita.
Una delle tante, ricorrenti, ogni anno troppo uguali a se stesse, ma ciascuna volta come pervase dal cocente desiderio di dirci qualcosa di essenziale mai colto del tutto.
Eppure, che sia il lavoro, piuttosto che la nascita della cosa pubblica, come l’avvento del nuovo anno, musica e parole necessariamente intonate con il tema previsto si fanno man mano assordanti e tutto diviene confuso.
Tuttavia, allorché la sala e la piazza, lo schermo della tv e il monitor del computer, prima invasi da folle urlanti, si svuotano del caotico frastuono, una parentesi preziosa si prende la scena.
O, magari, sono le frange più invadenti della narrazione principale a lasciargliela.
Ciò che conta è che, in questi straordinari momenti, si palesa un’occasione irripetibile.

Così, prima che l’abituale farsa di menzogne e manipolazioni si riappropri dell’orizzonte mediatico, vediamolo insieme ciò che viene vergognosamente trascurato nel nostro paese, mentre ci ritroviamo per l’ennesima volta guidati da una coalizione di governo irrimediabilmente divisa.
Osserviamo e non dimentichiamo la quotidiana violenza domestica che, per mano di nostri italianissimi concittadini, si è contraddistinta solo nell’ultima settimana, prima che a ridosso della prossima tornata elettorale venga rapidamente riportata sotto il tappeto familiare.
Come quella di un uomo che tenta di uccidere la moglie con un numero impressionante di coltellate.
E di una madre che sopprime il proprio figlio di due anni perché la disturbava mentre si appartava con il compagno.
Di un figlio che ammazza il padre soffocandolo con un cuscino per una lite.
E del poliziotto che assassina la moglie con un colpo di pistola alla testa.
Del finanziere che uccide sua moglie perché intendeva separarsi da lui e poi si toglie la vita.
E, ovviamente, dell’arancia meccanica in versione pugliese e dello stupro da parte dei patrioti di Casapound, sulla carta valenti difensori delle donne nostrane dagli aggressori necessariamente dalla carnagione esotica.
Niente di nuovo, è già successo e, probabilmente, accadrà ancora che la rappresentazione del reale faccia capolino nel salotto buono, dove tutto deve di norma seguire il copione promesso in vista delle elezioni, le quali sono anch’esse una specie di grande festa, le cui sgradevoli conseguenze sono sempre a carico degli altri, mai dei diretti interessati. Proprio come lo scempio sui muri e le vie delle città da parte dei cartelloni e delle pubblicità di partito.
Pensate se toccasse ai candidati ripulire il tutto. Come sarebbe divertente e perfino educativo…
Invece, malgrado le ambite poltrone siano già state conquistate, l’ottusa macchina propagandista prosegue per via inerziale il proprio mentecatto cammino, e gli individui più pericolosi sembrano ricavarci ulteriore autorizzazione per la loro follia.
Malgrado ciò, non basta neppure che addirittura nel giorno stesso della celebrazione a esso dedicata l’ennesima vita venga cancellata sul posto di lavoro per farci comprendere la portata del distacco e del disinteresse da parte di un’intera società, a ogni livello, dai veri problemi che la riguardano.
Perché quando è la struttura stessa alla quale affidiamo i nostri figli a crollare su di loro, abbiamo un problema tutti, nessuno escluso.
Sbrighiamoci, allora.
Non sprechiamo questa breve pausa, prima che la giostra ricominci a girare e farci girare intorno a noi stessi.
Apriamo gli occhi.
Prima della prossima festa...


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martedì 23 aprile 2019

Perché ho chiuso con i social network

E perché dovreste farlo anche voi...

È un tantino lungo, lo so, ma credo sia doveroso dirla tutta.
A ogni modo, alla fine l’ho fatto.
Ci è voluto un po’ e ammetto che non sia stato facile. È stato un processo di ritrovata o rinnovata consapevolezza non immediato e ha avuto bisogno di tappe intermedie.
Di sicuro video come questo o il mio penultimo romanzo, in qualche modo, mi suggerivano a loro volta ciò che stava accadendo dentro di me, ma devo ammettere che di sicuro il confronto con studi e contributi altrui, ben più autorevoli sul tema o – come dire – più avanti nel percorso hanno dato la giusta e definitiva spinta.
Indi per cui, dopo un post d’addio preventivo di un paio di mesi addietro, ieri ho disattivato i miei profili e relative pagine sui vari social media a cui sono stato iscritto per anni, tra cui Facebook, Twitter e Instagram.
Ho conservato solo il canale Youtube poiché non l'ho mai considerato un social network come i suddetti e per vari motivi, uno tra tutti la maggiore libertà di controllo sui contenuti e sul modo di condividerli.
Veniamo al titolo: perché ho preso questa decisione?
Al momento in cui ho cominciato a maturare tale scelta, anni fa, di ragioni ce n’erano già a sufficienza per quanto mi riguarda, ma man mano che ho cominciato a rifletterci con maggior impegno e, soprattutto, a documentarmi, ne ho trovate in quantità industriale. E ogni volta che ci ripenso ne scopro altre, al punto da assillarmi con un’ulteriore domanda: perché non l’ho fatto prima?
A ogni modo, basta preamboli, veniamo alla risposta, ovvero, le risposte...

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giovedì 18 aprile 2019

Il signor Tan

Storie da pazzi di storie consiste in una carrellata di racconti incredibili di gravi patologie e straordinari tentativi di curarle, attraversati dall’insopprimibile speranza di guarire e far guarire.

È altresì un salto nel mondo davvero reale e in quello solo in apparenza fittizio, tra pazzia e narrativa, tra meravigliose creature effettivamente vissute o soltanto immaginate, con in comune un’incontenibile eccentricità nel vivere.

È anche una appassionata messa a nudo di attori e narratori, i quali spesso non sono altro che anime altrettanto instabili, ma finalmente capaci, grazie all’attenzione del pubblico, di sentirsi meno sole e meno folli.

Perché il delirio è talvolta il disperato tentativo di rimediare al proprio disagio, come allo stesso modo lo sono molte storie.

Il video seguente è tratto dallo spettacolo del 13 aprile scorso e si intitola "Il signor Tan":






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giovedì 11 aprile 2019

Il mio social network

Un racconto del futuro, ma anche del presente. Dipende da quale dei due si scelga come luogo in cui far correre la propria fantasia…

Che tranquillità, quanta pace.
Il merito è tutto del mondo moderno in cui sono venuto alla luce.
A essere onesti, è di coloro che l’hanno ideato, informatizzato e diffuso.
Ho raggiunto la vera pace, ora.

Più che mai stasera, al termine di un normale sabato di primavera, protetto dal mio amato appartamento, dalle incredibilmente spesse mura, dall’invulnerabile portone blindato e dai preziosi doppi vetri delle finestre.
Che Sua Operatività, il sacro sistema, il quale su tutti noi vigila a banda larga, gli doni la sua benedizione.
Finalmente mi sento tranquillo, poiché Lisa, la mia fidata assistente vocale, mi ha appena informato che ho terminato le mie opzioni.
Si da il caso che abbia raggiunto il massimo livello di stabilità concesso dal social.
Io l’ho sempre definito il mio social network, sebbene oramai sia come una gigantesca ragnatela vasta quanto la stessa terra. Ovunque quest'ultima sia ancora vivibile, ovviamente…

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giovedì 4 aprile 2019

Chi è l’altro

Storie e Notizie N. 1646

Mentre tra gli articoli dei giornali e i deliri sociali travestiti da blog e pagine informative scorro le frasi che tentano di vendere l’ennesima farsa della “gente del quartiere che è stanca e arrabbiata”, che “ha ragione a essere razzista” e che “va ascoltata e capita”, messa su a Torre Maura come in passato a Tor Sapienza dagli attori e dalle comparse della compagnia teatrale abusiva CasaPound per guadagnare voti e dare giù al sindaco di turno (oggi la Raggi, ieri Marino), mi ritrovo a provare la medesima sensazione che di questi tempi mi attraversa spesso e non è un bel sentire, ecco.
Limitandomi alla narrazione popolare e di maggior diffusione, ho come l’impressione di vedere e rivedere, leggere e rileggere, cose già viste e lette, ma che si ripetono ciclicamente ogni volta in una versione più grottesca e patetica.
Sorprendendomi solo in questo.
Come se un intero paese fosse intrappolato in una specie di loop che lo riporta sempre al punto di partenza.
E allora, oltre all’inquietudine che tutto ciò comporta, mi assale il timore di ritrovarmi parte integrante di questo spettacolo ormai scaduto da tempo.
Magari scrivendo qualcosa che ho già scritto, con le medesime parole, ma private della preziosa originalità iniziale.
Ciò nonostante, non posso fare a meno di notare, in questo preciso momento, quanto sia lampante a mio modesto parere l’enorme abbaglio che ci acceca tutti, più o meno.
Tale ingannevole bagliore di tradizionali lustrini e moderni bit ci ha convinto di aver compreso chi sia l’altro, che è oramai divenuto il nemico ideale sul quale, ovvero, contro cui costruire ogni strategia per il presente come il futuro.
Eppure, ogni giorno che passa sono maggiormente persuaso che colui che chiamiamo l’altro sia tutto ciò che non è.



L’altro non è solo una parola.
Non è un popolo, non è una nazione e non è un’etnia.
L’altro non può essere la foto di un arrestato su un giornale e neppure tutte le persone al mondo che affermano di credere nello stesso dio a cui si affidi costui.

L'altro non è solo l'immagine del profilo su internet.


L’altro non è qualcuno che bercia assurdità in un video, per quanto sia visto e condiviso.
L’altro non è quello che alcuni tramano affinché sia tale per te e per tutti.
Allo stesso modo, gli altri non sono poche decine di persone a bordo di una nave che la maggior parte di noi non incontrerà mai per tutto il tempo che gli resta.
Gli altri non sono e mai saranno quelli di cui straparlano coloro i quali si auto proclamano difensori della tua incolumità.
Gli altri non sono un colore solo in apparenza sbagliato.
Gli altri non sono una lingua a te incomprensibile.
Gli altri non sono neppure l’affezione per un cibo di sapore insolito.
Perché l’altro, per buona sorte, non è il protagonista di una barzelletta di cattivo gusto e volgari intenzioni.
Non è la vittima sacrificale di una menzogna camuffata da programma elettorale.
Non è colui che hai imparato a temere e a osteggiare soltanto incrociandone lo sguardo, magari seduto al volante al riparo della tua auto, ovvero stretto in un affollato vagone della metropolitana chiedendo altrettanta protezione allo schermo di un cellulare.
Per la stessa ragione, gli altri non sono come vengono rappresentati nel solito brutto film o l’ennesimo superficiale libro, malgrado gli illustri premi per il primo e le menzognere fascette per il secondo.
Non sono qualcosa che puoi giudicare e condannare in pochi secondi solo perché ti è stato chiesto di farlo da chi ti ha promesso che poi ti sentirai meglio.
Poiché l’altro non è un insieme di lettere, per quanto sia entrato nel vocabolario di tutti.
Non è un nome, e men che meno tutti i modi con i quali ti è stato insegnato a chiamarlo.
Sembra banale rimarcarlo, ma l’altro non può essere lo strumento con il quale definire milioni di persone, generazioni di vite vissute o solo all’inizio del cammino, interi continenti che hai visto solo in un documentario.
Gli altri non sono tutto questo, ecco cosa dovremmo ripetere a noi stessi incessantemente tutte le volte che leggiamo e rileggiamo, vediamo e rivediamo l’orribile disegno in cui alcuni vorrebbero imprigionarci per sempre.
Perché sono più che mai convinto che gli altri possano essere tutti, nessuno escluso. Siamo noi, te, lui, lei e, giustappunto, l’altro. In questo momento, lo sono anche io stesso, ma per quanto abbiate letto a fondo queste parole fin qui, di cui vi ringrazio di cuore, la maggior parte di voi non mi conosce di persona e la cosa è reciproca.
Ciò nonostante, di persona è una meravigliosa espressione, non credete?



Si da il caso che per quanto possiamo riempire la nostra bacheca, come la nostra testa, i nostri post come i nostri discorsi, di volti e parole solo in apparenza davvero familiari, essa rimane ancora l’unico modo per capire.
Chi è l’altro...


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