giovedì 16 maggio 2019

Elezioni sul pianeta Titanic

Storie e Notizie N. 1649

La maggior parte di ciò che mi riguardi personalmente non conta, ora.
Il che vale per i miei interessi più egoistici e le mie aspirazioni più o meno lontane.
Non in questo momento, no.
Non quando ancora una volta mi ritrovo a pochi giorni dall’ennesimo momento in cui viene richiesto il mio voto, la scelta del partito, ovvero delle persone che dovranno decidere il nostro futuro come umanità, ancor prima che popoli e nazioni.
Raggiungo con estrema perplessità la finestra che dà sul mondo di fuori, reale o solo immaginato, chiudo gli occhi e vedo.
Vedo la nostra amata e al contempo maltrattata madre terra che col tempo si è trasformata in uno strano tipo di nave a forma di pianeta, la quale naviga senza vele o motore, sospinta nel proprio viaggio dal mero peso dei suoi passeggeri, portando un nome inconfondibile, inciso nel legno che separa questi ultimi dai flutti.
Titanic, già, è sufficiente la parola, per chi ha memoria e

magari un pizzico di buon senso sopravvissuto alla traversata.
A bordo sono un semplice mozzo e forse non è un caso, come non è altrettanto insolito che sia proprio nelle vesti del più sacrificabile dei membri dell’equipaggio che abbandono le mansioni preposte dalla gerarchia del mare e preoccupato per l’orizzonte che tutti noi attende raggiungo il ponte di comando.
“Signore, una parola”, esclamo con tutta la forza che nel mio affaticato corpo ancora resiste, rifiutando la resa alle ciniche sentenze del mostro chiamato realtà.
L’interessato è un capitano come molti di questi tempi, che sono tali solo sulla carta e qualche social network, ma che non hanno mai studiato la sublime arte del guidare una nave, men che meno imparato a leggere le stelle o a decifrare le rotte consigliate dai compianti disegnatori di mappamondi.
“Cosa vuoi?” domanda bruscamente, evidentemente interrotto in un partecipato sghignazzo con gli altri ufficiali.
“Capitano”, rispondo facendomi coraggio. “Abbiamo un problema.”
“Lo so bene, mozzo”, ribatte lui. “Mi hanno scelto per questo, ma con il sottoscritto nessuno degli invasori riusciranno a salire a bordo. Perché pensi abbia ordinato ai marinai di piantonare giorno e notte la nave da poppa a prua?”
Gli invasori, dice, e non posso fare a meno di pensare a quei disgraziati che galleggiano tra i flutti intorno a noi, mossi dal disperato desiderio di trarsi in salvo.
Alcuni provengono da improvvisate imbarcazioni colate a picco perché costruite con materiali di scarto di nostra fabbricazione o da noi stessi speronate.
Altri tra le onde ci sono nati e altri ancora ce li abbiamo buttati noi altri perché prima l’equipaggio, recitano le odierne bandiere, giammai la vita umana.
Una volta si gridava uomo in mare, ricordo. Ora la prima frase che viene pronunciata in questi casi è una domanda che sa di ostilità, giammai di solidarietà: è uno dei nostri?
A ogni modo cerco di farmi capire meglio dal titolare del timone.
“Capitano, scusi...”
“Sei ancora qui, tu?” fa lui ulteriormente infastidito dalla mia presenza. “Ah, ho capito. Vuoi farti un selfie con me. Bravo, sali le scalette e vieni qui, ma poi torna a lavorare.”
Di scale ne ho fatte nella mia vita, verso l’alto e spesso in basso, ma non credo esista un universo tra gli infiniti possibili in cui possa calpestare dei gradini per tale discutibile ragione. Indi per cui rimango impassibile e insisto.
“Capitano...”
“Mozzo”, bercia la versione sbagliata del mitico Achab, con il cuore e forse anche la testa di legno, al posto della gamba. “Perché scocci e non torni al tuo lavoro?”
“Non posso”, rispondo.
Non voglio e non devo, penso ma non dico mordendomi la lingua.
“Non puoi tornare al lavoro?” osserva lui. “Tutto okay. Come ben sai i miei ufficiali e io abbiamo istituito il reddito di navigazione. Goditi la nostra magnanimità e non rompere.”
“Ma il problema ci sarebbe comunque, capitano”, esclamo con crescente irritazione nel tono della voce. “E non è solo mio, bensì di tutti.”
“Cos’è, una minaccia?” urla agitato. “Un terrorista! Guardie, a me!”
E all’improvviso vengo circondato da sguardi truci e canne di fucile assetate di vittime inermi.
“Non sono un terrorista”, tengo immediatamente a chiarire, e provo comunque a spiegarmi, cercando al contempo di mostrarmi calmo. “Lo sa in che mese siamo?”
Alla suddetta domanda il capitano e suoi sodali scoppiano a ridere, forse anche perché sollevati dal presunto attentato alla loro incolumità.
“Siamo a maggio, mozzo, e ora che ho risolto il tuo stupido quesito puoi tornare a lavare i pavimenti e lucidare i cannoni.”
A un tratto mi rendo conto che devo dirla tutta e in un sol fiato, altrimenti la scarsa capacità d’ascolto del tizio a cui abbiamo affidato il nostro destino mi impedirà di comunicare efficacemente il mio pensiero.
“Siamo a maggio, capitano, sì. Siamo a metà maggio, per essere precisi, ma la nostra nave è ancora scossa da vento e pioggia. Siamo a maggio inoltrato, che i precedenti diari di bordo si illudono ancora nell’indicare come picco di primavera o addirittura preludio all’estate. Siamo nel bel mezzo di maggio, signore, e fa freddo. In particolare al sorgere del sole e all’imbrunire. Come se all’inizio e alla fine di queste nostre folli giornate, alla stregua della storia che ci ospita, ovvero nel frangente in cui l’attenzione di chi legge dovrebbe essere più alta, il cielo si prodigasse nell’avvertirci che sì, abbiamo un problema grande come il mondo stesso. Perché quel problema è il mondo, e noi la causa o la soluzione, senza alternative.”
Inutile spiegare quale esito abbia avuto il mio accorato sfogo, ma ora che mi trovo in catene in una cella della stiva, condannato su due piedi per insubordinazione, non mi pento di ciò che ho fatto. Come quando innalzai sull’albero più alto uno striscione polemico, ancora una volta contro l’incompetente sovrano e sovranista unicamente della propria ottusità che chiamiamo capitano, e mi beccai ben venti frustate.
Perché, direte voi? Cosa motiva la mia ostinazione?
Ecco, apro gli occhi e il sogno si dissolve, ma questo non mi impedisce di continuare a vedere.
E io vedo domande cruciali che andrebbero poste a ogni candidato a guidare la nostra nave, grande o piccola che sia.
Cosa intendi fare per il rispetto dell’ambiente e i cambiamenti climatici? Qual è la tua strategia di fronte al riscaldamento globale? Qual è la tua opinione sulle energie sostenibili e le risorse rinnovabili?
A voi la scelta, come sempre, ma l’unica possibilità che abbiamo per sopravvivere al domani è escludendo senza se e senza ma chi non sia in grado di fornire risposte serie e ragionevoli a tali quesiti.
Figuriamoci coloro i quali non se li pongano neppure...


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

mercoledì 8 maggio 2019

Il paese di Altaforte contro bassa e debole

Storie e Notizie N. 1648

Assecondatemi ancora una volta, per favore.
C’era una volta un paese, o repubblica democratica, costruito su qualcosa.
Un concetto essenziale, peraltro sancito e ricordato dalla sua Costituzione.
Parola non casuale, perché equivale in breve al risultato del verbo costituire.
Tra le altre cose, sinonimo di fondare, creare, istituire, unendo insieme e organizzando più elementi.
Trattandosi di un paese, o repubblica democratica, imprescindibili e ineludibili.
Più che mai capaci di rimaner compatti tra loro.
Ora, ripeto, provate ad assecondarmi per un paio di minuti, vi prometto che ne varrà la pena.
Mettiamo il caso che il nostro paese, o repubblica democratica, sia fondato sulla resistenza alla pedofilia.
Immaginiamo che gli abitanti della prima metà del secolo scorso abbiano partecipato a ben due scellerate e ignobili guerre mondiali, dopo aver subito almeno vent’anni di dittatura da parte di un leader pedofilo e fiero di esserlo, con tutte le tragiche conseguenze del caso, le cui ferite non si sono di certo rimarginate con la fine dei suddetti grandi conflitti.
Nondimeno, mettiamo che il governo del paese abbia scelto di non dimenticare e di far tesoro della propria drammatica storia bandendo ufficialmente la pedofilia dal proprio orizzonte politico e legislativo, oltre che culturale e sociale.
Bene, sembra un racconto concluso, giusto?
Magari…
Mettiamo che circa un secolo più tardi rispetto allo scellerato avvento della pedofilia al potere, nel paese in questione le cose si siano talmente degenerate, confuse e complicate dal ritrovarsi di fronte alla seguente situazione.
Quale mera punta dell’iceberg di tutto ciò, figuriamoci difatti che si presenti sulla scena pubblica una casa editrice con volumi dichiaratamente filo pedofili, il cui responsabile affermi a voce alta, senza alcun pudore o remora: “Sì, sono pedofilo.”
Ma non solo.
Mettiamo che a tale editore venga concesso il diritto di partecipare con un proprio stand alla più importante fiera del libro del paese.
Immaginiamo allora che le reazioni, a pochi giorni dall’inizio della celebre kermesse, non si facciano attendere, risultando alquanto contrastanti.
Un noto scrittore e consulente editoriale della rassegna si dimette per protesta contro la presenza pedofila tra gli editori.
“Ho annullato tutti i miei impegni al Salone del libro”, dichiara quindi un famoso fumettista. “Sono pure molto dispiaciuto ma mi è davvero impossibile pensare di rimanere tre giorni seduto a pochi metri dai sodali di chi ha violentato bambini, incrociarli ogni volta che vado a pisciare facendo finta che sia tutto normale.”
“Chi contrasta l’odio con l’odio rischia di fare il gioco di coloro che sulla strumentalizzazione del disagio sociale hanno impostato una strategia e una carriera”, dissente invece l’editorialista di un popolare quotidiano. “La tolleranza vigile è una forma di forza.”
“Annullerò la mia partecipazione al Salone del Libro”, ribatte con vigore uno tra i più stimati storici e saggisti.
“I pedofili vanno fermati e, metro dopo metro, ricacciati indietro. Non abbiamo intenzione di condividere alcuno spazio o cornice coi pedofili”, è altresì la sintesi di un apprezzato collettivo di scrittori.
Si dissocia invece una tra le più seguite autrici nostrane: “Anche io sono a disagio per la presenza dei pedofili, ma non possiamo abbandonare lo spazio del libro più importante d’Italia. È importante esserci con il corpo. Stare. Uno stare di lotta, non passivo.”
“Con i pedofili non si tratta”, replica un’altra delle principali penne del paese.
“Adesso c'è il rischio reale che la presenza di uno stand di pedofili grande come un'edicola dentro un salone di decine di chilometri di fronte espositivo diventi la questione che si mangia tutta la rassegna”, chiosa un volto assai popolare tra i cronisti televisivi.
Mentre, ovviamente, l’associazione nazionale che rappresenta coloro i quali hanno lottato e versato il sangue per permettere al paese di sopravvivere alla dittatura pedofila ritira la propria partecipazione al festival.
Eppure, il noto magistrato sarà al Salone del Libro per difendere la democrazia.
A rinforzar tale atteggiamento, giunge un altro autorevole giornalista: “Non credo proprio – voglio essere possibilista e sperare di sbagliarmi – che sconfiggeremo l’attecchire quotidiano della pedofilia andando via quando ci sono i pedofili, o urlando vergogna: quelli si allargano.”
A ogni modo, il direttore della rassegna spiega meglio il suo pensiero: “Se il Salone è diventato l’occasione per affrontare questo tema – la pedofilia - rilanciandolo oltre che al mondo della cultura a quello della politica, allora la cultura sarà davvero servita a qualcosa.”
Questo non impedisce al sindaco della città ospitante l’evento e al presidente della regione di denunciare la casa editrice incriminata per apologia di pedofilia.
Ora, prima di tutto vi ringrazio di avermi assecondato fin qui.
Probabilmente qualcuno obietterà che paragonare il fascismo alla pedofilia, il cui termine ho sostituito al precedente nelle dichiarazioni suddette, potrebbe risultare esagerato.
Tuttavia, a mio modesto parere non è questo il punto centrale, il quale sembra sfuggire ai più.
Che sia il pensiero fascista o pedofilo, ciò che conta – o che dovrebbe contare maggiormente – è che il paese dove sono nato, in cui i miei genitori sono sepolti e nel quale ho contribuito seppur in trascurabile parte a far nascere i miei figli si è costituito come tale grazie alla resistenza ad almeno uno tra loro.

L’antifascismo non è uno slogan temporaneo che ha valore soltanto nell’arco di una annuale festa comandata.
È il motivo principale per il quale tutti, nessuno escluso, siamo paese, o repubblica democratica.
Ecco perché, sempre a mio umile avviso, l’aspetto sul quale vi invito a riflettere con più attenzione non è se sia il caso o meno di partecipare a un festival che vede tra gli ospiti un editore dichiaratamente fascista.
La questione più grave, che dovrebbe farci pensare da qui a oltranza, è che per l’ennesima volta coloro i quali dovrebbero rappresentare la cultura alternativa al pensiero fascista appaiono divisi, frammentati e addirittura in conflitto tra loro.
Questo è il problema e non nasce di certo oggi.
I nostalgici del ventennio hanno già rioccupato da tempo ben più che un piccolo stand.
E malgrado alcune delle voci sopra citate godano della mia sincera stima, è proprio a causa della nostra divisione, segnata da bassa propensione all’ascolto reciproco e debole autorevolezza, che si ergono impunemente creature come Altaforte...


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 2 maggio 2019

Quando la festa è finita

Storie e Notizie N. 1647

Eccoci ancora una volta.
Eccoci nell’apparente silenzio del giorno dopo.
Quando la festa è ormai finita.
Una delle tante, ricorrenti, ogni anno troppo uguali a se stesse, ma ciascuna volta come pervase dal cocente desiderio di dirci qualcosa di essenziale mai colto del tutto.
Eppure, che sia il lavoro, piuttosto che la nascita della cosa pubblica, come l’avvento del nuovo anno, musica e parole necessariamente intonate con il tema previsto si fanno man mano assordanti e tutto diviene confuso.
Tuttavia, allorché la sala e la piazza, lo schermo della tv e il monitor del computer, prima invasi da folle urlanti, si svuotano del caotico frastuono, una parentesi preziosa si prende la scena.
O, magari, sono le frange più invadenti della narrazione principale a lasciargliela.
Ciò che conta è che, in questi straordinari momenti, si palesa un’occasione irripetibile.

Così, prima che l’abituale farsa di menzogne e manipolazioni si riappropri dell’orizzonte mediatico, vediamolo insieme ciò che viene vergognosamente trascurato nel nostro paese, mentre ci ritroviamo per l’ennesima volta guidati da una coalizione di governo irrimediabilmente divisa.
Osserviamo e non dimentichiamo la quotidiana violenza domestica che, per mano di nostri italianissimi concittadini, si è contraddistinta solo nell’ultima settimana, prima che a ridosso della prossima tornata elettorale venga rapidamente riportata sotto il tappeto familiare.
Come quella di un uomo che tenta di uccidere la moglie con un numero impressionante di coltellate.
E di una madre che sopprime il proprio figlio di due anni perché la disturbava mentre si appartava con il compagno.
Di un figlio che ammazza il padre soffocandolo con un cuscino per una lite.
E del poliziotto che assassina la moglie con un colpo di pistola alla testa.
Del finanziere che uccide sua moglie perché intendeva separarsi da lui e poi si toglie la vita.
E, ovviamente, dell’arancia meccanica in versione pugliese e dello stupro da parte dei patrioti di Casapound, sulla carta valenti difensori delle donne nostrane dagli aggressori necessariamente dalla carnagione esotica.
Niente di nuovo, è già successo e, probabilmente, accadrà ancora che la rappresentazione del reale faccia capolino nel salotto buono, dove tutto deve di norma seguire il copione promesso in vista delle elezioni, le quali sono anch’esse una specie di grande festa, le cui sgradevoli conseguenze sono sempre a carico degli altri, mai dei diretti interessati. Proprio come lo scempio sui muri e le vie delle città da parte dei cartelloni e delle pubblicità di partito.
Pensate se toccasse ai candidati ripulire il tutto. Come sarebbe divertente e perfino educativo…
Invece, malgrado le ambite poltrone siano già state conquistate, l’ottusa macchina propagandista prosegue per via inerziale il proprio mentecatto cammino, e gli individui più pericolosi sembrano ricavarci ulteriore autorizzazione per la loro follia.
Malgrado ciò, non basta neppure che addirittura nel giorno stesso della celebrazione a esso dedicata l’ennesima vita venga cancellata sul posto di lavoro per farci comprendere la portata del distacco e del disinteresse da parte di un’intera società, a ogni livello, dai veri problemi che la riguardano.
Perché quando è la struttura stessa alla quale affidiamo i nostri figli a crollare su di loro, abbiamo un problema tutti, nessuno escluso.
Sbrighiamoci, allora.
Non sprechiamo questa breve pausa, prima che la giostra ricominci a girare e farci girare intorno a noi stessi.
Apriamo gli occhi.
Prima della prossima festa...


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

martedì 23 aprile 2019

Perché ho chiuso con i social network

E perché dovreste farlo anche voi...

È un tantino lungo, lo so, ma credo sia doveroso dirla tutta.
A ogni modo, alla fine l’ho fatto.
Ci è voluto un po’ e ammetto che non sia stato facile. È stato un processo di ritrovata o rinnovata consapevolezza non immediato e ha avuto bisogno di tappe intermedie.
Di sicuro video come questo o il mio penultimo romanzo, in qualche modo, mi suggerivano a loro volta ciò che stava accadendo dentro di me, ma devo ammettere che di sicuro il confronto con studi e contributi altrui, ben più autorevoli sul tema o – come dire – più avanti nel percorso hanno dato la giusta e definitiva spinta.
Indi per cui, dopo un post d’addio preventivo di un paio di mesi addietro, ieri ho disattivato i miei profili e relative pagine sui vari social media a cui sono stato iscritto per anni, tra cui Facebook, Twitter e Instagram.
Ho conservato solo il canale Youtube poiché non l'ho mai considerato un social network come i suddetti e per vari motivi, uno tra tutti la maggiore libertà di controllo sui contenuti e sul modo di condividerli.
Veniamo al titolo: perché ho preso questa decisione?
Al momento in cui ho cominciato a maturare tale scelta, anni fa, di ragioni ce n’erano già a sufficienza per quanto mi riguarda, ma man mano che ho cominciato a rifletterci con maggior impegno e, soprattutto, a documentarmi, ne ho trovate in quantità industriale. E ogni volta che ci ripenso ne scopro altre, al punto da assillarmi con un’ulteriore domanda: perché non l’ho fatto prima?
A ogni modo, basta preamboli, veniamo alla risposta, ovvero, le risposte...

Leggi il resto


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 18 aprile 2019

Il signor Tan

Storie da pazzi di storie consiste in una carrellata di racconti incredibili di gravi patologie e straordinari tentativi di curarle, attraversati dall’insopprimibile speranza di guarire e far guarire.

È altresì un salto nel mondo davvero reale e in quello solo in apparenza fittizio, tra pazzia e narrativa, tra meravigliose creature effettivamente vissute o soltanto immaginate, con in comune un’incontenibile eccentricità nel vivere.

È anche una appassionata messa a nudo di attori e narratori, i quali spesso non sono altro che anime altrettanto instabili, ma finalmente capaci, grazie all’attenzione del pubblico, di sentirsi meno sole e meno folli.

Perché il delirio è talvolta il disperato tentativo di rimediare al proprio disagio, come allo stesso modo lo sono molte storie.

Il video seguente è tratto dallo spettacolo del 13 aprile scorso e si intitola "Il signor Tan":






Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 11 aprile 2019

Il mio social network

Un racconto del futuro, ma anche del presente. Dipende da quale dei due si scelga come luogo in cui far correre la propria fantasia…

Che tranquillità, quanta pace.
Il merito è tutto del mondo moderno in cui sono venuto alla luce.
A essere onesti, è di coloro che l’hanno ideato, informatizzato e diffuso.
Ho raggiunto la vera pace, ora.

Più che mai stasera, al termine di un normale sabato di primavera, protetto dal mio amato appartamento, dalle incredibilmente spesse mura, dall’invulnerabile portone blindato e dai preziosi doppi vetri delle finestre.
Che Sua Operatività, il sacro sistema, il quale su tutti noi vigila a banda larga, gli doni la sua benedizione.
Finalmente mi sento tranquillo, poiché Lisa, la mia fidata assistente vocale, mi ha appena informato che ho terminato le mie opzioni.
Si da il caso che abbia raggiunto il massimo livello di stabilità concesso dal social.
Io l’ho sempre definito il mio social network, sebbene oramai sia come una gigantesca ragnatela vasta quanto la stessa terra. Ovunque quest'ultima sia ancora vivibile, ovviamente…

Leggi il resto


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 4 aprile 2019

Chi è l’altro

Storie e Notizie N. 1646

Mentre tra gli articoli dei giornali e i deliri sociali travestiti da blog e pagine informative scorro le frasi che tentano di vendere l’ennesima farsa della “gente del quartiere che è stanca e arrabbiata”, che “ha ragione a essere razzista” e che “va ascoltata e capita”, messa su a Torre Maura come in passato a Tor Sapienza dagli attori e dalle comparse della compagnia teatrale abusiva CasaPound per guadagnare voti e dare giù al sindaco di turno (oggi la Raggi, ieri Marino), mi ritrovo a provare la medesima sensazione che di questi tempi mi attraversa spesso e non è un bel sentire, ecco.
Limitandomi alla narrazione popolare e di maggior diffusione, ho come l’impressione di vedere e rivedere, leggere e rileggere, cose già viste e lette, ma che si ripetono ciclicamente ogni volta in una versione più grottesca e patetica.
Sorprendendomi solo in questo.
Come se un intero paese fosse intrappolato in una specie di loop che lo riporta sempre al punto di partenza.
E allora, oltre all’inquietudine che tutto ciò comporta, mi assale il timore di ritrovarmi parte integrante di questo spettacolo ormai scaduto da tempo.
Magari scrivendo qualcosa che ho già scritto, con le medesime parole, ma private della preziosa originalità iniziale.
Ciò nonostante, non posso fare a meno di notare, in questo preciso momento, quanto sia lampante a mio modesto parere l’enorme abbaglio che ci acceca tutti, più o meno.
Tale ingannevole bagliore di tradizionali lustrini e moderni bit ci ha convinto di aver compreso chi sia l’altro, che è oramai divenuto il nemico ideale sul quale, ovvero, contro cui costruire ogni strategia per il presente come il futuro.
Eppure, ogni giorno che passa sono maggiormente persuaso che colui che chiamiamo l’altro sia tutto ciò che non è.



L’altro non è solo una parola.
Non è un popolo, non è una nazione e non è un’etnia.
L’altro non può essere la foto di un arrestato su un giornale e neppure tutte le persone al mondo che affermano di credere nello stesso dio a cui si affidi costui.

L'altro non è solo l'immagine del profilo su internet.


L’altro non è qualcuno che bercia assurdità in un video, per quanto sia visto e condiviso.
L’altro non è quello che alcuni tramano affinché sia tale per te e per tutti.
Allo stesso modo, gli altri non sono poche decine di persone a bordo di una nave che la maggior parte di noi non incontrerà mai per tutto il tempo che gli resta.
Gli altri non sono e mai saranno quelli di cui straparlano coloro i quali si auto proclamano difensori della tua incolumità.
Gli altri non sono un colore solo in apparenza sbagliato.
Gli altri non sono una lingua a te incomprensibile.
Gli altri non sono neppure l’affezione per un cibo di sapore insolito.
Perché l’altro, per buona sorte, non è il protagonista di una barzelletta di cattivo gusto e volgari intenzioni.
Non è la vittima sacrificale di una menzogna camuffata da programma elettorale.
Non è colui che hai imparato a temere e a osteggiare soltanto incrociandone lo sguardo, magari seduto al volante al riparo della tua auto, ovvero stretto in un affollato vagone della metropolitana chiedendo altrettanta protezione allo schermo di un cellulare.
Per la stessa ragione, gli altri non sono come vengono rappresentati nel solito brutto film o l’ennesimo superficiale libro, malgrado gli illustri premi per il primo e le menzognere fascette per il secondo.
Non sono qualcosa che puoi giudicare e condannare in pochi secondi solo perché ti è stato chiesto di farlo da chi ti ha promesso che poi ti sentirai meglio.
Poiché l’altro non è un insieme di lettere, per quanto sia entrato nel vocabolario di tutti.
Non è un nome, e men che meno tutti i modi con i quali ti è stato insegnato a chiamarlo.
Sembra banale rimarcarlo, ma l’altro non può essere lo strumento con il quale definire milioni di persone, generazioni di vite vissute o solo all’inizio del cammino, interi continenti che hai visto solo in un documentario.
Gli altri non sono tutto questo, ecco cosa dovremmo ripetere a noi stessi incessantemente tutte le volte che leggiamo e rileggiamo, vediamo e rivediamo l’orribile disegno in cui alcuni vorrebbero imprigionarci per sempre.
Perché sono più che mai convinto che gli altri possano essere tutti, nessuno escluso. Siamo noi, te, lui, lei e, giustappunto, l’altro. In questo momento, lo sono anche io stesso, ma per quanto abbiate letto a fondo queste parole fin qui, di cui vi ringrazio di cuore, la maggior parte di voi non mi conosce di persona e la cosa è reciproca.
Ciò nonostante, di persona è una meravigliosa espressione, non credete?



Si da il caso che per quanto possiamo riempire la nostra bacheca, come la nostra testa, i nostri post come i nostri discorsi, di volti e parole solo in apparenza davvero familiari, essa rimane ancora l’unico modo per capire.
Chi è l’altro...


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 28 marzo 2019

La difesa è sempre legittima?

Storie e Notizie N. 1645

Mettiamo che io sia una persona come tante.
Molte più di quante ne vengano conteggiate nella narrazione che piace e, soprattutto, ha il compito di piacere.
Indi per cui non focalizzatevi su un individuo in particolare, ma considerate queste parole come il sentito messaggio che potrebbe saltar fuori da una complessa e quanto mai ricca varietà di umani, contraddistinti proprio dalla loro eterogeneità.
Immaginiamo, a questo proposito, che io sia una creatura frettolosamente ritenuta diversa o, superficialmente, minoritaria. Altrettanto colpevolmente considerata di valore trascurabile e distrattamente indirizzata verso il perenne ruolo di subalterna comparsa.
Potrei essere quindi, banalmente, un immigrato in preda alla disperazione o magari semplicemente clandestino, una donna ripetutamente maltrattata o un individuo dalla sessualità ingiustamente criminalizzata, un bambino abusato nel silenzio di un condominio oppure un anziano dimenticato, ma di quelli indigenti e perciò scomodi, fino ad arrivare ai senza tutto, prima ancora che tetto, e altri ancora.
Eppure, oggi, sono una persona contenta e al contempo confusa.
Per capirci, spulciando tra le notizie, provo esultanza leggendo che la difesa è sempre legittima.
Comprensibile, no?
Il cielo, o chi per lui, ci è testimone di quanto noi altri avremmo bisogno di difenderci...
Nondimeno, desiderando approfondire la questione, vengo a sapere che tale suggestivo titolo è dovuto al fatto che il Senato del mio paese ha approvato in via definitiva la riforma della legittima difesa.



Così, alla contentezza di cui sopra si aggiunge la sopra citata perplessità, la quale mi assale rilevando il contestuale evviva del partito che si è fortemente impegnato affinché tale legge venisse approvata. Mi riferisco alla Lega, ovviamente, e già pronunciare la parola mi inquieta.
Cerco però di non farmi condizionare dalle emozioni del momento, e proseguo nel far luce sull’accaduto, soffermandomi sulle parole del ministro, in teoria dell’interno, ma di ogni cosa nella pratica: “Dopo anni di chiacchiere e polemiche è stato sancito il sacrosanto diritto alla legittima difesa per chi viene aggredito a casa sua. Non si distribuiscono armi, non si legittima il Far West ma si sta con i cittadini perbene.”
Se non sapessi di chi si tratta, potrei addirittura mettere da parte lo smarrimento, e concentrarmi sui fatti, sforzandomi di credere ciecamente alle parole di Salvini.
Mi sarebbe sufficiente prenderle alla lettera. D’altra parte, costui si esprime nelle vesti ufficiali, camuffato da nessun’altra divisa che quella per la quale ha giurato ed è pagato.
Così, ripeto nella mia testa, prima, e ad alta voce poi il succo del fondamentale cambiamento che riguarda anche il popolo nel popolo del quale faccio parte: è stato sancito il sacrosanto diritto alla legittima difesa per chi viene aggredito a casa sua.
Ovverosia, nel dettaglio, la difesa non è punibile se si “usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere la propria o la altrui incolumità, i beni propri o altrui” e non è punibile chi si è difeso mentre era in uno “stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto”.
Che statista, ragazzi, voglio fidarmi.
Credo proprio che, forse, dovrei mutare opinione su di lui.
Non ha spinto questa legge perché, insieme ai suoi pari, ha sottoscritto un patto con le lobby delle armi, ma perché sta dalla parte dei cittadini perbene.
Ecco… è a questo punto che la mia confusione si fa ineludibile, soffocando l’entusiasmo di poc’anzi.
Il fatto è che la gente come noi altri viene aggredita quotidianamente, nella propria casa o fuori, senza distinzione, nella maggioranza dei casi da cittadini cosiddetti perbene.
Sia fisicamente, che verbalmente, veniamo assaliti in ogni istante – e sono certo che stia accadendo anche ora... - con la violenza e la prepotenza, l’odio e l’indifferenza, l’ingiustizia e la disumanità, l’ignoranza e anche l’intolleranza, già.
Spesso, pure dal suddetto ministro di qualsiasi cosa gli interessi e tutti i suoi sodali, da decenni, non da ieri.
Ebbene, in conclusione, devo confessare che la contentezza e la confusione sono a questo punto state spazzate via da una seppur flebile speranza, malgrado appesantita da un crescente senso d’angoscia: che tale ennesima modifica delle regole che questo governo ha introdotto sia davvero non finalizzata a favorire la vendita delle armi.
Perché sarebbe davvero pericoloso se tutte le persone che si sentano aggredite e turbate si convincano di potersi difendere legittimamente acquistando e soprattutto usando una pistola o un fucile. E che lo possano fare con maggiore facilità e addirittura senza pagarne le conseguenze.
Perché, a mio modesto parere, i votanti e i sostenitori di questa legge non hanno la più pallida idea di chi siano, di quante siano e in quali condizioni di instabilità si trovano...


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 21 marzo 2019

Noi vi abbiamo invaso

Storie e Notizie N. 1644

Noi vi abbiamo invaso.
Sì, è vero, è così.
È inutile negarlo: vi abbiamo invaso.
In innumerevoli vesti, lo abbiamo fatto.
Come l’attentatore e l’eroe, il primo armato di taniche di benzina e l’altro di un cellulare, con il quale chiamare i carabinieri, all’occorrenza.
E al riparo di siffatte, popolari maschere, rese tali dal clamore dei giornali, ecco le sole caratterizzazioni che servono al racconto previsto: l’immigrato cattivo e quello buono.
Ma anche il terrorista islamico e il cittadino modello, malgrado quest’ultimo, a norma di legge, sia ancora niente più che uno straniero.
Conta poco sapere che per il primo tanto la cosiddetta matrice terroristica quanto quella islamica siano escluse. Da cui, se poco conta, perché farsi ulteriori domande?
Perché quel che ora resta indelebile, e tale dovrà rimanere all’indomani, è ciò che noi altri in tempi assai sospetti abbiamo fatto.
Vi abbiamo invaso, ricordate?
E allora, non dimentichiamo le origini, non sia mai: il senegalese e l’egiziano.
Perché la nostra pelle parla per noi, e dovremmo urlare a squarciagola per sovrastarne il frastuono alimentato nel tempo, senza per questo arrivare a sequestrare un autobus per ottenere tanto.
Anche perché non si farebbe altro che aumentare il baccano nel quale siamo precipitati, volenti o nolenti.
Eppure, in frangenti tragici come questi, ecco che emergono distinzioni che dovrebbero sempre e comunque fare la differenza, se perdonate la banale ripetizione.
Perfino laddove la vita stessa sia in gioco, o forse proprio in quegli istanti, si può vivere il ruolo assegnato dalla regole sociali in modo opposto.
L’autista e lo studente prendono strade divergenti. E capita più spesso di quel che ci immaginiamo.
Colui che con il suo scuolabus dovrebbe accompagnare i più giovani verso il luogo che auspicabilmente li aiuterà a crescere, all’improvviso, prende la direzione contraria e punta verso il burrone oltre il quale sprofonda la sua stessa folle tristezza.
Al contempo, a fronteggiare l’altro, come a completare una sorta di allegorica equazione, l’alunno si toglie il consueto grembiule d’ordinanza e fa leva sulla vera ricchezza che contraddistingue tutte le popolazioni a cui sovente viene associato dalle nostre parti, e che nei secoli dei secoli è una delle prerogative principali che ci rende umani.
Leggi pure come il tenace, commovente e insopprimibile desiderio di sopravvivere.
Entrambi spesso dimentichiamo chi dovremmo essere, in questo viaggio. Succede tutti i giorni, ovunque, a chiunque. E, da un istante all’altro, diventiamo ciò che siamo.
È così che qualcosa trapela, dopo che il fumo dei titoli acchiappa click e degli strali attira like via social network si dirada.
È questa la via tramite la quale diventiamo anche dei nomi, oltre che il resto.
Ousseynou e Ramy.
Ciò malgrado, qualora aggiungessimo pure le immagini

dei nostri volti, l’inevitabile sottinteso sarebbe inviolato.


Noi vi abbiamo invaso. E nulla di quanto detto finora potrebbe intaccare tale concetto, scolpito nella comune memoria di un paese intero come le impronte delle star del cinema di Hollywood. Rese celebri tramite il ricordo delle mani e il nome, dove nel nostro caso, al posto delle prime, ci sono i volti dalla carnagione resa colpevole per definizione.
Perché è proprio così che lo abbiamo fatto.
È indubbio, è successo, sta accadendo anche ora, in questo preciso istante, e non finirà certo oggi.
Non serve ignorarlo. Anzi, è addirittura sbagliato, farlo.
È una storia che va ascoltata e raccontata, ma fino in fondo, una volta per tutte.
Poiché noi vi abbiamo invaso, certo.
È solo che non siamo stati davvero noi, capite?
Di sicuro non l’uomo e il ragazzino, quello che siamo lì fuori, al di là di questo schermo, uno in prigione e l’altro per fortuna a casa dei suoi cari.
A penetrare con violenza e odio nelle vostre vite sono state solo parole, montagne di parole, infami e disumane parole.
Sono le parole che di norma ci rappresentano, ad aggredirci tutti.
Ora sapete chi dovreste espellere, contro chi dovreste alzare muri e chi davvero mette a rischio la vostra e la nostra pace.
Per buona sorte, noi e voi siamo ben altro e molto di più di un insieme di lettere.

Forse, non sarebbe male ogni tanto incontrarci di persona...

Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 14 marzo 2019

Non muore più nessuno

Storie e Notizie N. 1643

Antonio Tajani, un nostro concittadino che ricopre attualmente il ruolo di presidente del Parlamento Europeo, si è di recente distinto, suscitando forti critiche anche a livello internazionale, con un classico refrain tipico della destra più nostalgica, ovvero che Mussolini ha fatto anche cose buone (i ponti, le strade, le bonifiche, ecc.).
Da cui la storia che segue...


C’era una volta un paese vecchio.
Ma che dico? Assai vecchio.
Anzi, di più, straordinariamente tale, al punto che vecchissimo non avrebbe reso l’idea, facendo meritare al suddetto aggettivo una seppur temporanea espulsione per palese inadeguatezza dal club dei superlativi assoluti.
Il paese eccezionalmente vecchio lo era sotto ogni punto di vista, ma codesta particolare natura era strettamente correlata a quella dei suoi abitanti.
Da ciò, avrei dovuto iniziare il racconto recitando: c’era una volta un paese vecchio abitato da gente vecchia. Tuttavia, la qualificante aggettivazione sarebbe risultata ridondante, e allora sono partito dal luogo per arrivare a coloro che lo abitano, tutto qui.
Mi riferisco a individui vecchi, così vecchi, ma talmente vecchi da non riuscire in alcun modo a separarsi dal passato, per quanto sgradevole solo a citarlo e vergognoso limitandosi al mero pensiero.
Le ragioni di cotanta affezione per i giorni andati, senza se e privi di ma, erano dovute a un’emozione altrettanto antica, resa praticamente eterna una volta trasformata in un sentimento duraturo, che come un cancro indistruttibile corrompeva inesorabilmente ogni atomo dell’anima e del corpo dei nostri.
Leggi pure come la tanto sottovalutata paura di morire.
A questo proposito, correndo il rischio di sembrare ulteriormente pignolo, avrei dovuto esordire scrivendo in tal guisa: c’era una volta un paese vecchio abitato da gente vecchia giacché aveva un’insanabile paura di morire, ma in questo modo avrei perso gran parte dei lettori solo nell’incipit, tra chi non vuol sentir proprio parlare di morte, e chi di paura. Figuriamoci nel caso in cui si trovino addirittura nella medesima frase…
Nondimeno, nel paese di cui sopra, il tempo passava indifferente come sempre agli umani vizi, di fronte ai quali solo l’umanità stessa può porre rimedio. E, come altrettanto sovente accade, il destino finì per realizzare il sogno di chi incessantemente nutriva i propri incubi. Perché da che mondo è mondo, non è trovarti dalla parte giusta della storia a consegnarti la vittoria, ma quanto ardentemente la desideri e per essa sei disposto a lottare.
Così, venne il giorno in cui nel paese più vecchio del mondo, abitato da persone decrepite, nonché spaventate dall’imminente esaurirsi del tempo a loro concesso, nessuno morì più.
All’inizio si diffusero ovunque incredulità e smarrimento, tipica reazione innanzi a un cambiamento di tenore a dir poco epocale.
Tuttavia, dopo il giusto tempo, ciascuno dei vecchi abitanti del paese vecchio cominciò a percepire nel proprio stesso essere la presenza di un vuoto di misure indefinite, perché mai domo nella sua costante crescita.
Come scoprire che l’orizzonte per il quale hai finito per sacrificare ogni frazione di secondo del tuo vivere sia stato unicamente frutto della tua immaginazione. Poiché ciò che era tutto ieri, oggi è nulla, e quel che era vero un attimo fa, adesso è la più grande menzogna che ti sei mai raccontato da solo.
Così, all’improvviso, allorché la storia iniziasse adesso, dovremmo partire con: c’era una volta un paese vecchio, infinitamente vecchio, ma stavolta l’avverbio in oggetto verrebbe celebrato come il fiore all’occhiello della sua grammaticale categoria. Perché mai la sua chiamata in causa fu maggiormente letterale.
Poi, in modo da mantenere alta l’attenzione degli spettatori appassionatisi fin qui all’intreccio, dovremmo muovere l’inquadratura sui protagonisti di quest’ultimo specificando che c’era sì una volta un paese infinitamente anziano, abitato da persone altrettanto vecchie, ma giunti a questo punto avremmo l’obbligo di rivelare la già introdotta inverosimile caratteristica, la sola che motiva l’invenzione di un racconto.
Altrimenti, di nazioni o città oltremodo vetuste, con abitanti particolarmente attempati e terrorizzati da tutto, ce ne sono svariate nel mondo reale. E magari voi altri vivete proprio in una di esse, chi può dirlo?
A ogni modo, bando alle ciance, ecco l’incipit aggiornato: c’era una volta un paese vecchio, abitato da gente che sarebbe stata vecchia per sempre, perché da un istante all’altro smise di morire. Di conseguenza, poco dopo, non ebbe più paura della morte.
Il bello nell’inaspettato risvolto di questa assurda trama è ciò che accadde nei giorni a seguire.
Fu meraviglioso, esserne testimoni.
Soprattutto trovandosi nei panni degli altri, coloro i quali vivevano nel paese vecchio, accanto agli abitanti per sempre vecchi, ma che vecchi non lo erano affatto.
Perché la scomparsa della paura della morte alimentata da un intero popolo fu paragonabile alla caduta di un colossale albero marcio e putrido, a dir poco maleodorante e velenoso, ai cui rami erano appesi frutti altrettanto guasti e non meno inquinanti.



Difatti, la madre di tutte le paure, da quando si era insediata nelle loro vite aveva generato un numero incalcolabile di altrettante paure, composte dalla medesima carne avariata.
La paura di quel che appare come diverso e di ciò che ha la presunta colpa, invece che l’indiscussa fortuna, di esser nato oltre i confini del tuo malessere.
La paura di tutto ciò che rappresenti il domani, che sia giovane piuttosto che nuovo, che suoni come rivoluzionario, piuttosto che alternativo.
La paura dell’istante in cui i generi e le identità maltrattate e violentate nel passato come se fosse il presente, e viceversa, si palesino addirittura più fiere e luminose che mai.
La paura, in breve, di tutto ciò che significhi quel che hai perduto e dimenticato.
Esistere ora, qui.
Perciò, semmai si avvererà, che sia benedetto il giorno in cui nessuno morirà più.
Perché vorrà dire che nel medesimo tempo coloro che chiamiamo gli altri saranno finalmente liberi.
Di vivere...


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 7 marzo 2019

Il social network perfetto

Storie e Notizie N. 1642

Secondo una recente ricerca condotta su quasi 6000 giovani under20 da Generazioni Connesse e curata da Skuola.net, Università ‘Sapienza’ di Roma e Università di Firenze, circa 1 su 4 degli intervistati non si è mai preoccupato della privacy dei suoi dati online e, quasi altrettanti, se ne interessano saltuariamente. Inoltre, più di 7 adolescenti su 10 si sono iscritti a un social network quando avevano meno di 14 anni e 4 su 10 conoscono solo la metà dei propri cosiddetti ‘amici.

Mi chiamo Mario, ma potrei aver mentito. Potrei pure essere Stefania, ovvero Corrado.
Okay, okay, non è di certo un bell’inizio partire con una possibile menzogna, e su questa costruire tutto il resto. Tuttavia, non sarei forse il primo, giusto?
Giusto?
A ogni modo, mi chiamo Mario e sono una persona, punto.
Fin qui, niente di speciale, tutto normale, quasi come la realtà. Ed è quel quasi a non farmi dormire la notte.
Così, ho trovato la soluzione a ogni mio problema.
Non faccio nomi, mi riferisco a un social network, quello.
Chiaro, no?
Ebbene, gli ho dato di editor di immagini come un vero mago degli effetti e ho mostrato una cura sopraffina nel descrivermi con un pugno di parole, alla stregua dei signori della sintesi più efficace.
Descrivermi…
Diciamo piuttosto nel descrivere lui, cioè me, ovvero la versione del sottoscritto che voglio rendere visibile e direttamente collegabile con… me, esatto. Tutto torna a me, alla fine della fiera, anzi, deve.
Fatto ciò mi sono impegnato con la giusta pervicacia a connettermi con i miei compagni di social, ecco.
Connettermi…



A collegare il puntino che mi rappresenta con quelli che a loro volta identificano le persone con le quali ho desiderato o accettato di connettermi.
Va bene così? Caspita come siete pignoli, e anche curiosi, già, perché neanche un anno più tardi qualcosa che non avrebbe dovuto palesarsi ha invaso l’inquadratura che mi riguarda.
Così, non posso più negarlo.
Mi chiamo, forse, Mario, sono quindi una persona, sebbene neanche questo sia certo, ma di sicuro sono assai permaloso.
Okay, okay, roba comune, niente di straordinario, ma trattasi di nervo scoperto nel mio caso, e allorché lor signori mi hanno donato la facoltà di decidere cosa rivelare e cosa no, perché dovrei lasciare che i miei difetti siano pubblici?
Nondimeno, nel social, quello, ho fatto ormai terra bruciata. Così, ho azzerato tutto, fatto tesoro degli errori precedenti, e mi sono iscritto all’altro.
Capito quale, no? È meglio, sapete? Perché è più semplice, dai, e non ci sono tutti quei troll che infestano il precedente.
See… pare vero.
A ogni modo, profilo rinnovato, nuova vita digitale.
Con maniacale precisione mi sono scelto un avatar che non fosse in alcun modo paragonabile al vecchio, un nickname che risultasse abbastanza trendy, e una presentazione attraente per il moderno mercato relazionale.
Sì, lo so, questo ci fa sembrare tutti come dei prodotti messi in fila sugli scaffali di un supermercato. Ma pure se fosse? Qual è il problema? Non vedevo l’ora di essere acquistato in massa, se questo era il modo per sentirmi popolare come ho sempre sognato.
Nondimeno, la brutta sorpresa, come la data di scadenza della merce alla quale mi sono appena paragonato, è sbucata puntuale da sotto il tappeto virtuale.
Okay, okay, sono sempre Mario, o forse continuo a fingere che sia il mio nome, dovrei essere una persona fino a prova contraria, mi hanno beccato sul fatto nella mia cronica permalosità, ma da un giorno all’altro mi hanno scoperto anche come un piagnucolone di prima categoria.
Per capirci, le prime lacrimuccie affiorano sulla soglia dei miei occhi con una facilità addirittura maggiore di quella con cui perdo le staffe qualora abbia l’impressione di subire una qualsivoglia critica.
Ma come ho fatto…
Eppure mi sono studiato una quantità industriale di tutorial sul montaggio video. Credetemi, ero certo di aver tagliato la fine della clip con cui esprimevo il mio cordoglio per quel gattino morto da solo in casa, di cui hanno parlato tutti i giornali.
Ciò nonostante, un conto è prodursi in un appassionato e commovente discorso solidale con la creaturina, e un altro è esplodere subito dopo in singhiozzi da poppante in piena crisi isterica.
Ovviamente, malgrado appena un paio d’ore dopo la pubblicazione abbia cancellato le prove della mia inconsapevole figura barbina, era ormai troppo tardi, giacché il video era già stato scaricato e condiviso ovunque.
I mesi successivi sono stati terribili. Mi sono chiuso in casa e ho vissuto come un reietto vampiro, uscendo solo a tarda sera per qualche indispensabile compera.
Tuttavia dovevo reagire, lo sapevo, e che il cielo benedica la rete e tutte le chance che offre alle creature esiliate dal regno dei bit.
Così, nel frattempo ho lasciato crescere la barba e mi sono rasato del tutto. Quindi, mi sono guardato allo specchio e mi son detto: sei pronto per tornare in pista. Ovvero, in un social.
Quello nuovo, avete presente?
No? Be’, allora siete indietro, perché vedrete che in pochi anni li supererà tutti.
Con l’ormai professionale competenza acquisita ho caricato un’immagine indecifrabile quanto fascinosa e mi sono auto introdotto con un paio di frasi capaci di catturare l’attenzione perfino dei defunti, senza scherzi.
Okay, okay, questa è sbruffonaggine bella e buona, ma occorre sempre una notevole dose di entusiasmo per ricominciare.
Sono stati giorni felici, quelli.
Ovvero… lo sono stati per la nuova proiezione digitale tramite la quale interagire con altri riflessi composti della medesima sostanza.
Poi, però, la solita maledizione ha colpito dove fa più male.
E dove fa più male? Qui, nel petto, sul quale in questo momento preciso punto il dito, malgrado nulla dolga , sul pianeta auspicabilmente indolore.
Io non volevo... e pure quella volta è stato il dito, sempre lui, o magari ciò che l’ha mosso.
Leggi pure come l’insoddisfatto desiderio di condividere le proprie segrete debolezze.
Come vorrei non aver premuto il pulsante di iscrizione a quel maledetto gruppo, dall’inequivocabile titolo: Quelli che dormono con la luce accesa in camera perché hanno paura del buio.
Se sapessero che nel mio caso, si dovrebbero conteggiare anche quella del corridoio e perfino la lucetta in bagno, sebbene sia a basso consumo.
Indi per cui, mi son ritrovato con le seguenti informazioni pubblicamente sputtanate e messe una di seguito all’altra: mi chiamo Mario, ebbene sì, sono una persona, lo confesso. E sono permaloso, piagnucoloso e fifone.
Ciò nonostante, ho accusato il colpo ancora una volta, ma non mi sono arreso, perché finché c’è internet c’è speranza.
Sono disposto ad attraversare l’intero World Wide Web alla ricerca del social network perfetto.
Dev’esserci da qualche parte quello che mi aiuterà per sempre a non far capire al prossimo chi sono davvero...


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email