giovedì 12 settembre 2019

Fratelli della stazione e di ciò che resta del mondo

Storie e Notizie N. 1660

Questo è ciò che accade oggi, nel particolare.
Questo è altresì quel che succede da tempo, lungo il confine tra ciò che di bello vuol dire la parola umanità e la folle quanto ottusa contraddizione di quest’ultima.
Si tratta di una linea angusta, che opprime il cuore e l’anima, nonché l’intelletto. È terra promessa e al contempo prigione in cui un po’ tutti ci illudiamo di viver come eletti, come se le manette che incatenano il prossimo, perfino appena a un soffio da noi, non stringessero anche i nostri, di polsi.
E, allora, nel dettaglio, in quel di Foggia capita che i fratelli della stazione del titolo vengano multati per aver osato offrire, privi del sacro biglietto vidimato, caldo latte e preziose coperte a chi è rimasto fuori della porta il giorno in cui il caso ha distribuito, come al solito alla cieca, i più favorevoli tra i destini.
16,67 euro, capisci?
Questo è il prezzo della colpa, lì dove si parte, là ove si arriva.
Questo è il difetto di un atto volontario, colpevole di solidarietà.
Questa è la misura con cui la normativa vigente prende le distanze da chi scelga di obbedire alla ragionevolezza della propria coscienza invece che all’incoerenza dei vincoli cittadini.
Eppure la legge è legge, di questo non v’è dubbio.

È ciò che, a lungo andare, garantisce equilibrio e talvolta quieto vivere alle moltitudini che in quantità sempre più crescente insistono con l’occupare il medesimo spazio.
Il quale, che lo si voglia o meno, somiglia ogni giorno che passa con maggior precisione al confine di cui sopra. E, chissà, magari verrà il giorno in cui, a forza di mortificare la speranza di creature, solo in apparenza più ingenue, di raggiungere l’orizzonte sognato, scopriremo che a differenza di loro ci siamo accontentati solo del bordo di quel meraviglioso quadro.
Leggi pure noi tutti come il popolo della cornice, perché il dipinto all’interno fu bruciato per non permettere agli altri di raggiungerlo.
Nondimeno, va ribadito che la regola scritta tra le genti ha un valore ineccepibile.
Tuttavia, laddove l’intenzionale consistenza nel nostro viver civile si riduca al mero strumento con cui tassare ogni letterale sconfinamento, allorché si giungesse all’estremizzazione di tale finalità, ecco che divideremmo il mondo in due parti antagoniste e alternative, come acqua e olio.
Da un lato i guardiani del sopracitato limitare e nell’altro ciò che resta del mondo a cercare di oltrepassarlo, ovviamente privo del necessario biglietto.
È evidente che non potremo sopravvivere a lungo, costretti in tale delirante allegoria.
Il cervello umano, se non il cuore, deve per forza di cose poter offrire soluzioni all’incidente chiamata vita.
Perché è inevitabile che l’amore per quest’ultima ci induca a contraddire le convenzioni sulle quali abbiamo costruito stazioni, palazzi, strade e ovviamente muri e porti.
D’altra parte, da quando esiste l’universo intero, la vita, ripeto, e l’affezione per quest’ultima, superano ogni giorno, in qualsiasi istante, i limiti della natura stessa.
Come si può pretendere che non lo facciano anche con quelli stabiliti dall’uomo?
Tuttavia, nell’assurda eventualità ci si arroghi tale megalomane diritto, per quanto legalizzato, come si può arrivare a pensare di poter sanzionare la mera esistenza?
Si può essere colpevoli di nascita?
E di sopravvivenza?
Ebbene, nel medesimo modo, è altrettanto dissennato e stolto ostacolare il cammino di coloro i quali, con i propri corpi, si fanno aria e acqua, cibo e calore per aiutare gli ultimi della terra.
Qualunque legge lo richieda.
Perché sarebbe come punire l’aria stessa, così come l’acqua, il cibo e il calore.
In una parola, la vita...


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giovedì 5 settembre 2019

Età della plastica

Storie e Notizie N. 1659


Una recente ricerca ha scoperto che l'inquinamento dovuto alla plastica contamina i reperti fossili della terra con aumento esponenziale sin dal 1945.
Di conseguenza, dopo l'età del bronzo e del ferro, gli scienziati suggeriscono di definire l'attuale periodo in cui viviamo età della plastica.
Ecco perché questa è solo un’altra storia, ma di plastica.

Allora, c’era una volta un mondo di plastica. Che poi è il nostro, di pianeta, ma tu fingi che sia di qualcun altro.
D’altra parte, trattasi dell’umano vizio più diffuso, oggigiorno, quello che ci vede puntualmente votati a ritenere ogni possibile nostra responsabilità scaricabile sulle spalle del prossimo in transito.
Auspicabilmente vulnerabile e indifeso.
Tuttavia, qual è il problema?
Così è la storia, questa, così la vita che ci siamo costruiti, e be’, altrettanto gli abitanti che siamo diventati.
Cittadini di plastica, con tutti i vantaggi del caso.

Perché gli abitanti di plastica si piegano, ovvero si
genuflettono dinanzi al personaggio forte di turno, ma non si spezzano, vuoi mettere?
Anche se è un clamoroso peccato quello di non finire in pezzi per davvero, di tanto in tanto.
Da rotti ci si può ricostruire, magari reinventare.
Si potrebbe ancora cambiare e migliorare.
A forza di piegarsi al massimo si sopravvive, senza mai aspirare a qualcosa di più.
Nondimeno, il vero problema dell’umanità di plastica è quello di considerare la vita altrui con la stessa indifferenza con cui si tratti un bicchiere, un cucchiaio o un piatto, di plastica.
Della serie, ci si ubriaca e ci si abbuffa senza ritegno e poi, al meglio, ci si lava la coscienza gettando i suddetti nella raccolta differenziata.
Tuttavia, non tutte le creature di plastica si sono arrese a esser tali, sai?
Molte, la maggior parte, non sono venute al mondo per
questo.
È ciò che si son dette all’inizio del viaggio ed è quel che hanno sognato troppe volte tra un pianto sommesso in un angolo della propria stessa vita e un rabbioso urlo nel buio della stanza.
Per loro sopravvivere può essere una necessità, forse la sola possibilità, ma mai, ripeto, mai una consapevole scelta.
Non si piegano al destino e spesso, dopo un naufragio, aumentano il proprio peso oltre natura abbracciandosi l’una con l’altra e finiscono inesorabilmente sul fondo del mare, invece che galleggiare come i fortunati bagnanti che rubano il sole al cielo senza meritarlo.
Perché c’è plastica e plastica, e coloro i quali se la ritrovano nel sangue che scorre e nell’aria che fluisce nei polmoni, senza averlo mai desiderato, preferiscono piuttosto sciogliersi come plastica, già, al cospetto di quello stesso sole.
Tutto fuorché illudersi che il calore crescente dei suoi raggi sia qualcosa di normale.
A ogni modo, stai tranquillo. Non pensare che sia così ingenuo dal credere che una storia di plastica possa cambiare le cose.
Soprattutto in una società dove il ritmo dell’amore reciproco e di ogni sentimento che sia in grado di unirci sia scandito tramite cuori di plastica. Inoltre, se l’organo principale che ci rende vivi è tale, altrettanto sono le parole con con cui immaginiamo di accenderlo e farlo vibrare. Lo stesso qualora fingiamo di affidarci al cervello o di aver ancora fiducia nell’anima, per chi ci creda.
La realtà è che se tutti noi siamo di plastica, così è il linguaggio, ovvero gli insiemi di lettere con i quali
comunichiamo emozioni e pensieri. Tutto può esser detto e rimangiato nel giro di un minuto, riciclato il giorno seguente e un attimo dopo rimescolato con ogni tipo di nulla come se fosse qualcosa di tangibile.
Perché questo è l’inganno della plastica e di chi ne è fatto.
Può diventare qualsiasi cosa, basta usare il colore giusto, la forma più alla moda. Pazienza per chi, penalizzato alla nascita, o privo di sufficiente ricchezza, non possa permettersi siffatte combinazioni vincenti.
D’altra parte, il mondo dello spettacolo avrà sempre bisogno di nuove comparse e altrettanti spettatori di plastica.
Costano poco, spesso nulla, e se non fanno il lavoro richiesto, sono facilmente sostituibili.
Le coordinate per raggiungerli sono lì fuori, ovvero là
dietro, nel mercato di sotto, al riparo della superficie altrettanto di plastica delle vischiose reti sociali. E per assoldarli basta poco. È sufficiente saper ideare frasi così leggere, talmente elementari ed estremamente semplici che perfino un pupazzo di... plastica, esatto, potrebbe condividerle e farle sue.
Sono slogan di plastica in cui nulla è sul serio, niente è reale, cioè vero, ma sembra tale. E puoi farli tuoi, per condividerli con i pari e gridarli impunemente in faccia a coloro che detesti, a prescindere se l’odio abbia fondamento o meno.
Ecco, questa è una storia che non ha un lieto fine, mi dispiace.
Le favole di un tempo, come gli umani in carne e ossa, invecchiavano, perivano e nutrivano la terra per diventare altre storie, magari migliori nei ricordi e nelle vite del prossimo.
In quelle come questa la morale è che al mattino seguente, dopo l’ultima pagina, rimarrà solo lei.

La plastica...


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giovedì 11 luglio 2019

Le pagine perdute

Storie e Notizie N. 1658

Questa storia scaturisce da un pomeriggio di qualche mese fa.
Ero in ritardo, camminavo di fretta, e quando ciò accade tendo a chinare il capo verso il basso, sul marciapiede, spinto a farlo dal timore di inciampare o, al peggio, cadere.
Non mi è mai piaciuta la fretta e, da quando ho memoria, mi sforzo di muovermi da casa in tempo, in modo da godermi il bello di ogni viaggio.
Leggi pure come i numerosi doni che ci attendono lungo il tragitto tra la partenza e l’arrivo.
Ebbene, quel giorno, iniziai a notare in terra le pagine di un libro.
Erano sparse una dopo l’altra, alcune le notai sotto un'auto parcheggiata e altre ancora erano finite in un cespuglio.
Per quanto fossi atteso, mi presi un pugno di secondi per osservarne una da vicino. Mi accovacciai e mi accorsi che la carta era ingiallita, quindi invecchiata.
Non conoscevo il titolo del romanzo, che campeggiava in alto, ma non è importante, qui. Ovvero, lo è immensamente, ma per me, lo tengo per me, spero che non ve la prendiate a male per questo.
Al contrario, vorrei condividere con voi dove mi ha condotto il riflettere su quelle pagine perdute.

Strappate e poi gettate, chissà quando, da chi e più che mai perché.
La prima cosa che ho pensato è che, se non avessi guardato in basso, in quel momento, non mi sarei mai accorto della loro presenza.
Di solito, quando cammino in strada, i miei occhi vagano frenetici sui miei simili e tutti gli esseri viventi si guadagnano quasi sempre la mia massima attenzione.
Sarebbe stato un peccato, giacché in questo modo mi sarei perso lo stimolante fantasticare su chi sia la misteriosa persona e le sue ragioni nel liberarsi di un intero libro, pezzo a pezzo, parola dopo parola.
Di conseguenza, mi sono ritrovato a chiedermi se tale osservazione non celasse una profondità maggiore, magari con una valenza ulteriormente generale e, col passare dei giorni, mi sono accorto che la risposta era affermativa.
La metafora è palese, a mio modesto parere e, probabilmente, è in grado di descrivere in modo esaustivo ciò che sta accadendo un po’ a tutti noi, in questi convulsi e confusi tempi.
L’unica differenza è che per il sottoscritto la fretta è risultata una propizia consigliera, ovvero messaggera di una storia dimenticata e lasciata indietro da invisibili protagonisti.
Nondimeno, trattasi di eccezione alla regola che vede la calma e la noncuranza verso gli altrui affanni a permetterci di scorgere le meraviglie oltre i confini dell’ambito regno del virale.
L’ansia cocente e la cieca ambizione di riuscire a farne parte a ogni costo ci sta tenendo quotidianamente lontani da una miriade di altre pagine dimenticate.
Talvolta sono storie, o come nel caso suddetto, frammenti di esse.
Altre sono veri e propri esseri umani il cui peso nella trama privilegiata è talmente evanescente che per osservarli con la giusta nitidezza occorre uno sguardo talmente ampio da poterne usufruire solo con l’ausilio di tutto lo sforzo e il tempo del nostro cuore distratto.
Spesso, oltre i sacri confini dell’orizzonte artificiale a cui siamo consegnati, ci sono finiti anche brandelli di noi stessi.
Tutti i ricordi che abbiamo erroneamente ritenuto banali.
Coloro i quali abbiamo bollato allo stesso modo, rei di averci solo sfiorato per un fuggevole istante.
Ma soprattutto, il fragile bagaglio di sogni e speranze che troppo presto abbiamo liquidato come infantile o addirittura pericoloso.
Ebbene, che sia per merito della fretta, piuttosto che la calma.
Mi auguro che anche voi altri abbiate ogni tanto la fortuna di ritrovare qualcuna.
Delle vostre pagine perdute...


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giovedì 4 luglio 2019

La favola del voto ai più giovani

Storie e Notizie N. 1657

C’era una volta un paese.
Che potreste chiamare anche Stato o Nazione.
Repubblica e democrazia.
Nondimeno, avvalendovi di espressioni come insieme di cittadini, o addirittura osando tirare in ballo la tanto sottovalutata comunità di individui, non sareste
comunque in errore.
Giacché stareste parlando sempre dello stesso concetto.
Un luogo abitato da vite umane, la cui correlata esistenza è, nella fattispecie, regolata da una specifica modalità di governo.
Che potreste chiamare anche gli amministratori della cosa pubblica, oppure coloro i quali siano stati deputati a rappresentare gli abitanti tutti, agevolandone le istanze e guidando la collettività verso una migliore qualità dell’esistenza.
In ogni caso, sareste nel giusto.
Poiché il compito e le responsabilità annesse sarebbero identiche: preservare con assoluta considerazione il presente di un popolo, lavorando alacremente per garantirne il futuro.
Presente e futuro, ecco dove auspicavo questa breve storia ci conducesse.
Parole il cui significato per troppo tempo è stato trascurato dalla mia generazione come da quelle che l’hanno preceduta.
Indi per cui, prendete pure ciò che segue come una mera provocazione.
Ovvero, come un’ingenua favola.
Tuttavia, dal 1861 a oggi, abbiamo seguito una sacra regola che col tempo è stata per fortuna sempre più inclusiva, passando dal concedere il diritto di voto unicamente ai maschi di alto lignaggio con almeno venticinque anni all’estensione alle donne, la quale, non dovremmo mai smettere di rammentare e sottolineare, è avvenuta soltanto circa settant’anni fa.
Ebbene, malgrado i progressi e gli sforzi, figuratevi se per una volta potessimo operare una sorta di paradossale restrizione, capovolgendo del tutto gli attuali limiti d’età.

Lasciando da parte per un momento le eccezioni per quanto riguardi l’elezione del Senato, nonché le scontate rimostranze della logica, immaginiamo che il diritto di voto sia concesso soltanto ai minori di anni diciotto, non il contrario.
Il presente di cui sopra, e più che mai il futuro, non dovrebbero essere questioni di loro autorevole competenza?
Chi meglio di colui che vive con maggior coinvolgimento il qui e l’ora, con lo sguardo al contempo perennemente rivolto al domani, potrebbe suggerire le domande più sensate di cui occuparci, invece che lasciarci perpetrare l’affezione verso risposte che, tra l’altro, non hanno funzionato a dovere neppure nel passato?
Tuttavia, la meraviglia degna di questo nome andrebbe in scena durante la conseguente campagna elettorale.
Poiché nessun ambizioso populista privo di scrupoli potrebbe approfittare dell’ignoranza degli eventuali imberbi elettori. Si da il caso che la maggior parte dei
giovani di quell’età saranno pure inesperti e talvolta ingenui, ma la pervicace dedizione a vivere nell’assoluta disinformazione dei fatti del mondo è roba da analfabeti funzionali in età nettamente adulta.
Nessun imbonitore in cerca di poltrone facili potrebbe strumentalizzare la loro paura.
Il coraggio, talvolta avventato, ma spesso encomiabile è un requisito che hanno ancora intatto, bontà loro, mentre il panico cieco e ottuso è un virus che ottenebra al contrario molti dei loro concittadini più attempati, dal quale strenuamente, ogni giorno, devono difendersi.
Nessuno potrà ingannarli con le solite false promesse.
Gli adolescenti avranno tanti difetti, ma hanno pure il pregio di avere l’innata capacità di percepire chi si ponga davanti a loro privo di autorevolezza e con il solo intento di mentirgli.
Lo spettacolo sarebbe, allora, veder sfilare i pretendenti ai
prestigiosi banchi delle Camere costretti a parlar chiaro e semplice, senza perder tempo in inutili quanto truffaldini fronzoli, affrontando i temi essenziali e prioritari per chi ha la precedenza su tutti noi, nel presente come nel futuro.
A cominciare dalla cura dell’ambiente e della natura intera.
Per poi passare alla scuola, agli spazi riservati alla cultura e agli sport praticabili da tutti, nonché il sostegno a ogni famiglia, senza alcuna distinzione, di cui i giovani sono parte fondamentale.
D’altra parte, favola o meno,
essi sono il reale cuore pulsante della nostra società.
Ma per una volta avrebbero quel potere decisionale che costringerebbe noi adulti ad ascoltarne le richieste più immediate, così come i sogni e le speranze.
Onestamente e con il massimo del realismo, credete davvero che potrebbero far peggio di quanto noi altri abbiamo fatto finora?


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martedì 2 luglio 2019

Chi volete libero?

Storie e Notizie N. 1656

Immagina una piazza.
Un luogo contraddistinto da un pavimento appesantito nel tempo da passi che marciano o indifferentemente sostano.
Uno spazio, malgrado tutto, intriso di bellezza e cultura, tradizioni e folclore, ma al contempo pervaso da una quasi congenita inclinazione a veder tali doni, peraltro solo ereditati, come qualcosa da nascondere e sotterrare a costo di contribuire al loro deperimento, invece di considerare le innumerevoli possibilità di arricchimento tramite ciò che ci venga regalato da lontano.
Adesso figurati con me le persone, i cittadini, o la gente, come si ama dire oggigiorno, succedersi in siffatto luogo nell’arco di un secolo.
Esattamente dal 1919 a oggi.
Cento anni dopo, come è d’abitudine avendo a che fare con il più beffardo dei destini, la storia talvolta si ripete in modo dissimile, ovvero opportunamente camuffato, eppur uguale.
D’altra parte, trattasi di simbolica allegoria ben più antica, dalla quale avremmo dovuto tutti trarne il giusto insegnamento.
Se non altro, ci saremmo risparmiati clamorose sviste e imperdonabili peccati, entrambi compiuti da intere generazioni senza soluzione di continuità.
Ora immagina di trovarci insieme, seppur nel breve susseguirsi di queste parole, tra la folla.
Urlante o muta, ricolma di collera o solo terrorizzata.
Vile grazie all’isolamento dei pochi dotati di reale coraggio e amareggiata a causa della solitudine di questi ultimi.
Allora, come oggi, il racconto comune delle nostre vite intrecciate, si fa entità giudicante e voce tonante allo stesso tempo.
Ci rivolge la parola direttamente e soltanto nel momento esatto in cui ce ne rendiamo conto diventiamo consapevoli della più dimenticata tra le evidenze che ci riguardino: non ha mai smesso di farlo.
Il pubblico richiamo alle nostre umane coscienze, più o meno contaminate dalle artificiali infrastrutture che definiamo modernità, è onnipresente.
E, sembrerà incredibile, non ha mai avuto alcun bisogno di un video virale o di una montagna di like per meritarsi il nostro ascolto.
La Storia è fatta così, che volete farci.
È dotata di considerevole pazienza e talvolta ci rimette alla prova.
Non ha fretta, non l’ha mai avuta e da un momento all’altro può accadere che ci ponga le medesime domande del passato, sebbene con nomi e parole differenti.
Di questo dovremmo ritenerci fortunati, alla stregua dell’esser stati prescelti tra le specie viventi come i beneficiari del più sottovalutato tra i talenti, ovvero il dono della scelta.
Perché noi altri siamo solo testimoni, più che accusatori.
Siamo giuria, giammai giudici.
E, più di ogni altra cosa, tutti viaggiatori, senza alcuna distinzione.
D’altra parte, se la via per la dannazione è lastricata di buone intenzioni, magari, potremo salvarci facendo tesoro della nostra vergogna.
Dal 1919 al 2019 e ritorno.
All’improvviso il tempo collassa su se stesso e ancora una volta una strana forma di giustizia ci impone come popolo di schierarci a favore o meno di due tedeschi, malgrado uno tra loro lo sia stato solo per cittadinanza.

Eppure, sarebbe sufficiente far menzione delle differenze tra i due, per aver chiaro quale strada sia la più virtuosa.
Tra l’uomo apparentemente forte del secolo scorso e la sola creatura la cui potenza sia indiscutibilmente comprovata dalla realtà dei fatti di ieri come oggi, ovvero una donna.
Tra colui che aveva bisogno di una temuta divisa, di uno sguardo truce e di elevare la propria voce oltre i limiti della sua altezza, per guadagnare attenzione.
E colei che si affida solo a se stessa e alle proprie indomabili vulnerabilità per ottenere il meritato ascolto.
Tra chi si è sentito invincibile soltanto finché ha avuto un esercito di suoi pari al proprio fianco e chi non ha avuto alcuna remora ad avanzare sorretta unicamente dai propri incrollabili ideali.
E se tutto ciò non bastasse, tra il criminale che si è macchiato dello sterminio delle vittime del suo tempo e colei che viene ritenuta paradossalmente colpevole per aver scelto di salvare quelle del nostro.
Mi rivolgo a te, ora, mio simile verso il quale ripongo ancora la mia speranza.
Sai? I fascisti, a quei tempi come adesso, sono stati e sono ancora coerenti con la propria vergognosa natura. Hanno scelto con chi allearsi e chi tormentare, e continuano a farlo senza alcuna esitazione.
Nondimeno non erano e non sono neppure oggi la reale maggioranza, in questo nostro travagliato paese. Sono solo capaci di gridare e insultare per primi.
A mio modesto parere, è ora di rispondere finalmente all’annoso quesito.
Che sia reale o ideale il significato della metafora dentro di te, dichiarare chi meriti libertà e sostegno stavolta è qualcosa di ineludibile.
Perché non è affatto detto che avremo un’altra occasione per spostarci finalmente dalla parte giusta della Storia.
Indi per cui, chi vuoi che sia libero, o libera, di muoversi e agire nel nostro paese?



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giovedì 27 giugno 2019

Frammenti di foto e notizie

Storie e Notizie N. 1655

Ecco, alla fine di tutto, per quanto si possa sproloquiare e urlare, pontificare e perfino insultare, l’incontro con l’altro al di là dei confini della nostra solitudine morale non può che ridursi a questo.
Frammenti.
Già, più o meno sensibili o strumentalizzabili frammenti di foto, di notizie e più che mai di vite che hanno per forza di cose necessità di un numero ben più ingente di umani dettagli per potersi anche solo azzardare a comprenderle, ancor prima che giudicarle o addirittura infangarle.
È uno dei problemi principali di questa nostra, sulla carta moderna, esistenza iper connessa, fatta di lancette dell’orologio perennemente in fuga e occhi e orecchie che

non vedono l’ora di saltare ad altra tavola digitale, con cui gustare nuovo cibo senza sapore ma quanto mai luccicante.
Perché dovrebbe essere lampante a ogni età e per qualsiasi quoziente intellettivo che la storia delle singole persone non sia fisicamente sintetizzabile in una minuscola porzione di pixel.
Nessuno dei protagonisti di quest’ultima, lo vorrebbe davvero, neppure noi altri.
E, soprattutto, in molti, troppi, non lo meritano proprio.

Il passaggio di Oscar e sua figlia Valeria su questa terra, per loro buona sorte, malgrado si sia estinta maledettamente presto, è composto da tessere inestimabili che saranno infinitamente preziose per chi sarà costretto a sopravvivere con il vuoto generato dalla duplice prematura scomparsa.
Nondimeno, hanno immenso valore anche per il resto del mondo che in qualche modo sia venuto in contatto con la loro vicenda.
Come tanti, come tutti, come te, come me, e alla stregua di altrettante sfortunate creature di questa terra che si guadagnino il triste primato dei cinque minuti di popolarità nel momento peggiore della loro vita, quel giovane padre, quella fragile bambina, sono stati altro.
Oscar ha avuto a sua volta anch’egli le dimensioni di un bambino, alla stregua della figlia.
Leggi pure entrambi come venuti al mondo quale legittima prole di quest’ultimo e con un bagaglio ricolmo di sogni e diritti ai quali tutti coloro che hanno l’onere d’averla preceduta debbono sacrosanta attenzione. E nessuno si senta sufficientemente innocente o lontano.
Nel contempo, ovvero durante i pochi mesi in cui Valeria ha respirato a pieni polmoni e pianto con il medesimo impegno, imparato a imitare il sorriso e a disegnarlo sul proprio volto con meravigliosa spontaneità, a conoscere la differenza tra cadere e cadere, ma poi rialzarsi, e a sperimentare l’eterna danza tra l’inimitabile calore della vicinanza dei suoi e l’inconsolabile mestizia dovuta alla loro seppur temporanea assenza, non v’erano i flash dei fotografi e l’inchiostro degli articolisti da prima pagina a osservarla.
Tuttavia, scegliendo coscientemente di ignorare tale evidenza, compiremmo un errore a dir poco madornale, che oramai è divenuta la cronica miopia del cuore e della coscienza di un’intera generazione.
Di fronte all’amara immagine che è diventata ancora una volta virale per ragioni immonde abbiamo l’obbligo di allargare lo sguardo e scoprire cosa sia rimasto fuori dall’inquadratura, per quanto febbrilmente cliccata e una frazione di secondo più tardi condivisa, cancellando ogni memoria dell’abominio.
Per esempio che Oscar e Valeria avevano rispettivamente una compagna e una madre di nome Tania, la quale era pronta a raggiungerli sulla riva privilegiata del loro avverso destino.
Non dobbiamo temere di immaginare i tre tra le pieghe del passato prima che si avverasse tutto ciò che viene di norma divorato dai famelici mass media.
Poiché non dovremmo mai aver paura di specchiarci nella sfortuna altrui, invece che sforzarci ossessivamente di trovar spazio nel successo delle star.
Sto parlando di roba comune, sapete?
Di una madre che desideri il meglio per l’unica figlia.
Di un padre che voglia mantenere la promessa fatta alla donna che ha deciso di amare.
Staremo bene, amore.
Saremo felici, caro.
Avremo ciò che i nostri genitori non hanno potuto neppure concepire, la comune, condivisibile aspirazione.
Per tutto ciò non basterebbe una singola foto, un articolo e, forse, neppure l'editoriale più prestigioso.
Eppure, il destino delle vittime ritratte, quando ancora potrebbero salvarsi, viene deciso in un istante con un rapido e distratto clic sul mouse, quanto tramite una crocetta sulla scheda elettorale.
C’è qualcosa di tremendamente sbagliato prima e dopo ogni secondo che bruciamo senza riflettere per continuare questa folle corsa.
Se vogliamo davvero cambiare le cose, rimediare, o perlomeno provare a invertire la pericolosa curva della nostra Storia, forse, dobbiamo cominciare a raccogliere da terra tutti i frammenti che abbiamo lasciato indietro sulla via, prima che il vento della nostra disumanità li disperda del tutto.


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giovedì 20 giugno 2019

Umano rifugio

Storie e Notizie N. 1654

C’era una volta il nostro corpo.
Che malgrado il regresso tecnologico, e l’illusione della vicinanza digitale, nelle forme e in buona parte della sostanza è ancora umano.
Capita talvolta d’estate, sulle spiagge, al mare o nei pressi di qualsivoglia corso d’acqua, che si rammenti ciò che ci rende inevitabilmente simili, e spesso identici.
In una sola parola, rifugio.
Questa è davvero una delle misure più attendibili della natura stessa che ci contraddistingue come creature viventi, in ogni tempo e luogo.

Come rifugiati, al sicuro del ventre di una madre, percepiamo il delinearsi dei contorni e dei preziosi quanto fragili contenuti che ci definiscono come unici.
Tutti, nessuno escluso, veniamo al mondo strappati al giusto e ideale calore, ma da quel momento non facciamo altro che agognare il ritorno dell’adorata condizione di un tempo.
Al riparo del rifugio primigenio, se volete.
Con la sensazione che nulla sia cambiato da quei pochi mesi, affrontiamo la vita, crescendo e soffrendo come se fossero la stessa cosa, e tutto potrà risultare agevole o arduo finché potremo contare o meno, in ogni istante ne avvertiremo il bisogno, sulla possibilità di rifugiarci nel luogo dove siamo stati allevati.
Chiamali genitori, dì pure famiglia, usa anche la parola casa, la tua, la mia, il risultato non cambia, perché laddove agiscano con la sufficiente quantità d’affetto e attenzione, in ogni momento incontrerai ostacoli troppo grandi per te, saprai sempre dove tornare.
A rifugiarti, già.
Così, in conseguenza di tutto ciò, il vero protagonista di questa breve storia, il nostro corpo, impara quel che esso stesso suggerisce, alla stregua della lezione che coloro che ti hanno accolto ti hanno impartito nel tempo.
E se avrai la buona sorte che tutto andrà per il meglio, qualora servirà, ci sarà qualcosa o qualcuno ad aver cura di te.
A offrirti il rifugio che meriti.
D’altra parte trattasi di natura nella sua perfezione, dimostrata da molteplici esempi.
Quando la memoria rimuove dalla mente ricordi eccessivamente spiacevoli, dona rifugio a ciò che potrebbe farti soffrire più del dovuto.
Semmai il dolore sia mai stato un inderogabile obbligo, ovviamente.
E allorché la pena sarà troppa per essere compressa nel cuore, le lacrime la trascineranno al di fuori di te, cercando rifugio nella compassione del prossimo.
Laddove la paura del vivere, o di morire, diverrà insostenibile dagli innegabili limiti della tua immaginazione, quest’ultima ti mostrerà un dono magico insito in se stessa.
Leggi pure come la tanto sottovalutata fantasia, ovvero la capacita di riempire i vuoti scavati dall’erosione dell'esistenza tramite tutte le meraviglie possibili o meno.
Be’, lo considero ancora oggi uno degli umani rifugi di cui assai difficilmente potrò fare a meno per il resto dei miei giorni.
Perché noi siamo rifugio di noi stessi, ancora prima che degli altri, nel bene come nel male.
I nostri sentimenti più vulnerabili divengono all’improvviso fortezze inespugnabili, per il timore che vengano contaminate da quelli altrui, anche nel caso in cui l’inaspettata miscela potrebbe trasformarsi in amore.
Nel mentre, però, siamo convinti di proteggerci e siamo fieri di aver fatto tutto da soli.
Nondimeno, siamo capaci anche dell’opposto, allorché la fragile pancia si decida finalmente ad abbattere i mattoni d’orgoglio che compongono i muri al confine della nostra solitudine.
In quell’attimo straordinario, siamo rifugio l’uno per l’altro, e insieme, a nostra volta, possiamo esserlo per chi ci ascolta o guarda, da vicino o lontano.
È come quando si osservino persone ballare, fortunate per il solo motivo di aver trovato il coraggio di fidarsi delle note, e si provi quale istintiva reazione l’irresistibile desiderio di unirci alla danza.
Anche questo è l’esempio di quante cose al mondo ci siano in grado di offrire rifugio a chiunque, gratuitamente.
Sto parlando della musica, che malgrado la nostra trascurabilità nel racconto generale, era qui prima di noi e ci sarà anche dopo.
Sto parlando della pagina bianca che ha avuto la generosità di ospitare queste mie parole.
Sto parlando di te che leggi e che hai avuto la pazienza di accoglierle.
Grazie, davvero, perché in questo momento, anche solo per un istante, stai dando rifugio ai miei sogni dentro di te. E so bene quanti ne abbiamo tutti, di inespressi, per apprezzare quanto valga il regalo del far spazio a quelli altrui.
Indi per cui, se oggi è la Giornata mondiale del rifugiato – e grazie al cielo che ne esista almeno una conclamata – è come dire che è la festa di tutti.
Perché cercare rifugio, o darlo, sono le azioni più frequenti e significative del vivere da umani.


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giovedì 13 giugno 2019

Prima tutti

Storie e Notizie N. 1653

C’era una volta una scuola.
Per la precisione, quando dico scuola, intendo l’edificio, ma anche il suo interno.
Come se perlomeno in questa breve storia gli alunni e i loro preziosi accompagnatori nella fase più vulnerabile e al contempo ricca di possibilità – in modo assai riduttivo chiamati insegnanti - fossero corpo unico con le fondamenta, la struttura portante, le finestre e il soffitto, nonché le pareti. Già, soprattutto i muri e i mattoni che li compongono.
Muri che, andrebbe a piè sospinto ricordato, non servono unicamente a dividere, ma anche a sorreggere e a proteggere i più deboli, non solo il contrario.
Si da il caso che la notte precedente qualcuno lasciò testimonianza del proprio pensiero, o delirio, sulle mura accanto al cancello d’ingresso.
Prima gli italiani, questa fu la scritta che il mattino seguente i genitori e i propri figli videro urlata, e di rabbioso quanto corvino spray intessuta. Sarebbe stato impossibile non notarla, in quanto di dimensioni assai notevoli.
Qualcuno degli adulti commentò brevemente la cosa, alcuni lamentarono la solita incuria da parte del ministero dell’istruzione, ma la maggior parte si sforzò di ignorare l’aggressivo messaggio.
D’altra parte, non era di certo una frase nuova ai loro occhi come alle rispettive orecchie. Ed è risaputo. Qualora ci si abitui a uno slogan che precipiti incessantemente dall’alto come se fosse roba normale, alla stregua della pioggia o la neve, a prescindere da quanto sia ignobile o virtuoso, esso diviene a tutti gli effetti parte integrante del linguaggio comune.
Tuttavia, quel giorno, davanti a quel muro, non c’erano solo degli adulti.

A questo riguardo, mi sbaglierò, ma sono ancora persuaso che la nostra più grande chance di uscire fuori dai periodi più bui è che al mondo ci sono più testimoni dei nostri errori di quanti ce ne rendiamo conto. E la maggioranza di costoro ci ostiniamo in ogni epoca a sottovalutarli.
In particolare, i bambini della quarta D aveano tutti prestato grande attenzione al monito accanto al portone e una volta raggiunta la soglia dell’aula si decisero ad assecondarlo.
Per la cronaca, i primi ad arrestarsi sul ciglio della porta furono Jian, Oksana, Ahmed, Ileana e Rodrigo, superficialmente definibili la porzione esotica della classe, se non altro limitandosi a trascurabili inezie come la singolarità del nome e le origini dei familiari.
Prima gli italiani, pensarono all’unisono, ovvero precedenza a costoro. Nessun problema, allorché questa sia la regola. In altre parole, ci siamo dovuti abituare a ben altro.
Vorrà dire che entreremo subito dopo. Basta che ci facciano entrare.
Sembrò finita lì. E sarebbe stata così, se non stessimo parlando di giovani creature, che sono per natura votate a sorprendere chi arranchi alle loro spalle per eccesso di pregiudizi, più che anni.
Difatti, Giorgio, Marisa, Daniela, Piero, Claudio uno e Claudio due si fermarono anche loro sulla soglia.
Prima gli italiani, si dissero più o meno nello stesso tempo. Ovvero, tocca a noi per primi essere gentili ed educati, dando la precedenza a chi arrivi da lontano.
Parve la giusta conclusione a risolvere l’impasse, ma c’erano altri compagni desiderosi di differenziarsi. E, scusate, ma la diversità dei punti di vista e, soprattutto, la volontà di esprimerli liberamente sono tra gli aspetti innati più sani degli umani, e andrebbero incoraggiati.
Nella fattispecie, Sara detta Saretta, Francesco detto Fra, Silvano detto Silvano, nonché Gaia, Katia e Fabio – conosciuti anche come i ritardatari cronici - si bloccarono esattamente come i compagni un attimo prima di entrare.
Prima gli italiani, pensarono attraversati da sincera contrizione per i continui ingressi ben oltre la campanella. E con partecipata convinzione si scusarono pubblicamente con i compagni. Perché noi, che eravamo qui prima di voi, dovremmo essere coloro che danno l’esempio su come ci si comporta. E lasciare alle maestre il compito di far le maestre.
Ebbene, per farla breve, dopo poco tempo tutti i bambini della classe si erano fermati sulla porta per i più disparati motivi, quando la loro docente li raggiunse.
La donna chiese spiegazioni e non appena si rese conto di ciò che era accaduto si rallegrò.
Sorrise di gioia e speranza, le armi migliori contro l’ottusità gridata e addirittura legalizzata.
“Entrate”, disse invitando i bambini ad avanzare nell’aula con un gesto della mano delicato e autorevole allo stesso tempo.
“Prima gli italiani?” Chiese uno di loro.
No, la risposta nello sguardo come nelle parole.
Prima tutti.


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giovedì 6 giugno 2019

La storia nella Storia di un italiano

Storie e Notizie N. 1652

Allora, senti questa, che è forte, cribbio.
È come una grottesca quanto amara barzelletta, ma te la dico come una storia.
C’era una volta, anzi c’è uno, no?
Un tizio di 46 anni, okay? Uno che – dopo ben 16 anni di iscrizione all’università - non si è mai laureato, e che ha come titolo di studio un diploma al liceo con il voto di 48 su 60, d’accordo? No, dico, neanche il massimo del punteggio nel solo pezzo di carta ottenuto, capisci?
Tu potresti ribattere: che vuol dire? Non ci sono solo la scuola o l’università. Esiste anche la vita stessa, che con i suoi ostacoli ti forma come persona adulta e degna di stima.
E hai ragione, solo che nella biografia del tipo in questione viene indicata quale unica esperienza significativa la partecipazione come concorrente a due trasmissioni televisive…
A ogni, modo subito dopo il tizio che fa? Ovvero, cosa potrebbe fare per svoltare, in un bizzarro paese come il nostro, qualcuno che non sia andato oltre la maturità?
Entra in politica, a ri-cribbio. Hai visto mai?
Eh, abbiamo visto tutti, eccome.
Perché costui non aveva particolari competenze o abilità da sfoggiare nel suo curriculum e aveva perciò bisogno di un partito che non le richiedesse.
Presto detto.
Il protagonista di questa storia nella Storia si unisce alla Lega quando si chiamava Lega Nord, la cui unica condizione era quella di condividere il rifiuto dei meridionali, la condanna di Roma ladrona e la secessione dalle regioni a sud della Padania.
Il resto è cosa nota e banale da spiegare.
Finché c’era lui ed era in auge, il nostro faceva l’alleato.
Quando l’unto è caduto ha intravisto un’occasione per svoltare all’ennesima potenza e l’ha afferrata: perché non puntare pure al centro, al sud e alle isole, soprattutto una?
A ri-presto detto: via il rifiuto dei meridionali, via Roma ladrona e soprattutto via la secessione.
Cosa rimaneva? I migranti, stra-cribbio. Facci caso, oramai da quando ho memoria funziona sempre così. Questo sono gli immigrati. Sono ciò che resta quale argomento a coloro i quali non hanno nient’altro di cui parlare, come gli avvistamenti degli UFO tra le notizie dei telegiornali estivi.
E così, per farla breve, ti sembrerà assurdo ma è arrivato al governo.
Tu replicherai: be’, ogni paese ha il leader che si merita. Se è salito al potere in una nazione democratica, il problema è soprattutto della maggioranza della popolazione, di coloro che, senza riflettere sui voltafaccia, la palese incompetenza e la totale mancanza di esperienza in ogni campo il suddetto si applichi, hanno votato…
Eh, no, cribbio alla terza. Ti ho parlato di una barzelletta, ricordi? Te la sto raccontando come una storia, ma si tratta di una ridicola facezia. L’unica differenza è che è reale, succede davvero, ora. E l’aspetto maggiormente paradossale è che l’uomo al centro di questa vicenda è stato votato alle elezioni politiche dell'anno scorso dal

9% della popolazione, appena 1 su 10, e dal 19% a quelle europee, ovvero meno di 2 su 10. Inoltre, per quanto dopo queste ultime stia cercando di alzare ulteriormente la voce, il suo potere nell’esecutivo attuale è rimasto immutato rispetto alla tornata precedente.
Naturalmente, adesso tu obietterai: scusa, ma in cosa consiste la barzelletta?
Mi sembra evidente, infinitamente cribbio.
Questa farsa è la vera, nostrana quanto più attuale storia nella Storia di un italiano. Ma non quello medio, bensì del tutto minoritario.
Il cosiddetto leader, incessantemente sulle italiche prime pagine, non rappresenta la maggioranza dei cittadini, ma una trascurabile e irrisoria percentuale. E quando dichiara di parlare a nome degli italiani, che la gente è con lui, e che il popolo condivide il suo pensiero su ogni argomento, soprattutto l’unico che abbia come cavallo di battaglia, non dice il vero. In altre parole, non ha alcuna autorevolezza e conferma dei numeri reali per affermarlo.
Eppure, presta attenzione anche su questo, se fai in ogni istante un giro sui giornali, nei social, o nel classico bar, ovunque, sembra il contrario.
Be’, questa è la barzelletta.


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giovedì 30 maggio 2019

Quando sai già come finisce il film

Storie e Notizie N. 1651

Allora, inizia così.
Immaginiamo di trovarci in un cinema, seduti accanto, voi e io, e che tutto proceda come previsto.
Le luci si spengono.
Il consueto vociare prima dello spettacolo si placa. Unica novità rispetto al passato, è il seppur temporaneo abbandono dei veri padroni del nostro tempo, nel terzo millennio, ovvero i cellulari.
Sfilano sullo schermo con solenne precedenza i soliti marchi di chi ha sganciato i soldi per il lungometraggio, malgrado in ogni epoca sia vacante la doverosa citazione del principale sostenitore, sebbene a posteriori. In breve, il pubblico.
La musica che agisce da introduzione all’incipit della narrazione si fa un’ultima volta tonante, ma poi si sfila con discrezione. Come a dire, io ho fatto il mio, ora tocca a te, cara sottovaluta storia, devi guadagnarti il soldo corrisposto da coloro a cui devi molto, se non tutto.
Il racconto vigente, quindi, prende corpo e sin dalle prime battute le reazioni di molti sono comuni.
Ma dai, è proprio così? Davvero è questa la trama? È roba già vista, pensano quasi tutti.
È un remake? Ipotizzano altri.
D’altro canto, spesso la Storia con la esse maiuscola si ripete, e talvolta è sufficiente dare una rapida ripassata agli eventi più recenti, al solo fine di superare l’interrogazione dell’indomani, per intuire cosa accadrà.
A questo proposito, non ci vuole un politologo dall’acume sopraffino per prevedere che dall’alleanza tra il Movimento Cinque Stelle e la Lega Nord di Matteo Salvini ne avrebbe giovato solo quest’ultimo, con conseguente spostamento di voti dall’uno all’altro partito e crisi esistenziale del primo.
In questo momento voi e io ci guardiamo, ammicchiamo e tentiamo di consolarci con la più amara delle osservazioni, di questi tempi: io l’avevo detto.
Faremmo meglio a tenercela per noi, d’altra parte, perché come già ribadito tale scommessa sarebbe stata un vincere facile per chiunque.
Il film va avanti e si fa ancora più scontato nel sottolineare il divario tra ciò che i vincitori raccontano e la realtà dei fatti, tra i numeri – e i palloni - gonfiati e quelli reali.
Anche questo l’avevo già detto, pure questo è già accaduto, esclamano alcuni degli spettatori presenti, compreso il sottoscritto, senza peraltro inventarsi alcunché.
Perché la morale sottintesa del racconto sul più recente voto nel vecchio continente e più specificatamente nel nostro paese, così come quello sul Brexit e quello per la poltrona del paese più potente del mondo, è una sola e non viene comunicata con la giusta enfasi.
Il partito, ma senza segretario e statuto, il movimento, malgrado privo di leader e ideali comuni, la coalizione, scevra da alleanze e programma, degli astensionisti è la vera e sola maggioranza del mondo.
Tuttavia, nel frattempo il film non si fermerà da solo,

ahinoi. Farà volentieri a meno dell’intervallo e dei suggerimenti pubblicitari, perché ciò che intendeva vendere e comprare è tutto lì, coincide proprio sullo schermo, e correrà a rotta di collo spinto da un’immensa fretta di completare l’infame compito e raggiungere l’altrettanto immondo finale.
Nel mentre, perfino i più distratti si accorgono del déjà vu: no… guarda, dopo decenni di sanguinose lotte e sacrifici l’aborto sta tornando a essere illegale.
Addirittura altri provano perfino una sorta di macabro piacere nell’assistere a meccanismi ormai stantii, per quanto antiquati. Come quello che vede la facilità con la quale le star sovraniste, ovvero i leader dall’intelligenza meno sviluppata del mondo, riescano a capirsi e a stringere alleanze, a dispetto dei loro ben più colti avversari. D’altra parte, una volta che hai detto Dio, patria e famiglia, magari aggiungendo anche qualche battuta razzista, di che altro vuoi parlare?
Anche qui niente di nuovo, è il sentore più diffuso nel cinema di cui sopra.
Due parole, quale sintesi: già visto.
Le grandi potenze che si dividono il mondo oggi giorno si fanno pericolosamente litigiose?
Già visto.
Le vittime sacrificali al servizio della propaganda nazionalista continuano a pagarne lo scotto con la vita?
Già visto.
Le condizioni delle creature più indifese risultano puntualmente ignorate?
Già visto.
Vengono periodicamente alla luce prove delle menzogne che hanno tramato soltanto per dividerci, senza che per questo si cambi una virgola di ciò che è stato deciso?
Già visto.
La cenere di guerre già combattute e maledette si fa di nuovo minacciosamente rovente?
Già visto.
Mentre conflitti mai interrotti continuano a mietere vittime anche se non sono più di moda?
Già visto.
E, se tutto ciò non bastasse, tale sciagurata e folle politica conduce soltanto a isolamento e crisi economica e sociale?
Già visto, tutto già visto.
Ecco, a questo punto, voi e io potremmo alzarci dalle poltrone per esprimere il nostro dissenso recandoci al botteghino, esigendo perlomeno la restituzione del costo del biglietto.
Ovvero, potremmo cedere all’ira e urlare, protestare, perfino occupare la sala stessa e strappare in mille pezzi sipari e locandine.
Per poi rinchiuderci di nuovo, arrabbiati e sfiduciati, ciascuno nelle rispettive vite e lontani l’uno dall’altro,  fingendo il contrario, magari illusi da qualche social network.
Non è un caso, c’è qualcuno che desidera proprio questo, e in ogni luogo e tempo tenta di realizzare i propri interessi. È il frutto di un disegno ben pianificato e lo sapete qual è il paradosso? Pure questo è già accaduto. Anche questo s’è già visto.
Tuttavia, la nostra più grande fortuna è che il nostro film non è ancora finito.
C’è ancora tempo prima dei titoli di coda, non tanto, ma c’è.
Per evadere davvero dalle nostre esistenze e, insieme, mostrare a chi sia rimasto indietro che noi umani non siamo così brutti come oggi viene raccontato.
E anche questo, sebbene più raramente, si è già visto.


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giovedì 23 maggio 2019

Breve storia di una Mafia chiamata Stato

Storie e Notizie N. 1650

Il 23 maggio di ventisette anni fa ha avuto luogo la strage di Capaci, dove per mano della mafia siciliana hanno perso la vita il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie Francesca e tre agenti di scorta.
Per ricordare tale tragico fatto è stata organizzata per oggi una celebrazione pubblica che sta facendo discutere più per chi ci sarà e chi diserterà, rispetto al significato stesso dell’evento a cui fa riferimento. Un po’ come era già accaduto per la Fiera del libro di Torino, di cui ho già avuto modo di parlare qui.
È un racconto che tende a ripetersi, il nostro, come quello del paese che volenti o nolenti componiamo quotidianamente, con parole e gesti più o meno degni di nota.
Allora, non mi resta che scrivere c’era una volta la mafia.
E per far ciò, grazie anche al lavoro di Giovanni Bianconi, vi invito a tornare al 1875, quando i deputati Franchetti e Sonnino portarono a pubblica luce la contrapposizione tra due mondi, l’uno all’interno dell’altro.
Da una parte le istituzioni preposte a governare e dall’altra un’organizzazione priva di scrupoli, votata a costruire potere e usare quest’ultimo per determinare il proprio destino a egoistico uso e consumo. In barba a ogni legge che non fosse la propria.
È di quasi vent’anni più tardi, nel febbraio del 1893, l’omicidio di Emanuele Notarbartolo, ex direttore del Banco di Sicilia, a dimostrazione che malgrado ciò che raccontino i film, la mafia non uccide solo d’estate.
Uccide sempre e ovunque.
E malgrado quella siciliana, detta Cosa nostra, a causa del maggior successo cinematografico e letterario, sia divenuta nel secolo scorso il simbolo della criminalità organizzata nostrana nel mondo, nei decenni a seguire si fanno conoscere anche sul grande schermo le varie denominazioni regionali, come la Camorra in Campania, la Sacra corona unita in Puglia e la ’Ndrangheta in Calabria. Su quest’ultima conto di tornarci alla fine.
Nondimeno, a prescindere dalla peculiarità geografica e tradizionale, la natura essenziale di abnorme famiglia allargata e strutturata per esistere e proliferare come realtà alternativa allo Stato rimane pressoché identica. E l’unico modo per far ciò passa attraverso il connettersi, infiltrarsi e ramificarsi all’interno del tessuto sociale a ogni livello, diventando parte integrante dell’organismo cittadino, esattamente come farebbe un tumore con il corpo umano.
A onor del vero va detto che il primissimo tentativo di debellare tale cancro in Sicilia si deve al prefetto Cesare Mori, inviato nella regione dal regime fascista.
Tuttavia, non risultò affatto sufficiente. Tra l’altro, lo dimostrano due sanguinose guerre di mafia. La prima, che si svolse nell’arco degli anni sessanta tra le forze dell’ordine e Cosa nostra, e soprattutto la seconda, nel decennio successivo, che fu di natura interna alle cosche e vide la morte di centinaia di persone.

Dall’inizio degli anni ottanta, poi, che la mafia uccide e soprattutto colpisce gli uomini dello Stato fu palesemente chiaro a tutti, soprattutto per la terribile escalation di omicidi a Palermo.
Da tali tragici eventi sino all’inizio degli anni novanta, ovvero dall’entrata in scena alla prematura scomparsa di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la lotta tra Stato e il suo opposto si alimenta più che mai grazie al coraggio e la dedizione di parte della magistratura e della cosiddetta società civile, più o meno sorprese nel ritrovarsi
quale avversario di fronte – o alle spalle -  un fuoco amico micidiale.
Soprattutto a causa di ciò, malgrado rimedi temporanei e mai sufficientemente lungimiranti, la suddetta massa cancerogena ha continuato a diffondersi pressoché indisturbata, raggiungendo organi vitali che avrebbero dovuto essere protetti a ogni costo.
Così, in quel periodo inizia a farsi finalmente concreto il cosiddetto inabissamento, ideato trent’anni addietro dal boss Provenzano: la mafia non si vede, ma c’è eccome, e forse non ha più così tanto bisogno di uccidere.
Ora, tengo a precisare che non v’è alcun subdolo sottinteso nelle considerazioni che seguono. Consistono solo in brevi ma, a mio modesto parere, emblematiche annotazioni tratte da incontrovertibili fatti.
Quasi all’indomani della strage di Capaci sale al governo il partito Forza Italia guidato da Silvio Berlusconi, la cui figura politica è adombrata dall’ambiguo e longevo rapporto con l’avvocato palermitano Marcello Dell’Utri e soprattutto il mafioso e pluriomicida Vittorio Mangano, assunto proprio da Dell’Utri.
Il governo del cavaliere, come viene chiamato ancora oggi, al netto di varie interruzioni, è durato nel nostro paese per più di vent’anni, segnati da scandali e processi, alcuni di essi capaci di far alimentare il sospetto di un’influente presenza mafiosa all’interno degli apparati dello Stato. Forse in maniera ancor più invasiva degli anni novanta o perfino dell’epoca in cui al centro del mirino vi era Giulio Andreotti.
Dopo il 2011, anno della caduta dell’unto dal signore, come Silvio stesso usava definirsi, in poco tempo si sono succedute al potere alleanze varie e fallimentari, tra centro sinistra e governi tecnici, il che ci ha condotto all’anno scorso, con l’avvento della coalizione giallo verde.
Ovvero la conclamata vittoria dell’anti-politica. Un evento unico, dal punto di vista storico e culturale per il nostro paese e non solo, perché non può essere considerato un fatto normale e privo di enormi conseguenze quello che vede coloro i quali avevano costruito il proprio potere sul dichiararsi contro le principali istituzioni, nazionali e internazionali, ritrovarsi da un giorno all’altro a gestirlo dai banchi del governo.
Tra tutte le contraddizioni e le problematiche possibili, ne metto in risalto una, che è oggetto di questo breve excursus, e che traduco sotto forma di domanda.
Come può dimostrarsi efficace e credibile nella lotta contro la mafia, ovvero l’anti-Stato per eccellenza, chi sia stato investito di tale virtuoso compito grazie al sostegno di chi non si è mai sentito cittadino integrato e leale con la nostra repubblica, con la Costituzione che la regola, e con una sola parola, lo Stato?
Per esser chiari, nella fattispecie come può risultare autorevole in questo cruciale conflitto il leader conclamato dell’attuale governo, Matteo Salvini, se è stato eletto grazie al voto della Calabria, a capo di una Lega sospettata in quella zona di forti legami con la 'Ndrangheta?

E chi, tra coloro i cui discorsi occupano la pubblica scena attualmente, gode di questa autorevolezza?
A margine, il quesito più generale che mi pongo è il seguente e prendetelo come pura teoria, ovvero ragionamento per assurdo, semplice pourparler.
Qualora il tumore di cui sopra prenda definitivamente possesso del corpo, l’anti-Stato sarebbe da considerarsi lo Stato a tutti gli effetti.
Da cui, mi chiedo, in siffatto ribaltato scenario chi sono i cittadini che a causa del proprio dissenso e della loro azione di resistenza quotidiana si ritrovano paradossalmente relegati nel ruolo di eversivi?
Perché chiunque essi siano, in tale situazione credo corrano in ogni istante notevoli rischi e non dovrebbero essere in alcun modo lasciati soli.


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