giovedì 11 luglio 2019

Le pagine perdute

Storie e Notizie N. 1658

Questa storia scaturisce da un pomeriggio di qualche mese fa.
Ero in ritardo, camminavo di fretta, e quando ciò accade tendo a chinare il capo verso il basso, sul marciapiede, spinto a farlo dal timore di inciampare o, al peggio, cadere.
Non mi è mai piaciuta la fretta e, da quando ho memoria, mi sforzo di muovermi da casa in tempo, in modo da godermi il bello di ogni viaggio.
Leggi pure come i numerosi doni che ci attendono lungo il tragitto tra la partenza e l’arrivo.
Ebbene, quel giorno, iniziai a notare in terra le pagine di un libro.
Erano sparse una dopo l’altra, alcune le notai sotto un'auto parcheggiata e altre ancora erano finite in un cespuglio.
Per quanto fossi atteso, mi presi un pugno di secondi per osservarne una da vicino. Mi accovacciai e mi accorsi che la carta era ingiallita, quindi invecchiata.
Non conoscevo il titolo del romanzo, che campeggiava in alto, ma non è importante, qui. Ovvero, lo è immensamente, ma per me, lo tengo per me, spero che non ve la prendiate a male per questo.
Al contrario, vorrei condividere con voi dove mi ha condotto il riflettere su quelle pagine perdute.

Strappate e poi gettate, chissà quando, da chi e più che mai perché.
La prima cosa che ho pensato è che, se non avessi guardato in basso, in quel momento, non mi sarei mai accorto della loro presenza.
Di solito, quando cammino in strada, i miei occhi vagano frenetici sui miei simili e tutti gli esseri viventi si guadagnano quasi sempre la mia massima attenzione.
Sarebbe stato un peccato, giacché in questo modo mi sarei perso lo stimolante fantasticare su chi sia la misteriosa persona e le sue ragioni nel liberarsi di un intero libro, pezzo a pezzo, parola dopo parola.
Di conseguenza, mi sono ritrovato a chiedermi se tale osservazione non celasse una profondità maggiore, magari con una valenza ulteriormente generale e, col passare dei giorni, mi sono accorto che la risposta era affermativa.
La metafora è palese, a mio modesto parere e, probabilmente, è in grado di descrivere in modo esaustivo ciò che sta accadendo un po’ a tutti noi, in questi convulsi e confusi tempi.
L’unica differenza è che per il sottoscritto la fretta è risultata una propizia consigliera, ovvero messaggera di una storia dimenticata e lasciata indietro da invisibili protagonisti.
Nondimeno, trattasi di eccezione alla regola che vede la calma e la noncuranza verso gli altrui affanni a permetterci di scorgere le meraviglie oltre i confini dell’ambito regno del virale.
L’ansia cocente e la cieca ambizione di riuscire a farne parte a ogni costo ci sta tenendo quotidianamente lontani da una miriade di altre pagine dimenticate.
Talvolta sono storie, o come nel caso suddetto, frammenti di esse.
Altre sono veri e propri esseri umani il cui peso nella trama privilegiata è talmente evanescente che per osservarli con la giusta nitidezza occorre uno sguardo talmente ampio da poterne usufruire solo con l’ausilio di tutto lo sforzo e il tempo del nostro cuore distratto.
Spesso, oltre i sacri confini dell’orizzonte artificiale a cui siamo consegnati, ci sono finiti anche brandelli di noi stessi.
Tutti i ricordi che abbiamo erroneamente ritenuto banali.
Coloro i quali abbiamo bollato allo stesso modo, rei di averci solo sfiorato per un fuggevole istante.
Ma soprattutto, il fragile bagaglio di sogni e speranze che troppo presto abbiamo liquidato come infantile o addirittura pericoloso.
Ebbene, che sia per merito della fretta, piuttosto che la calma.
Mi auguro che anche voi altri abbiate ogni tanto la fortuna di ritrovare qualcuna.
Delle vostre pagine perdute...


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giovedì 4 luglio 2019

La favola del voto ai più giovani

Storie e Notizie N. 1657

C’era una volta un paese.
Che potreste chiamare anche Stato o Nazione.
Repubblica e democrazia.
Nondimeno, avvalendovi di espressioni come insieme di cittadini, o addirittura osando tirare in ballo la tanto sottovalutata comunità di individui, non sareste
comunque in errore.
Giacché stareste parlando sempre dello stesso concetto.
Un luogo abitato da vite umane, la cui correlata esistenza è, nella fattispecie, regolata da una specifica modalità di governo.
Che potreste chiamare anche gli amministratori della cosa pubblica, oppure coloro i quali siano stati deputati a rappresentare gli abitanti tutti, agevolandone le istanze e guidando la collettività verso una migliore qualità dell’esistenza.
In ogni caso, sareste nel giusto.
Poiché il compito e le responsabilità annesse sarebbero identiche: preservare con assoluta considerazione il presente di un popolo, lavorando alacremente per garantirne il futuro.
Presente e futuro, ecco dove auspicavo questa breve storia ci conducesse.
Parole il cui significato per troppo tempo è stato trascurato dalla mia generazione come da quelle che l’hanno preceduta.
Indi per cui, prendete pure ciò che segue come una mera provocazione.
Ovvero, come un’ingenua favola.
Tuttavia, dal 1861 a oggi, abbiamo seguito una sacra regola che col tempo è stata per fortuna sempre più inclusiva, passando dal concedere il diritto di voto unicamente ai maschi di alto lignaggio con almeno venticinque anni all’estensione alle donne, la quale, non dovremmo mai smettere di rammentare e sottolineare, è avvenuta soltanto circa settant’anni fa.
Ebbene, malgrado i progressi e gli sforzi, figuratevi se per una volta potessimo operare una sorta di paradossale restrizione, capovolgendo del tutto gli attuali limiti d’età.

Lasciando da parte per un momento le eccezioni per quanto riguardi l’elezione del Senato, nonché le scontate rimostranze della logica, immaginiamo che il diritto di voto sia concesso soltanto ai minori di anni diciotto, non il contrario.
Il presente di cui sopra, e più che mai il futuro, non dovrebbero essere questioni di loro autorevole competenza?
Chi meglio di colui che vive con maggior coinvolgimento il qui e l’ora, con lo sguardo al contempo perennemente rivolto al domani, potrebbe suggerire le domande più sensate di cui occuparci, invece che lasciarci perpetrare l’affezione verso risposte che, tra l’altro, non hanno funzionato a dovere neppure nel passato?
Tuttavia, la meraviglia degna di questo nome andrebbe in scena durante la conseguente campagna elettorale.
Poiché nessun ambizioso populista privo di scrupoli potrebbe approfittare dell’ignoranza degli eventuali imberbi elettori. Si da il caso che la maggior parte dei
giovani di quell’età saranno pure inesperti e talvolta ingenui, ma la pervicace dedizione a vivere nell’assoluta disinformazione dei fatti del mondo è roba da analfabeti funzionali in età nettamente adulta.
Nessun imbonitore in cerca di poltrone facili potrebbe strumentalizzare la loro paura.
Il coraggio, talvolta avventato, ma spesso encomiabile è un requisito che hanno ancora intatto, bontà loro, mentre il panico cieco e ottuso è un virus che ottenebra al contrario molti dei loro concittadini più attempati, dal quale strenuamente, ogni giorno, devono difendersi.
Nessuno potrà ingannarli con le solite false promesse.
Gli adolescenti avranno tanti difetti, ma hanno pure il pregio di avere l’innata capacità di percepire chi si ponga davanti a loro privo di autorevolezza e con il solo intento di mentirgli.
Lo spettacolo sarebbe, allora, veder sfilare i pretendenti ai
prestigiosi banchi delle Camere costretti a parlar chiaro e semplice, senza perder tempo in inutili quanto truffaldini fronzoli, affrontando i temi essenziali e prioritari per chi ha la precedenza su tutti noi, nel presente come nel futuro.
A cominciare dalla cura dell’ambiente e della natura intera.
Per poi passare alla scuola, agli spazi riservati alla cultura e agli sport praticabili da tutti, nonché il sostegno a ogni famiglia, senza alcuna distinzione, di cui i giovani sono parte fondamentale.
D’altra parte, favola o meno,
essi sono il reale cuore pulsante della nostra società.
Ma per una volta avrebbero quel potere decisionale che costringerebbe noi adulti ad ascoltarne le richieste più immediate, così come i sogni e le speranze.
Onestamente e con il massimo del realismo, credete davvero che potrebbero far peggio di quanto noi altri abbiamo fatto finora?


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martedì 2 luglio 2019

Chi volete libero?

Storie e Notizie N. 1656

Immagina una piazza.
Un luogo contraddistinto da un pavimento appesantito nel tempo da passi che marciano o indifferentemente sostano.
Uno spazio, malgrado tutto, intriso di bellezza e cultura, tradizioni e folclore, ma al contempo pervaso da una quasi congenita inclinazione a veder tali doni, peraltro solo ereditati, come qualcosa da nascondere e sotterrare a costo di contribuire al loro deperimento, invece di considerare le innumerevoli possibilità di arricchimento tramite ciò che ci venga regalato da lontano.
Adesso figurati con me le persone, i cittadini, o la gente, come si ama dire oggigiorno, succedersi in siffatto luogo nell’arco di un secolo.
Esattamente dal 1919 a oggi.
Cento anni dopo, come è d’abitudine avendo a che fare con il più beffardo dei destini, la storia talvolta si ripete in modo dissimile, ovvero opportunamente camuffato, eppur uguale.
D’altra parte, trattasi di simbolica allegoria ben più antica, dalla quale avremmo dovuto tutti trarne il giusto insegnamento.
Se non altro, ci saremmo risparmiati clamorose sviste e imperdonabili peccati, entrambi compiuti da intere generazioni senza soluzione di continuità.
Ora immagina di trovarci insieme, seppur nel breve susseguirsi di queste parole, tra la folla.
Urlante o muta, ricolma di collera o solo terrorizzata.
Vile grazie all’isolamento dei pochi dotati di reale coraggio e amareggiata a causa della solitudine di questi ultimi.
Allora, come oggi, il racconto comune delle nostre vite intrecciate, si fa entità giudicante e voce tonante allo stesso tempo.
Ci rivolge la parola direttamente e soltanto nel momento esatto in cui ce ne rendiamo conto diventiamo consapevoli della più dimenticata tra le evidenze che ci riguardino: non ha mai smesso di farlo.
Il pubblico richiamo alle nostre umane coscienze, più o meno contaminate dalle artificiali infrastrutture che definiamo modernità, è onnipresente.
E, sembrerà incredibile, non ha mai avuto alcun bisogno di un video virale o di una montagna di like per meritarsi il nostro ascolto.
La Storia è fatta così, che volete farci.
È dotata di considerevole pazienza e talvolta ci rimette alla prova.
Non ha fretta, non l’ha mai avuta e da un momento all’altro può accadere che ci ponga le medesime domande del passato, sebbene con nomi e parole differenti.
Di questo dovremmo ritenerci fortunati, alla stregua dell’esser stati prescelti tra le specie viventi come i beneficiari del più sottovalutato tra i talenti, ovvero il dono della scelta.
Perché noi altri siamo solo testimoni, più che accusatori.
Siamo giuria, giammai giudici.
E, più di ogni altra cosa, tutti viaggiatori, senza alcuna distinzione.
D’altra parte, se la via per la dannazione è lastricata di buone intenzioni, magari, potremo salvarci facendo tesoro della nostra vergogna.
Dal 1919 al 2019 e ritorno.
All’improvviso il tempo collassa su se stesso e ancora una volta una strana forma di giustizia ci impone come popolo di schierarci a favore o meno di due tedeschi, malgrado uno tra loro lo sia stato solo per cittadinanza.

Eppure, sarebbe sufficiente far menzione delle differenze tra i due, per aver chiaro quale strada sia la più virtuosa.
Tra l’uomo apparentemente forte del secolo scorso e la sola creatura la cui potenza sia indiscutibilmente comprovata dalla realtà dei fatti di ieri come oggi, ovvero una donna.
Tra colui che aveva bisogno di una temuta divisa, di uno sguardo truce e di elevare la propria voce oltre i limiti della sua altezza, per guadagnare attenzione.
E colei che si affida solo a se stessa e alle proprie indomabili vulnerabilità per ottenere il meritato ascolto.
Tra chi si è sentito invincibile soltanto finché ha avuto un esercito di suoi pari al proprio fianco e chi non ha avuto alcuna remora ad avanzare sorretta unicamente dai propri incrollabili ideali.
E se tutto ciò non bastasse, tra il criminale che si è macchiato dello sterminio delle vittime del suo tempo e colei che viene ritenuta paradossalmente colpevole per aver scelto di salvare quelle del nostro.
Mi rivolgo a te, ora, mio simile verso il quale ripongo ancora la mia speranza.
Sai? I fascisti, a quei tempi come adesso, sono stati e sono ancora coerenti con la propria vergognosa natura. Hanno scelto con chi allearsi e chi tormentare, e continuano a farlo senza alcuna esitazione.
Nondimeno non erano e non sono neppure oggi la reale maggioranza, in questo nostro travagliato paese. Sono solo capaci di gridare e insultare per primi.
A mio modesto parere, è ora di rispondere finalmente all’annoso quesito.
Che sia reale o ideale il significato della metafora dentro di te, dichiarare chi meriti libertà e sostegno stavolta è qualcosa di ineludibile.
Perché non è affatto detto che avremo un’altra occasione per spostarci finalmente dalla parte giusta della Storia.
Indi per cui, chi vuoi che sia libero, o libera, di muoversi e agire nel nostro paese?



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giovedì 27 giugno 2019

Frammenti di foto e notizie

Storie e Notizie N. 1655

Ecco, alla fine di tutto, per quanto si possa sproloquiare e urlare, pontificare e perfino insultare, l’incontro con l’altro al di là dei confini della nostra solitudine morale non può che ridursi a questo.
Frammenti.
Già, più o meno sensibili o strumentalizzabili frammenti di foto, di notizie e più che mai di vite che hanno per forza di cose necessità di un numero ben più ingente di umani dettagli per potersi anche solo azzardare a comprenderle, ancor prima che giudicarle o addirittura infangarle.
È uno dei problemi principali di questa nostra, sulla carta moderna, esistenza iper connessa, fatta di lancette dell’orologio perennemente in fuga e occhi e orecchie che

non vedono l’ora di saltare ad altra tavola digitale, con cui gustare nuovo cibo senza sapore ma quanto mai luccicante.
Perché dovrebbe essere lampante a ogni età e per qualsiasi quoziente intellettivo che la storia delle singole persone non sia fisicamente sintetizzabile in una minuscola porzione di pixel.
Nessuno dei protagonisti di quest’ultima, lo vorrebbe davvero, neppure noi altri.
E, soprattutto, in molti, troppi, non lo meritano proprio.

Il passaggio di Oscar e sua figlia Valeria su questa terra, per loro buona sorte, malgrado si sia estinta maledettamente presto, è composto da tessere inestimabili che saranno infinitamente preziose per chi sarà costretto a sopravvivere con il vuoto generato dalla duplice prematura scomparsa.
Nondimeno, hanno immenso valore anche per il resto del mondo che in qualche modo sia venuto in contatto con la loro vicenda.
Come tanti, come tutti, come te, come me, e alla stregua di altrettante sfortunate creature di questa terra che si guadagnino il triste primato dei cinque minuti di popolarità nel momento peggiore della loro vita, quel giovane padre, quella fragile bambina, sono stati altro.
Oscar ha avuto a sua volta anch’egli le dimensioni di un bambino, alla stregua della figlia.
Leggi pure entrambi come venuti al mondo quale legittima prole di quest’ultimo e con un bagaglio ricolmo di sogni e diritti ai quali tutti coloro che hanno l’onere d’averla preceduta debbono sacrosanta attenzione. E nessuno si senta sufficientemente innocente o lontano.
Nel contempo, ovvero durante i pochi mesi in cui Valeria ha respirato a pieni polmoni e pianto con il medesimo impegno, imparato a imitare il sorriso e a disegnarlo sul proprio volto con meravigliosa spontaneità, a conoscere la differenza tra cadere e cadere, ma poi rialzarsi, e a sperimentare l’eterna danza tra l’inimitabile calore della vicinanza dei suoi e l’inconsolabile mestizia dovuta alla loro seppur temporanea assenza, non v’erano i flash dei fotografi e l’inchiostro degli articolisti da prima pagina a osservarla.
Tuttavia, scegliendo coscientemente di ignorare tale evidenza, compiremmo un errore a dir poco madornale, che oramai è divenuta la cronica miopia del cuore e della coscienza di un’intera generazione.
Di fronte all’amara immagine che è diventata ancora una volta virale per ragioni immonde abbiamo l’obbligo di allargare lo sguardo e scoprire cosa sia rimasto fuori dall’inquadratura, per quanto febbrilmente cliccata e una frazione di secondo più tardi condivisa, cancellando ogni memoria dell’abominio.
Per esempio che Oscar e Valeria avevano rispettivamente una compagna e una madre di nome Tania, la quale era pronta a raggiungerli sulla riva privilegiata del loro avverso destino.
Non dobbiamo temere di immaginare i tre tra le pieghe del passato prima che si avverasse tutto ciò che viene di norma divorato dai famelici mass media.
Poiché non dovremmo mai aver paura di specchiarci nella sfortuna altrui, invece che sforzarci ossessivamente di trovar spazio nel successo delle star.
Sto parlando di roba comune, sapete?
Di una madre che desideri il meglio per l’unica figlia.
Di un padre che voglia mantenere la promessa fatta alla donna che ha deciso di amare.
Staremo bene, amore.
Saremo felici, caro.
Avremo ciò che i nostri genitori non hanno potuto neppure concepire, la comune, condivisibile aspirazione.
Per tutto ciò non basterebbe una singola foto, un articolo e, forse, neppure l'editoriale più prestigioso.
Eppure, il destino delle vittime ritratte, quando ancora potrebbero salvarsi, viene deciso in un istante con un rapido e distratto clic sul mouse, quanto tramite una crocetta sulla scheda elettorale.
C’è qualcosa di tremendamente sbagliato prima e dopo ogni secondo che bruciamo senza riflettere per continuare questa folle corsa.
Se vogliamo davvero cambiare le cose, rimediare, o perlomeno provare a invertire la pericolosa curva della nostra Storia, forse, dobbiamo cominciare a raccogliere da terra tutti i frammenti che abbiamo lasciato indietro sulla via, prima che il vento della nostra disumanità li disperda del tutto.


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giovedì 20 giugno 2019

Umano rifugio

Storie e Notizie N. 1654

C’era una volta il nostro corpo.
Che malgrado il regresso tecnologico, e l’illusione della vicinanza digitale, nelle forme e in buona parte della sostanza è ancora umano.
Capita talvolta d’estate, sulle spiagge, al mare o nei pressi di qualsivoglia corso d’acqua, che si rammenti ciò che ci rende inevitabilmente simili, e spesso identici.
In una sola parola, rifugio.
Questa è davvero una delle misure più attendibili della natura stessa che ci contraddistingue come creature viventi, in ogni tempo e luogo.

Come rifugiati, al sicuro del ventre di una madre, percepiamo il delinearsi dei contorni e dei preziosi quanto fragili contenuti che ci definiscono come unici.
Tutti, nessuno escluso, veniamo al mondo strappati al giusto e ideale calore, ma da quel momento non facciamo altro che agognare il ritorno dell’adorata condizione di un tempo.
Al riparo del rifugio primigenio, se volete.
Con la sensazione che nulla sia cambiato da quei pochi mesi, affrontiamo la vita, crescendo e soffrendo come se fossero la stessa cosa, e tutto potrà risultare agevole o arduo finché potremo contare o meno, in ogni istante ne avvertiremo il bisogno, sulla possibilità di rifugiarci nel luogo dove siamo stati allevati.
Chiamali genitori, dì pure famiglia, usa anche la parola casa, la tua, la mia, il risultato non cambia, perché laddove agiscano con la sufficiente quantità d’affetto e attenzione, in ogni momento incontrerai ostacoli troppo grandi per te, saprai sempre dove tornare.
A rifugiarti, già.
Così, in conseguenza di tutto ciò, il vero protagonista di questa breve storia, il nostro corpo, impara quel che esso stesso suggerisce, alla stregua della lezione che coloro che ti hanno accolto ti hanno impartito nel tempo.
E se avrai la buona sorte che tutto andrà per il meglio, qualora servirà, ci sarà qualcosa o qualcuno ad aver cura di te.
A offrirti il rifugio che meriti.
D’altra parte trattasi di natura nella sua perfezione, dimostrata da molteplici esempi.
Quando la memoria rimuove dalla mente ricordi eccessivamente spiacevoli, dona rifugio a ciò che potrebbe farti soffrire più del dovuto.
Semmai il dolore sia mai stato un inderogabile obbligo, ovviamente.
E allorché la pena sarà troppa per essere compressa nel cuore, le lacrime la trascineranno al di fuori di te, cercando rifugio nella compassione del prossimo.
Laddove la paura del vivere, o di morire, diverrà insostenibile dagli innegabili limiti della tua immaginazione, quest’ultima ti mostrerà un dono magico insito in se stessa.
Leggi pure come la tanto sottovalutata fantasia, ovvero la capacita di riempire i vuoti scavati dall’erosione dell'esistenza tramite tutte le meraviglie possibili o meno.
Be’, lo considero ancora oggi uno degli umani rifugi di cui assai difficilmente potrò fare a meno per il resto dei miei giorni.
Perché noi siamo rifugio di noi stessi, ancora prima che degli altri, nel bene come nel male.
I nostri sentimenti più vulnerabili divengono all’improvviso fortezze inespugnabili, per il timore che vengano contaminate da quelli altrui, anche nel caso in cui l’inaspettata miscela potrebbe trasformarsi in amore.
Nel mentre, però, siamo convinti di proteggerci e siamo fieri di aver fatto tutto da soli.
Nondimeno, siamo capaci anche dell’opposto, allorché la fragile pancia si decida finalmente ad abbattere i mattoni d’orgoglio che compongono i muri al confine della nostra solitudine.
In quell’attimo straordinario, siamo rifugio l’uno per l’altro, e insieme, a nostra volta, possiamo esserlo per chi ci ascolta o guarda, da vicino o lontano.
È come quando si osservino persone ballare, fortunate per il solo motivo di aver trovato il coraggio di fidarsi delle note, e si provi quale istintiva reazione l’irresistibile desiderio di unirci alla danza.
Anche questo è l’esempio di quante cose al mondo ci siano in grado di offrire rifugio a chiunque, gratuitamente.
Sto parlando della musica, che malgrado la nostra trascurabilità nel racconto generale, era qui prima di noi e ci sarà anche dopo.
Sto parlando della pagina bianca che ha avuto la generosità di ospitare queste mie parole.
Sto parlando di te che leggi e che hai avuto la pazienza di accoglierle.
Grazie, davvero, perché in questo momento, anche solo per un istante, stai dando rifugio ai miei sogni dentro di te. E so bene quanti ne abbiamo tutti, di inespressi, per apprezzare quanto valga il regalo del far spazio a quelli altrui.
Indi per cui, se oggi è la Giornata mondiale del rifugiato – e grazie al cielo che ne esista almeno una conclamata – è come dire che è la festa di tutti.
Perché cercare rifugio, o darlo, sono le azioni più frequenti e significative del vivere da umani.


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giovedì 13 giugno 2019

Prima tutti

Storie e Notizie N. 1653

C’era una volta una scuola.
Per la precisione, quando dico scuola, intendo l’edificio, ma anche il suo interno.
Come se perlomeno in questa breve storia gli alunni e i loro preziosi accompagnatori nella fase più vulnerabile e al contempo ricca di possibilità – in modo assai riduttivo chiamati insegnanti - fossero corpo unico con le fondamenta, la struttura portante, le finestre e il soffitto, nonché le pareti. Già, soprattutto i muri e i mattoni che li compongono.
Muri che, andrebbe a piè sospinto ricordato, non servono unicamente a dividere, ma anche a sorreggere e a proteggere i più deboli, non solo il contrario.
Si da il caso che la notte precedente qualcuno lasciò testimonianza del proprio pensiero, o delirio, sulle mura accanto al cancello d’ingresso.
Prima gli italiani, questa fu la scritta che il mattino seguente i genitori e i propri figli videro urlata, e di rabbioso quanto corvino spray intessuta. Sarebbe stato impossibile non notarla, in quanto di dimensioni assai notevoli.
Qualcuno degli adulti commentò brevemente la cosa, alcuni lamentarono la solita incuria da parte del ministero dell’istruzione, ma la maggior parte si sforzò di ignorare l’aggressivo messaggio.
D’altra parte, non era di certo una frase nuova ai loro occhi come alle rispettive orecchie. Ed è risaputo. Qualora ci si abitui a uno slogan che precipiti incessantemente dall’alto come se fosse roba normale, alla stregua della pioggia o la neve, a prescindere da quanto sia ignobile o virtuoso, esso diviene a tutti gli effetti parte integrante del linguaggio comune.
Tuttavia, quel giorno, davanti a quel muro, non c’erano solo degli adulti.

A questo riguardo, mi sbaglierò, ma sono ancora persuaso che la nostra più grande chance di uscire fuori dai periodi più bui è che al mondo ci sono più testimoni dei nostri errori di quanti ce ne rendiamo conto. E la maggioranza di costoro ci ostiniamo in ogni epoca a sottovalutarli.
In particolare, i bambini della quarta D aveano tutti prestato grande attenzione al monito accanto al portone e una volta raggiunta la soglia dell’aula si decisero ad assecondarlo.
Per la cronaca, i primi ad arrestarsi sul ciglio della porta furono Jian, Oksana, Ahmed, Ileana e Rodrigo, superficialmente definibili la porzione esotica della classe, se non altro limitandosi a trascurabili inezie come la singolarità del nome e le origini dei familiari.
Prima gli italiani, pensarono all’unisono, ovvero precedenza a costoro. Nessun problema, allorché questa sia la regola. In altre parole, ci siamo dovuti abituare a ben altro.
Vorrà dire che entreremo subito dopo. Basta che ci facciano entrare.
Sembrò finita lì. E sarebbe stata così, se non stessimo parlando di giovani creature, che sono per natura votate a sorprendere chi arranchi alle loro spalle per eccesso di pregiudizi, più che anni.
Difatti, Giorgio, Marisa, Daniela, Piero, Claudio uno e Claudio due si fermarono anche loro sulla soglia.
Prima gli italiani, si dissero più o meno nello stesso tempo. Ovvero, tocca a noi per primi essere gentili ed educati, dando la precedenza a chi arrivi da lontano.
Parve la giusta conclusione a risolvere l’impasse, ma c’erano altri compagni desiderosi di differenziarsi. E, scusate, ma la diversità dei punti di vista e, soprattutto, la volontà di esprimerli liberamente sono tra gli aspetti innati più sani degli umani, e andrebbero incoraggiati.
Nella fattispecie, Sara detta Saretta, Francesco detto Fra, Silvano detto Silvano, nonché Gaia, Katia e Fabio – conosciuti anche come i ritardatari cronici - si bloccarono esattamente come i compagni un attimo prima di entrare.
Prima gli italiani, pensarono attraversati da sincera contrizione per i continui ingressi ben oltre la campanella. E con partecipata convinzione si scusarono pubblicamente con i compagni. Perché noi, che eravamo qui prima di voi, dovremmo essere coloro che danno l’esempio su come ci si comporta. E lasciare alle maestre il compito di far le maestre.
Ebbene, per farla breve, dopo poco tempo tutti i bambini della classe si erano fermati sulla porta per i più disparati motivi, quando la loro docente li raggiunse.
La donna chiese spiegazioni e non appena si rese conto di ciò che era accaduto si rallegrò.
Sorrise di gioia e speranza, le armi migliori contro l’ottusità gridata e addirittura legalizzata.
“Entrate”, disse invitando i bambini ad avanzare nell’aula con un gesto della mano delicato e autorevole allo stesso tempo.
“Prima gli italiani?” Chiese uno di loro.
No, la risposta nello sguardo come nelle parole.
Prima tutti.


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giovedì 6 giugno 2019

La storia nella Storia di un italiano

Storie e Notizie N. 1652

Allora, senti questa, che è forte, cribbio.
È come una grottesca quanto amara barzelletta, ma te la dico come una storia.
C’era una volta, anzi c’è uno, no?
Un tizio di 46 anni, okay? Uno che – dopo ben 16 anni di iscrizione all’università - non si è mai laureato, e che ha come titolo di studio un diploma al liceo con il voto di 48 su 60, d’accordo? No, dico, neanche il massimo del punteggio nel solo pezzo di carta ottenuto, capisci?
Tu potresti ribattere: che vuol dire? Non ci sono solo la scuola o l’università. Esiste anche la vita stessa, che con i suoi ostacoli ti forma come persona adulta e degna di stima.
E hai ragione, solo che nella biografia del tipo in questione viene indicata quale unica esperienza significativa la partecipazione come concorrente a due trasmissioni televisive…
A ogni, modo subito dopo il tizio che fa? Ovvero, cosa potrebbe fare per svoltare, in un bizzarro paese come il nostro, qualcuno che non sia andato oltre la maturità?
Entra in politica, a ri-cribbio. Hai visto mai?
Eh, abbiamo visto tutti, eccome.
Perché costui non aveva particolari competenze o abilità da sfoggiare nel suo curriculum e aveva perciò bisogno di un partito che non le richiedesse.
Presto detto.
Il protagonista di questa storia nella Storia si unisce alla Lega quando si chiamava Lega Nord, la cui unica condizione era quella di condividere il rifiuto dei meridionali, la condanna di Roma ladrona e la secessione dalle regioni a sud della Padania.
Il resto è cosa nota e banale da spiegare.
Finché c’era lui ed era in auge, il nostro faceva l’alleato.
Quando l’unto è caduto ha intravisto un’occasione per svoltare all’ennesima potenza e l’ha afferrata: perché non puntare pure al centro, al sud e alle isole, soprattutto una?
A ri-presto detto: via il rifiuto dei meridionali, via Roma ladrona e soprattutto via la secessione.
Cosa rimaneva? I migranti, stra-cribbio. Facci caso, oramai da quando ho memoria funziona sempre così. Questo sono gli immigrati. Sono ciò che resta quale argomento a coloro i quali non hanno nient’altro di cui parlare, come gli avvistamenti degli UFO tra le notizie dei telegiornali estivi.
E così, per farla breve, ti sembrerà assurdo ma è arrivato al governo.
Tu replicherai: be’, ogni paese ha il leader che si merita. Se è salito al potere in una nazione democratica, il problema è soprattutto della maggioranza della popolazione, di coloro che, senza riflettere sui voltafaccia, la palese incompetenza e la totale mancanza di esperienza in ogni campo il suddetto si applichi, hanno votato…
Eh, no, cribbio alla terza. Ti ho parlato di una barzelletta, ricordi? Te la sto raccontando come una storia, ma si tratta di una ridicola facezia. L’unica differenza è che è reale, succede davvero, ora. E l’aspetto maggiormente paradossale è che l’uomo al centro di questa vicenda è stato votato alle elezioni politiche dell'anno scorso dal

9% della popolazione, appena 1 su 10, e dal 19% a quelle europee, ovvero meno di 2 su 10. Inoltre, per quanto dopo queste ultime stia cercando di alzare ulteriormente la voce, il suo potere nell’esecutivo attuale è rimasto immutato rispetto alla tornata precedente.
Naturalmente, adesso tu obietterai: scusa, ma in cosa consiste la barzelletta?
Mi sembra evidente, infinitamente cribbio.
Questa farsa è la vera, nostrana quanto più attuale storia nella Storia di un italiano. Ma non quello medio, bensì del tutto minoritario.
Il cosiddetto leader, incessantemente sulle italiche prime pagine, non rappresenta la maggioranza dei cittadini, ma una trascurabile e irrisoria percentuale. E quando dichiara di parlare a nome degli italiani, che la gente è con lui, e che il popolo condivide il suo pensiero su ogni argomento, soprattutto l’unico che abbia come cavallo di battaglia, non dice il vero. In altre parole, non ha alcuna autorevolezza e conferma dei numeri reali per affermarlo.
Eppure, presta attenzione anche su questo, se fai in ogni istante un giro sui giornali, nei social, o nel classico bar, ovunque, sembra il contrario.
Be’, questa è la barzelletta.


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giovedì 30 maggio 2019

Quando sai già come finisce il film

Storie e Notizie N. 1651

Allora, inizia così.
Immaginiamo di trovarci in un cinema, seduti accanto, voi e io, e che tutto proceda come previsto.
Le luci si spengono.
Il consueto vociare prima dello spettacolo si placa. Unica novità rispetto al passato, è il seppur temporaneo abbandono dei veri padroni del nostro tempo, nel terzo millennio, ovvero i cellulari.
Sfilano sullo schermo con solenne precedenza i soliti marchi di chi ha sganciato i soldi per il lungometraggio, malgrado in ogni epoca sia vacante la doverosa citazione del principale sostenitore, sebbene a posteriori. In breve, il pubblico.
La musica che agisce da introduzione all’incipit della narrazione si fa un’ultima volta tonante, ma poi si sfila con discrezione. Come a dire, io ho fatto il mio, ora tocca a te, cara sottovaluta storia, devi guadagnarti il soldo corrisposto da coloro a cui devi molto, se non tutto.
Il racconto vigente, quindi, prende corpo e sin dalle prime battute le reazioni di molti sono comuni.
Ma dai, è proprio così? Davvero è questa la trama? È roba già vista, pensano quasi tutti.
È un remake? Ipotizzano altri.
D’altro canto, spesso la Storia con la esse maiuscola si ripete, e talvolta è sufficiente dare una rapida ripassata agli eventi più recenti, al solo fine di superare l’interrogazione dell’indomani, per intuire cosa accadrà.
A questo proposito, non ci vuole un politologo dall’acume sopraffino per prevedere che dall’alleanza tra il Movimento Cinque Stelle e la Lega Nord di Matteo Salvini ne avrebbe giovato solo quest’ultimo, con conseguente spostamento di voti dall’uno all’altro partito e crisi esistenziale del primo.
In questo momento voi e io ci guardiamo, ammicchiamo e tentiamo di consolarci con la più amara delle osservazioni, di questi tempi: io l’avevo detto.
Faremmo meglio a tenercela per noi, d’altra parte, perché come già ribadito tale scommessa sarebbe stata un vincere facile per chiunque.
Il film va avanti e si fa ancora più scontato nel sottolineare il divario tra ciò che i vincitori raccontano e la realtà dei fatti, tra i numeri – e i palloni - gonfiati e quelli reali.
Anche questo l’avevo già detto, pure questo è già accaduto, esclamano alcuni degli spettatori presenti, compreso il sottoscritto, senza peraltro inventarsi alcunché.
Perché la morale sottintesa del racconto sul più recente voto nel vecchio continente e più specificatamente nel nostro paese, così come quello sul Brexit e quello per la poltrona del paese più potente del mondo, è una sola e non viene comunicata con la giusta enfasi.
Il partito, ma senza segretario e statuto, il movimento, malgrado privo di leader e ideali comuni, la coalizione, scevra da alleanze e programma, degli astensionisti è la vera e sola maggioranza del mondo.
Tuttavia, nel frattempo il film non si fermerà da solo,

ahinoi. Farà volentieri a meno dell’intervallo e dei suggerimenti pubblicitari, perché ciò che intendeva vendere e comprare è tutto lì, coincide proprio sullo schermo, e correrà a rotta di collo spinto da un’immensa fretta di completare l’infame compito e raggiungere l’altrettanto immondo finale.
Nel mentre, perfino i più distratti si accorgono del déjà vu: no… guarda, dopo decenni di sanguinose lotte e sacrifici l’aborto sta tornando a essere illegale.
Addirittura altri provano perfino una sorta di macabro piacere nell’assistere a meccanismi ormai stantii, per quanto antiquati. Come quello che vede la facilità con la quale le star sovraniste, ovvero i leader dall’intelligenza meno sviluppata del mondo, riescano a capirsi e a stringere alleanze, a dispetto dei loro ben più colti avversari. D’altra parte, una volta che hai detto Dio, patria e famiglia, magari aggiungendo anche qualche battuta razzista, di che altro vuoi parlare?
Anche qui niente di nuovo, è il sentore più diffuso nel cinema di cui sopra.
Due parole, quale sintesi: già visto.
Le grandi potenze che si dividono il mondo oggi giorno si fanno pericolosamente litigiose?
Già visto.
Le vittime sacrificali al servizio della propaganda nazionalista continuano a pagarne lo scotto con la vita?
Già visto.
Le condizioni delle creature più indifese risultano puntualmente ignorate?
Già visto.
Vengono periodicamente alla luce prove delle menzogne che hanno tramato soltanto per dividerci, senza che per questo si cambi una virgola di ciò che è stato deciso?
Già visto.
La cenere di guerre già combattute e maledette si fa di nuovo minacciosamente rovente?
Già visto.
Mentre conflitti mai interrotti continuano a mietere vittime anche se non sono più di moda?
Già visto.
E, se tutto ciò non bastasse, tale sciagurata e folle politica conduce soltanto a isolamento e crisi economica e sociale?
Già visto, tutto già visto.
Ecco, a questo punto, voi e io potremmo alzarci dalle poltrone per esprimere il nostro dissenso recandoci al botteghino, esigendo perlomeno la restituzione del costo del biglietto.
Ovvero, potremmo cedere all’ira e urlare, protestare, perfino occupare la sala stessa e strappare in mille pezzi sipari e locandine.
Per poi rinchiuderci di nuovo, arrabbiati e sfiduciati, ciascuno nelle rispettive vite e lontani l’uno dall’altro,  fingendo il contrario, magari illusi da qualche social network.
Non è un caso, c’è qualcuno che desidera proprio questo, e in ogni luogo e tempo tenta di realizzare i propri interessi. È il frutto di un disegno ben pianificato e lo sapete qual è il paradosso? Pure questo è già accaduto. Anche questo s’è già visto.
Tuttavia, la nostra più grande fortuna è che il nostro film non è ancora finito.
C’è ancora tempo prima dei titoli di coda, non tanto, ma c’è.
Per evadere davvero dalle nostre esistenze e, insieme, mostrare a chi sia rimasto indietro che noi umani non siamo così brutti come oggi viene raccontato.
E anche questo, sebbene più raramente, si è già visto.


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giovedì 23 maggio 2019

Breve storia di una Mafia chiamata Stato

Storie e Notizie N. 1650

Il 23 maggio di ventisette anni fa ha avuto luogo la strage di Capaci, dove per mano della mafia siciliana hanno perso la vita il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie Francesca e tre agenti di scorta.
Per ricordare tale tragico fatto è stata organizzata per oggi una celebrazione pubblica che sta facendo discutere più per chi ci sarà e chi diserterà, rispetto al significato stesso dell’evento a cui fa riferimento. Un po’ come era già accaduto per la Fiera del libro di Torino, di cui ho già avuto modo di parlare qui.
È un racconto che tende a ripetersi, il nostro, come quello del paese che volenti o nolenti componiamo quotidianamente, con parole e gesti più o meno degni di nota.
Allora, non mi resta che scrivere c’era una volta la mafia.
E per far ciò, grazie anche al lavoro di Giovanni Bianconi, vi invito a tornare al 1875, quando i deputati Franchetti e Sonnino portarono a pubblica luce la contrapposizione tra due mondi, l’uno all’interno dell’altro.
Da una parte le istituzioni preposte a governare e dall’altra un’organizzazione priva di scrupoli, votata a costruire potere e usare quest’ultimo per determinare il proprio destino a egoistico uso e consumo. In barba a ogni legge che non fosse la propria.
È di quasi vent’anni più tardi, nel febbraio del 1893, l’omicidio di Emanuele Notarbartolo, ex direttore del Banco di Sicilia, a dimostrazione che malgrado ciò che raccontino i film, la mafia non uccide solo d’estate.
Uccide sempre e ovunque.
E malgrado quella siciliana, detta Cosa nostra, a causa del maggior successo cinematografico e letterario, sia divenuta nel secolo scorso il simbolo della criminalità organizzata nostrana nel mondo, nei decenni a seguire si fanno conoscere anche sul grande schermo le varie denominazioni regionali, come la Camorra in Campania, la Sacra corona unita in Puglia e la ’Ndrangheta in Calabria. Su quest’ultima conto di tornarci alla fine.
Nondimeno, a prescindere dalla peculiarità geografica e tradizionale, la natura essenziale di abnorme famiglia allargata e strutturata per esistere e proliferare come realtà alternativa allo Stato rimane pressoché identica. E l’unico modo per far ciò passa attraverso il connettersi, infiltrarsi e ramificarsi all’interno del tessuto sociale a ogni livello, diventando parte integrante dell’organismo cittadino, esattamente come farebbe un tumore con il corpo umano.
A onor del vero va detto che il primissimo tentativo di debellare tale cancro in Sicilia si deve al prefetto Cesare Mori, inviato nella regione dal regime fascista.
Tuttavia, non risultò affatto sufficiente. Tra l’altro, lo dimostrano due sanguinose guerre di mafia. La prima, che si svolse nell’arco degli anni sessanta tra le forze dell’ordine e Cosa nostra, e soprattutto la seconda, nel decennio successivo, che fu di natura interna alle cosche e vide la morte di centinaia di persone.

Dall’inizio degli anni ottanta, poi, che la mafia uccide e soprattutto colpisce gli uomini dello Stato fu palesemente chiaro a tutti, soprattutto per la terribile escalation di omicidi a Palermo.
Da tali tragici eventi sino all’inizio degli anni novanta, ovvero dall’entrata in scena alla prematura scomparsa di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la lotta tra Stato e il suo opposto si alimenta più che mai grazie al coraggio e la dedizione di parte della magistratura e della cosiddetta società civile, più o meno sorprese nel ritrovarsi
quale avversario di fronte – o alle spalle -  un fuoco amico micidiale.
Soprattutto a causa di ciò, malgrado rimedi temporanei e mai sufficientemente lungimiranti, la suddetta massa cancerogena ha continuato a diffondersi pressoché indisturbata, raggiungendo organi vitali che avrebbero dovuto essere protetti a ogni costo.
Così, in quel periodo inizia a farsi finalmente concreto il cosiddetto inabissamento, ideato trent’anni addietro dal boss Provenzano: la mafia non si vede, ma c’è eccome, e forse non ha più così tanto bisogno di uccidere.
Ora, tengo a precisare che non v’è alcun subdolo sottinteso nelle considerazioni che seguono. Consistono solo in brevi ma, a mio modesto parere, emblematiche annotazioni tratte da incontrovertibili fatti.
Quasi all’indomani della strage di Capaci sale al governo il partito Forza Italia guidato da Silvio Berlusconi, la cui figura politica è adombrata dall’ambiguo e longevo rapporto con l’avvocato palermitano Marcello Dell’Utri e soprattutto il mafioso e pluriomicida Vittorio Mangano, assunto proprio da Dell’Utri.
Il governo del cavaliere, come viene chiamato ancora oggi, al netto di varie interruzioni, è durato nel nostro paese per più di vent’anni, segnati da scandali e processi, alcuni di essi capaci di far alimentare il sospetto di un’influente presenza mafiosa all’interno degli apparati dello Stato. Forse in maniera ancor più invasiva degli anni novanta o perfino dell’epoca in cui al centro del mirino vi era Giulio Andreotti.
Dopo il 2011, anno della caduta dell’unto dal signore, come Silvio stesso usava definirsi, in poco tempo si sono succedute al potere alleanze varie e fallimentari, tra centro sinistra e governi tecnici, il che ci ha condotto all’anno scorso, con l’avvento della coalizione giallo verde.
Ovvero la conclamata vittoria dell’anti-politica. Un evento unico, dal punto di vista storico e culturale per il nostro paese e non solo, perché non può essere considerato un fatto normale e privo di enormi conseguenze quello che vede coloro i quali avevano costruito il proprio potere sul dichiararsi contro le principali istituzioni, nazionali e internazionali, ritrovarsi da un giorno all’altro a gestirlo dai banchi del governo.
Tra tutte le contraddizioni e le problematiche possibili, ne metto in risalto una, che è oggetto di questo breve excursus, e che traduco sotto forma di domanda.
Come può dimostrarsi efficace e credibile nella lotta contro la mafia, ovvero l’anti-Stato per eccellenza, chi sia stato investito di tale virtuoso compito grazie al sostegno di chi non si è mai sentito cittadino integrato e leale con la nostra repubblica, con la Costituzione che la regola, e con una sola parola, lo Stato?
Per esser chiari, nella fattispecie come può risultare autorevole in questo cruciale conflitto il leader conclamato dell’attuale governo, Matteo Salvini, se è stato eletto grazie al voto della Calabria, a capo di una Lega sospettata in quella zona di forti legami con la 'Ndrangheta?

E chi, tra coloro i cui discorsi occupano la pubblica scena attualmente, gode di questa autorevolezza?
A margine, il quesito più generale che mi pongo è il seguente e prendetelo come pura teoria, ovvero ragionamento per assurdo, semplice pourparler.
Qualora il tumore di cui sopra prenda definitivamente possesso del corpo, l’anti-Stato sarebbe da considerarsi lo Stato a tutti gli effetti.
Da cui, mi chiedo, in siffatto ribaltato scenario chi sono i cittadini che a causa del proprio dissenso e della loro azione di resistenza quotidiana si ritrovano paradossalmente relegati nel ruolo di eversivi?
Perché chiunque essi siano, in tale situazione credo corrano in ogni istante notevoli rischi e non dovrebbero essere in alcun modo lasciati soli.


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giovedì 16 maggio 2019

Elezioni sul pianeta Titanic

Storie e Notizie N. 1649

La maggior parte di ciò che mi riguardi personalmente non conta, ora.
Il che vale per i miei interessi più egoistici e le mie aspirazioni più o meno lontane.
Non in questo momento, no.
Non quando ancora una volta mi ritrovo a pochi giorni dall’ennesimo momento in cui viene richiesto il mio voto, la scelta del partito, ovvero delle persone che dovranno decidere il nostro futuro come umanità, ancor prima che popoli e nazioni.
Raggiungo con estrema perplessità la finestra che dà sul mondo di fuori, reale o solo immaginato, chiudo gli occhi e vedo.
Vedo la nostra amata e al contempo maltrattata madre terra che col tempo si è trasformata in uno strano tipo di nave a forma di pianeta, la quale naviga senza vele o motore, sospinta nel proprio viaggio dal mero peso dei suoi passeggeri, portando un nome inconfondibile, inciso nel legno che separa questi ultimi dai flutti.
Titanic, già, è sufficiente la parola, per chi ha memoria e

magari un pizzico di buon senso sopravvissuto alla traversata.
A bordo sono un semplice mozzo e forse non è un caso, come non è altrettanto insolito che sia proprio nelle vesti del più sacrificabile dei membri dell’equipaggio che abbandono le mansioni preposte dalla gerarchia del mare e preoccupato per l’orizzonte che tutti noi attende raggiungo il ponte di comando.
“Signore, una parola”, esclamo con tutta la forza che nel mio affaticato corpo ancora resiste, rifiutando la resa alle ciniche sentenze del mostro chiamato realtà.
L’interessato è un capitano come molti di questi tempi, che sono tali solo sulla carta e qualche social network, ma che non hanno mai studiato la sublime arte del guidare una nave, men che meno imparato a leggere le stelle o a decifrare le rotte consigliate dai compianti disegnatori di mappamondi.
“Cosa vuoi?” domanda bruscamente, evidentemente interrotto in un partecipato sghignazzo con gli altri ufficiali.
“Capitano”, rispondo facendomi coraggio. “Abbiamo un problema.”
“Lo so bene, mozzo”, ribatte lui. “Mi hanno scelto per questo, ma con il sottoscritto nessuno degli invasori riusciranno a salire a bordo. Perché pensi abbia ordinato ai marinai di piantonare giorno e notte la nave da poppa a prua?”
Gli invasori, dice, e non posso fare a meno di pensare a quei disgraziati che galleggiano tra i flutti intorno a noi, mossi dal disperato desiderio di trarsi in salvo.
Alcuni provengono da improvvisate imbarcazioni colate a picco perché costruite con materiali di scarto di nostra fabbricazione o da noi stessi speronate.
Altri tra le onde ci sono nati e altri ancora ce li abbiamo buttati noi altri perché prima l’equipaggio, recitano le odierne bandiere, giammai la vita umana.
Una volta si gridava uomo in mare, ricordo. Ora la prima frase che viene pronunciata in questi casi è una domanda che sa di ostilità, giammai di solidarietà: è uno dei nostri?
A ogni modo cerco di farmi capire meglio dal titolare del timone.
“Capitano, scusi...”
“Sei ancora qui, tu?” fa lui ulteriormente infastidito dalla mia presenza. “Ah, ho capito. Vuoi farti un selfie con me. Bravo, sali le scalette e vieni qui, ma poi torna a lavorare.”
Di scale ne ho fatte nella mia vita, verso l’alto e spesso in basso, ma non credo esista un universo tra gli infiniti possibili in cui possa calpestare dei gradini per tale discutibile ragione. Indi per cui rimango impassibile e insisto.
“Capitano...”
“Mozzo”, bercia la versione sbagliata del mitico Achab, con il cuore e forse anche la testa di legno, al posto della gamba. “Perché scocci e non torni al tuo lavoro?”
“Non posso”, rispondo.
Non voglio e non devo, penso ma non dico mordendomi la lingua.
“Non puoi tornare al lavoro?” osserva lui. “Tutto okay. Come ben sai i miei ufficiali e io abbiamo istituito il reddito di navigazione. Goditi la nostra magnanimità e non rompere.”
“Ma il problema ci sarebbe comunque, capitano”, esclamo con crescente irritazione nel tono della voce. “E non è solo mio, bensì di tutti.”
“Cos’è, una minaccia?” urla agitato. “Un terrorista! Guardie, a me!”
E all’improvviso vengo circondato da sguardi truci e canne di fucile assetate di vittime inermi.
“Non sono un terrorista”, tengo immediatamente a chiarire, e provo comunque a spiegarmi, cercando al contempo di mostrarmi calmo. “Lo sa in che mese siamo?”
Alla suddetta domanda il capitano e suoi sodali scoppiano a ridere, forse anche perché sollevati dal presunto attentato alla loro incolumità.
“Siamo a maggio, mozzo, e ora che ho risolto il tuo stupido quesito puoi tornare a lavare i pavimenti e lucidare i cannoni.”
A un tratto mi rendo conto che devo dirla tutta e in un sol fiato, altrimenti la scarsa capacità d’ascolto del tizio a cui abbiamo affidato il nostro destino mi impedirà di comunicare efficacemente il mio pensiero.
“Siamo a maggio, capitano, sì. Siamo a metà maggio, per essere precisi, ma la nostra nave è ancora scossa da vento e pioggia. Siamo a maggio inoltrato, che i precedenti diari di bordo si illudono ancora nell’indicare come picco di primavera o addirittura preludio all’estate. Siamo nel bel mezzo di maggio, signore, e fa freddo. In particolare al sorgere del sole e all’imbrunire. Come se all’inizio e alla fine di queste nostre folli giornate, alla stregua della storia che ci ospita, ovvero nel frangente in cui l’attenzione di chi legge dovrebbe essere più alta, il cielo si prodigasse nell’avvertirci che sì, abbiamo un problema grande come il mondo stesso. Perché quel problema è il mondo, e noi la causa o la soluzione, senza alternative.”
Inutile spiegare quale esito abbia avuto il mio accorato sfogo, ma ora che mi trovo in catene in una cella della stiva, condannato su due piedi per insubordinazione, non mi pento di ciò che ho fatto. Come quando innalzai sull’albero più alto uno striscione polemico, ancora una volta contro l’incompetente sovrano e sovranista unicamente della propria ottusità che chiamiamo capitano, e mi beccai ben venti frustate.
Perché, direte voi? Cosa motiva la mia ostinazione?
Ecco, apro gli occhi e il sogno si dissolve, ma questo non mi impedisce di continuare a vedere.
E io vedo domande cruciali che andrebbero poste a ogni candidato a guidare la nostra nave, grande o piccola che sia.
Cosa intendi fare per il rispetto dell’ambiente e i cambiamenti climatici? Qual è la tua strategia di fronte al riscaldamento globale? Qual è la tua opinione sulle energie sostenibili e le risorse rinnovabili?
A voi la scelta, come sempre, ma l’unica possibilità che abbiamo per sopravvivere al domani è escludendo senza se e senza ma chi non sia in grado di fornire risposte serie e ragionevoli a tali quesiti.
Figuriamoci coloro i quali non se li pongano neppure...


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mercoledì 8 maggio 2019

Il paese di Altaforte contro bassa e debole

Storie e Notizie N. 1648

Assecondatemi ancora una volta, per favore.
C’era una volta un paese, o repubblica democratica, costruito su qualcosa.
Un concetto essenziale, peraltro sancito e ricordato dalla sua Costituzione.
Parola non casuale, perché equivale in breve al risultato del verbo costituire.
Tra le altre cose, sinonimo di fondare, creare, istituire, unendo insieme e organizzando più elementi.
Trattandosi di un paese, o repubblica democratica, imprescindibili e ineludibili.
Più che mai capaci di rimaner compatti tra loro.
Ora, ripeto, provate ad assecondarmi per un paio di minuti, vi prometto che ne varrà la pena.
Mettiamo il caso che il nostro paese, o repubblica democratica, sia fondato sulla resistenza alla pedofilia.
Immaginiamo che gli abitanti della prima metà del secolo scorso abbiano partecipato a ben due scellerate e ignobili guerre mondiali, dopo aver subito almeno vent’anni di dittatura da parte di un leader pedofilo e fiero di esserlo, con tutte le tragiche conseguenze del caso, le cui ferite non si sono di certo rimarginate con la fine dei suddetti grandi conflitti.
Nondimeno, mettiamo che il governo del paese abbia scelto di non dimenticare e di far tesoro della propria drammatica storia bandendo ufficialmente la pedofilia dal proprio orizzonte politico e legislativo, oltre che culturale e sociale.
Bene, sembra un racconto concluso, giusto?
Magari…
Mettiamo che circa un secolo più tardi rispetto allo scellerato avvento della pedofilia al potere, nel paese in questione le cose si siano talmente degenerate, confuse e complicate dal ritrovarsi di fronte alla seguente situazione.
Quale mera punta dell’iceberg di tutto ciò, figuriamoci difatti che si presenti sulla scena pubblica una casa editrice con volumi dichiaratamente filo pedofili, il cui responsabile affermi a voce alta, senza alcun pudore o remora: “Sì, sono pedofilo.”
Ma non solo.
Mettiamo che a tale editore venga concesso il diritto di partecipare con un proprio stand alla più importante fiera del libro del paese.
Immaginiamo allora che le reazioni, a pochi giorni dall’inizio della celebre kermesse, non si facciano attendere, risultando alquanto contrastanti.
Un noto scrittore e consulente editoriale della rassegna si dimette per protesta contro la presenza pedofila tra gli editori.
“Ho annullato tutti i miei impegni al Salone del libro”, dichiara quindi un famoso fumettista. “Sono pure molto dispiaciuto ma mi è davvero impossibile pensare di rimanere tre giorni seduto a pochi metri dai sodali di chi ha violentato bambini, incrociarli ogni volta che vado a pisciare facendo finta che sia tutto normale.”
“Chi contrasta l’odio con l’odio rischia di fare il gioco di coloro che sulla strumentalizzazione del disagio sociale hanno impostato una strategia e una carriera”, dissente invece l’editorialista di un popolare quotidiano. “La tolleranza vigile è una forma di forza.”
“Annullerò la mia partecipazione al Salone del Libro”, ribatte con vigore uno tra i più stimati storici e saggisti.
“I pedofili vanno fermati e, metro dopo metro, ricacciati indietro. Non abbiamo intenzione di condividere alcuno spazio o cornice coi pedofili”, è altresì la sintesi di un apprezzato collettivo di scrittori.
Si dissocia invece una tra le più seguite autrici nostrane: “Anche io sono a disagio per la presenza dei pedofili, ma non possiamo abbandonare lo spazio del libro più importante d’Italia. È importante esserci con il corpo. Stare. Uno stare di lotta, non passivo.”
“Con i pedofili non si tratta”, replica un’altra delle principali penne del paese.
“Adesso c'è il rischio reale che la presenza di uno stand di pedofili grande come un'edicola dentro un salone di decine di chilometri di fronte espositivo diventi la questione che si mangia tutta la rassegna”, chiosa un volto assai popolare tra i cronisti televisivi.
Mentre, ovviamente, l’associazione nazionale che rappresenta coloro i quali hanno lottato e versato il sangue per permettere al paese di sopravvivere alla dittatura pedofila ritira la propria partecipazione al festival.
Eppure, il noto magistrato sarà al Salone del Libro per difendere la democrazia.
A rinforzar tale atteggiamento, giunge un altro autorevole giornalista: “Non credo proprio – voglio essere possibilista e sperare di sbagliarmi – che sconfiggeremo l’attecchire quotidiano della pedofilia andando via quando ci sono i pedofili, o urlando vergogna: quelli si allargano.”
A ogni modo, il direttore della rassegna spiega meglio il suo pensiero: “Se il Salone è diventato l’occasione per affrontare questo tema – la pedofilia - rilanciandolo oltre che al mondo della cultura a quello della politica, allora la cultura sarà davvero servita a qualcosa.”
Questo non impedisce al sindaco della città ospitante l’evento e al presidente della regione di denunciare la casa editrice incriminata per apologia di pedofilia.
Ora, prima di tutto vi ringrazio di avermi assecondato fin qui.
Probabilmente qualcuno obietterà che paragonare il fascismo alla pedofilia, il cui termine ho sostituito al precedente nelle dichiarazioni suddette, potrebbe risultare esagerato.
Tuttavia, a mio modesto parere non è questo il punto centrale, il quale sembra sfuggire ai più.
Che sia il pensiero fascista o pedofilo, ciò che conta – o che dovrebbe contare maggiormente – è che il paese dove sono nato, in cui i miei genitori sono sepolti e nel quale ho contribuito seppur in trascurabile parte a far nascere i miei figli si è costituito come tale grazie alla resistenza ad almeno uno tra loro.

L’antifascismo non è uno slogan temporaneo che ha valore soltanto nell’arco di una annuale festa comandata.
È il motivo principale per il quale tutti, nessuno escluso, siamo paese, o repubblica democratica.
Ecco perché, sempre a mio umile avviso, l’aspetto sul quale vi invito a riflettere con più attenzione non è se sia il caso o meno di partecipare a un festival che vede tra gli ospiti un editore dichiaratamente fascista.
La questione più grave, che dovrebbe farci pensare da qui a oltranza, è che per l’ennesima volta coloro i quali dovrebbero rappresentare la cultura alternativa al pensiero fascista appaiono divisi, frammentati e addirittura in conflitto tra loro.
Questo è il problema e non nasce di certo oggi.
I nostalgici del ventennio hanno già rioccupato da tempo ben più che un piccolo stand.
E malgrado alcune delle voci sopra citate godano della mia sincera stima, è proprio a causa della nostra divisione, segnata da bassa propensione all’ascolto reciproco e debole autorevolezza, che si ergono impunemente creature come Altaforte...


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