16.11.18

Nel frattempo

Storie e Notizie N. 1617

Sì, d’accordo, va bene.
Lo sappiamo già, davvero, lo sappiamo tutti.
Soprattutto laddove il numero dei capelli bianchi inizi a superare quello dei minuti da perdere con il già detto, raccontato, e mostrato.
Nondimeno, anche in ogni altra eventualità, sotto sotto, lo intuiamo.
Perché non ci vuole un genio per sapere che gente come Donald Trump, ovvero uomini con il volto volgarmente truccato, dal passato oscuro e il presente ridicolo, dalla totale mancanza di autorevolezza quanto di credibilità, ci son già stati nella storia ad arringare le folle.
Ce ne saranno ancora, purtroppo.
Giacché lo sappiamo, è così, ma poi scambiamo la

memoria umana per quella dell’hard disk, dove ci puoi copiare e incollare sopra il nuovo per convincerti di esserti aggiornato, e qualcosa, talvolta l’essenziale, si fa confuso.
Quindi, approfittando di tali vulnerabili intervalli di perplessità morale, qualcuno di sfacciatamente sbagliato riesce ad acciuffare il timone di un paese.
Tuttavia, non ci vuole una cultura magniloquente per sapere che individui come Matteo Salvini, ovverosia gente che di parole come umanità ed empatia percepisce a mala pena il suono, che hanno un disperato bisogno di alimentare l’odio per allontanare l’attenzione dalla propria pusillanimità, ce ne sono stati molti, forse troppi, a mettere i poveri gli uni contro gli altri.
Ne arriveranno ancora, sfortunatamente.
Poiché sappiamo alla perfezione dove si celi l’imbroglio dell’imbonitore urlante, lo conosciamo tutti, ma poi scegliamo l’individuo a scapito della collettività, sognando di essere un giorno il solo che ce l’ha fatta a svoltare.
Eppure, da che mondo vuol dire società, sono i popoli e il loro cammino a farci cambiare rotta, non le singole persone.
Quelli sono i film, alcuni romanzi e qualche favola.
Perché lo sappiamo, ci piace sognare, ma la realtà, in fondo, la conosciamo.
Siamo perfettamente consapevoli che in ogni epoca, più o meno ciclicamente, qualora la parte sana della gente arretri anche solo di un centimetro, considerando per una frazione di secondo come plausibile il sacrificio degli umani diritti a scapito dell’affermazione personale, marrani senza scrupoli e coscienza si fanno avanti.
Dal momento che è già successo un’infinità di volte, sarebbe assurdo il contrario.
Ma il fatto che la storia si ripeta fin troppo uguale a se stessa, perfino nei paragrafi più orribili, non fa che rammentarci che pure i posteri si ritroveranno di nuovo a questo difficile punto.
Lo sappiamo, ma continuiamo a cadere nei medesimi errori.
Di credere all'illusione del dittatore dal sorriso posticcio e al delirio dell’uomo forte con i muscoli fasulli quanto il cuore.
Tuttavia, sappiamo pure che prima o poi, le tante anime coraggiose e virtuose a cui hanno fatto credere di esser sole a resistere, levano il capo e si guardano, si trovano e fanno corpo unico, per inarcare schiena e dignità.
Disarcionando il folle intruso del momento.
Perché è già successo, e ancora oggi puoi udire il tonfo della caduta.
Quindi lo sappiamo, lo sappiamo tutti.
Ciò nonostante, nel frattempo.
Cerchiamo di non farci troppo male, okay?


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15.11.18

Il sogno del diverso

C’era una volta un bimbo.
Uno di quelli definiti diversi, ma non per nascita, va detto e ribadito.
Si viene alla luce unici, ci deve essere impresso sulla confezione dell’anima, ma trattasi di una tra quelle avvertenze eccezionali, scritte con caratteri talmente minuscoli che per decifrarli servirebbero occhi aperti per davvero.
Il fatto è che il bambino diventò diverso non appena spalancò l’uscio della sua esistenza a quelle degli altri.
Mi riferisco a differenze veniali, alla stregua di quasi tutte quelle che definiscono i confini di quel che non dovrebbe averne mai.
Chiamala pure la tanto sottovalutata intelligenza.
Ciò nonostante, esse erano con lui quotidianamente, sin dai primi giorni del giovane protagonista di questo racconto, sotto forma di trame sempre più dense ed evidenti a far da contorno alla figura riflessa.
“Una stregoneria”, pensò il nostro, “questo è un crudele sortilegio, ovvero di bieche intenzioni, in grado di incatenarmi a uno specchio del tipo imbroglione, che ti garantisce solo due dimensioni, al meglio tre, piuttosto che infinite...”

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13.11.18

Gaza, la macchia sul cuore

Storie e Notizie N. 1616

C’era una volta un essere umano.
Una creatura di settant'anni proprio quest’anno.
Una persona vecchia e stanca.
E non per l’età in sé.
Che non si dica che sia il numero stesso a esprimere giudizi e sentenze.
Perché hanno già fallito le parole e i racconti, l’arte e la politica più o meno virtuosa.
È la storia di una vita sbagliata, questa.
Di una tragedia vivente nata tale e cresciuta ulteriormente nella sua orribile parvenza di normalità.

Mille e novecento quarantotto, il primo compleanno.
Sullo sfondo, laggiù, da qualche parte, possibilmente oltre mare, il quadro prende forma tristemente, sempre troppo simile a se stesso.
In esso, un solco, una linea, un lembo di carne pulsante.
In breve, per i più, una striscia di nome Gaza.
Nell’immagine, a far da contorno all’essenza dell'affresco, le trame il cui segno insiste nel medesimo tratto con ottusa pervicacia, a confermare il detto che l’inferno è più di ogni altra cosa ripetizione.
I razzi di Hamas, già, che siano maledetti, che siano stati davvero lanciati, o meno.
La scia che disegnano sulla volta celeste nel grottesco dipinto.
La via di fuga di quest’ultimo che non esiste, magari ci fosse.
I missili di Israele, che siano altrettanto dannati, che siano mai stati davvero spontanei, o no.
Il fuoco che spargono, le fiamme, il sangue e le macerie.
L'essere umano, un tempo bambino degli anni cinquanta, osserva il quadro e rabbrividisce.
Allora infante, si sforza di dimenticare il prima possibile l’incubo.
Per fortuna esistono distanze e confini, chilometri di pianeta e di coscienza con cui preservare vita, la propria, dalle bombe, le grida, i pianti altrui.
Le lancette corrono, e altre guerre reclamano prime pagine e compassione.
Improvvise invasioni preparate a tavolino e interventi pacificatori dalle conseguenze massacranti, coalizioni ispirate da quintali di barili ricolmi di posticcia solidarietà e occupazioni indebite giustificate a posteriori tramite diplomatiche tangenti.
Terrorismo, un fiume in piena di attentati che scorre negli occhi spaventati di chi deve assolutamente temere l’oggi, ancor prima che il futuro.
Nel mentre l'essere umano, un tempo creatura innocente, diviene adolescente negli anni sessanta.
Il tempo migliore per chi si nutra di sogni.
Il tempo perfetto per coloro che lucrano tutt’ora nel bruciare quelli del prossimo.
Il tempo ideale per confondere gli uni con gli altri.
Odio, e poi pace.
Pace, e quindi di nuovo sangue sulle strade.
Genocidi legalizzati, e ancora pace.
Eppure, il terribile quadro è sempre lì, appeso al muro della nostra memoria.
La striscia che si fa sempre più sottile, i razzi, i missili, grida e lamenti, dissolvenza.
Di empatia e umanità.
Trascorrono altri anni e il nostro si fa giovane adulto e poi solo tale, perlomeno sulla carta.
Nei fatti, si rende volubile fuscello in balia del vento in voga.
Superficiale consumatore di formalità negli anni ottanta e rivenditore delle medesime, riciclate nel decennio successivo.
Eppure, il disegno oltre orizzonte è identico.
La striscia ulteriormente dimagrita come una reclusa costretta a pane e acqua.
I razzi, i missili.
I missili, i razzi.
E in platea il silenzio del pubblico inconsapevolmente pagante.
Un popolo di spettatori distratti dal timore di un
fantomatico bug millenario e dagli artificiali fuochi di un fantascientifico futuro che non è mai arrivato.
Nel duemila l’uomo si fa maturo, nell’età e nel vestito.
Si rende moderno nella modalità di connettersi col mondo e di interagire con le questioni impellenti, ma nella sostanza, riesce sempre a trovare il modo di nascondersi da se stesso.
È l’era in cui le maschere si chiamano profili e avatar, nickname e troll.
È la vita dove le occasioni e le possibilità vengono sciaguratamente compresse in App.
Le piazze e le vie, i prati e gli incontri casuali nel bel mezzo del racconto si frantumano in minuscole briciole di secondi intubati in un coma artificiale definito in modo ingannevole network sociale.
Nondimeno, l’immagine del quadro non è mutata, tranne che per le dimensioni dell’anima di terra e orgoglio stritolata nel mezzo.
La striscia è difatti ancora più sottile, ma questo non ferma i razzi e i missili, alimentati da sete di dolore e distruzione, rabbia e vendetta.
Ciò nonostante, in questa assurda vicenda altri conflitti assassinano generazioni e speranze.
Il numero di esistenze che dall’inizio di questa storia sono obbligate ad abbandonare casa e origini in cerca di un’improbabile solidarietà tra simili si fa incalcolabile.
L’equilibrio assume evidenti contorni di follia nell’accostamento tra le morti innocenti sullo schermo e le risate in poltrona, la sofferenza digitale e il commento irrisorio, la vittima morente in primo piano e il cinismo da tastiera.
Inevitabilmente, la pelle del nostro protagonista si raggrinzisce in rughe impietose, la chioma si fa sparuta e canuta al contempo, i riflessi rallentano e la vista è meno brillante.
Ma il quadro è uguale al giorno in cui il destino ne ha condannato il disegno, mentre l’amara didascalia diventa notizia trascurabile che ormai non viene neppure più letta.
Come se fosse il bollettino medico di un parente fortunatamente lontano affetto da male incurabile, con la segreta speranza che la nera signora metta fine al suo patimento.
La striscia di Gaza, i razzi di Hamas, i missili di Israele.
La guerra di tutte le guerre, la cui pace sarebbe madre di tutte le altre, mancate finora per un soffio.
La vergognosa macchia sul cuore dell’essere umano.
Che siamo tutti noi.


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