giovedì 12 dicembre 2019

La rivoluzione dei migranti

Storie e Notizie N. 1674

Questa è una favola, niente a che vedere con la realtà di tutti i giorni, difficile per i molti e agevole solo per pochi. Ciò nonostante, vedrete che prima o poi accadrà tutto per davvero.


C’era una volta il nostro amato e travagliato pianeta.
C’era una volta noi, allora come oggi e, probabilmente, anche domani.
C’erano altresì una volta gli impiegati alle porte dell’aldilà, tra uscieri, addetti alla sicurezza, o semplici hostess e steward responsabili del transito.
Quel giorno erano in pieno subbuglio e mai, dall’inizio dei tempi, la minaccia di uno sciopero era stata più credibile.
La situazione si era fatta insostenibile, nonché paradossale quanto inammissibile.
In quel momento i lavoratori responsabili dell’ultimo tra gli umani confini, forse l’unico che abbia davvero senso, provavano insofferenza e incredulità nei nostri confronti.
Forse perché c’era stato un tempo in cui erano stati vivi, esattamente come noi, e una volta trapassati avevano capito quanto peso avessero le nostre ottusità. Incapaci di risolvere da soli il problema, si rivolsero come spesso accade al più anziano tra loro. Costui, per quanto ne avesse viste di cose strane, non aveva la risposta adatta in grado di sbloccare l’incresciosa situazione di stallo in cui il processo di traghettamento delle anime si era inceppato.
Così, per quanto affaticato e claudicante, si alzò e promise di far presente la questione ai diretti superiori. Mi riferisco al Dio dei cristiani e quello dei musulmani, Allah, il suo profeta Maometto e ovviamente Gesù, nonché Yahweh, la trimurti indù al completo, Brahmā, Vishnu e Shiva, ma anche Confucio, le varie divinità del Taoismo, del Daoismo, dello Shintoismo e di ogni altra religione praticata dagli umani.
Il problema era che gli Dei, tutti gli Dei supplicati e adorati da quando il primo essere umano aveva visto la luce, erano anni che non si facevano vedere in giro. Ormai da tempo se ne stavano rinchiusi in conclave a discutere animosamente, arrivando perfino alla lite, e le ragioni erano ignote ai loro sottoposti.
La realtà era che una sempre più crescente fronda all’interno del parlamento divino - spesso fomentata da evidenti notizie false, fabbricate a tavolino e astutamente diffuse dal diabolico inquilino del piano di sotto - era ormai stanca degli umani e proponeva una bella estinzione di massa. Magari approfittando delle conseguenze del riscaldamento globale.
In fondo, era il pensiero di molti, se la sono scritta da soli, la parola fine.
Tuttavia, il vegliardo impiegato aveva un compito da svolgere e sarebbe andato fino in fondo. Bussò al sacro portone e dopo almeno un’oretta di inchini, salamelecchi e
varie dimostrazioni di riverenza, riuscì a parlare.
“Vostre Divinità”, esclamò il vecchio. “Potrei provare a spiegarvi a parole cosa sta succedendo qua fuori, ma credo che la cosa migliore sia che vediate il tutto con i vostri onnipotenti occhi.”
Il quanto mai attempato funzionario precedette all’esterno i vari Dei, ciascuno simbolo di altrettante fedi, e una volta che costoro furono giunti all’ingresso dell’aldilà si resero conto dell’accaduto.
Una fila enorme di persone, della quale nessuno di loro riusciva a intravedere l’inizio, malgrado la perfezione dei rispettivi sguardi, affollava la via che conduceva alle porte dell’inferno.
“Che cosa sta succedendo?” chiese una delle divinità. “Chi sono quelli?”
“Sono gli immigrati”, rispose il vecchio.
“E quali sono i loro peccati?” domandò un’altra.
“Non ne hanno”, spiegò il più anziano degli umani presenti. “Ma finché erano in vita l’umanità ha fatto di tutto per convincerli di essere colpevoli proprio in quanto migranti e ciascuno di loro, una volta morto, si è diretto all’inferno, anche se non l’ha affatto meritato.”
“Voi non li farete entrare, spero...” lo interrogò un’altra divinità.
“No di certo”, dichiarò l’impiegato. “Ma il problema dell’intasamento rimane, anche se la situazione è ben più ingarbugliata. Approfittando di ciò, con il passare del tempo all’inferno non ci va più nessuno di coloro che lo meriterebbero. Con il risultato che le persone peggiori, quelle davvero cattive, meschine o cronicamente egoiste, non muoiono e rimangono sulla terra come mummie viventi ad accumulare ricchezza di cui non provano neppure più giovamento.”
“E il paradiso?” intervenne un’ulteriore divinità. “Chi sono quei tizi sorridenti alle porte dell’Eden, con tanto di trolley, infradito e occhiali da sole?”
“Ecco, vostra perfezione, a causa della Vostra assenza sulla terra, costoro hanno corrotto il giudizio finale a vantaggio di una minoranza di privilegiati.”
“Ma sono sempre i buoni, giusto?”
“No, sono solo quelli che buoni ci si sentono e Voi tutti sapete meglio di me che non è mai la stessa cosa.”
Gli Dei erano confusi e perplessi, mentre i proponenti l’estinzione anticipata del genere umano si fecero ulteriormente compatti nei loro auspici. I più restii stavano finalmente per cedere e concordare anche loro con l’estrema soluzione, quando una bambina si allontanò dalla folla sulla strada per gli inferi, oltrepassò non vista il cordone di sicurezza e raggiunse la solenne assemblea celestiale senza alcun timore. Difficile averne ancora dopo aver visto la morte in faccia in così giovane età.
“Io avrei una proposta”, disse la bimba con voce squillante.
“Parla pure...” la invitò una delle divinità, più per curiosità, che reale fiducia.
“Siccome i miei fratelli e io litigavamo ogni sera per chi avrebbe dovuto dormire accanto alla mamma, lei risolse la cosa con grande intelligenza.”
“Cosa fece?” chiese il vecchio.
“Ci disse che esiste un solo modo per fare giustizia e accontentare tutti, a questo mondo. Ce l’hanno insegnato il sole e la luna, le stelle e anche la terra, madre di tutti.”
“Quale?” domandò un’altra divinità.
“Dovreste conoscerlo, credo: girare le manopole del destino, allorché sia giunta l’ora, e ruotare il senso delle cose affinché tutti godano del proprio momento in cui apprezzare il valore della luce, come quello del buio. Insomma, facevamo a turno. Per molti tra i mortali occorre un’intera esistenza, per capirlo. Ma per voi dovrebbe essere conseguenza di un semplice gesto.”
In quel preciso istante ogni essere, perfetto o meno, aveva chiaro cosa andava fatto per rimettere le cose in ordine.
Seguì uno schiocco di dita divine, un battito di mani eterne o di ciglia trascendenti, o anche solo una mera occhiata ultraterrena e il congegno su cui
reggeva l’intero aldilà fu azionato. Un attimo dopo, la più santa e giusta delle rotazioni ebbe luogo.
Pochi secondi più tardi, grande festa ci fu tra gli immigrati e urla di gioia e tripudio si levarono ovunque, dal confine terrestre sino a quello dell’universo stesso. Perché si ritrovarono di fronte alle porte del paradiso.
Nello stesso tempo, la sparuta coda di eleganti turisti dalla coscienza auto lodata erano invece attesi all’accettazione dell’inferno.
“Non è giusto!” osò protestare qualcuno tra loro.
“Voi non sapete con chi avete a che fare”, sbraitò qualcun altro.
“Avrete notizie dal mio avvocato”, minacciò perfino un altro ancora.
Mentre gli Dei osservavano soddisfatti la scena, e la bambina veniva sommersa di abbracci e ringraziamenti dalla folla, il vecchio si rimise subito al lavoro e raggiunse gli impiegati addetti alla gestione dei dannati.
“Ragazzi, diamoci da fare”, annunciò tirando su le maniche. “Sono convinto che la rivoluzione non sia finita qui e che a questi tornelli vedremo arrivare frotte infinite di furbetti che non hanno la più pallida idea di cosa li attenda alla fine della storia...”


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giovedì 5 dicembre 2019

Razzismo nel Black Friday del calcio italiano

Storie e Notizie N. 1673

Con una quanto mai deprecabile copertina il Corriere dello Sport presenta l’imminente partita di calcio tra Inter e Roma e il famigerato titolo fa il giro del mondo.
Ecco come giustifica la cosa chi dirige il giornale, Ivan Zazzaroni: “Bianchi, neri, gialli. Negare la differenza è il tipico macroscopico inciampo del razzismo degli antirazzismi. La suburra mentale dei moralisti della domenica, quando anche giovedì è domenica. Black Friday, per chi vuole e può capirlo, era ed è solo l’elogio della differenza, l’orgoglio della differenza, la ricchezza magnifica della differenza.”

Lukaku e Smalling.
Il primo è un attaccante. Uno che brama il goal. Che cerca di far danzare la rete della porta grazie alla propria mira, la semplice potenza o anche solo la fortuna di essere riuscito a sconfiggere il suo più grande nemico, l’ultimo guardiano e protettore del risultato fino a prova contraria, in breve, il portiere.
Il secondo è un difensore. Uno che il goal lo impedisce. Che si spende per tenere al sicuro la porta amica con la sua prontezza di riflessi, tramite la dedizione alla causa, o soltanto la buona sorte di trovarsi al momento propizio nel punto che conta. Per averla alla fine vinta contro il suo principale avversario. L’ariete ostile, la punta della lancia antagonista, in una parola, il centravanti.
Chris Smalling e Romelu Lukaku, l’uno di fronte all’altro.
Il primo è un cittadino inglese di origini giamaicane, mentre il secondo è belga di genitori provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo. E se aveste l’occasione di incontrarli una sera a cena, per ascoltare il racconto delle rispettive infanzie e adolescenze, potreste scoprire che esistono un’infinità di sfumature originali venendo alla luce da figli di immigrati in luoghi distinti nel vecchio mondo. Perché Anversa è del tutto diversa dal borgo londinese di Greenwich. Perché ogni padre, ciascuna madre, stranieri o meno, allevano la loro prole in modo incomparabile. E perché ognuno di noi reagisce secondo la propria natura all’inclusione o l’intolleranza del prossimo oltre la soglia di casa.
Lukaku contro Smalling, per una notte.
Il primo non è sposato e non ha figli, mentre il secondo ha moglie ed è padre. Anche solo per tale fondamentale particolare, tra i due vi è un oceano di esperienze a dividerli.
Tra tutte, il momento esatto in cui ti rendi conto che la tua compagna ti ha reso partecipe del dono che portava in grembo. Perché per la prima volta vedi a occhio nudo il miracolo a cui hai contributo in minima parte e lo prendi in braccio, augurandoti di poter meritare con amore e impegno, giorno dopo giorno, di essere complice di siffatta meraviglia.
Smalling che sfida Lukaku, e quest’ultimo che raccoglie il guanto.
Il primo ha perso il papà quando aveva appena cinque anni, mentre quello del secondo è ancora vivo ed è un ex calciatore, così come lo è il fratello e il cugino. Allora, immagina cosa vuol dire scendere in campo, sin da piccolo, con la certezza che tuo padre sarà ogni volta lì sugli spalti, anche solo oltre la recinzione dei primi campetti dell’esordio. Ovvero non averla affatto, tranne la speranza che da qualche parte, lassù, riesca a trovare una nuvola libera per fare il tifo per te.
Lukaku, Smalling, ventisei anni, uno, trenta l’altro, che per un atleta è un tempo enorme. Perché in quattro anni e altrettante stagioni puoi vincere tutto e perdere ogni cosa. Essere celebrato come un campione o fischiato come il più clamoroso bidone.
Smalling, convertito al veganismo dalla compagna e Lukaku, fervente cattolico al punto da recarsi in pellegrinaggio a Lourdes, con tutto quel che rende peculiari la vita e le scelte quotidiane dell’uno rapportate a quelle dell’altro.
Lukaku vive e gioca a Milano, Smalling fa lo stesso, ma a Roma. E ditemi voi quale cittadino dell’una o dell’altra città potrebbe affermare che le loro esperienze siano identiche.
Così via, di seguito, ogni distinguo facilmente intuibile e del tutto rilevante diviene evidente. Soprattutto qualora avessimo l’interesse e il tempo di scoprire l’uomo più adulto e il ragazzo, gli esseri umani, che corrono e calciano un pallone sul campo o nello schermo della tv.
D’improvviso, diverrebbe palese una quantità inenarrabile di aspetti essenziali e degni nota, una vera miriade di particolari significativi, che rendono unici due individui, altrettante vite e storie personali.
Smalling, Lukaku. Lukaku e Smalling.
Se solo potessimo, non basterebbe di certo un singolo post per elencare quante differenze tra ciascuno di noi potremmo elogiare, riconoscere come motivo d’orgoglio e ricchezza, prima di arrivare al colore della pelle...


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giovedì 28 novembre 2019

Il pianeta dell’effetto senza causa

Storie e Notizie N. 1672

C’era una volta un pianeta.
Ma sì, parliamone come se fossimo in un raccontino di fantascienza.
Uno di quelli che riteniamo inverosimili e che talvolta ci rilassano, alla stregua dei film catastrofici o quei video pieni di poveracci che scivolano e danno capocciate, e tutti ridono.
Perché tanto non siamo a noi a cadere.
Allora, tornando al nostro, il pianeta era assai bizzarro e le creature che vi abitavano non erano da meno, compattamente coerenti nel definire il comune orizzonte in base a un discutibile assunto: il rapporto di causa ed effetto è roba superata, poiché l’unica cosa che davvero conti è il secondo. Tutto il resto è noia, citando il titolo della nota canzone. Anche se il resto potrebbe salvare il presente, ancor prima che il futuro.
Per analogo ragionamento, gli ottusi extrabitanti mandarono a farsi friggere anche la terza legge della dinamica, ovvero il principio di azione e la sua logica replica.
Indi per cui, per tale sciagurata specie, esisteva solo la reazione, punto. Poiché l’origine di quest’ultima, il gesto, la scelta e ogni movimento in un senso o nell’altro - ciascuno di essi potenziale responsabile della consequenziale realtà - non erano mai all’ordine del giorno.

Cosicché, le modalità con le quali tali incoscienti individui interpretavano la vita erano le seguenti.
Piovono oceani interi sulle città? Le temperature precipitano o si innalzano con andamento delirante? I ghiacciai si sciolgono in un pianto di cocente rabbia verso i colpevoli, più che per mera mestizia?
È il maltempo, mannaggia.
I tetti crollano sulle vite che dovrebbero proteggere? Voragini voraci di automobili si aprono come insaziabili bocche sulle strade più trafficate? I ponti si sgretolano come verità indifese e vengono sostituiti da bugie a scoppio ritardato?
Sono brutti incidenti, cose che capitano.
Aumentano gli atti di intolleranza verso le più vulnerabili categorie viventi? Finiscono altrettanto alla ribalta frasi ingiuriose nei confronti delle minoranze da parte di chi dovrebbe dare il buon esempio? La discriminazione di ogni tipo di difformità dall’ariano canone è oramai questione quotidiana?
Sono tempi difficili, ma si sta meglio che in passato.
Il partito dei non votanti cresce di elezione in elezione, in modo trasversale e transnazionale? La sfiducia nella classe politica è stata sospesa dalla borsa per eccesso di rialzo? Il livello intellettivo e morale dei contendenti al timone della nave democratica è invece talmente ai minimi da diventare irrilevante nella tornata elettorale?
È quello che vuole la gente, e la gente ha sempre ragione.
Si incrementano a dismisura le popolazioni in fuga dall’inferno, alla ricerca del paradiso che gli è stato trafugato? Si diffondono paura e isolamento nei paesi maggiormente indiziati di tale ingiudicato crimine? I diretti discendenti delle istituzioni colpevoli si fanno baluardo a difesa della patria minacciata?
È normale, non possiamo essere tutti felici.
A dire il vero, solo in pochi godevano di tale privilegio, e ogni giorno di meno, ma come usavano dire nel pianeta dell’effetto senza causa, questo è. Prendere o lasciare. Quindi, prendi, svelto. Arraffa tutto quel che puoi e tira dritto.
Sino all’inevitabile conclusione: i nostri incauti insediamenti sono stati sommersi dalle onde sospinte dalla vigente stupidità? Gli incendi hanno divorato ogni traccia del passaggio dell’entità più masochistica dell’universo? La guerra e i cambiamenti climatici non hanno ancora capito chi ha avuto il merito della nostra distruzione?
Insomma, ci siamo estinti?
Era destino, che vuoi farci, sarà per un’altra volta.
Peccato, però, che la storia sia finita...


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giovedì 21 novembre 2019

Il sogno dello spettatore elettore utente sovranista

Storie e Notizie N. 1671

Grazie.
Grazie, adorata televisione.
Grazie, dolce internet.
Grazie a voi tutti, preziosi social network.
Grazie, Silvio Berlusconi, per aver spianato la via.
Grazie, Giorgia Meloni, per avere ancora la faccia di mostrarti in pubblico, nonostante la quantità industriale di gaffe e figuracce con cui ti sei fatta notare negli anni.
Ma soprattutto, grazie a te, Matteo Salvini.
Io vi guardo nel firmamento dei miei idoli e, finalmente, non provo più alcun imbarazzo per ciò che sono.
Io avevo un sogno, sapete, miei salvatori? Sì, proprio come il leader buonista per eccellenza, il radical chic abbronzato che cianciava di diritti umani mentre si beccava tre pasti al giorno a spese dei contribuenti in quel famoso hotel di Birmingham, credo.
Mi osservavo allo specchio e mi deprimevo. Non per l’aspetto, che poi è un discorso soggettivo, ma per ciò che provavo.
Avvertivo disagio innanzi a quegli snob di sinistra, solo perché non ho mai letto libri, tranne quelli che mi costringevano a studiare a scuola.
Mi facevano sentire inferiore con le loro occhiate dall’alto in basso, soltanto perché il mio vocabolario è scarso e il mio Italiano elementare. Nel senso di degno della scuola suddetta, ecco.
Facevano i superiori ovunque, in strada come nei posti di lavoro, perché non sono in grado di comprendere la loro apertura alle novità e alle diversità.
Cosa c’è di male a essere chiusi? Qual è lo sbaglio nel non volersi evolvere? Perché non siamo liberi di rimanere sempre con le stesse idee in testa?
Spesso mi arrovellavo con tali domande e non ne venivo a capo. Anche perché le tenevo per me, timoroso di venire deriso o umiliato.
Anche per questo mi sono sempre tenuto alla larga dai ritrovi tipici di quei presuntuosi. Mai entrato in un teatro. A malapena in una biblioteca. Di rado, molto di rado, in un museo. È stata una scelta di vita necessaria, avevo bisogno di proteggermi.
Per tale ragione, per il tempo che fu, in questo momento devo render grazie a lei, la madre adottiva di tutti noi, la cara tv commerciale.
Mi ha accolto e mi ha difeso. Mi ha confortato quando ne avevo necessità e vi ho trovato l’amore e un popolo di cui far parte: gli spettatori.
Essere accettato era ciò che desideravo, ma il biscione mi ha donato anche di più.
Mi ha scelto come suo figlio prediletto. Come avrei potuto non fare lo stesso e unirmi alla schiera degli elettori di Silvio, nel momento in cui è stato lui ad aver bisogno di me?
Poi, alla fine del secolo scorso, a un tratto il sogno si è fatto incubo. Dio, il mio, è morto, o quasi. Crivellato dai proiettili moralisti dei cecchini dell’ipocrisia. Ma nello stesso tempo, accanto alla decomposizione del messia di tutti noi, mediocri per ambizione, ha cominciato a palesarsi all’orizzonte la vera terra promessa.
La rete, che sia benedetta in eterno. All’inizio ero diffidente, perché le parole erano strane, molte addirittura in Inglese, e i computer non erano come la tv, che basta pigiare i tasti del telecomando e lasciarsi andare sul divano.
Quindi sono arrivati gli smartphone e soprattutto i nostri Avengers personali, i Social Network. Da quel momento, ogni cosa è cambiata. Tutto si è compiuto. Perché mentre quegli altri, i soloni dai discorsi complicati, si erano illusi che il web fosse un modo per unire tutti, qualcun altro è stato meno megalomane e più concreto, accontentandosi di cominciare con l’avvicinare tra loro i pochi, e al contempo dividere tutti gli altri.
Ebbene, in breve tempo quei pochi sono diventati molti, o forse lo sembrano, fa lo stesso, mentre i modi con cui isolare e umiliare i nostri oppositori sono aumentati a dismisura. E da quando ciascuno di essi si è sentito alienato da chi la pensa come lui, non serve neppure mentire sul loro reale numero. Perché se ognuno si sente uno zero, la somma dei tanti darà sempre zero.
Nello stesso tempo ho scoperto che indossare il costume e la maschera dell'utente intollerante è come avere dei super poteri speciali. Puoi essere chi vuoi, avere il nome e la faccia che desideri. Ma più di ogni altra cosa, puoi calunniare e offendere a piacimento chiunque, in qualsiasi momento.
Non solo. All’alba delle ultime tornate elettorali, il sogno si è realizzato oltre ogni aspettativa. Perché in quanto spettatore, elettore e utente, appoggiando la visione sovranista, ora so che posso aspirare a un mondo fatto su misura per il sottoscritto.
Perché bruciare i libri – e le librerie – è cosa ritenuta normale.
Perché offendere e insultare il prossimo sono manifestazioni di goliardia.
Perché le leggi dello Stato e quelle dell’etica sono fatte non solo per essere violate, ma addirittura riscritte a mio uso e consumo.
E perché ignorando la Storia, nonché esprimendosi in maniera sgrammatica e riempiendo di menzogne i propri discorsi, dimostrando un’assoluta mancanza di rispetto per i sentimenti e la dignità di chiunque, si è comunque acclamati come star in spiaggia.
Grazie a tutti voi per avermi reso un cittadino orgoglioso per ciò di cui un tempo mi vergognavo.



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giovedì 14 novembre 2019

La grammatica del razzismo

Storie e Notizie N. 1670

Kone Yossodjo ha diciannove anni e oggi corre.
Corre per il suo paese, quello nuovo, la Spagna. Che è altresì nuova, perlomeno più veloce, se non migliore, anche grazie a lui.
Cinque anni addietro, Kone fu costretto a correre non per qualcosa, ma da.
Dal suo paese, quello vecchio, la Costa D’Avorio. La quale, passata o presente, sarà anch’essa la sua terra per sempre, forse più povera e meno veloce, ma non per colpa sua. E quando sopravvivere comporta il fuggire da qualcosa, di cui si è del tutto innocenti, tutto ciò che ne arriverà di buono, potrà esser tale per tutti.
Oggi il nostro è una promessa dell’atletica, nella nazione più vasta e popolosa della penisola iberica. Nell’ultimo anno ha vinto 5 gare su 11 ed è attualmente il campione assoluto dei 5000 metri in Andalusia. E la cosa più

sorprendente è che, a neanche un anno dal suo arrivo in Spagna, dopo essere stato arrestato e poi trasferito in un centro per minori, ha cominciato a mostrare tutto il suo talento, sospinto da un vento magico e speciale che i giudici di sedia preposti non sono in grado di rilevare, come molti dei contemporanei dagli umani sensi ormai atrofizzati.
Si chiama speranza, punto. Senza guardare in alto o in basso, pronti a prendere tutto quel che ci sarà all’arrivo, basta che ci sarà.
In breve, adesso corre per la sua terra e non più da essa.
Ci sono voluti anni, fatica e dolore, sacrifici e inenarrabili difficoltà. Eppure, dal lato sicuro del traguardo, dove il più delle volte assistiamo sugli spalti con i nostri pollici affezionati alla posizione capovolta, potremmo davvero fare la differenza in un tempo assai più immediato e, decisamente, con molto meno sforzo.
A noi altri sarebbe sufficiente una mera conversione lessicale e neppure così approfondita. Basterebbe limitarsi ad articoli, pronomi e preposizioni, semplici o articolate che siano.
Per esempio, ogni tanto, potremmo smetterla di parlare dei migranti e cominciare a comunicare con loro.
E qualora uno qualsiasi tra costoro dovesse inevitabilmente divenire protagonista dei nostri discorsi, dovremmo iniziare a esprimerci su di lui unicamente, prendendoci però la briga di conoscere quanto meglio possiamo la sua storia personale, invece che ascriverlo frettolosamente alla solita macro categoria dei senza volto e diritti che come società abbiamo inventato di sana pianta in uno dei nostri giorni peggiori.
A quel punto, risulterebbe evidente a tutti quanto sia assurdo e anche stupido sentirsi in dovere di spiegare la propria opinione sugli immigrati, poiché non esisterebbero più loro, essi, quelli, ma un numero indefinito di vite ciascuna diversa dall’altra, dove l’uno porta con sé un carico di esperienze distinto da quello dell’altro, esattamente come coloro che pretendono di macinarli tutti insieme nella propria testa, per poi, un secondo dopo, emettere un rapido giudizio sommario.
E magari, con una buona dose di ottimismo, potremmo auspicare che all’alba del nuovo giorno, osservando l’ennesima nave stracolma di persone, apparentemente fuse l’una con l’altra in un raffazzonato affresco, dove il colore della pelle è l’unica tonalità che il pennello della nostra immaginazione impoverita è stato in grado di riconoscere, dimostreremo di aver al fine corretto la grammatica del razzismo.
Perché scegliere di impegnarci con qualcuno che ha bisogno del nostro aiuto, non vuol dire essere contro tutti gli altri. E se neppure all’analisi logica riesce l’impresa di farlo comprendere, proviamo con l’umanità.
Proviamo ancora, di nuovo, e ancora di nuovo. Perché finché i Kone di questo mondo non si arrenderanno, be’, forse non dovremo farlo neanche noi.


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giovedì 7 novembre 2019

Le solite notizie

Storie e Notizie N. 1669

Le solite notizie, di questi tempi, sono le sole notizie.
Ti è sufficiente leggerne l’incipit, se non il titolo, per capire come la storia andrà a finire.
Esattamente come trovarsi di fronte a un racconto già letto in una miriade di altre occasioni, ogni volta spinti dall’illusione che si concluderà in modo diverso. Se non altro, con suggestive implicazioni, magari conseguenti a una presa di coscienza del fatto da chi di dovere.
Non mi riferisco soltanto a governanti e amministratori più o meno locali.
Anche chi diffonde la buona, come la cattiva novella, è direttamente corresponsabile di ciò che scrive, poiché altrimenti tutti possiamo decidere di trascorrere il tempo – magari guadagnandoci pure – facendo cronaca di avvenimenti incresciosi, irritanti e indignanti. Arrivando addirittura a inventarli…
Nel mentre, le solite notizie scorrono sui nostri monitor, come nei nostri occhi e, di riflesso, sulla superficie della nostra coscienza ormai atrofizzata.

Persone che si accoltellano per futili motivi.
E arruffapopolo di professione che sfruttano ogni occasione per convogliare l'attenzione su loro stessi.
L’ennesimo luogo di cultura e aggregazione che viene distrutto.
E l’altrettanto abituale arresto di funzionari addetti alla cosa pubblica.
L’immancabile incidente d’auto con annessa vita interrotta.
E l’instancabile, ossessiva dissezione
di una tragica vicenda in ogni suo frammento.
L’ormai puntuale tormento esistenziale del Partito Democratico.
E il consueto incidente sul lavoro, doloso o meno, ma pur sempre infinitamente doloroso per gli affetti sopravvissuti.
L’ordinario episodio di mala sanità.

E lo sciopero quotidiano.
Il normale arresto per corruzione all’interno di un’azienda pubblica.
E l’inevitabile immigrato ucciso nella terra di nessuno, dove quest’ultimo è sempre lui.

La giornaliera, allarmata nota sul meteo, senza compiere alcuno sforzo nell’additare coloro i quali, e con quali ottusi comportamenti, lo stanno rovinosamente condizionando.
E la pervicacia nel tenere alta l’attenzione verso il terrorista laggiù, guardandosi bene di fare altrettanto con quello pericolosamente vicino.

Gli irrinunciabili figli d’oltreoceano condannati a morte anche dalle scelte scellerate dei genitori sulla riva colpevole del mondo. 
E l’eventuale caos nelle strade del Sud America.
Eccole, le solite notizie.
Fateci caso, oppure no, perché domani, il giorno successivo e pure l'altro saranno le stesse o quasi.
Poi ci domandiamo perché il cittadino medio abbia smesso di leggerle e si concentri soltanto sul trash e le bugie. Ebbene, una possibile risposta, a mio modesto parere, la trovate qua. Magari si è convinto che frugando tra l’immondizia e le menzogne, seppure con la conseguenza di venire da esse lordato e imbrogliato, almeno si sarà distratto dai suoi problemi.
Forse dovremmo smetterla di limitarci a ululare alla luna e imprecare contro il cielo, allorché non funzionino a dovere, ma al contempo suggerire soluzioni e nuove prospettive, dimostrando il coraggio di fare nomi e cognomi dei responsabili e, soprattutto, l’onestà intellettuale di aggiungerci il nostro, laddove occorra.


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giovedì 31 ottobre 2019

Perché ci asteniamo

Storie e Notizie N. 1668

L’istituzione di una Commissione straordinaria per il contrasto ai fenomeni dell’intolleranza, del razzismo, dell'antisemitismo e dell'istigazione all'odio e alla violenza, proposta da Liliana Segre, è stata approvata al Senato con 151 voti a favore e 98 astenuti, a quanto pare appartenenti a Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia.

Perché ci asteniamo.
Perché ci asteniamo, vi chiedete.
Ebbene, le ragioni sono esattamente il motivo del nostro successo.
È ciò che siamo.
È quel che vendiamo.
È tutto ciò che abbiamo.
Ci asteniamo poiché è nostro diritto, ma non quello di astenerci, ovviamente.
E la cosa più paradossale è che siete proprio voi che ce l’avete concesso.
Garantito, tollerato o, al peggio, assecondato.
Il diritto di insultare.
E il diritto di infangare.
Il diritto di diffamare.

E il diritto di isolare.
Il diritto di umiliare.
E il diritto di farlo fingendo addirittura che sia qualcosa di nobile e sacrosanto.
In una parola, sovrano.
Ci asteniamo perché altrimenti perderemmo all’istante il privilegio acquisito.
Poiché esprimendoci a favore del fondamentale rispetto verso il prossimo – il quale in un paese normale non avrebbe bisogno di una Commissione per tutelarlo – verremmo privati all’istante del fragile nemico che ci siamo inventati a tavolino.

D’improvviso ci troveremmo con le armi fumanti senza il necessario quanto facile bersaglio. Perché diciamolo, non è che la nostra mira e il nostro acume siano così dotati. E a quel punto dovremmo render conto alla nostra gente, che abbiamo armato a nostra volta, informandola che ci siamo sbagliati e che non ci si può divertire più con questo vergognoso tiro al piattello.
Al contrario, dichiarando pubblicamente la naturale propensione a rovesciare la nostra miseria sulle popolazioni indifese, la situazione risulterebbe non meno scomoda.
Perché tutto sarebbe più chiaro e onesto.
E i nostri elettori sarebbero costretti a pronunciare ad alta voce l’imbarazzante frase: sono razzista e, di conseguenza, voto i razzisti.
Quindi, in mancanza di alternative convenienti, ci asteniamo.
Ci asteniamo anche perché è la scelta più facile.
Ci asteniamo perché questo sì che è stato nella narrazione patriottica il nostro tratto nazionale più caratteristico.
Soprattutto quando la coscienza è lurida e le mani sono sporche di sangue.
Ci asteniamo perché finora siamo in vincita, pure quando perdiamo.
E perché questo è ciò che vogliono i nostri sostenitori.
È quel che reclama, da quando esiste l’umanità intera, la sua parte più infame: avere carta bianca di fronte agli istinti peggiori.
Essa ci domanda di voltarci da un’altra parte e lasciar correre tutto.
Anche l’odio, soprattutto quello.
Ma se tutto ciò non bastasse, ci asteniamo e lo strilliamo pure a gran voce affinché il grido divenga virale.
Perché, se non l’avete capito, l’ostacolo principale alla vostra Commissione, al suo significato.
La vera radice del problema, ciò che diffonde il virus, la mano che spinge il dito nella piaga.
Siamo noi e chi ci vota.


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sabato 26 ottobre 2019

30° Anniversario della caduta del muro di Berlino con i Narratori per la Pace

Quest’anno ricorre il trentennale dalla caduta del muro di Berlino.
Tuttavia, di questi tempi stiamo assistendo alla creazione e alla progettazione di ulteriori muri, pensati di nuovo per dividere l’umanità, distruggere sogni, disintegrare speranze e perfino vite.
Unitevi a noi e ascoltate il nostro ultimo video collettivo per condannare ogni muro, quelli di ieri come quelli di oggi.

Storytellers for Peace è nata a giugno del 2016. È una rete internazionale di narratori che creano storie collettive attraverso i video.
Gli artisti provengono da tutto il mondo e raccontano storie di pace, giustizia, uguaglianza e diritti umani.
Tutti i partecipanti raccontano storie nella rispettiva lingua madre.
Il lavoro finale consiste in un video di narrazioni in varie lingue che mostra quanto il mondo potrebbe essere bello e pacifico se unito intorno a una buona causa.
Il progetto è stato creato ed è coordinato dal sottoscritto.

In ordine di apparizione:


Beatriz Montero, scrittrice e narratrice spagnola.

Barry Stewart Mann, narratore, educatore, attore e scrittore dagli Stati Uniti.

Katharina Ritter, scrittrice e narratrice tedesca.

Claus Strigel, regista, produttore e sceneggiatore tedesco.

Alessandro Ghebreigziabiher, scrittore, drammaturgo, narratore, attore e regista teatrale italiano.

Sandra Burmeister G., scrittrice, attrice, narratrice e pedagogista teatrale dal Cile.

Hamid Barole Abdu, scrittore, narratore e poeta dall'Eritrea.

Oriana Fiumicino, drammaturga, narratrice, attrice teatrale e regista italiana.

Roberto Pentassuglia, chitarrista italiano.

Mahfuz Jewel, narratore, giornalista, poeta e visual artist dal Bangladesh.

Enrique Páez, scrittore spagnolo.

Cecilia Moreschi, scrittrice, drammaturga, attrice e regista teatrale italiana.

Lisi Amondarain, narratrice argentina.

D.M.S. Ariyrathne, narratore e attore dallo Sri Lanka.

Bridgid Soames, insegnante australiana.

Suzanne Sandow, regista, attrice e narratrice australiana.

Il video:




Storytellers for Peace:
Sito ufficiale: www.storytellersforpeace.com
Canale Youtube: https://www.youtube.com/channel/UCcxcR5hSFUgzpYhpIMfbAzA

giovedì 24 ottobre 2019

Trentanove

Storie e Notizie N. 1667

Sono cinesi i 39 trovati morti mercoledì in Inghilterra su un camion, dei quali si ignorava la provenienza. Sì, ora sappiamo che sono cinesi.

Trentanove.
Il trentanove fa notizia, perché i numeri contano. I numeri sono fatti e nessuno li può discutere o manipolare.
Ma dipende, è chiaro e, ogni tanto, va ricordato.
Prima di tutto, trentanove calciatori.
Tutti campioni, tutti fuoriclasse. È la classifica dei migliori. Anzi, no, è la rosa al completo della squadra del cuore, con tutti i nuovi acquisti, soprattutto l'ultimo arrivato, la stella, che prenderà il posto  del vecchio capitano
nei sogni dei tifosi.
D’altra parte, a trentanove anni mica puoi pretendere di poter sgambare ancora da porta a porta senza batter ciglio, ecco.
Di seguito, le trentanove fidanzate delle star sul campo. Le inevitabili bellezze che scintillano sugli spalti o che sbucano all’improvviso tra i profili Instagram dei consorti a rubare iscritti e like.
Poi, che altro? In ordine sparso, giammai di importanza, trentanove assenze in un solo mese al parlamento europeo dell’ennesimo politicastro che ha costruito la sua fortuna spacciando balle per infangare il vecchio continente.
Ancora, trentanove concorrenti all’isola dei formosi, e ne resterà solo uno. Peccato, sono comunque troppi. Non si potrebbe eliminare la paccottiglia in blocco?
A seguire, la
trentanovesima versione del cellulare dei tuoi sogni, che avrà tutto quello che non c’era prima, ma sempre meno di quello che ti costringeranno a comprare domani, domani e domani l’altro.
È importante comunque, è tutto importante, prendi nota, ascolta e non distrarti, che poi il sistema ti interroga e non puoi farti trovare impreparato sulla popolar lezione.
Cosa? Trentanove pollici? Scherzi? La tv è il tuo orizzonte e merita spazio. Due volte trentanove, caso mai. I nostri programmi li devi vedere in grande, sempre più in grande, altrimenti ti accorgi di quello che si trova fuori dai bordi.
Di conseguenza, ben trentanove muri sono in progettazione sui nostri confini, i soldi son stati stanziati, gli accordi stabiliti e le strette di mano già sancite. Perché le promesse di paura ci vuol poco a mantenerle. È il coraggio a richieder tempo e di quest'ultimo ne abbiamo poco.
Tutt'al più trentanove secondi, il massimo d’attenzione che necessita ogni sproloquio saturo di menzogne sui derelitti di questa terra, tra uno spicchio di social bacheca e un clippino durante l’aperitivo con gli amici.
Solo trentanove, neppure quaranta, a commentare la vita con il cervello staccato e il cuore mai connesso, a ululare la propria miseria innanzi alle diversità del mondo, che sia dagli spalti piuttosto che dal finestrino di un auto, a portare in piazza rumore mescolato a ignoranza ed ecco che i pochi diventano la gente, il popolo, la cittadinanza intera.
Perché è vero che i numeri sono fatti e non si discutono, ma vale solo se hai almeno uno straccio di idea di quanti siano, trentanove.
Altrimenti, perfino il più sgradevole dei tizi immaginabili diviene in grado di convincere i più, che i meno che lo sostengono sono la maggioranza.
Tuttavia, ne parliamo, siamo sempre lì sul punto all’ordine del giorno del gruppo di WhatsApp, a meno che tu non voglia restar mero pubblico delle altrui farneticazioni.
Nel caso invece tu tenga a esser partecipe del collettivo delirio, sappi che il noto cuoco ha detto che il risotto prevede trentanove funghi, l’ha detto lui che è uno chef stellato, mica tua nonna.
Anche se tua nonna era davvero brava ai fornelli, vero? Lo so, ti capisco, è tutto molto confuso. Ma questo è tutto, non c’è altro, il resto non conta, anche se si può contare

declamando le cifre da uno a trentanove, distrattamente, come se fossero dei corpi senza vita su un camion. Probabilmente migranti, la dicitura a margine, a sottolineare l’appartenenza a quest’ultimo. 
Infine, arriva il chiarimento a spiegare il totale.
Cinesi, sono cinesi, i morti sono cinesi.
Ah, cinesi.
E via, a ricominciar dall’inizio.


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giovedì 17 ottobre 2019

Il leone e le zanzare

Storie e Notizie N. 1666

In una casa, su questo pianeta, da qualche parte.

Padre e figlio si ritrovano a cena in cucina dopo essersi perduti al mattino nei rispettivi cammini, entrambi alimentati dall’incrollabile fiducia nella convinzione che comunque la giornata vada, alla fine del percorso l’uno ci sarà per l’altro.
Perché l’uno per l’altro, per sempre, è esattamente ciò che avrebbe desiderato anche Hanna, moglie e madre lasciata alle spalle, durante l’ennesimo viaggio verso la sopravvivenza promessa, ancor prima che la terra.
Yohaness ha dieci anni e gli occhi, di grandezza e profondità nutrite da cocente brama di leggerezza, lo confermano.
Al contempo, però, le spesse rughe che talvolta increspano la fronte suonano fuori tempo rispetto alla necessaria giovialità del volto.
È un vero peccato, ma è il prezzo che paga chi viene costretto a sperimentare le ruvidità della vita in anticipo sul naturale tragitto. E, d’altra parte, si può sborsare tale ingiusto pedaggio in modi ben peggiori.
“Cos’hai?” chiede Efrem al figlio. “Sei particolarmente pensieroso, stasera.”

Il bambino manda giù un altro sorso di minestra e poi, con gesto teatrale, posa il cucchiaio sul tavolo.
Consapevole dell’importanza del momento, il papà fa lo stesso e si appoggia allo schienale della seggiola, allargando allo spasimo orecchie e cuore, come se le prime fossero direttamente connesse con il secondo.
“Oggi la maestra ci ha letto una favola di Esopo, uno scrittore della Grecia antica.”
“Bello. Ma perché quella faccia? Non ti è piaciuta?”
“Sì, mi è piaciuta molto.”
“E allora cosa c’è che non va?”
“È per ciò che ha detto la maestra subito dopo.”
“Cosa ha detto?”
“Ci ha spiegato che le favole sono molto importanti e, per quanto piene di fantasia e roba inventata, ci insegnano cose che hanno a che fare con la realtà di ogni giorno, anche oggi. Pure se sono state scritte tanto tempo fa. Si devono ascoltare con attenzione e pensarci su con calma, ha aggiunto, per capire meglio cosa c’entrino con la nostra vita.”
“È vero, la tua maestra ha perfettamente ragione. Quale favola ti ha letto?”
La fronte di Yohaness è sempre aggrottata, ma il suo viso si fa meno teso, poiché ha avuto l’ennesima conferma che il papà è lì, del tutto presente al consueto appuntamento serale, prima di affidare il timone della nave al meritato sonno.
La zanzara e il leone, questo è il titolo.”
“Non la conosco. Me ne parli?”
Con immenso piacere, è la sottintesa risposta.
“In pratica c’è una zanzara che sfida il leone per dimostrare chi sia il più forte. Solo che quando fanno il duello, davanti a tutti gli altri animali, l’insetto si posa sul muso del re della foresta e lo punge più volte, mentre il leone non fa che colpirsi da solo e ferirsi, cercando di allontanarla. Così la zanzara vince la sfida, ma distratta dalla gioia per il trionfo viene intrappolata da una ragnatela. Sta per essere assalita dal ragno quando arriva proprio il leone e la salva.”
“Bella, davvero bella. Sembra una delle nostre storie, di quand’ero piccolo io...”
“Anche la morale della favola è bella, papà. Insegna che non bisogna essere troppo spavaldi perché, esattamente quando ti convinci di essere invincibile, non ti accorgi dei piccoli ostacoli e… come ha detto la maestra? Ah, finisci a gambe all’aria.”
“Giusto, lo ripeto, è una bellissima favola. Ma allora perché sei così giù?”
“Perché più tardi ci ho pensato su con calma e ho capito cosa c’entri con la nostra vita. Cioè, la mia.”
“Dimmi tutto, allora. Cos’hai capito?”
Gli inestimabili occhi di cui sopra si espandono e si inumidiscono, segno che c’è in gioco qualcosa di vulnerabile, oltre che serio. Di conseguenza, Efrem si muove in avanti con il busto e avvicina il proprio volto a quello del figlio.
“Ho capito che noi altri non siamo più leoni. Forse un tempo lo eravamo in Africa. Di sicuro lo eri tu, papà. E anche mamma. Ma qui siamo altro, io sono altro e devo ancora capire di cosa si tratti. Ma le zanzare... quelle sono sempre le stesse, ovunque. Il loro ronzio sono le parole cattive e gli sguardi di odio con cui ci aggrediscono tutti i giorni. Solo che non hanno mai il coraggio di sfidarci da sole, lo fanno sempre in tante. Inoltre non si limitano a colpirci sul nostro naso ma su tutto il corpo, fuori e dentro. Soprattutto dentro. E cercando di proteggerci spesso ci facciamo male da soli, quello sì che è come nella favola. Qualcuna finirà pure a gambe all’aria, ma la maggior parte non le ferma nessuno e secondo me anche il ragno si è ormai arreso.”
Efrem è profondamente colpito dalle parole di Yohaness e si chiede se ha una una vaga idea di cosa sia una metafora, visto che ne ha appena fatta una.
Ora è il suo sguardo ad ampliare i propri confini e si commuove. Perché, metafora o meno, le parole del bambino lo riguardano personalmente nello stesso identico modo.
Da quando hanno perso Hanna non sono mai stati così vicini, anima che sfiora anima, rispettive sensazioni che si fondono e orizzonte che si fa meravigliosamente comune.
Leggi pure come la nostra, insopprimibile storia per il futuro.
“Sai una cosa, Yohaness?”
“Cosa?”
“Pure quello che hai pensato tu è come una favola. E come hai fatto con quella di Esopo, anch’io intendo rifletterci su con calma per capire cosa c’entri con la nostra vita, con la mia.”
“Bravo, papà.”
“Però una cosa possa dirtela già ora.”
“Che cosa?”
“Il fatto che qui sei altro, ma non hai ancora capito cosa sia, è la tua più grande forza.”
“Perché?”
“Perché a differenza delle vili zanzare, dei ragni che si arrendono, degli ex leoni come me e di tutti gli altri, verrà il giorno in cui potrai essere tutto ciò che vorrai, figlio mio.”


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venerdì 11 ottobre 2019

Il giorno che non c’è stato

Storie e Notizie N. 1665

Eccolo qui, il giorno che non c’è stato.
Perché è qui, accanto a noi, che si ricordi o meno.
È mercoledì e siamo nella città di Halle, a nord di Lipsia, Germania est.
Si da il caso che nel dì mai avvenuto vi sia una ricorrenza particolare, per alcuni nel mondo.
Si tratta dello Yom Kippur e per gli ebrei è un’occasione solenne, importante, in una parola, santa. Poiché è il tempo della penitenza e della redenzione. Chissà, forse è questo l’aspetto più emblematico della questione.
A ogni modo, nella giornata che non ha avuto luogo va in scena il male fattosi carne e follia, che poi diviene storia. Se la esse iniziale sarà maiuscola o meno saranno i posteri e, soprattutto, i soliti vincitori a decretarlo.
In breve, un cittadino tedesco, un uomo di ventisette anni in abiti militari, cerca di entrare in una sinagoga, dove peraltro i fedeli stanno condividendo il suddetto rito. L’aggressore si fa forza con colpi d’arma da fuoco e bombe molotov. La radice di tutti i problemi sono gli ebrei, è l’incipit del suo manifesto.
Tuttavia, fortunatamente per i celebranti, la porta del tempio è ben chiusa.

Perché gli eredi delle vittime di allora tendono a non sottovalutare il dono della memoria, a differenza di alcuni discendenti dei carnefici e, soprattutto, della stragrande maggioranza dei silenti complici.
La cattiva sorte, come talvolta succede, è tutta a discapito degli ignari passanti. Una donna che transita sul marciapiede e un uomo appena entrato in un negozio di kebab.
Una donna, ripeto, e l’avventore di un esercizio etnico.
Come a ribadire, ancora una volta, che per gli sterminatori di unicità, solo in apparenza vulnerabili, non c’è alcuna differenza tra vittima e vittima. Ciò che conta per costoro è trucidare le tonalità non previste dalle anime rese miopi dal quotidiano lavaggio del cuore, più che del cervello.
Tuttavia, signore e signori, questa è solo la premessa del giorno mancante sul calendario della comune coscienza.
Eccovi il resto, subito dopo la diffusione della tragica notizia.
Nel nostro paese, il primo a commentare la vicenda è l’ex ministro dell’interno Matteo Salvini, il quale, memore del ruolo ricoperto mesi prima tra una moto d’acqua e l’altra, decide come sovente gli capita di cavalcare l’onda lunga dell’ennesimo attentato terroristico di matrice bianca e razzista. Solo che stavolta lo fa eccezionalmente al contrario. Ovvero, a ragione e corroborato dalla coerenza dei fatti: “Basta con le aggressioni naziste. Le organizzazioni di estrema destra sono pericolose: nel nome del nazismo ci sono nel mondo persone pronte a sparare e a uccidere.”
Giorgia Meloni, dal canto suo, non si fa attendere. Prende il primo volo per la Germania e direttamente dalla strada delle uccisioni gira un video, che subito dopo condivide sui suoi profili social.
Esprimo il mio dolore per un altro attentato terroristico di stampo nazista. La comunità internazionale abbia il coraggio di reagire!” Questo è il succo del suo messaggio.
A seguire, tutti i quotidiani appartenenti alla stampa notoriamente intollerante e monocorde nel manifestare avversione nei confronti delle minoranze e ogni tipo di diversità, come Libero, Il Giornale e Il Tempo, pubblicano editoriali e strali ciascuno dello stesso tenore.
Maledetti nazisti, Fuori gli estremisti di destra dalla nostra terra, Balordi con la svastica, ecc., sono solo alcuni dei titoli più eclatanti.
Di conseguenza, anche nel resto del mondo la coerenza diviene d’improvviso un valore a tutti gli effetti, a cominciare dall’Europa.
Il premier ungherese Viktor Orbán si congratula ufficialmente con l’amico leghista e propone un incontro pubblico in cui affrontare il grave problema della violenza verbale e fisica nell’universo estremista di destra europeo.
Il presidente polacco Andrzej Duda convoca il parlamento per discutere lo scioglimento di ogni tipo di associazione nel proprio paese che in qualche modo riconduca il proprio pensiero all’ideologia nazista.
L’austriaco Sebastian Kurz, dopo peraltro lo scandalo che ha portato al crollo di consensi da parte dell’alleato dell’estrema destra Heinz-Christian Strache, ne approfitta per dichiarare: “Mai più con i filonazisti nella terra natìa del fuhrer.”
L’affermazione viene lodata in modo trasversale,  incorniciata in una grande targa e poi affissa all’ingresso del parlamento a Vienna.
A questo punto, anche Marine Le Pen si unisce al coro ravveduto e propone al governo transalpino che il nove di ottobre diventi in Francia festa nazionale con la seguente motivazione: il giorno in cui la destra ritrovò la memoria.
Infine, last but not the least, Donald Trump si decide a chiudere il cerchio con un clamoroso tweet: gli Stati Uniti non resteranno a guardare dopo l’ennesimo sacrificio di persone innocenti. Il mio governo stanzierà milioni di dollari per costruire un muro tra i cittadini americani e tutti i fascisti, i nazisti e i razzisti del mondo, i quali saranno banditi a vita dagli USA.
Assurdo, vero? Pazzesco al limite della farsa, se non del ridicolo, è così?
Forse perché tale giorno non c’è mai stato?
Magari fosse così. Il problema è che il tempo sembra procedere all'inverso, poiché se fosse una persona di un secolo fa a leggere sul giornale che in Germania un uomo con la divisa dell’esercito si è svegliato ed è uscito in strada convinto di poter uccidere ebrei o qualsiasi altra vita sacrificabile - dal suo delirante punto di vista - non batterebbe ciglio.
Perché questo sì che è già successo.

Assenti dalle nostre pagine, tranne questa, sono invece proprio la penitenza e la redenzione della ricorrenza in oggetto. E, mi dispiace concludere così, ma privi di esse, senza memoria e dignità morale, saremo costretti a rivivere l’orribile introduzione di questa storia fino alla fine del tempo...

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