giovedì 21 maggio 2020

Sotto la mascherina e oltre

Storie e Notizie N. 1875

C’era una volta Cox’s Bazar, una città sulla costa del Bangladesh meridionale, un porto dedito alla pesca, un centro turistico e una località di mare, la cui spiaggia è nota per essere tra le più incontaminate al mondo.
Sotto l’egida da sempre
della seconda città dello Stato, ovvero Chittagong - ma a tutt’oggi solo dal punto di vista amministrativo - Cox’s Bazar fu terra di conquista di molti, dai Tripuri ai sovrani di Rakhine, sino ad arrivare agli invasori stranieri, come portoghesi e britannici. All’ultima di siffatte ruberie, camuffate dagli stessi colpevoli e dalla Storia complice sotto forma di innocua impresa commerciale, si deve il nome. Ovverosia, il mercato del capitano Hiram Cox, incaricato di gestire il possedimento coloniale.
Come volevasi dimostrare, c’è ben altro da scoprire sotto la maschera e oltre. E siamo solo all’inizio.
Difatti, facendo un balzo nel tempo eccoci alla città nascosta nella città rubata, suddivisa tra il campo di
Kutupalong e quello di Nayapara, entrambi riservati ai rifugiati Rohingya.
Circa un milione di persone. Quasi un milione di vite umane. Poco meno di mille volte mille tra donne e uomini, anziani, giovani e anche bambini. Ciò che però di norma resta in mente, stiamo parlando di un ennesimo tra i molti centri per cittadini indesiderati fino a verità rivelata, più che prova contraria.
Osservate il confine che delimita tale abominio

istituzionalizzato: 


Guardate con me il muro che divide il fuori dal dentro; la liceità dall'illecito; la libertà sottovalutata dalla prigionia più ingiusta. Non so voi, ma nella mia testa deflagra subito dopo una miriade di domande senza apparente risposta. Tra tutte: chi davvero mette in pericolo l’altro, tra loro e noi?

Eppure è come se quella folle parete somigliasse alle mascherine che in questi difficili giorni stiamo indossando per proteggerci dal virus.
C’è qualcosa di strano nel non riuscire a leggere le labbra di chi parla ed esprime pensieri e sentimenti; è un’abitudine comune e umanamente normale, a prescindere se l’udito funzioni alla perfezione o meno.
C’è qualcosa di sbagliato nel non poter guardare la

speciale mimica delle stesse, tra l’unicità di un sorriso spontaneo e il fastidio di una smorfia di disgusto, tra il profilo di un bacio solo ammiccato e una irriverente linguaccia a sdrammatizzare ogni tensione.
Sotto la mascherina e oltre ci stiamo perdendo un mondo di informazioni di una preziosità

incommensurabile. Ma è necessario, perché c’è un virus che uccide, e questo dovrebbe essere sufficiente.
Ma qual è il morbo che all’inverso temiamo in coloro che teniamo chiusi in un recinto come se fossero bestie feroci e sanguinarie?
Ora, se
tutto ciò non bastasse a farci riflettere sulla pazzia insita in tutto questo, ci si mette pure il clima, oltre allo stesso Coronavirus, a rendere ogni cosa grottesca in modo straordinario.
Neanche una settimana fa, nell’infernale campo di cui sopra sono stati
rilevati i primi casi di infezione da Covid-19, mentre è di oggi la notizia che sia il Bangladesh che parte dell’India sono stati colpiti dal ciclone Amphan, il più violento
degli ultimi vent’anni.
Ovunque il tornado sia passato ha lasciato distruzione e caos. In venti sono morti, molti sono i dispersi e gli sfollati sono a milioni, come è accaduto altre volte in passato.
Gli abitanti di questa terra convivono da tempo immemore con la maledizione di essere sovente oggetto d’attenzione di tali piaghe.
Uno degli aspetti maggiormente tragici, però, visto che l’azione del ciclone non si è ancora conclusa, riguarda il rischio che in questo momento stanno correndo i prigionieri nel campo profughi.
Il pericolo è reale per loro, ma è ovunque adesso. Il virus all’interno e il ciclone all’esterno, ed entrambi se ne fregano dei muri e dei confini.
Sotto la mascherina e oltre, perfino fuori da essa, per i nostri la fine potrebbe arrivare comunque, e in questo modo l’ingiusta condanna alla prigionia diventa una sentenza di morte, mettendo ulteriormente in risalto la disumanità di luoghi come questi.
Perdonate, ma ho la netta impressione che con il passare del tempo la natura stia facendo di tutto per mostrarci quanto stiamo sbagliando l’uno con l’altro…

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giovedì 14 maggio 2020

La salute è ricchezza

La salute è un diritto, la salute è tutto, la salute è la cosa più importante della vita, la salute è un bene prezioso, la salute è la prima cosa.
La salute è ricchezza...



Storie e Notizie N. 1874

C’era una volta la salute.
C’era e, per buona sorte di chi può goderne, c’è ancora.
Per tutti gli altri, forse potrà esserci in futuro, ma non per sempre e anche su questo dovremmo soffermarci ogni tanto a riflettere.
A dire il vero, sarebbe opportuno tenere a mente ogni giorno ciò che ci accomuna tutti, che riguarda ciascun individuo a prescindere da qualsiasi cosa. Tra i vari benefici di tale virtuosa pratica, se non altro, non perderemmo il tempo e il senno a dividerci, invece che incontrarci.
Ecco, la salute è così, esattamente come l’attuale virus che la sta aggredendo nel mondo. È una questione globale, nella quale tutti siamo connessi.
In ultima analisi, funziona un po’ come la felicità; sta lì, lassù, lasciandosi ammirare, e noi altri con le dita protese augurandoci non solo di afferrarla, ma soprattutto di tenerla stretta nella mano e in ogni atomo del nostro vulnerabile corpo.
Nondimeno, come la maggior parte degli umani doni, ne comprendiamo appieno l’importanza soltanto qualora venga messa rischio. Eppure le

parole per dirlo, ovvero dirla, sono là, a portata di tutti.
Wikipedia la definisce una condizione di efficienza del proprio organismo corporeo che viene vissuta individualmente, a seconda dell'età, come uno stato di relativo benessere fisico e psichico caratterizzato dall'assenza di gravi patologie invalidanti.
La Treccani la chiama salvezza, intesa come stato di benessere, di tranquillità, d’integrità, individuale o collettiva, ma anche stato di benessere fisico e di armonico equilibrio psichico dell’organismo umano, in quanto esente da malattie, da imperfezioni e disturbi organici o funzionali.
Qualora le ufficiali accezioni non bastino, ecco che ci vengono in aiuto i proverbi, da chi è sano non sa quanto sia ricco a chi è sano è più d'un sultano, da chi ha la salute è ricco e non lo sa a la salute è il più prezioso di tutti i tesori ed è il meno custodito, da la salute è molto cara e chi può la ripara a la salute è moneta sonante, da la salute non c'è denaro che la paghi a la salute non si paga con valute.
Difatti, più che mai in questo tragico frangente che tutto il mondo sta vivendo, ci viene ricordato che la salute è ricchezza. Lo è per antonomasia. E come per il denaro, i beni immobili, le azioni in borsa, oro, diamanti, barili di petrolio e ogni altra unità di misura della prosperità umana, anch’essa ha origini e utilità variegate e controverse.
È il ricavo guadagnato onestamente tramite un impegno quotidiano e consapevole nella cura di se stessi e dei propri cari; prestando puntuale attenzione al nutrimento del corpo quanto quello della mente, sia all’igiene fisica che a quella spirituale.
Ma è anche il frutto ereditato per mera casualità di nascita o semplice parentela; quale merce di scambio più o meno lecito; regalo indiretto di un ambiente privilegiato a cui magari non si è contribuito in alcun modo; tutt’altro, il più delle volte.
Altrettanto similmente alla più soddisfatta delle leggi monetarie – i soldi vanno sempre dove sono i soldi – la salute migliora dove c’è salute; e al contempo peggiora tragicamente dove è già precaria di suo. Ovviamente, a meno di un’azione rara ma ancora efficace che pare si chiami solidarietà.
Analogamente ai quattrini, con la salute si compra altra salute; talvolta la si acquista pagando con quella altrui ed è tra i peggiori degli umani crimini, ma estremamente difficili da punire, come ogni misfatto le cui prove si celino nello specchio in cui ci rimiriamo al mattino.
Alcuni la ripongono in ideali istituti finanziari, fatti apposta per far fruttare al meglio l’agiatezza di un respiro equilibrato, l’armonia di una pressione sanguigna moderata e la cordialità di un battito cardiaco giustamente rilassato. È solo un’illusione, naturalmente, con l’unico scopo di convincerci che non ci succederà mai nulla di male; a meno di una pandemia, è chiaro.
La salute è l’obolo con cui paghiamo, o meno, l’accesso ai luoghi deputati al nostro servizio e a quelli della collettività. È sempre stato così, ancor prima della contingente trafila della misurazione delle temperature all’ingresso.
È sempre stata questa la vita della maggior parte dell’umanità e anche di noi altri, di spalle agli imprevisti, voltati dall’altra parte, basta che non bruci; perennemente concentrati sull’immagine preferita caricata sul desktop o sull’App più simpatica del cellulare.
Tra le altre cose, tutte sottovalutate, la salute è donna, la quale ne è essenza fondamentale e garanzia di sopravvivenza.

È altresì il cuore dell’infanzia di ciascuno di noi, ma tu leggi pure come il più fragile quanto incompreso dei nostri comuni tesori.
La salute è la sola ricchezza.
Ricordiamocelo, per favore, quando ricominceremo a darla per scontata...


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giovedì 7 maggio 2020

Nel limbo dei migranti

Storie e Notizie N. 1873

Salute a te, pianeta terra.
Qui Limbo, ma tu leggi pure come un luogo solo in apparenza – o per consapevole indifferenza – lontano.
Lì, tra le crepe invisibili dell’umana decenza; laggiù, là sotto, o se preferisci di lato rispetto agli orizzonti maggiormente convenienti, noi siamo ancora vivi.
Malgrado tutto e tutti. Nonostante la percezione dell’esistenza si sia deteriorata nel tempo a tal punto che la comunque detestabile accezione di una mera sopravvivenza è oramai solo un ricordo.
Da cui, facciamo leva sulle uniche certezze rimaste: il cuore che batte, sebbene a ogni rintocco si domandi se sia il caso di continuare a bussare alle porte del mondo; l’aria che invade i polmoni, benché - conscia di quanto poco ossigeno pulito contiene - abbia iniziato perfino lei a provar

compassione per noi altri; e la nostra lacerata ma indomita immaginazione che persiste nello scrutare l’universo circostante alla ricerca di quella fantomatica stella chiamata umanità.
Funestati da tale innaturale condanna priva di un ragionevole reato, ma neppure processo e sentenza, due parole definiscono l’abominevole stato in cui ci hanno trasformati: non possiamo.
La prima persona plurale del verbo potere è l’unico verso a noi concesso, con tutte le dolorose e contraddittorie varianti del caso.
Non possiamo restare.
E non possiamo andarcene.
Non possiamo aspettarci giustizia.
E, quasi simultaneamente, non possiamo esprimere giudizi sui misfatti dei nostri carcerieri.
Non possiamo reclamare rispetto e considerazione per le nostre esigenze.
E, al contempo, non possiamo neanche pensare di limitare i privilegi dei cittadini documentati, ancor prima che i diritti, in cambio di anche solo una briciola di questi ultimi.
Perché è una prigione perfetta, la nostra, in accordo a tutti i crismi attuali: il carcere esiste e funziona, questo è ciò che devi sapere; ma che non si racconti cosa accade per davvero oltre le mura che ci separano da te, alla stregua di un tappeto sul quale cammini noncurante e che nasconde emozioni e sentimenti simili ai tuoi; solo immensamente più sfortunati.
È come un’isola dentro un’isola, che soggiace a delle regole fisiche aliene quanto alienanti. Dove il tempo scorre al contrario, poiché quando il futuro che si fa presente si dimostra perennemente peggiore di quest’ultimo, finisci per contare i ricordi sereni invece che le pecore per addormentarti; e quando scopri che sono terminati, inizi a inventarteli da te.
Il paradosso più grottesco è che anche il nome con cui sei abituato a chiamarci diviene fuori luogo: migrante. Il participio presente più frainteso della storia, perché non riguarda solo il verbo in sé, come tutte le azioni che sottintendono intere esistenze abbracciate al mero significato della parola. Perché insieme ai nostri corpi che ti hanno insegnato a ignorare, sono i nostri cari rimasti indietro e tutti i loro sogni a migrare con noi; migrano i colori che hanno riempito i nostri occhi e tutta la luce che abbiamo solo sfiorato con la mente; migrano altresì le parole gentili che abbiamo sperato di ascoltare al nostro arrivo; migrano tutte le informazioni che hanno raccolto nel tempo i nostri sensi, da quelle più trascurabili a quelle gradevoli al solo pensare che esistano. Perché, per sottovalutata brevità, migrano persone, solo persone, già.
Questo è il nostro blocco, la nostra personale versione di lockdown. D’altra parte, è storia vecchia, nulla di nuovo. Quando l’albero brucia il prezzo più alto lo pagano sempre i rami più vulnerabili e le foglie ritenute minori. Il nostro dramma, però, è che noi altri sull’albero non ci siamo mai saliti. Siamo rimasti sempre giù, accovacciati accanto al tronco con la mano protesa, aspettando di poter cogliere il frutto da te dimenticato e sperando ogni volta che fosse meno bacato di quello precedente.
Ecco, questo è il limbo dove ora ci troviamo e non ha niente a che vedere con quello biblico, di coranica interpretazione, men che meno dantesca o di senso figurato.
Tutto ciò per un motivo che la maggior parte dei nostri simili oltre muro insiste nel voler trascurare: siamo ancora vivi e, finché il respiro lo permette, non vogliamo morire...


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giovedì 30 aprile 2020

Dal punto di vista della terra

Storie e Notizie N. 1872

C’era una volta la terra, che per nostra fortuna – malgrado tutto e tutti – c’è ancora.
Figuriamoci per un istante, afflitti e limitati dal cosiddetto lockdown, di evadere da noi stessi più che dalle nostre case.
Immaginiamo di essere qualcos’altro, un che di immensamente più grande e sicuramente più accogliente. Mi riferisco al tanto sottovalutato quanto bistrattato nostro pianeta.
Io ci provo: un po’ di attoriale metodo, chiudo gli occhi e… bam! Eccomi, facciamo che ora sia la terra a parlare.
In quanto tale, lo dico subito a scanso di equivoci

ed eventuali rimostranze: non c’è alcunché di personale in ciò che affermerò da qui in poi. Sono il vostro pianeta, ma non solamente il vostro. Ogni tanto non fa affatto male ricordarlo, perfino alla sottoscritta.
Ciò nonostante, sono perfettamente consapevole del dramma che molti stanno affrontando, con toni più o meno tragici, soprattutto a causa delle condizioni preesistenti prima della diffusione di questo virus.
Il Covid-19 ha portato alla morte, a oggi, più di 220.000 persone e le tragiche conseguenze per il tenore di vita e più che mai la sopravvivenza di un numero enorme di famiglie sono ancora da calcolarsi a fondo.
Tuttavia, come suggerito all’inizio di questo raccontino, rinnovo l’invito a tutti di mettervi nei miei panni.
Forse, indossando codesti, anche voi non potreste fare a meno di guardare con attenzione il fatto che i freni posti alle attività economiche di molti tipi, in tutto il mondo, hanno portato a tagli alle emissioni di carbonio che in precedenza sarebbero stati impensabili: il 18% in Cina tra febbraio e marzo; tra il 40% e il 60% nelle ultime settimane in Europa. Abitudini e comportamenti un tempo considerati sacrosanti sono stati ribaltati: il traffico stradale nel Regno Unito è diminuito del 70%. Il traffico aereo globale si è dimezzato. Nel frattempo, un riflettore tanto necessario è stato gettato sulla relazione travagliata dell'uomo a la fauna selvatica, con alcuni esperti che sostengono che il degrado del mondo naturale e lo sfruttamento di altre specie sono tra le cause della pandemia.
Dal canto mio, in qualità di pianeta terra nell’arco di una pagina, ovvero sacro tempio naturale a protezione delle fondamentali condizioni in grado di permettere la vita, osservo con inevitabile interesse un recente studio, il quale dichiara che il miglioramento della qualità dell'aria nel corso dell'ultimo mese di lockdown dovuto al coronavirus ha portato a 11.000 decessi in meno in Europa. Che il forte calo del traffico stradale e delle emissioni industriali ha comportato milioni di giorni in meno di assenza lavorativa, migliaia di bambini in meno che sviluppano asma, migliaia di visite evitate al pronto soccorso e nascite premature in meno, in accordo ai dati del Center for Research on Energy and Clean Air.
Leggo con viva curiosità che, rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, i livelli di biossido di azoto sono diminuiti del 40% mentre i minuscoli particolati - noti come PM2.5 - sono diminuiti del 10%; il che significa che le persone possono respirare più facilmente. Queste due forme di inquinamento, che indeboliscono il cuore e il sistema respiratorio, sono insieme normalmente responsabili di circa 470.000 morti in Europa ogni anno.
Sempre nelle vesti del pianeta, mi salta inevitabilmente agli occhi che limitandoci all’Europa il maggior numero di morti evitate per inquinamento sono state rilevate in Germania (2.083), seguita dal Regno Unito (1.752), la vostra Italia (1.490), la Francia (1.230) e la Spagna (1.083).
Inoltre, laddove si facesse lo stesso calcolo su tutto il mondo, il numero di morti per inquinamento evitate sarebbe molto più alto perché questo studio si concentra sull’Europa nell’arco di un mese, piuttosto che dall'inizio della pandemia globale partita da Wuhan sei mesi fa. È un dato di fatto che le due nazioni più popolate e inquinate del mondo - Cina e India - abbiano subito alcune delle più forti cadute nell'inquinamento atmosferico.
Ovviamente, come l’'autore principale dell'analisi, Lauri Myllyvirta, anche io penso che sia difficile considerare i lati positivi in questo momento, dato che tante persone stanno morendo. Le misure di restrizione che sono state prese stanno causando molte difficoltà economiche e di altro tipo, ma questo è un esperimento senza precedenti nel capire come ridurre il consumo di combustibili fossili.
Ecco perché tutti, soprattutto le persone che lavorano sull'inquinamento atmosferico, devono prestarvi attenzione, magari domandandosi: e se ci fosse questo tipo di qualità dell'aria non perché le persone sono costrette a restare in casa ma perché si è riusciti a convertire la società umana al trasporto e all'energia puliti?
L’umanità è temporaneamente in ritirata durante il lockdown, lo ripeto, ma in questi giorni la fauna selvatica ha corso un rischio assai minore di venire investita da auto e camion. Leggo che solo nel Regno Unito ogni anno prendono la vita di circa 100.000 ricci, 30.000 cervi, 50.000 tassi e 100.000 volpi, nonché barbagianni e molti altri specie di uccelli e insetti.
Molte amministrazioni comunali hanno ritardato a tagliare l'erba ai margini della strada - uno degli ultimi habitat rimanenti per i fiori selvatici - che quest'estate dovrebbe portare un tripudio di colori nelle campagne e fornire più polline alle api.
I coyote, normalmente timidi rispetto al traffico, sono stati avvistati sul Golden Gate Bridge di San Francisco. I cervi pascolano vicino alle case di Washington a pochi chilometri dalla Casa Bianca. Il cinghiale sta diventando più audace a Barcellona e Bergamo, in Italia. In Galles, i pavoni hanno attraversato Bangor, le capre passeggiano per Llandudno e le pecore sono state avvistate tra i parchi giochi nel Monmouthshire.
Eh… bam, sono di nuovo in me. Per quanto mi riesca, è ovvio.
Perdonate se sono sembrato indelicato, non era mia intenzione. Ma credo che il punto della vista della terra sia utile da considerare in ogni momento della nostra vita, anche quelli più difficili.
Perché alla fine della fiera, volenti o nolenti, gli interessi del pianeta che ci ospita coincidono con i nostri.
Così era prima, così è adesso e così sarà finché la nostra specie vivrà.
In parole povere, possibile che l’unico modo per rallentare la distruzione del nostro pianeta sia restare tutti chiusi in casa?


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giovedì 23 aprile 2020

Se, ora

Storie e Notizie N. 1871

Osservando il particolare momento che stiamo in tanti vivendo, eccovi alcune parole dedicate a tutti i bambini e i ragazzi confinati in casa, liberamente ispirate alla poesia Se, di Rudyard Kipling.

Se sarai capace di giocare con chiunque tu abbia accanto e in ogni istante, addirittura avendo appena litigato; soprattutto in quel caso. Con tua sorella che ti sembra troppo grande, con tuo fratello che pare eccessivamente diverso, con tuo padre che si dimostra anche ora assai impegnato e con tua madre, già, pure se non vorresti mai affaticarla ulteriormente, allorché la vedi stanca.

Se troverai piacere, comunque, a giocar da solo, poiché gli amici son tutti lontani, adesso.

Se riuscirai a gestirne la mancanza senza che quest’ultima ti rattristi più di tanto, mosso dalla convinzione che sono ancora là fuori, anche loro in attesa di rincontrarti.

Se sarai capace di sopportare la lontananza dai campi di gioco, dai prati, dall’oratorio e ogni altro luogo dove amavi far sfrecciare le gambe, far danzare le braccia e dar voce a ogni parte del tuo corpo.

Se rimarrai sereno, malgrado il sacrosanto bisogno

di inondare il viso con la luce del sole, carezzare le membra con l’aria fresca e sfiorare ogni dono della natura con le tue coraggiose dita.

Se avrai la forza di accettare che talvolta la vita ci ruba del tempo senza che possiamo farci alcunché.

Se avrai la pazienza di aspettare il giusto momento in cui riprenderti tutti i giorni, ogni minuto e ciascun secondo che ti spettava.

Se sarai in grado di capire che la natura, in tutte le sue più disparate forme, può portarci via le persone care davanti ai nostri stessi occhi; ma mai dal nostro cuore, se non lo permettiamo.

Se in questo particolare frangente capirai che la scuola non sono i banchi e la cattedra, la lavagna e l’aula, neppure l’edificio che la ospita, ma soltanto tu, i tuoi compagni e i vostri insegnanti, coloro che la abitano e la rendono viva.

Se saprai appassionarti nel riempire il tempo quando è più nelle tue mani che in quelle degli altri, e ricordarti di fare altrettanto quando accadrà esattamente l’opposto.

Se imparerai una volta per tutte che la felicità si inizia a costruire con le persone che hai accanto tutti i giorni, con cui ti svegli al mattino e con le quali condividi riposo e sogni la notte.

Se comprenderai che la vera creatività è quella che ti serve quando puoi disporre soltanto degli strumenti che ti sono concessi.

Se afferrerai l’idea, per conservarla per sempre in te, che la sola libertà che nessuno potrà mai toglierti è quella che riesci ad amare, far crescere e brillare nell’unico spazio che hai.

Se, soprattutto di questi tempi, terrai a mente come il più prezioso dei regali che l’affetto e la comprensione tra le persone non dipendono dalla distanza che le separa.

Se, infine, farai tesoro di tutto ciò che hai imparato in questi strani giorni, vedrai che quando torneremo a camminare e ad abbracciarci senza paura sarai una persona più forte e contenta della vita che ha; e, se tutto ciò non bastasse, il mondo sarà di nuovo tuo.


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giovedì 16 aprile 2020

La quarantena dell’universo e il miracolo della vita

Storie e Notizie N. 1870

Una piccola fiaba dal futuro in attesa che inizi la sospirata fase due...

C’era una volta la terra, una terra diversa, lo ammetto. Ovvero, ci sarà. Ci spero tanto, e allora ne scrivo. Perché solo raccontare storie mi aiuta ad aver fede in un finale migliore.
Della terra che sarà, in un futuro lontano, ma possibile, ne parlo al passato, che mi risulta più facile. O, forse, mi aiuta a convincermi di aver vissuto codesta vicenda in prima persona. A ogni modo, la terra non era più solo un pianeta. Come nessuno di noi è soltanto un singolo essere umano, ancor prima che un’isola.
Difatti, come in un racconto di fantascienza che finalmente si fa capitolo di storia contemporanea, il mondo che ci ospitava era parte attiva, consapevole e quindi sognante di qualcosa di ben più grande: il meraviglioso quanto sottovalutato universo.
C’è vita là fuori, hanno urlato a perdifiato i narratori di fiabe stellari. È probabile che non siamo soli, hanno confermato con voce autorevole gli investigatori di galassie ancor prive di nome, volgarmente detti scienziati.
Ebbene, avevano ragione da regalare, più che vendere, poiché nel tempo in cui codesto racconto si svolge, gli extraterrestri c’erano eccome. Ce n’erano così tanti, sparsi tra la miriade di corpi celesti oltre l’orbita nostrana, che a ogni ora si doveva aggiornare l’elenco. Ed era un’occasione di festa, sapete? Tutto merito delle parole, che spesso fanno male, ma altrettanto possono render lieto il cuore. La novità è che non li chiamavano più alieni o UFO, mossi da paure ancestrali. Neanche allusivamente gli altri o quelli là, e neppure sospettosamente loro o essi. Ci limitavano a constatarne la magia tangibile, avendo compreso che è la sola cosa da cui partire e al contempo da non smettere di ammirare: dicesi vita.
Indi per cui, erano tutti viventi, come lo siamo e lo saremo noi altri. Creature viventi dell’universo, tutto il meglio che ci accomuna e ci rende vicini di esistenza.



Ci furono difficoltà, ovviamente, questo è innegabile. Conflitti aspri e dissapori privi di logica, i peggiori; tuttavia, col tempo tutti giunsero a più saggi consigli, ancor prima che miti. E alla fine i viventi iniziarono a coesistere cordialmente tra loro.
Ciò nonostante, la natura universale non è diversa da quella terrena, e nasconde insidie nei luoghi maggiormente ignorati; come il regno del piccolo, ovvero microscopico. Ebbene sì, anche oltre i confini della via lattea i viventi erano inclini a concentrare lo sguardo sul gigantesco quadro a discapito dei minuscoli dettagli. Spesso, ciò che accade nel breve, prima o poi si riproduce alle dimensioni superiori; e le conseguenze sono altrettanto imponenti.
Difatti, all’improvviso, da un anno luce all’altro, l’intero universo si ritrovò ad affrontare lo stesso vecchio nemico che ogni specie aveva combattuto singolarmente: un virus sconosciuto. Un’infezione mai vista prima ovunque, eccezionalmente contagiosa e assai letale.
Non occorre che dica quale fu il pianeta in cui venne rilevata per la prima volta, perché trattasi di informazione di poco conto per i viventi, della terra o meno; a meno che non fosse utile allo studio del virus stesso per la produzione del vaccino. Forse perché le priorità degli abitanti dell’universo erano altre, o magari perché non esistevano confini e linee sulla mappa; di conseguenza, niente nazioni o province, dogane e respingimenti, bandiere da sventolare e inni da intonare. Solo vita. Variegata vita, improvvisamente a rischio.
La risposta universale fu rapida e compatta: lockdown dei pianeti e quarantena di tutti i viventi, con tutte le azioni del caso, come la cura dei malati, il contenimento dei contagi e lo studio del virus stesso.
Ovviamente, si trattava di esperienza già vissuta in passato da molte specie e in tanti si ritrovarono a rileggere le cronache dell’epoca, in modo da trarre insegnamento dai rispettivi avi.
Nel frattempo, mentre i giorni passavano, in ogni angolo dell’universo si cominciava a sentire la mancanza di ciò che era ordinaria amministrazione prima della chiusura delle singole atmosfere. Come viaggiare nello spazio e incontrare creature differenti, esplorare luoghi nuovi e scoprire culture e stili di vita fino a quel momento neanche immaginabili.
Così, malgrado conseguenza di una straordinaria costrizione, su ciascun pianeta i viventi si ritrovarono a riassaporare semplici azioni che oramai avevano date per scontate.
Per esempio, su Kepler-22 b gli abitanti presero a passeggiare su e giù per i viali delle proprie città, percorrendo vie mai battute prima, per poi soffermarsi innanzi a scorci che ignoravano, malgrado fossero a un passo dalle loro abitazioni.
Sul pianeta Tau Ceti e i viventi non facevano che sfiorare e toccare con mano aperta e curiosa la natura circostante le loro recluse esistenze, dalle foglie agli animali, dall’acqua all’aria, dai propri simili al terreno stesso. In altre parole, come se fossero infanti appena venuti al mondo.
Su Gliese 682 c, giacché impossibilitati a montare su una navicella per esplorare il magnifico ignoto oltre la volta celeste, in molti cominciarono a inventare storie di pura fantasia sui mondi che ancora non avevano scoperto. Poi le raccontavano agli altri e questi ultimi ci pensavano su, per poi riciclarle come proprie; allora gli autori originali si arrabbiavano, all’inizio, ma poi si calmavano perché si rammentavano che pure loro avevano rubato i propri racconti, ma l’avevano rimosso, perché troppo felici al pensiero di ritenersi coloro che avevano dato inizio allo spettacolo. Così, tutto finiva in una colossale risata collettiva.
Perché nessuno nell’universo può affermare di aver dato inizio allo spettacolo di vita e luce, ed è una grandissima fortuna, se ci pensate attentamente.
E la nostra amata terra? Ebbene, anche da noi i viventi finirono per concentrarsi unicamente su ciò che il nostro pianeta e la loro mera esistenza aveva da offrire. Niente di meno, nulla di più. Certo, trattasi di roba banale, ai tempi dei viaggi nello spazio, come bere acqua da una fontanella, riposare su un prato al riparo di un albero o restare in silenzio ad ascoltare il rumore delle onde del mare sdraiati sulla spiaggia.
È un vero prodigio poter godere di tutto questo, pensò all’unisono ciascun essere dell’universo.

Lo è altrettanto poter sperare di riuscire a farlo ancora, prima o poi.
Poiché è un miracolo essere vivi.


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giovedì 9 aprile 2020

I medici

Storie e Notizie N. 1869

A oggi, leggo che sono cento i medici deceduti a causa del Covid-19.
Medici.
Una parola generica, che indica una professione, un ruolo nella società, ma anche un’immagine comune a tutti. Quello col camice bianco, quella con lo stetoscopio, colui che ti visita, colei che ti prescrive le ricette; ma anche, o soprattutto, coloro ai quali ti rivolgi quando stai male. Come una sorta di amici per lavoro, con il dovere di rispondere presente nel momento del bisogno del mondo.
Ebbene, quando c’è una pandemia là fuori, il momento del bisogno è ciascun secondo del loro tempo, più che il nostro. Perché mentre siamo in attesa, magari a lamentarci per la fila o l’eventuale ticket, oltre che per il malanno in sé, c’è qualcuno oltre quella porta; il quale, allorché giungerà il suddetto fatidico momento, si occuperà di noi.
In cento se ne sono andati, tra dottoresse e dottori, spesso nelle vesti del famoso medico di famiglia, ma anche infermieri e ausiliari hanno perso la vita a causa del virus.

Anime che fanno parte del cosiddetto personale sanitario; dove la parte che conta, più della seconda, è la prima: personale. Ovvero, persone che si prendono cura di altre persone. In una parola, noi. Tutti noi.
Non si smette mai di essere medico, mi disse il dottor Domenico Moreschi, di cui ho avuto modo di parlare in passato.
Sembra una frase retorica, ma non lo è affatto, visto che tra i dottori scomparsi ci sono anche quelli che, malgrado in pensione, si sono rimessi in gioco; perché è il momento del bisogno, esatto. E c’è qualcuno che un giorno ha deciso di fare della propria vita, più che della professione, un compito: rispondere a quella chiamata.
Sì, lo so, in molti potrebbero tirar fuori in questo momento il termine eroi. Parola quanto mai abusata in ambito patriottico e militare. Tuttavia, preferisco soffermarmi sul lato umanissimo dei concittadini che ci hanno lasciato nell’esercizio delle proprie funzioni.
Certo, nonostante pure i medici abbiano una vita propria e delle persone care di cui occuparsi, i nostri non hanno esitato a continuare imperterriti a cercare di salvar vite; ma non dobbiamo dimenticare che tutti loro erano lì, a cucire e bendare, a lenire e ad auscultare anche prima. Ci saranno anche dopo, d’altra parte.
Ecco, è su questo punto che vorrei concludere; a mio modesto parere lo ritengo di notevole importanza. Spesso, in questi giorni, a causa della quarantina forzata, delle difficoltà personali ed economiche, dello stress e dell’angoscia, o di qualsiasi altra conseguenza dovuta a questa pandemia, in molti sono inclini a trasformare tutto ciò nello sport preferito di questi tempi: la spasmodica ricerca del nemico; il responsabile di tutti i nostri mali, ancor prima che il fatidico paziente zero. Prima i cinesi, poi il governo stesso, il presidente del consiglio, e quindi la solita Europa, cattiva ed egoista.
Be’, non credo ci faccia male, invece, rimarcare l’importanza di ciò che di norma diamo per scontato; più che mai a futura memoria.
Come i nostri cari medici, già.


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giovedì 2 aprile 2020

Videochiamata con il mondo ai tempi del Coronavirus

Storie e Notizie N. 1688

Il momento della videochiamata.
Chi l’avrebbe detto che sarebbe diventato un appuntamento abituale, imperdibile e fondamentale nel corso di ogni nostra giornata.
Lo è per coloro che continuano a fare o essere scuola, in barba al comunque necessario coprifuoco a tempo pieno; per quelli che lavorano a distanza, qualora il mestiere svolto sino al giorno prima del cosiddetto lockdown conceda tale possibilità; per la gente che intende far sentire la propria vicinanza alle persone care, lontane e magari anche sole; e pure per coloro che si connettono soltanto per farsi una bella

chiacchierata.
Quello della videochiamata è un tempo prezioso, utile e gratificante. Tuttavia, non sempre le cose filano lisce come vorremmo ogni volta.
Per esempio, magari lo streaming con la lezione del prof si fa lento e l’immagine lagga, ovvero arriva in ritardo. Allora, invece di fornire un consiglio di natura informatica, invito gli studenti a ricordare che secondo dati dell’UNICEF risalenti ad aprile dell’anno scorso, più di 175 milioni di bambini – i quali corrispondono alla metà della popolazione in età prescolare nel mondo – non sono neppure iscritti alla scuola dell'infanzia
Certo, è anche vero che in casa non siamo soli e spesso ci si collega tutti insieme. Può capitare che la banda larga si congestioni e che il video si blocchi proprio sul più bello.
Be’, in quel caso rammentiamoci che in accordo alla ricerca Global Digital 2019 dell’Agenzia “We are social” circa il 43% della popolazione mondiale non ha internet, ovvero 4 persone su 10…
D’accordo, ma restando chiusi in casa a causa del Coronavirus – anche se spesso ce la prendiamo con il decreto di turno – quel dialogo faccia a faccia, seppur digitale, può essere l’unico conforto della giornata.
Allora, in quel caso ripensiamo al fatto che quasi un miliardo di persone al mondo, ovvero circa 840 milioni, non ha accesso all’energia elettrica
Okay, non c’è problema, vero? C’è tempo, abbiamo tutti più tempo. Possiamo sentirci più tardi, magari dopo cena, quando ci sono meno persone connesse alla rete. Nel mentre potremmo approfittarne per fare due passi almeno in casa, o anche solo due flessioni in camera.
Ebbene, tra un piegamento e l’altro, infastiditi dall’avere davanti agli occhi sempre gli stessi ambienti, teniamo conto che un miliardo e seicento milioni di persone al mondo vive privo di un riparo adeguato
Per fortuna che esiste il pretesto della spesa, quindi. Mai come di questi tempi ci siamo ritrovati ad apprezzare quella breve passeggiata con la busta, il borsello e magari una nota con le cose da comperare. E quando troveremo più fastidiose di altre volte la mascherina e la fila per poter accedere al supermercato, proviamo a focalizzare che secondo un rapporto della FAO del 2019 oltre due miliardi di persone al mondo non hanno la possibilità di nutrirsi con del cibo sicuro, mentre circa 800 milioni non hanno neanche quello
Poi torniamo a casa e quando arriva il momento prescelto riproviamo a videochiamare, giacché sono tutti a dormire, ora, e niente può andar storto. Non prima di esserci lavati con cura e attenzione le mani, certo. E mentre le strofiniamo chiudiamo gli occhi e leggiamo a mente le parole dell’UNICEF e dell’Organizzazione mondiale della sanità, i quali hanno stimato a metà dell’anno scorso che due miliardi e duecento milioni di persone nel mondo non hanno servizi di acqua potabile gestiti in sicurezza, quasi il doppio non accedono a bagni opportunamente igienizzati e almeno tre miliardi non possono lavarsi le mani
Okay, finalmente possiamo collegarci, scaldiamo il pc, cerchiamo l’App sul cellulare e mi raccomando, sforziamoci di non parlare dei soliti grafici giornalieri, magari per esternare al mondo il nostro presunto parere scientifico sulla pandemia. D’altra parte, non siamo mica diventati tutti dottori, giusto? Pensate se viveste in Africa, dove per ogni milione di persone in Etiopia e Sierra Leone ci sono solo ventidue medici, in Niger e Malawi 19, e in Liberia sono in 14, circa uno ogni centomila
Ciò nonostante, una volta conclusa l’ultima conversazione virtuale del giorno, non possiamo fare a meno di pensare di vivere un periodo difficile.
C’è una malattia che uccide la fuori e ciò ci spaventa, inevitabilmente e in maniera del tutto comprensibile.
Pertanto, quando i timori si faranno più angoscianti del solito, non dimentichiamoci la realtà che esiste ancora oltre i confini della nostra vita, per quanto reclusa. Essa ci dice che, a causa delle già citate gravi condizioni igieniche, miliardi di persone nel mondo, soprattutto nei paesi più poveri e in via di sviluppo, affrontano quasi da sempre il quotidiano rischio di contrarre pericolose malattie infettive; e che solo per colpa della Tubercolosi nel 2017 ci sono stati
un milione e seicentomila morti, di cui più di duecentomila erano bambini.
Questo è il mondo che esisteva prima di ogni nostra videochiamata e che è ancora là fuori, ora, ad affrontare insieme a noi, e a tutto il resto, anche il Coronavirus…


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giovedì 26 marzo 2020

Quando il nemico è reale

Storie e Notizie N. 1687

Quando il nemico è reale.

Quando il nemico è reale ed è un avversario equo, che aggredisce tutto e tutti, senza fare alcuna distinzione tra ricco e povero, colto o incolto, di qualsivoglia origine e tonalità di carnagione, gusto sessuale, orientamento politico e quant’altro noi umani utilizziamo per distinguerci, ecco che li vedi più chiaramente per ciò che sono.

Perché quando il nemico è reale, coloro che hanno costruito tutto il loro potere e il loro nome, il proprio lauto stipendio e il proprio benessere, profittando invece di un nemico completamente fabbricato a tavolino - malgrado le tragiche conseguenze di tale inganno lo paghino persone in carne e ossa - si ritrovano persi e in totale confusione.

Si agitano, si fanno nervosi e particolarmente aggressivi. Perché la Storia ha già dimostrato in passato che creare bugie e diffonderle ai più funziona solo se l’assunto di partenza è esso stesso una colossale menzogna, come quella della presunta invasione di migranti.

Al contrario, allorché il nemico sia reale, tali spacciatori di falsità non sanno più che pesci prendere – del tipo che votano, intendo – e non si rendono conto che quando la loro frottola non riguarda solo gli immigrati, ma anche i loro sostenitori, il prezzo che pagheranno alle prossime tornate elettorali per tale figuraccia potrà essere incalcolabile…



E a quel punto, la foto ritoccata nel profilo servirà davvero a poco per compensare l’ennesima cantonata, stavolta…



Poiché quando il nemico è reale, la già esigua lucidità diminuisce ulteriormente, e si arriva perfino a invidiare coloro i quali non avevi fatto altro che odiare come ragione di vita…



D’altra parte, chi non sa fare altro che dire bugie per guadagnar consenso, continuerà imperterrito a farlo, sino all’irreversibile ciglio del burrone…



E chi ha fatto dell’indifferenza verso il prossimo il principio cardine della propria politica, non smetterà di certo ora...



Che gli strenui difensori della democrazia e dei diritti di tutti stiano particolarmente allerta, di questi tempi, perché laddove il nemico diventi sempre più reale, chi ha sempre sognato la dittatura, approfitterà dell’occasione per compiere l’ultimo scatto verso la vetta ambita. Poiché sa che, probabilmente, il suo gioco è stato scoperto e non avrà un’altra possibilità…



Ecco, queste sono alcune delle cose che accadono ora, nel mondo, perché il nemico è reale. Ma se ci pensate con maggiore attenzione, spero concorderete con me che il vero nemico di tutti era reale anche prima.
Il paradosso è che erano e sono esattamente coloro i quali sono saliti alla ribalta sfruttando la paura di ciò che non esiste...


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lunedì 23 marzo 2020

Storie da casa contro il Coronavirus dai Narratori per la Pace

Ecco il nostro nuovo video: "Stories at home vs Coronavirus" (Storie da casa contro il Coronavirus)

In questi tempi, come sempre, pensiamo che raccontare e ascoltare storie possa aiutarci un po' ad affrontare le difficoltà.

Abbiate cura di voi, restate al sicuro!

Storytellers for Peace


In ordine di apparizione:

Barry Stewart Mann (Narratore professionista, educatore, attore e autore dagli Stati Uniti)
Cecilia Moreschi (Drammaturga, attrice e regista dall'Italia)
Hamid Barole Abdu (Narratore e poeta dall'Eritrea)
Erasmo Nuccitelli (Impiegato e comico italiano)
Sandra Burmeister G. (Autrice, attrice, narratrice e pedagogista teatrale dal Cile)
Vincenzo Coratella (Educatore e percussionista dall'Italia)
Luca Salvio (Educatore dall'Italia)
Ilaria Colonna (Educatrice dall'Italia)
Alessandro Ghebreigziabiher (Autore, drammaturgo, narratore, attore e regista dall'Italia)

Storytellers for Peace è una rete nata a giugno del 2016.
È un team internazionale di narratori, autori, attori e musicisti che crea storie collettive attraverso i video.
Gli artisti provengono da tutto il mondo e raccontano storie di pace, giustizia, uguaglianza e diritti umani.
Tutti i partecipanti raccontano le loro storie nella loro lingua d’origine.
Il video finale consiste in una narrazione multilingue con l’intenzione di mostrare quanto il mondo potrebbe essere ricco di energia, bello e pacifico se unito per una buona ragione.

Il progetto è stato creato ed è coordinato da Alessandro Ghebreigziabiher, autore, narratore, attore teatrale e regista.



venerdì 20 marzo 2020

Lezioni dalle pandemie del passato

Storie e Notizie N. 1686

Ciò che ha fatto sì che il mondo, con tutte le sue creature viventi, si ritrovi compatto in un unico essere animato, in particolare si rivela nella desolazione di grandi pestilenze.

Le forze creatrici della terra entrano in collisione violenta; percepiamo l’afosa aridità dell'atmosfera; udiamo tuoni sotterranei; osserviamo il vapore di acque straripanti, forieri della rovina. Come se la natura non fosse soddisfatta delle normali alternanze di vita e morte, e l'angelo distruttore e la bestia con la sua spada fiammeggiante infierissero sull’umanità.

Tali rivoluzioni sono compiute in ampi cicli, che lo

spirito dell'uomo, per così dire, limitato a uno spettro ristretto di percezione, non è in grado di esplorare. Tuttavia, questi eventi terrestri avvengono con maggior frequenza di quelli che provengono dalla discordia, dall'angoscia o dalle passioni delle nazioni. Con l’annientamento risvegliano nuova vita; e quando il tumulto sopra e sotto la terra è passato, la natura viene rinnovata e la mente si risveglia dal torpore e dalla depressione, sviluppando di nuovo la coscienza di un'esistenza intellettuale.

Se in qualche modo la ricerca umana fosse in grado di redigere, in una forma vivida e connessa, una narrazione storica di eventi così potenti, alla maniera degli storici delle guerre e delle battaglie e delle migrazioni delle nazioni, potremmo allora arrivare a visioni chiare rispetto allo sviluppo mentale della razza umana, e il nostro cammino sarebbe più chiaramente distinguibile.

Sarebbe quindi dimostrabile che la mente delle nazioni è profondamente colpita dal conflitto distruttivo dei poteri della natura e che i grandi disastri portano a sconvolgenti cambiamenti nella civiltà generale. Perché tutto ciò che esiste nell'uomo, sia esso buono o cattivo, è reso evidente dalla presenza di un grande pericolo. I suoi sentimenti più intimi sono scossi, il pensiero dell'autoconservazione padroneggia il suo spirito, l'abnegazione è messa a dura prova, e ovunque prevalgano l'oscurità e la barbarie, le mosche mortali avanzano spaventate verso gli idoli della loro superstizione, e tutte le leggi, umane e divine, vengono violate.

In conformità con una legge generale della natura, tale stato di eccitazione provoca un cambiamento, benefico o dannoso, a seconda delle circostanze, in modo che le nazioni raggiungano un grado più alto di valore morale, o affondino più profondamente nell'ignoranza e nel vizio.

Tutto ciò, tuttavia, avviene su una scala molto più grande che attraverso le normali vicissitudini di guerra e pace, o l'ascesa e la caduta degli imperi, perché i poteri della natura stessa producono piaghe e soggiogano la volontà umana, la quale prevale solo nelle contese tra nazioni
.



Riflessioni sulla peste nera (1832) del medico tedesco Justus Hecker, studioso dell'effetto delle malattie sulla storia umana.


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