giovedì 16 luglio 2020

Cercasi stupore

Storie e Notizie N. 1883

Nei mesi scorsi ho avuto modo di leggere che, tra le altre cose, la pandemia di Covid-19 sia una sorta di prova generale della fine del mondo. Può essere, la ritengo un'osservazione ragionevole, ma a mio modesto parere – soprattutto per il lockdown – è altresì la rappresentazione, estremizzata e caricaturale, non soltanto del futuro che ci attende, ma anche del nostro stesso presente.
Ogni tanto mi capita di ripensare a quei giorni in

cui vivevamo quasi tutti rinchiusi in casa, con la finestra o il balcone quali unici sguardi concessi sul mondo esterno. Oltre, ovviamente, agli oblò digitali con i quali continuare a esplorare i caotici fondali del World Wide Web e, più di ogni altra cosa, la tanto sottovalutata immaginazione. Ma tu leggi pure come l’internet gratuita in eterno, infinita sino a prova contraria e capace di connettere chiunque con chiunque in qualsiasi luogo e tempo.
Il lockdown nel nostro paese è terminato, ciò malgrado sono convinto che una parte di noi sia rimasta intrappolata in casa, sul divano imbalsamati innanzi alla tv, sul letto a fissare il soffitto alla ricerca di un’uscita, davanti allo specchio nella vana attesa che l’altro batta un colpo o magari al tavolo in cucina sperando che il pranzo non finisca mai. Ma al sicuro, ovvero con l’idea di esserlo grazie a porte blindate, inferriate alle finestre e anche aglio, va’. Parafrasando la commedia di Eduardo, non è vero... ma mi proteggo.
Non è vero, già. Il che vuol dire che è falso, è una bugia, è il frutto della svista, dell’invenzione o addirittura il raggiro di qualcun altro. Di qualcuno che, più o meno autorizzato da noi altri, si è arrogato il diritto di raccontarci cosa accade all’esterno delle nostre fidate caverne.
Per tale ragione, che si oltrepassi la soglia dell’appartamento o si perda d’improvviso la libertà di farlo, ho come l’impressione che la nostra generazione ci sia nata in lockdown. E malgrado l’aver esperito sulla propria pelle l’abbraccio del sole qualora i suoi raggi si mescolino con l’acqua del mare, una volta distesi sul telo dopo un bel bagno, si sia finiti in molti a fare la scelta di rinunciare all’incontro reale in cambio di una mendace e illusoria drammatizzazione del vivere. Il tutto a condizione che sia innocua, come potrebbe accadere in un film o un videogioco.

In tal caso, non sono affatto sorpreso che nell’elenco dei paesi per i quali il nostro governo ha ordinato il blocco dei collegamenti a causa del rischio per la diffusione del Coronavirus non ci siano gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Russia, ai primi posti al mondo per numero di pazienti positivi e decessi. Soprattutto che nessuno si sia ancora deciso a farglielo notare...
Non sono stupito nel venire a sapere che non solo
l’essenziale sia invisibile agli occhi nostrani, come direbbe il piccolo principe, ma anche ciò che è semplicemente umano e bisognoso d’aiuto.
Non provo alcun sbigottimento leggendo che tra i vari spunti di riflessione che la pandemia ci ha suggerito vi sia la nostra incomprensibile e ostentata cecità innanzi alla colossale crisi che contiene tutte le altre, ovvero quella dovuta al riscaldamento globale e i cambiamenti climatici.
Non sono più sbalordito, ormai, verificando fino a
che punto possano arrivare i parassiti delle disgrazie altrui pur di ottenere like e possibilmente voti.
Ecco perché dovremmo alzarci ogni giorno dal letto cercando di aprire i nostri occhi di più, ogni mattino di più. Ecco perché abbiamo necessità di leggere quanto possibile storie nuove e soprattutto diverse. Ecco perché dovremmo più di sovente coprirci la bocca con una mascherina speciale, composta di doverosa curiosità e sana empatia, e ascoltare il prossimo con la giusta attenzione.
Perché potremmo ancora stupirci dei nostri simili, e magari per qualcosa di buono.
Non abbiamo molto tempo, ahi noi, ma ce n’è ancora prima del tramonto...


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giovedì 9 luglio 2020

Perché migriamo?

Storie e Notizie N. 1882

Perché migriamo?
Intendo noi altri tutti, nessuno si senta immobile.
Perché abbandoniamo il paese, il luogo, il punto esatto sulla mappa in cui ci troviamo, per spostarci più in là, altrove, laggiù, basta che non sia qui?

Potresti evitare di dialogare con me sulla cruciale questione, e magari farti trasportare dal solito e puntuale treno, subdolamente alimentato da menzogne strumentali e specchietti per gli allocchi, più che per le allodole, dove l’untore – ora che le cose vanno meglio – non è più il cinese, ma il bengalese.
Oppure potresti iniettarti un’illusione d’umanità, appassionandoti al solo migrante che susciti

compassione nella porzione maggiormente ipocrita della popolazione: il caro e dolce gattino
Ma se invece hai voglia di ragionare sulla fondamentale domanda, invece di farti anestetizzare dalle risposte più vendute, ovvero false e solo in apparenza gratuite, ti prometto che cercherò di farla semplice, come una storiella.
Mettiamo che la tua casa sia il mondo. Anche se per molti, là fuori, è esattamente così.
Immaginiamo che questo breve racconto duri il tempo di un giorno. Scegliamo un dì di festa, senza particolari e abitudinari impegni, in modo da rendere la trama meno banale. D’altra parte, l’incipit non può essere che scontato, lo ammetto, per quanto si possa rendere originale il risveglio del cittadino medio privato dell’obbligo dell'orario.
Così, a causa della carezza di un raggio di sole, ovvero gli inopportuni passi di qualcuno all’esterno della stanza – o dello stesso appartamento – i consueti rumori della città, le palpebre si sollevano e la storia ha inizio.
Ti tiri su e ti rendi conto di essere sudato. La notte ha fatto caldo e l’afoso mattino che ti accoglie al tuo risveglio non fa presagire alcunché di diverso per il resto della giornata.
Infili le ciabatte e ti alzi. È tempo di muoversi, ora. Di compiere il primo viaggio dato per acquisito. Quello verso il bagno. A soddisfare la più elementare delle primarie necessità.
Ebbene, caro fratello pellegrino, tralasciando la specificità della biologica urgenza, eccoti il primo motivo per il quale le persone migrano: il bisogno. Me che dico? Non rendo merito al dramma se non uso il plurale: i bisogni, già. Tutti i bisogni che puoi immaginare tra quelli fondamentali. Figurati di ritrovarti non dico uno o due, ma con ciascuna delle umane, basilari urgenze insoddisfatte. E in più, aggiungici pure gli scompensi climatici che nel tuo caso disturbano il sonno e poco altro, e che alcuni ottusi insistono ancora nel minimizzare. In tale frangente, non solo migreresti, vero? Ma lo faresti anche correndo a testa bassa, guarda che ti dico.
Ciò nonostante, immagina di ritrovarti all’ingresso del bagno qualcuno che ti dicesse che non puoi entrare. Che non hai i documenti e nemmeno l’umano diritto di oltrepassare la soglia. Un incubo, vero? Già, ma pensa se invece fossi sveglio...
A ogni modo, una volta risolto il tuo mattiniero problemino, torni sui tuoi passi e sai cosa fai? Migri, amico viandante, migri ancora. Perché la gola è secca, ma non disperi affatto. Perché sai che al prezzo di pochi metri di passi strascicati sul parquet a cavallo delle tue pantofoline – di questi mesi le infradito – giungerai nel sottovalutato regno della cucina e dei suoi meravigliosi doni. Tra tutti, un rubinetto con acqua potabile e un frigorifero, più o meno ricolmo di cibo pulito e fresco.
Nondimeno, a questo punto puoi facilmente intuire un’ulteriore ragione per la quale milioni di persone, per non dire mille volte tante, mollano il proprio giaciglio e il poco più che hanno: una manopola magica – ma tu leggi pure miscelatore, il portento è addirittura maggiore – e uno sportello fatato. Ruoti il primo e scopri cosa vuol dire poter scacciare la sete come una mosca fastidiosa tutte le volte che lo desideri. Apri il secondo e la terra promessa, con i suoi frutti, è a portata di mano e quindi di stomaco.
Ciò malgrado, mettiamo che all’ingresso del suddetto reame trovassi dei loschi figuri, impunemente liberi di picchiarti e ricacciarti indietro nell’incubo stavolta reale in cui hai creduto che sognare di fuggire da quest’ultimo fosse cosa normale. E, soprattutto, umanamente comprensibile.
Ma la tua fortuna è che sei solo di passaggio tra le righe di un innocuo raccontino. Indi per cui, dopo aver bevuto e fatto colazione, ti accingi a migrare ancora. Ancora e ancora, da una stanza e l’altra, reale o virtuale, di questi tempi. Poi, non contento di ciò, approfitti del privilegio del movimento, ricevuto
solo per caso dal destino, e ti prepari a continuare il viaggio oltre i confini del mondo chiamato casa, ovunque ti guidi il desiderio, becero o virtuoso, e le esigenze del momento, da quelle infinitamente alte alle più miserrime. E a ogni limitare del tuo abituale vagare tra un mondo e l’altro non contempli nemmeno per una frazione di secondo di ritrovarti davanti all’improvviso un muro invalicabile. Altrimenti, picchieresti il pavimento con i piedi e urleresti di collera innanzi all’indubbio sopruso. Perché esistere vuol dire potersi spostare da un secondo all’altro, da un centimetro all’altro, da una vita all’altra.
Alla fine del giorno, poi, godrai senza alcuna consapevolezza del beneficio di poter tornare dove tutto è cominciato. E ti addormenterai più o meno inquieto, ma con quel minimo di serenità dovuto al sapere che all’indomani, una volta riaperti gli occhi, ciò che ti rende immensamente fortunato sarà ancora raggiungibile...


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giovedì 2 luglio 2020

Quando cadono gli elefanti

Storie e Notizie N. 1881

Più di 350 elefanti sono morti nel Botswana settentrionale in un misterioso decesso di massa definito dagli scienziati come "disastro di conservazione". Era già accaduto qualcosa di simile nello stato africano nel mese di maggio, dove gli animali deceduti furono 169, proprio nei pressi di alcune pozze d’acqua.
Il governo locale non ha ancora testato campioni delle carcasse, quindi non ci sono informazioni precise su ciò che sta causando le morti o se potrebbero rappresentare un rischio per la salute umana. Le due possibilità principali sono l’avvelenamento o un patogeno sconosciuto. A ogni modo, secondo gli esperti non esiste un precedente il quale dimostri che si tratti di un fenomeno naturale, ma senza controlli adeguati, non sarà possibile scoprire la verità.
D’altra parte, la ricerca di quest’ultima, soprattutto allorché costringa la nostra disgraziata specie a salire sul banco degli imputati, non è decisamente il nostro forte.
Allora, come spesso predilige la stampa generalista, concentriamoci sui defunti, invece che indagare sulle cause, attualmente misteriose, ma proprio per questo degne di essere identificate.
Assecondatemi per il tempo di una mezza paginetta o poco più, e invece di ragionare sulle origini di una morte collettiva, allarmante quanto disarmante, proviamo a vedere le conseguenze di questa tragica perdita per il regno animale sotto forma di una metafora da cui trarre qualcosa di significativo.
Quando cadono gli elefanti, quindi,
Quando cadono gli elefanti, e non è soltanto un episodico incidente, ma il crollo tonante e inesorabile di molti, non puoi permetterti di ignorare il rumore del tonfo sull’incolpevole superficie del pianeta.
Perché quando cadono gli elefanti, sono le creature più grandi e più sottovalutate sulla terraferma a precipitare dall’alto della loro complessa vita.
E qualora ciò che è di gran lunga più imponente e antico di te cede definitivamente il passo al proprio nemico, naturale o artificiale che sia, non puoi restare indifferente, soprattutto se il secondo aggettivo ti riguarda personalmente. Nella maniera più assoluta, allorché la distinzione tra i due divenga ogni giorno più labile, al punto che non v’è tragedia terrestre che non sia in qualche modo riconducibile al battito di mani umane.
Così, nel caso in cui sia riuscito nell’intento di risvegliare il tuo interesse, mi auguro che tu non possa considerare irrilevante che a cadere siano gli esemplari di una specie dall’andatura tipicamente lenta, grazie anche all’innata consapevolezza che la velocità ha senso solo per un valido motivo. E tale motivo, come quello che li spinge ad attraversare chilometri di caldo asfissiante e terreno ostile, ha a che fare con un bene che colpevolmente hai dato per scontato, o addirittura perseguitato: la sopravvivenza, ma tu leggi pure come la pignatta ricolma d’acqua pulita e un tozzo di pane alla fine dell’arcobaleno chiamato Mediterraneo.
Perché vedi, caro amico, che insieme a me osservi

da lontano le suggestive foto della misteriosa uscita di scena dei nostri colossali fratelli di pianeta, quando cade un’elefante è come se si schiantasse al suolo la memoria stessa, proverbiale nel caso del nostro.
Allora, laddove ci soffermassimo su quest’ultima allegorica divagazione, pensa che frastuono faranno i ricordi indelebili di tutte le creature, la cui fine abbiamo altresì archiviato come disastro di conservazione, nel momento in cui cadono anch’essi, arrendendosi al gramo destino incontrato sulla via, ovvero la vita. In tal caso, malgrado conscio del fatto che non sia proprio questo ciò che intendono gli scienziati di cui sopra, ho la netta impressione che la sola conservazione che garantiscano tali disastri sia quella di chi non cade mai...
Ciò malgrado, se tu che leggi conosci indirettamente, o almeno per mero affetto, cosa voglia dire interrompere il cammino all’improvviso, giammai dopo aver raggiunto la meta agognata, forse alla stregua del sottoscritto proverai un po’ di compassione per quei giganti buoni del mondo, che non hanno bisogno di mangiar carne, andare in palestra e urlare a perdifiato con volgare arroganza per sovrastarci tutti.
Perché il modo umile e rispettoso del mondo con cui hanno vissuto, è lo stesso con il quale se ne vanno via per sempre.


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giovedì 25 giugno 2020

Migranti Migrare Migrando

Storie e Notizie N. 1880

C’era una volta una meschina parola d’ordine, un codice squallido, tutto fuorché segreto, un mantra dissacrante più che sacro, in un solo, abusato participio presente plurale: migranti.
Lemma mutaforma a seconda del decennio, ma di significato univoco, nella realtà dei fatti opportunamente manipolati. A questo proposito, vedasi anche immigrato, clandestino ed extracomunitario. Magari, con un po’ d’amore e immaginazione miscelati in parti umane, leggi questo.
Cui prodest? Questo è l’interrogativo risolutivo, come spesso accade nelle questioni legate a interessi biechi e quanto mai cinici.
La risposta è lì, sotto gli occhi di tutti, senza scomodare esimi storici e autorevoli traduttori della controversa contemporaneità. È vergognosamente semplice e ottusamente ciclica nel materializzarsi puntuale in vista di consultazioni elettorali.
Le attuali sono le nostrane elezioni regionali, le quali dovrebbero esserci subito dopo l’estate, dal 20 al 21 settembre.
Ebbene, come mossi da una sorta di chiamata alle

armi per spie dormienti, Salvini e i suoi sodali si son subito attivati ad azzannare le preferite prede, purché vulnerabili e indifese, con sangue raffermo sulle
zanne e maleodorante bava sulla bocca.
Affinché l’esecrabile veleno si diffonda ancora in ciò che resta dei cuori dei bisognosi d’odio e di nemici. Affinché

costoro votino secondo bile, più che coscienza. Affinché si continui a mangiar ciliegie alla faccia dei defunti.
Dal canto mio, non mi arrendo e confido ancora nelle persone di sana volontà, ancor prima che buona, e nella forza delle parole stesse. Anche qualora siano state strumentalizzate sino alla morte.
Migranti, già. Participio presente plurale di
migrante, voce del verbo migrare e di ciascuno di noi, nessuno si senta immobile.
Da cui la seguente, poetica quanto provocatoria nelle intenzioni, illustrazione delle molteplici, travisate accezioni:
Migranti curiosi: coloro che non si limitano a puntare sguardo e fiducia alle diversità del mondo, ma che trovano il coraggio di alzarsi e camminare nella loro direzione correndo il rischio di abbracciarle.
Migranti innamorati: coloro che sono disposti ad attraversare ogni distanza, perfino quella che separi il cuore dal proprio orgoglio, per la felicità delle persone amate.
Migranti ambiziosi: coloro per i quali le salite sono le sole strade degne di essere percorse.
Migranti fortunati: coloro che
all’inizio del viaggio si ritrovano gratuitamente sia carnagione che luogo di nascita favorevoli. Anche per questo, forse, incontrano difficoltà nel comprendere l'ineludibile urgenza di partire – o arrivare - di taluni.
Migranti sognatori: coloro che si rifiutano di accettare le scelte dei padri sul mondo che ormai non gli appartiene più.
Migranti emotivi: coloro che evitano come la peste ogni tipo di lucido approdo, giacché, tra le altre cose, vivere vuol dire sentire.
Migranti paurosi: coloro che vengono alla luce per camminare all’inverso, lungo la via che li illude di riportarli indietro, nel rifugio che forse non è mai stato tale. Spesso sono innocui, talvolta risultano terribilmente pericolosi.
Migranti intolleranti: coloro che procedono con gli occhi accecati da menzogne e deliri, attratti unicamente dai capri espiatori maggiormente a buon mercato.
Migranti megalomani: coloro che hanno un solo obiettivo, posto alla fine di un arcobaleno posticcio, senza colori e dalla linea distorta: dicesi potere, ma in realtà nessuno di loro ha mai trovato per davvero quel che cerca.
Potrei andare avanti, ma mi fermo qui e lascio per ultimo il più importante, ancora una volta maltrattato e sfruttato in questi giorni.
Migranti viventi: coloro che desiderano respirare ossigeno, amare qualcuno, non necessariamente tutti, e provare qualche gioia, di tanto in tanto. Senza pretendere la luna.
Come vedi, migrando dalla nostra vita a quella del prossimo e ritorno, si scopre che migranti sono loro e migranti siamo noi tutti, malgrado ciò che ignobilmente si racconti tra un comizio e l’altro.


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giovedì 18 giugno 2020

Avviso di sfratto

Storie e Notizie N. 1879

Buongiorno a tutti, cari vicini di pianeta, malgrado l’illusione delle distanze.
Rieccoci all’ennesima riunione di condominio.
Chi vi parla non è l’amministratore. Costui ci ha lasciato improvvisamente, mi dispiace, e a lui va ogni nostra preghiera o semplice pensiero, presumo.
D’altronde viviamo tempi difficili da queste parti, anche se nel resto del mondo è ordinaria amministrazione, se mi lasciate passare l’inopportuna ripetizione.
Tuttavia, questo non è il momento delle polemiche. Dicevo, sono qui a prendere la parola forte di nessun titolo o qualsivoglia qualifica. Nulla mi rende più autorevole di voi altri, e forse risiede anche in questo la gravità della situazione. Perché quando il pericolo riguarda tutti, be’, l’assenza di preoccupazione e soprattutto azione fa ulteriormente rumore, cribbio.
A ogni buon conto, chiedo al segretario di prender nota del verbale, con l'auspicio che magari il frutto di questo conciliabolo potrà essere utile ai posteri. O, senza andare così lontano, ai semplici visitatori del dì successivo.
Oh, che sbadato… non v’è segretario di sorta, poiché rivesto immeritatamente anche quel ruolo. Ebbene, non mi arrendo e trascrivo, sperando di non perdermi troppo in chiacchiere.
Vengo al punto all’ordine del giorno: le persone a capo di istituzioni come le Nazioni Unite, la sezione internazionale del WWF e l’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno di recente dichiarato che pandemie come il coronavirus sono il risultato della distruzione della natura da parte dell'umanità, anche se il mondo ha ignorato questa dura realtà per decenni; la maggior parte dei virus che ci hanno colpito aspramente in passato ha avuto origine da specie animali in condizioni di forti pressioni ambientali; per esempio, tramite il commercio illegale e insostenibile di animali selvatici, la distruzione quotidiana di fondamentali foreste e altre aree verdi e il lento ma inesorabile esaurimento delle risorse della terra.
Prima di lasciarvi la parola, di cui indebitamente

mi sono impossessato in questa cruciale occasione, vorrei invitarci tutti a riflettere sull’attuale contingenza che vede ciascuno di noi, nessuno si senta escluso e men che meno privilegiato, con in mano una busta.
Sì, guardatela con me, adesso. Tanto vi è arrivata, non fate finta di niente. Coraggio, chi ha bisogno degli occhiali li metta, e chi deve semplicemente avvicinarsi alla scritta lo faccia. Leggete il destinatario, vero? C’è scritto Alla (cortese) attenzione dell’umanità intera.
Non facciamo i permalosi per il cortese tra parentesi, okay? Siamo stati tutto fuorché gentili da quando ci siamo stabiliti in questo meraviglioso condominio chiamato natura. Neanche ne paghiamo le spese d’affitto, per l’acqua, la corrente elettrica e il riscaldamento. Per non parlare di quelle per le riparazioni e le sostituzioni, peraltro in seguito a danni e usura di nostra diretta responsabilità.
Adesso però non stiamo a sottilizzare su tali inezie, d’accordo? Non è il momento, e forse non lo è mai stato. Apriamo la busta con cura, facendo attenzione a non rompere il contenuto, per favore. Dobbiamo conservarlo intatto, in modo magari di ritornarci quando saremo più lucidi, nel caso in questo momento ci sentiamo leggermente distratti o sconnessi. Il messaggio che ci è stato inviato richiede il massimo della nostra concentrazione, e anche di più, laddove sia possibile. D’altra parte, le scritte sulla busta – urgentissima e maneggiare con estrema cautela – sono inequivocabili.
Ecco, adesso io ho la lettera davanti. Ce l’avete anche voi? Bene. Prendo il silenzio per un sì. Quindi procedo a declamare ad alta voce l’oggetto di questa ineludibile comunicazione: avviso di sfratto numero...
Scusate, non ce la faccio ad andare avanti. È più forte di me, ma mi prende male al pensiero del prezzo enorme in quantità di vite umane stroncate, alcune proprio sul più bello, che questo tipo di avviso comporta.
No, la prego, signore… mi perdoni, ma quella lettera non serve solo a sventolarsi il viso… capisco che sia arrivato il caldo, ma, vede, le cose sono collegate, capisce? Perché non comprende ciò che di più elementare ci riguarda?
Siamo tutti connessi e non sto parlando di strette di mano virtuali, catene di Sant’Antonio digitali e orgie entusiaste di hashtag solidali. Non mi riferisco soltanto ai profili bellamente ritoccati che ci hanno insegnato a considerare alla stregua di tangibili identità. Siamo tutti connessi con tutto. E ciò che stiamo trascurando – ovvero violentando e massacrando - è proprio quel tutto. Mentre noi altri, ogni giorno che passa, ci concentriamo sempre più su noi stessi. O sul niente, basta che sia virale.
Bene, ho concluso. Spero di esser stato conciso ed efficace. Lo sono stato, vero? Per favore, ditemi che è così. Lasciatemi illudere almeno su questo, perché ho la brutta sensazione che questa nostra riunione di condominio sia già terminata da un pezzo e che non ho fatto altro che parlare da solo...


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giovedì 11 giugno 2020

Di statue e altre imbarazzanti onorificenze

Storie e Notizie N. 1878

Così facciamo. E così abbiam fatto, nel mondo che ci ha preceduto. A cominciare, o meglio finire, da un secondo fa.
In tempi sospetti, più che il contrario, innalziamo e inauguriamo statue e busti, monumenti di ogni tipologia e forma, grandezza e presunto valore artistico, tra obelischi, mausolei e sculture tra le più classiche o maggiormente ardite, per non parlar di semplici targhe, medaglie e vie dedicate.
Poi, con il passar del tempo, capita che i fatti raccontati – spesso urlati - dalla narrazione quotidiana contraddicano nel più clamoroso dei modi la versione accreditata alla Storia con l’iniziale maiuscola e soprattutto vittoriosa.
Di conseguenza, come a cercar di rimediare all’inopportuna celebrazione dell’infame, più che l’infamia, è anche così che usiamo fare.
Perché così abbiam fatto, nelle vicende di cui tutti siam figli. A partire, o per meglio dire concludere,

dall’istante appena trascorso. Mi riferisco al momento in cui ci raduniamo attorno a statue e busti, monumenti di ogni tipologia e forma, grandezza e presunto valore artistico, tra obelischi, mausolei e sculture tra le più classiche o maggiormente ardite, per non parlar di semplici targhe, medaglie e vie dedicate, per ragioni diametralmente opposte.
Considera, quale preciso esempio, l’attuale abbattimento o danneggiamento dei simboli dello schiavismo, e altre forme di abusi e genocidi legalizzati, nell’ormai ex terra delle opportunità e anche nel Regno cosiddetto Unito, malgrado a oggi non lo sia neppure con se stesso.
Trattasi di impresa complessa, a essere concreti,
quella di metter mano – più o meno vendicativa - sulla quantità esorbitante di tali imbarazzanti testimonianze materiali delle zone d’ombra del passato.
Ciò malgrado, concentrandomi sul nostro, di paese, sono effettivamente identificate come tali? Zone d’ombra, intendo.
Mentre alle corti rispettivamente della regina Elisabetta II e Trump I gli si dà di mazzetta e piccone, da noi altri, che notoriamente siam quanto mai celeri nell’incensare i trionfanti del momento, perfino prima che taglino l’ambito traguardo, si discute dell’opportunità di rimuovere la statua a Milano del reo confesso di madamato con una minorenne – ovvero una tollerata forma di pedofilia ante litteram – il noto Indro Montanelli.
Be’, visto che date le premesse ci aspetta un estenuante conciliabolo tipo quelli tra gli Ent di Tolkien, nel frattempo mi permetto di stilare un elenco di discutibili onorificenze, limitandomi per esempio e personale interesse ai protagonisti dell’italico colonialismo in Africa.
Come non citare tra gli altri la targa in via Nazionale, a Roma, in ricordo del patriota e insigne statista Agostino Depretis; la statua di un altro patriota, ovvero Francesco Crispi, eretta nella piazza omonima a Palermo; la statua dell’armatore Raffaele Rubattino in Piazza Caricamento a Genova; i monumenti in memoria di re Umberto I, sia a Desio, in piazza Martiri di Fossoli, che a Roma, lungo il viale della Pineta, all’interno di Villa Borghese; i busti dedicati rispettivamente al generale Antonio Baldissera in viale dell’Orologio e al maggiore Pietro Toselli in via Lepanto, sempre nella capitale.
Mi domando, poi, come sfugga ai più nella diatriba intorno allo sposo di ragazzine – ma è stato un graaande giornalista, vuoi mettere? - il monumento anch’esso in quel di Milano di Ernesto Teodoro Moneta, unico Nobel per la pace nostrano, malgrado favorevole alla famigerata impresa Libica; le cui terribili conseguenze sono evidenti ancora oggi…
Oppure la casa museo del poeta Giovanni Pascoli, anch’egli convinto interventista della suddetta azione scellerata. Perché le guerre d’aggressione sono tutte, senza esclusione, degli imperdonabili crimini, punto. Questo non si discute, altrimenti fermatevi qui, che è meglio.
Ma perché non far menzione della quantità esorbitante di strade e piazze intitolate a personaggi passati alla storia anche per i propri trascorsi coloniali? Come la piazza intitolata all’agente governativo travestito da missionario Giuseppe Sapeto nel quartiere Garbatella nella capitale; per poi passare per via Alessandro Asinari di San Marzano, via Giuseppe Arimondi e via Giuseppe Galliano, già che ci siamo.
Potrei andare avanti, ma finirei per battere ogni record di lunghezza per un singolo post…
A mio modesto parere la questione più urgente non è se sia il caso o meno di allontanare dagli occhi testimonianze scomode della nostra spasmodica dedizione nell’omaggiare individui semplicemente famosi e potenti, più che degni di lustro.
Il punto che mi preme si manifesta sotto forma di una domanda: oggi, rispetto al giorno in cui abbiamo indebitamente onorato il personaggio di turno dalla sozza fedina morale, siamo una società differente?
In parole povere, siamo in grado in questo momento di distinguere un individuo ammirevole da un seppur popolare mascalzone?


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giovedì 4 giugno 2020

Ogni sei secondi

Storie e Notizie N. 1877

Ogni sei secondi.
Ogni sei secondi, il tempo di inspirare lentamente l’aria nei polmoni e di assaporare l’essenziale e quanto mai sottovalutato riflesso condizionato.
Solo sei secondi, il tempo altresì di espirare ciò che resta dell’umano rituale, con cui nutriamo sia organi che vita, innanzi alla cui connessione siamo ancora come degli infanti al cospetto dell'incommensurabile vastità della volta celeste.
In tali trascurati sei secondi, la sopravvalutata

specie di cui facciamo parte si arroga il diritto di cancellare dal sacro disegno naturale un’intera foresta primaria, anche detta vergine, grande come un campo di calcio.
È esattamente ciò che è accaduto durante l’anno scorso. E be’, i presupposti attuali fanno mal sperare che saremo capaci addirittura di battere tale orribile primato.
Ogni sei maledetti secondi...
Prendete fiato, allora, magari con la poetica
aspirazione intesa qui sopra, e recitiamo assieme il tempo dell’insano misfatto: uno, due, tre, quattro, cinque e… sei! Via, tasto canc o del, e l’ennesima opera d’arte ambientale sparisce di fronte ai nostri nostri occhi e da tutti i sogni sui quali avremmo potuto fare affidamento.
Un campo di calcio
Quanto è grande un campo di calcio? Proviamo a essere magnanimi con noi stessi e limitiamoci alle dimensioni minime, ovvero circa quattromila metri quadrati.
Quattro volte mille metri quadri di meravigliosi alberi e preziosa acqua, inestimabili creature viventi, non meno degne di considerazione nel totale dell’intreccio terrestre, e ogni singolo,
minuscolo e perfino infinitesimale frammento di pianeta del quale non abbiamo ancora compreso appieno il valore. Da uno a sei, e... puff! Tutto scomparso come se non fosse mai esistito, poiché l’umana stoltezza è il più infido tra i
sortilegi: aggredisce l’occhio e al contempo la memoria. E quando finiremo per dimenticare di aver avuto il meglio gratuitamente, renderemo immensamente facile il compito di chi vuol farci pagare per il peggio.
Tale abominio scioccamente tollerato è stato perpetrato maggiormente in alcune parti del mondo, come la Bolivia e la Repubblica Democratica del Congo, l’Indonesia e il Perù. Tuttavia, c’è una nazione in particolare che da sola si è resa responsabile di ben un terzo di tali incomprese forme di suicidio planetario: il Brasile di Jair Bolsonaro, l’uomo – giammai nel senso di umano – reo di stare addirittura accelerando tale perversa autodistruzione.
Quanto sappiamo essere beffardamente grotteschi come specie vivente. Il paese del calcio è il maggiore indiziato quale divoratore di foreste vaste quanto il relativo campo.
Ogni sei assurdi secondi
Immaginiamo, allora, di far collassare in un solo spazio, e in un unico tempo, quelli che abbiamo già bruciato nell’anno che ci ha preceduto: più di trentuno milioni di secondi, ovvero cinque milioni e passa di campi di calcio che si dissolvono tutti assieme.
In sei terribili secondi
Eccoci, mandiamo indietro le lancette dell’orologio vivente e sediamoci sugli spalti a inorridire, più che ammirare, innanzi a tali folli partite dall’esito già scritto.
Un secondo e… sbrighiamoci a guardare, perché su quel campo ci sono i nostri figli che corrono dietro a un pallone con la forma e i colori di un pianeta che non vedranno più.
Due secondi e… voltiamoci a osservarli arrampicarsi sui rami di un albero o anche solo nell’atto di abbracciarlo come il fratello che tutti, nessuno escluso, possono sentirsi liberi di amare come tale.
Tre secondi… e gioiamo ancora per poco vedendoli distesi su un prato a lasciarsi cullare dal ritmo di un enorme cuore ferito, dal quale dipende ogni creatura esistente, anche quelle più stupide e ignare.
Quattro secondi… e invidiamoli, sì, è così, mentre si tuffano nell’acqua di un fiume o un lago senza paura di ciò che ha generato tutti, pure quelli più codardi tra noi.
Cinque secondi e… facciamo in fretta, se vogliamo unirci alla seppur breve nostalgica festa, perché il tempo stringe e siamo stati noi per primi a strangolarlo.
Sei secondi… e restiamo in silenzio, ora, perché la magia è finita ed è tutto vero.
Quanto è vero che siamo ancora qui, malgrado con scarsi meriti e un’infinità di colpe, e che abbiamo incredibilmente tra le mani la possibilità di liberarci dei pazzi assassini di bellezze a cui nel giorno infausto abbiamo affidato il nostro fragile destino.


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giovedì 28 maggio 2020

Io che posso respirare

Storie e Notizie N. 1876

I can’t breathe, io non posso respirare. Perché non ci riesco e perché qualcuno ha deciso, giudicato e sentenziato che la mia vita è giunta al termine.
Può accadere così, ora, ma non da un momento all’altro, poiché non v’è alcunché di estemporaneo e singolare, in tale misfatto legalizzato e generalmente tollerato.
I cannot breathe, io non posso respirare, sono

state le ultime parole di George Floyd su questa terra.
Ma - ahi loro, tutti, nessuno escluso – non è stato il primo e non sarà di certo l’ultimo a venire ammazzato impunemente, in barba a ogni decenza umana, ancor prima che fondamento giuridico.
I can’t breathe, io non posso respirare, è altresì un virale quanto appassionato hashtag del giorno dopo, #icantbreathe, con cui sfogare sdegno e reclamar giustizia sulla digitale lavagna collettiva.
I can’t breathe, io non posso respirare - che diventa noi non possiamo subire ancora senza

reagire - è anche l’urlo rabbioso di una porzione di umanità dalla melanina sbagliata solo nel pallido occhio di chi guarda; cittadini come gli altri sulla carta bollata, i quali rovesciano il proprio rancore sullo Stato a cui appartengono, ma che insiste a violentarli istituzionalmente; cosa che peraltro fa ogni santo giorno da quando ne rapì gli antenati oltre oceano.
Tuttavia, I can’t breathe, io non posso respirare, è anche l’inascoltato e straziante ultimo appello di un numero orrendamente enorme di nostri simili,
i quali vengono altrettanto assassinati sotto i nostri occhi, in tutti i disumani modi che una perversa immaginazione sia in grado di concepire.
Poiché pure nelle carceri a cielo aperto o posticcio che chiamiamo asetticamente centri o campi, sommersi dai flutti o riversi su ammassi di legno marcio e illuse speranze, al riparo di rifugi che
non riparano affatto e rifugiati tra le grinfie di coloro che promettono riparo - e invece propinano il contrario - vi sono creature innocenti a cui viene tolto l’ultimo respiro; il più delle volte la sola naturale ricchezza sopravvissuta nel corpo.
Per queste e altri miliardi di ragioni, tante quante le vittime programmate che pure in questo momento si vanno ad aggiungere al triste elenco, mi sento in dovere di ricordare che io posso respirare.
I can breathe, ovvero io posso respirare, e per questo motivo avverto l’urgenza di non sprecar fiato e al contrario far sentire la mia voce in ogni istante divento testimone, diretto o indiretto, di anche solo una delle sopra citate uccisioni.
A dirla tutta, io che posso respirare ho la possibilità e l’occasione di fare qualcosa ben prima che l’aria innocente venga sottratta dai prepotenti di questo mondo, assassini riconosciuti o camuffati sotto qualsivoglia uniforme.
Io che posso respirare potrei anche rammentarmi di restare in silenzio, talvolta, quando ogni parola è di troppo, e sarebbe già qualcosa.
Perché io che posso respirare ancora, e magari so per certo che domani e anche il dì seguente sarà lo stesso, potrei sfruttare questo tempo per riflettere e studiare una strategia a lungo termine che favorisca sul serio il cambiamento per chi paghi sulla sua pelle la violenza razzista in ogni singolo istante della propria vita; sia che termini bruscamente per l’abuso di un agente come per l’indifferenza di interi continenti.
Le conseguenze di tale improvvisa consapevolezza sarebbero incredibilmente virtuose. Per esempio, io che posso respirare potrei accorgermi finalmente di coloro i quali sono costretti vita natural durante a trattenerlo o anche solo a modularlo con estrema cautela, il respiro, per paura di venire travolti dalla furia del primo passante a portata d’odio.
Coraggio, quindi. Oggi arrestiamo pure i polmoni per unirci alla protesta, ma non dimentichiamo di dare un senso al privilegio della scelta quando il clamore si sarà placato e tutto tornerà sbagliato come prima…


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giovedì 21 maggio 2020

Sotto la mascherina e oltre

Storie e Notizie N. 1875

C’era una volta Cox’s Bazar, una città sulla costa del Bangladesh meridionale, un porto dedito alla pesca, un centro turistico e una località di mare, la cui spiaggia è nota per essere tra le più incontaminate al mondo.
Sotto l’egida da sempre
della seconda città dello Stato, ovvero Chittagong - ma a tutt’oggi solo dal punto di vista amministrativo - Cox’s Bazar fu terra di conquista di molti, dai Tripuri ai sovrani di Rakhine, sino ad arrivare agli invasori stranieri, come portoghesi e britannici. All’ultima di siffatte ruberie, camuffate dagli stessi colpevoli e dalla Storia complice sotto forma di innocua impresa commerciale, si deve il nome. Ovverosia, il mercato del capitano Hiram Cox, incaricato di gestire il possedimento coloniale.
Come volevasi dimostrare, c’è ben altro da scoprire sotto la maschera e oltre. E siamo solo all’inizio.
Difatti, facendo un balzo nel tempo eccoci alla città nascosta nella città rubata, suddivisa tra il campo di
Kutupalong e quello di Nayapara, entrambi riservati ai rifugiati Rohingya.
Circa un milione di persone. Quasi un milione di vite umane. Poco meno di mille volte mille tra donne e uomini, anziani, giovani e anche bambini. Ciò che però di norma resta in mente, stiamo parlando di un ennesimo tra i molti centri per cittadini indesiderati fino a verità rivelata, più che prova contraria.
Osservate il confine che delimita tale abominio

istituzionalizzato: 


Guardate con me il muro che divide il fuori dal dentro; la liceità dall'illecito; la libertà sottovalutata dalla prigionia più ingiusta. Non so voi, ma nella mia testa deflagra subito dopo una miriade di domande senza apparente risposta. Tra tutte: chi davvero mette in pericolo l’altro, tra loro e noi?

Eppure è come se quella folle parete somigliasse alle mascherine che in questi difficili giorni stiamo indossando per proteggerci dal virus.
C’è qualcosa di strano nel non riuscire a leggere le labbra di chi parla ed esprime pensieri e sentimenti; è un’abitudine comune e umanamente normale, a prescindere se l’udito funzioni alla perfezione o meno.
C’è qualcosa di sbagliato nel non poter guardare la

speciale mimica delle stesse, tra l’unicità di un sorriso spontaneo e il fastidio di una smorfia di disgusto, tra il profilo di un bacio solo ammiccato e una irriverente linguaccia a sdrammatizzare ogni tensione.
Sotto la mascherina e oltre ci stiamo perdendo un mondo di informazioni di una preziosità

incommensurabile. Ma è necessario, perché c’è un virus che uccide, e questo dovrebbe essere sufficiente.
Ma qual è il morbo che all’inverso temiamo in coloro che teniamo chiusi in un recinto come se fossero bestie feroci e sanguinarie?
Ora, se
tutto ciò non bastasse a farci riflettere sulla pazzia insita in tutto questo, ci si mette pure il clima, oltre allo stesso Coronavirus, a rendere ogni cosa grottesca in modo straordinario.
Neanche una settimana fa, nell’infernale campo di cui sopra sono stati
rilevati i primi casi di infezione da Covid-19, mentre è di oggi la notizia che sia il Bangladesh che parte dell’India sono stati colpiti dal ciclone Amphan, il più violento
degli ultimi vent’anni.
Ovunque il tornado sia passato ha lasciato distruzione e caos. In venti sono morti, molti sono i dispersi e gli sfollati sono a milioni, come è accaduto altre volte in passato.
Gli abitanti di questa terra convivono da tempo immemore con la maledizione di essere sovente oggetto d’attenzione di tali piaghe.
Uno degli aspetti maggiormente tragici, però, visto che l’azione del ciclone non si è ancora conclusa, riguarda il rischio che in questo momento stanno correndo i prigionieri nel campo profughi.
Il pericolo è reale per loro, ma è ovunque adesso. Il virus all’interno e il ciclone all’esterno, ed entrambi se ne fregano dei muri e dei confini.
Sotto la mascherina e oltre, perfino fuori da essa, per i nostri la fine potrebbe arrivare comunque, e in questo modo l’ingiusta condanna alla prigionia diventa una sentenza di morte, mettendo ulteriormente in risalto la disumanità di luoghi come questi.
Perdonate, ma ho la netta impressione che con il passare del tempo la natura stia facendo di tutto per mostrarci quanto stiamo sbagliando l’uno con l’altro…

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giovedì 14 maggio 2020

La salute è ricchezza

La salute è un diritto, la salute è tutto, la salute è la cosa più importante della vita, la salute è un bene prezioso, la salute è la prima cosa.
La salute è ricchezza...



Storie e Notizie N. 1874

C’era una volta la salute.
C’era e, per buona sorte di chi può goderne, c’è ancora.
Per tutti gli altri, forse potrà esserci in futuro, ma non per sempre e anche su questo dovremmo soffermarci ogni tanto a riflettere.
A dire il vero, sarebbe opportuno tenere a mente ogni giorno ciò che ci accomuna tutti, che riguarda ciascun individuo a prescindere da qualsiasi cosa. Tra i vari benefici di tale virtuosa pratica, se non altro, non perderemmo il tempo e il senno a dividerci, invece che incontrarci.
Ecco, la salute è così, esattamente come l’attuale virus che la sta aggredendo nel mondo. È una questione globale, nella quale tutti siamo connessi.
In ultima analisi, funziona un po’ come la felicità; sta lì, lassù, lasciandosi ammirare, e noi altri con le dita protese augurandoci non solo di afferrarla, ma soprattutto di tenerla stretta nella mano e in ogni atomo del nostro vulnerabile corpo.
Nondimeno, come la maggior parte degli umani doni, ne comprendiamo appieno l’importanza soltanto qualora venga messa rischio. Eppure le

parole per dirlo, ovvero dirla, sono là, a portata di tutti.
Wikipedia la definisce una condizione di efficienza del proprio organismo corporeo che viene vissuta individualmente, a seconda dell'età, come uno stato di relativo benessere fisico e psichico caratterizzato dall'assenza di gravi patologie invalidanti.
La Treccani la chiama salvezza, intesa come stato di benessere, di tranquillità, d’integrità, individuale o collettiva, ma anche stato di benessere fisico e di armonico equilibrio psichico dell’organismo umano, in quanto esente da malattie, da imperfezioni e disturbi organici o funzionali.
Qualora le ufficiali accezioni non bastino, ecco che ci vengono in aiuto i proverbi, da chi è sano non sa quanto sia ricco a chi è sano è più d'un sultano, da chi ha la salute è ricco e non lo sa a la salute è il più prezioso di tutti i tesori ed è il meno custodito, da la salute è molto cara e chi può la ripara a la salute è moneta sonante, da la salute non c'è denaro che la paghi a la salute non si paga con valute.
Difatti, più che mai in questo tragico frangente che tutto il mondo sta vivendo, ci viene ricordato che la salute è ricchezza. Lo è per antonomasia. E come per il denaro, i beni immobili, le azioni in borsa, oro, diamanti, barili di petrolio e ogni altra unità di misura della prosperità umana, anch’essa ha origini e utilità variegate e controverse.
È il ricavo guadagnato onestamente tramite un impegno quotidiano e consapevole nella cura di se stessi e dei propri cari; prestando puntuale attenzione al nutrimento del corpo quanto quello della mente, sia all’igiene fisica che a quella spirituale.
Ma è anche il frutto ereditato per mera casualità di nascita o semplice parentela; quale merce di scambio più o meno lecito; regalo indiretto di un ambiente privilegiato a cui magari non si è contribuito in alcun modo; tutt’altro, il più delle volte.
Altrettanto similmente alla più soddisfatta delle leggi monetarie – i soldi vanno sempre dove sono i soldi – la salute migliora dove c’è salute; e al contempo peggiora tragicamente dove è già precaria di suo. Ovviamente, a meno di un’azione rara ma ancora efficace che pare si chiami solidarietà.
Analogamente ai quattrini, con la salute si compra altra salute; talvolta la si acquista pagando con quella altrui ed è tra i peggiori degli umani crimini, ma estremamente difficili da punire, come ogni misfatto le cui prove si celino nello specchio in cui ci rimiriamo al mattino.
Alcuni la ripongono in ideali istituti finanziari, fatti apposta per far fruttare al meglio l’agiatezza di un respiro equilibrato, l’armonia di una pressione sanguigna moderata e la cordialità di un battito cardiaco giustamente rilassato. È solo un’illusione, naturalmente, con l’unico scopo di convincerci che non ci succederà mai nulla di male; a meno di una pandemia, è chiaro.
La salute è l’obolo con cui paghiamo, o meno, l’accesso ai luoghi deputati al nostro servizio e a quelli della collettività. È sempre stato così, ancor prima della contingente trafila della misurazione delle temperature all’ingresso.
È sempre stata questa la vita della maggior parte dell’umanità e anche di noi altri, di spalle agli imprevisti, voltati dall’altra parte, basta che non bruci; perennemente concentrati sull’immagine preferita caricata sul desktop o sull’App più simpatica del cellulare.
Tra le altre cose, tutte sottovalutate, la salute è donna, la quale ne è essenza fondamentale e garanzia di sopravvivenza.

È altresì il cuore dell’infanzia di ciascuno di noi, ma tu leggi pure come il più fragile quanto incompreso dei nostri comuni tesori.
La salute è la sola ricchezza.
Ricordiamocelo, per favore, quando ricominceremo a darla per scontata...


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giovedì 7 maggio 2020

Nel limbo dei migranti

Storie e Notizie N. 1873

Salute a te, pianeta terra.
Qui Limbo, ma tu leggi pure come un luogo solo in apparenza – o per consapevole indifferenza – lontano.
Lì, tra le crepe invisibili dell’umana decenza; laggiù, là sotto, o se preferisci di lato rispetto agli orizzonti maggiormente convenienti, noi siamo ancora vivi.
Malgrado tutto e tutti. Nonostante la percezione dell’esistenza si sia deteriorata nel tempo a tal punto che la comunque detestabile accezione di una mera sopravvivenza è oramai solo un ricordo.
Da cui, facciamo leva sulle uniche certezze rimaste: il cuore che batte, sebbene a ogni rintocco si domandi se sia il caso di continuare a bussare alle porte del mondo; l’aria che invade i polmoni, benché - conscia di quanto poco ossigeno pulito contiene - abbia iniziato perfino lei a provar

compassione per noi altri; e la nostra lacerata ma indomita immaginazione che persiste nello scrutare l’universo circostante alla ricerca di quella fantomatica stella chiamata umanità.
Funestati da tale innaturale condanna priva di un ragionevole reato, ma neppure processo e sentenza, due parole definiscono l’abominevole stato in cui ci hanno trasformati: non possiamo.
La prima persona plurale del verbo potere è l’unico verso a noi concesso, con tutte le dolorose e contraddittorie varianti del caso.
Non possiamo restare.
E non possiamo andarcene.
Non possiamo aspettarci giustizia.
E, quasi simultaneamente, non possiamo esprimere giudizi sui misfatti dei nostri carcerieri.
Non possiamo reclamare rispetto e considerazione per le nostre esigenze.
E, al contempo, non possiamo neanche pensare di limitare i privilegi dei cittadini documentati, ancor prima che i diritti, in cambio di anche solo una briciola di questi ultimi.
Perché è una prigione perfetta, la nostra, in accordo a tutti i crismi attuali: il carcere esiste e funziona, questo è ciò che devi sapere; ma che non si racconti cosa accade per davvero oltre le mura che ci separano da te, alla stregua di un tappeto sul quale cammini noncurante e che nasconde emozioni e sentimenti simili ai tuoi; solo immensamente più sfortunati.
È come un’isola dentro un’isola, che soggiace a delle regole fisiche aliene quanto alienanti. Dove il tempo scorre al contrario, poiché quando il futuro che si fa presente si dimostra perennemente peggiore di quest’ultimo, finisci per contare i ricordi sereni invece che le pecore per addormentarti; e quando scopri che sono terminati, inizi a inventarteli da te.
Il paradosso più grottesco è che anche il nome con cui sei abituato a chiamarci diviene fuori luogo: migrante. Il participio presente più frainteso della storia, perché non riguarda solo il verbo in sé, come tutte le azioni che sottintendono intere esistenze abbracciate al mero significato della parola. Perché insieme ai nostri corpi che ti hanno insegnato a ignorare, sono i nostri cari rimasti indietro e tutti i loro sogni a migrare con noi; migrano i colori che hanno riempito i nostri occhi e tutta la luce che abbiamo solo sfiorato con la mente; migrano altresì le parole gentili che abbiamo sperato di ascoltare al nostro arrivo; migrano tutte le informazioni che hanno raccolto nel tempo i nostri sensi, da quelle più trascurabili a quelle gradevoli al solo pensare che esistano. Perché, per sottovalutata brevità, migrano persone, solo persone, già.
Questo è il nostro blocco, la nostra personale versione di lockdown. D’altra parte, è storia vecchia, nulla di nuovo. Quando l’albero brucia il prezzo più alto lo pagano sempre i rami più vulnerabili e le foglie ritenute minori. Il nostro dramma, però, è che noi altri sull’albero non ci siamo mai saliti. Siamo rimasti sempre giù, accovacciati accanto al tronco con la mano protesa, aspettando di poter cogliere il frutto da te dimenticato e sperando ogni volta che fosse meno bacato di quello precedente.
Ecco, questo è il limbo dove ora ci troviamo e non ha niente a che vedere con quello biblico, di coranica interpretazione, men che meno dantesca o di senso figurato.
Tutto ciò per un motivo che la maggior parte dei nostri simili oltre muro insiste nel voler trascurare: siamo ancora vivi e, finché il respiro lo permette, non vogliamo morire...


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