giovedì 13 febbraio 2020

La giornata senza giornate

Storie e Notizie N. 1680

Oggi è il tredici di febbraio.
Qui e ora siamo nel pieno del giorno, che a sua volta fa riferimento ad altrettante giornate, da ricordare e omaggiare.
Difatti, in questo dì si celebra in Birmania la Giornata dei bambini e nel mondo la Giornata della Radio.
Fare mente locale e riflettere sul passato, sugli errori, soprattutto laddove trattasi di peccati madornali, è una questione fondamentale. Il primo ingrediente con cui costruire i mattoni con i quali comporre la strada che, auspicabilmente, ci condurrà a un futuro migliore.
Nondimeno, alzando il capo e puntando uno sguardo speranzoso all’orizzonte che ci attende, non posso fare a meno di sognarmi lì, oltre gli ostacoli e soprattutto i muri che ci impediscono di vedere dove sbagliamo, ancor prima che di passare.
Dev’esserci un istante, laggiù, in cui alcune vittorie contro la nostra attuale arretratezza siano state ottenute in maniera talmente definitiva da risultare vano e addirittura ridicolo parlarne.
Punti così fermi del vivere in comune che non avremo bisogno di rievocare. Che so, come se oggi decidessimo di proporre la Giornata contro i sacrifici umani, quella contro lo ius primae noctis o la Giornata del parto cesareo.
Proviamo a sognare insieme, allora. Chiudi gli occhi, prendi la mia mano e facciamo un salto in avanti, con l’augurio di non dover andare troppo lontano.
Su quella versione aggiornata del nostro pianeta, magari nei confini di questo stesso millennio, non sentiremo più la necessità di commemorare le vittime dell’olocausto, perché avremo inteso alla perfezione non solo l’atrocità e la follia dello sterminio, ma soprattutto i pericolosi quanto sottovalutati presupposti che l’hanno preceduto.
In quel giorno normale, non aspetteremo la Giornata della donna perché per quest’ultima varrà finalmente la medesima e identica ragione per la quale non esiste quella dedicata all’uomo. E lo stesso concetto lo applicheremo per quanto concerne la violenza nei confronti del cosiddetto gentil sesso.
In quel radioso avvenire, di cui invidio gli abitanti, non ci sarà la Giornata contro il bullismo, poiché ne avremo individuato e affrontato le cause. E ricorderemo la Giornata contro l’omofobia come quella relativa a una paura incredibilmente assurda, alla stregua di vedere le stelle precipitare su di noi o che il sole scompaia da un momento all’altro.
La Giornata della terra, poi, verrà sì ricordata, ma come la più illogica di tutte. Altrimenti, quanto può essere stupida una specie che ha bisogno di rammentare di aver cura del pianeta che lo ospita?
La pace sarebbe il principale obiettivo, ovunque e in ogni istante, talmente condiviso che celebrarla sarebbe come inneggiare alla necessità di respirare.
La Giornata contro il razzismo sarà roba anacronistica, poiché le presunte razze, ovvero le sopravvalutate tonalità di carnagione e caratteristiche somatiche, saranno talmente sfumate senza soluzione di ottusità, più che continuità, che avremo preso la decisione di cancellare termini come razzismo e discriminazione dal vocabolario per dar spazio a nuove parole, essenziali e vitali, ancora nascoste sotto la pelle che ci divide invece di unirci.
Avremo messo insieme così tanti chilometri di intuizioni e quintali di ragionamenti tra il concetto di guerra e la sua incongrua fondatezza come soluzione, dal celebrare per l’ultima volta la giornata contro di essa.
Non saremo perfetti e neanche degli dei, vivremo una vita mortale e ancora breve, se rapportata all’infinità che ci circonda, ma avremo smesso di fissare sul calendario la Giornata della giustizia sociale e quella dei diritti dell'infanzia.
Come per i sacrifici umani di cui sopra, avremo una volta per tutte reso inutile la Giornata contro il lavoro minorile. No, dico, vi rendete conto che siamo nel 2020 e che guardiamo con senso di superiorità alle genti del passato, mentre dobbiamo ancora rammentarci che far lavorare dei bambini e sbagliato? E che vendere gli esseri umani come se fossero oggetti è azione ignobile?
Nel luminoso tempo in cui tu e io aleggeremo, anche solo per poco, invece, tutto sarà diverso e molto sarà stato superato.
Avremo smesso di farci giustizia nei confronti di qualcuno che ha compiuto un crimine, macchiandoci dello stesso reato, ovvero avremo abolito anche la giornata contro la pena di morte, dopo aver eliminato quest’ultima.
Sarà una mera questione di evoluzione umana, conquiste normali, che ci toglieranno l’incombenza di dover festeggiare la Giornata della zero tolleranza verso la mutilazione genitale femminile o quella per l’abolizione della schiavitù.
Solidarietà e acqua, libertà di stampa e ambiente, diritti umani e anziani, tutto ciò sarà quotidiana priorità e non più un titolo di giornale, peraltro riciclato dall’anno precedente, o il pretesto per uno slogan efficace unicamente nell’arco della riccorrenza dedicata.
Saranno temi scontati e fondamentali per davvero, come lavarsi le mani quando si torna a casa da scuola o dal lavoro, anche se esiste un giorno anche per questo.
Ecco, ora che ci tocca riaprire gli occhi, pensa a come sarebbe bello sollevare le palpebre in quel possibile futuro e alla domanda che giorno è oggi rispondere: è una giornata qualunque, un giorno come tanti.
È oggi, ma si chiama domani.



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giovedì 6 febbraio 2020

Come stai?

Storie e Notizie N. 1679

Ehi? Prego.
Sì, dico a te, a voi, non tutti certo, ma in questo caso a te, pure se in generale.
Tu, che urli o sussurri, che posti e cinguetti, che di traverso o di nascosto osservi.
Accomodati.
Immagina che sia più un amico, che uno psicologo, anche se forse non sono nessuno dei due.
Come?
No, non sto scherzando affatto, dico sul serio, malgrado tutto.
Siedi pure, su, coraggio.
Parliamo.
Ovvero, parla, tira fuori ogni cosa, fallo adesso, ti prego.
Dimmi, allora, iniziamo dal classico.



Com’è stata la tua infanzia?
Hai avuto i tuoi momenti difficili, vero?
Problemi col papà? Incomprensioni con la mamma?
Fratelli prepotenti? Sorelle poco affettuose?

Figlio unico?
È l’affetto che è mancato?
Sfogati senza timore, davvero, smettila di vivere di spaventi, non se ne può più di tutta questa paura.
Non sei stanco anche tu?
Forza, quindi, andiamo avanti.
C’entra forse l’adolescenza? Guarda che è un periodo difficile per tutti, sai?
Ci sono le prime trasformazioni radicali, fisiche ed emotive, è un salto nel vuoto senza paracadute per chiunque, credimi.
I compagni? Difficoltà con i pari a scuola? O forse con gli insegnanti? Sono stati troppo duri con te?
Hai forse socializzato poco in quegli anni? E con i parenti com’è andata a riguardo? Che so, cugini, zie, nonni… qual è il rapporto con i tuoi nonni?
C’è stato dialogo in famiglia negli anni della crescita?
È importante avere avuto almeno un adulto di riferimento con cui confidarsi, da ragazzi, è roba universale.
Quali sono stati i tuoi modelli?
Ci ho preso? È lì la magagna?
Scusa, non è un termine ideale, ma perdonami, è che vorrei sul serio che procedessimo oltre e affrontassimo il vero dramma.
Il tuo, ovviamente.
Capisci? È giunta l’ora di cominciare a guardarti allo specchio e prenderti le tue responsabilità.
Anzi, il momento sarebbe arrivato da un pezzo… ma non sono qui per fare polemica.
Voglio esserti d’aiuto, sono sincero.
Hai trovato arduo trovare il tuo posto nel mondo?
Con gli studi com’è finita? Fin dove sei arrivato? Non per fare il professorino, ma al di là dell’importanza di ricevere un’adeguata istruzione, la scuola è il primo banco di prova per molti aspetti personali che entreranno in gioco in ogni ambito, come la modalità con la quale si affrontano gli obiettivi imposti dalla società e come si reagisce a vincoli oggettivi e strutture predefinite.
Hobby? Passatempi? Passioni? C’è mai stato qualcosa oltre i doveri che ti ha particolarmente attratto? Gratificato? Coinvolto anima e corpo?
Nulla?
E il lavoro? Hai un lavoro? E nel caso, ti senti realizzato in ciò che fai? Ti soddisfa il compenso? Il ruolo?
Cosa mi dici del rapporto con l’ambiente e i colleghi? Ci vai volentieri o non vedi l’ora di tornare a casa?
No, perché ciò che occupa il tuo tempo per la maggior parte della settimana, che sia la scuola, piuttosto che il lavoro, o quel che fai o non fai a casa, ha un’influenza enorme, direi quasi assoluta, sul tuo stato d’animo e sui tuoi pensieri maggiormente ricorrenti.
In amore come butta?
Ami qualcuno? E soprattutto, i tuoi sentimenti sono corrisposti? Vivi con persone con le quali vai d’accordo? Ti senti stimato, considerato, rispettato?
Ascoltato?
Anche tutto questo ha un peso rilevante sulla tua vita, in ogni istante, spero te ne renda conto.
Come vedi il tuo prossimo futuro?
E quello lontano?
Hai dei sogni? È vitale, sappilo, avere qualcosa di stimolante ed emozionante all’orizzonte, a ogni età.
Insomma, quando arrivi alla fine della giornata e chiudi gli occhi, hai delle ragioni concrete per apprezzare l’idea di aprirli all’indomani?

Scusami per tutte queste domande, sai, ma erano d’obbligo. Lo sono e lo saranno sempre. Sono cruciali per chiunque, ovunque, dall’inizio alla fine dei nostri giorni.
Perché se per almeno una di esse la risposta ti provoca sofferenza o qualsiasi tipo di malessere, ebbene, per favore, evita di concentrare la tua attenzione su migranti, stranieri in generale, Rom, persone di altre etnie, religioni o differenti orientamenti sessuali, in altre parole, creature diverse da te per qualsiasi aspetto.
In caso i dilemmi con soluzioni dolorose siano più di uno, a maggior ragione, ecco. Anzi, a essere onesto, qualora ti salti il classico ticchio di parlare di qualcuno che non sia te stesso, cerca di stare zitto, guardati dentro, e sforzati di stare meglio.
Credimi sulla parola, sarebbe un bene per te e per miliardi di altri esseri umani...


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giovedì 30 gennaio 2020

Chi sono i razzisti?

Storie e Notizie N. 1678

Siamo nella cucina di un normale appartamento, al riparo di una comune porta, magari accanto alla vostra.
All’interno ci sono un padre e un figlio come molti.
O forse, alla stregua di taluni ben precisi, tutto a causa di un sopravvalutato incrocio di luci e radiazioni elettromagnetiche chiamato colore della pelle.
I due sono a cena. Mamma è ancora al lavoro, ma tornerà presto e tutto sarà di nuovo al suo posto.
Nel frattempo, l’uomo fa quel che può.
“Papà?” fa il bambino, dieci anni di curiosità e desiderio di andare oltre il non detto.
“Sì, Efrem.”
“Chi sono i razzisti?”
“Ne abbiamo già discusso, mi sembra.”
A onor del vero, il genitore ha ragione, poiché l’ineludibile argomento era già stato affrontato tempo addietro. Beata quella famiglia che gode del lusso di posticipare o addirittura evitare le conversazioni più scomode.
“No, papà, non mi riferisco al significato del razzismo, l’altra volta ne hai parlato per un’ora...”
“Scusa, ma è una cosa importante, giusto?”
“Sì, giusto, ma… è che quando sono fuori, a scuola, come al basket o all’oratorio, ecco, c’è un fatto che non ho capito...”
“Efrem”, esclama il padre subito sull’attenti, mollando finalmente la forchetta. “È successo qualcosa che mi vuoi dire?”
Anche il bambino abbandona la pasta asciutta e, tratto tipico del suo personale corredo di gesti, aggrotta la fronte e incrocia le braccia sul petto in un modo quasi adulto.
“È che non capisco. Tutti, la maestra, l’allenatore, anche i compagni, i film e i cartoni che vediamo, i libri che ci fanno leggere e quelli che mi comprate voi, tutti affermano che il razzismo sia una cosa sbagliata, ci fanno anche le pubblicità… quelle sulla bontà...”
“Le pubblicità progresso?”
“Sì, e poi ci sono i video con gli attori e soprattutto i calciatori, tutti insomma sembrano essere contro il razzismo. E allora perché ci sono ancora i razzisti? Chi sono?”
Il padre viene attraversato non da una, ma da un’intera flotta di emozioni e sensazioni differenti quanto contrastanti. Tra esse, è impressionato e anche orgoglioso della profondità di pensiero del figlio, ma al contempo è pure spaventato. Perché se la propria messa alla prova come genitore risulta di quel tenore quando Efrem ha appena dieci anni, cosa gli verrà chiesto in quelli a venire?
Nondimeno, l’uomo ha un’arma a suo vantaggio

ed è quella di condividere con il piccolo la presunta peculiarità cromatica di cui sopra. A sua volta, malgrado in tempi diversi, ha avuto occasione altrettanto di confrontarsi con gli stessi dubbi e dopo aver riflettuto con calma cerca di rispondere nel modo meno retorico possibile.
“Vedi, Efrem, forse ciò che sto per dirti non lo sentirai in giro. Quindi vedilo come una sorta di dizionario personale con cui identificare le persone che – malgrado senza confessarlo apertamente – discriminano il prossimo in base a come sono fatte o a quali siano le loro origini. Come hai appena spiegato, la maggior parte dei nostri concittadini difficilmente si auto descrive razzista. Diciamo mai, ecco. Ma al contempo in tanti affermano, talvolta con orgoglio, di essere altro. Ebbene, molte di quelle definizioni sono solo ulteriori modi per dichiararlo senza per questo venire criticati.”
“Mi fai degli esempi?”
“Esempi?” esclama l’uomo prima di lasciarsi scappare una breve risata. “Ma ne ho a bizzeffe. Sai, in questo paese, si può essere nazionalisti ma non fascisti, liberisti ma non necessariamente patriottici, eccetera, ma tutti hanno in comune una cosa.”
“Quale?”
“Sono tutti razzisti, Efrem, sotto sotto, o in modo perfettamente consequenziale. Ma non hanno il coraggio o l’onestà di riconoscerlo. Così, si nascondono dietro paroline accettate e oggigiorno anche lodate, nonostante nel passato neanche così lontano siano state associate a personaggi terribili.”
“Quali paroline, papà?”
Quello dell’uomo dovrebbe risultare un normale discorso di un padre al proprio figlio, tuttavia, diviene inevitabilmente una sorta di accorato e quanto mai partecipato sfogo.
“Il nazionalista, appunto, che venera confini e muri, con i quali tenere lontane le genti necessariamente diverse da lui. Il cosiddetto sovranista, il quale ovviamente predilige l’idea di poter fare ciò che vuole al riparo delle suddette linee sulla mappa, ovvero comportarsi impunemente da intollerante verso gli stranieri. L’identitario, Efrem, cos’altro è se non qualcuno che cova un estremo bisogno di catalogare le genti in base a criteri superficiali e marginali come la carnagione? Il conservatore, poi, cosa credi che voglia mantenere intatto se non il diritto di sentirsi superiore al prossimo? Così come il tradizionalista farebbe di tutto pur di non perdere i propri ingiusti privilegi di nascita. Il patriota si erge quale baluardo della sua terra e dello Stato, ma in realtà si riferisce alle favorite fattezze che vede ogni giorno nello specchio. Il liberista desidera sentirsi libero di offendere chiunque venga qui da lontano, per continuare a depredare sfacciatamente le terre da dove costui proviene. Per non parlare del capitalista, che potremmo considerare uno dei padri fondatori del razzismo, leggi pure come uno dei suoi strumenti più riusciti per poter continuare a possedere i beni e i mezzi di cui si è impadronito con un imbroglio chiamato proprietà privata. E cosa dire del nativista, ovvero l’adoratore del certificato di nascita come elemento di distinzione, cioè un razzista sulla carta? Ovviamente sono scontati il camerata, l’amico leale e fraterno dei compagni di stanza e soprattutto di pallore, lo squadrista, che si fa forza solo in gruppo contro le più vulnerabili minoranze, l’autoritario, il quale invoca l’uomo forte che gli permetterà di insultare e fare il prepotente con i senza permesso di respiro. Potrei aggiungere, naturalmente, fascista e dittatoriale, colonialista e guerrafondaio. Sono tutti razzisti in modi complementari ma coerenti. Ma secondo te, nel nostro paese il secessionista da chi vuol separarsi se non da coloro che considera inferiori? E l’antiglobalista? Pensi che ciò che del mondo desidera tenere lontano siano i cellulari coreani e le auto giapponesi, o i disgraziati che il suo stesso paese ha contribuito a render tali? L’isolazionista non si chiuderà innanzi alle serie tv americane o alla birra tedesca, ma solo di fronte alla mano che chiede giustamente aiuto, se non restituzione. Ecco dove nasce il protezionista, nell’urgenza di proteggere la refurtiva. Ecco da dove arrivano il negazionista e il revisionista, dalla premura di non vedere il proprio viscerale razzismo smascherato dalla storia...”
Ecco, solo arrivato a questo punto il padre si accorge che il figlio sta facendo molta fatica a seguirlo, malgrado all’inizio avesse compreso il succo del suo ragionamento.
“Perdonami, Efrem, mi sono un po’ lasciato andare...”
“Eh, quasi come l’altra volta”, conferma il bambino rilassandosi e mostrando un comprensivo sorriso. “Quando hai parlato per un’ora.”
In quel momento si sente l’amato rumore del chiavistello. Buone notizie, mamma è tornata.
La donna entra in cucina e dopo aver salutato entrambi nota un inaspettato silenzio.
“Tutto bene?” chiede curiosa.
“Tutto bene”, risponde Efrem facendo contenti tutti. “Papà mi ha appena spiegato che i razzisti sono tanti intorno a noi, ma proprio perché sono razzisti hanno paura di ammetterlo e allora si nascondono dietro altre parole.”
“Davvero?” chiede la donna al marito con un’espressione dubbiosa.
“Quasi”, fa l’uomo accarezzando affettuosamente e con rinnovato orgoglio il ricciuto capo del figlio. “Ma spero un giorno di avere la sua facilità nel capire e soprattutto raccontare le cose.”


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giovedì 23 gennaio 2020

Non facciamoci troppo male

Storie e Notizie N. 1677

Sarà perché in testa ho più capelli bianchi che semplicemente grigi, ormai.
Sarà forse perché prediligo la sorpresa, la reale novità, al già letto e già visto.
Sarà perché, più passa il tempo, e maggiormente divengo incline a concentrare la mia attenzione sul bicchiere stesso, invece che oscillare tra la parte piena e quella vuota.
O magari, ho solo una gran voglia di andare oltre la notizia del momento e osservare il racconto comune a campo lungo, approfittando della visione del passato nel prezioso specchietto retrovisore chiamato memoria, prima che anche nel mio caso cominci a vacillare.
A mero titolo di esempio, prendete Salvini.
Ora, nel vivo della diretta, per molti tutto sembra normale.
Un uomo che al riparo di una carica istituzionale così importante come quella di ministro si arroga il diritto di ordinare il sequestro per ben tre giorni di 116 esseri umani, stremati quanto disperati, innocenti fino a prova contraria.
Un uomo che la prima volta in cui si è macchiato dello stesso reato chiede ai compari d’alleanza programmatica di salvarlo dal giusto processo per tale miserabile crimine.
Un uomo, che alla seconda occasione, reclama esattamente il contrario perché è convinto che ciò lo aiuterà alle imminenti elezioni e mentre gli ex alleati stavolta cambiano idea, i suoi sodali votano contro di lui, ovvero a favore.
Un uomo, per citare l’ultima, che dopo essersi auto nominato baluardo dei padroni a casa propria e nemico degli invasori di quest’ultima, ben ripreso dalle telecamere si permette impunemente di violare lo spazio vitale di un ragazzo minorenne nella sua abitazione solo perché una solerte cittadina gli ha confidato che ci vivono tunisini e spacciatori, ormai sinonimi per alcuni.
Eppure, è ormai normale anche questo, qualora si consideri il tutto compressi nei confini dell’attimo presente.
Come pochi anni addietro era normale che un presidente del consiglio ricevesse a ogni ora del giorno e della notte le sue giovani amanti nei palazzi del governo.
O come ancor prima era normale il finanziamento illecito dei partiti, perché tutti sapevano e, spero, almeno adesso se lo ricordino.
Tuttavia, evadendo un istante per rifugiarsi qui su codesta pagina,
al riparo dalle convenzioni sciaguratamente contemporanee, allorché ci guarderemo negli occhi gli uni negli altri rammenteremo alla perfezione che non c’è nulla di normale in tutto questo…
E ciò su cui dovremmo riflettere con maggior cura è il fondamentale contorno, più che le star protagoniste.
Che so, ancora a solo titolo di esempio, non l’imputato Salvini che diventa giudice di portone e neppure la signora accusante, ma le persone tutte intorno con le telecamere e i cellulari, le forze

dell’ordine e i fan, i giornalisti e i semplici curiosi.
Ovvero, tornando indietro sulla scia di cui sopra, tutti quelli che sanno che non c’è nulla di normale, ma è okay, perché questo è quello che va ora. Tutti quelli che, come ha previsto il loro patriottico condottiero, lo voteranno proprio in qualità di fiero colpevole di disumanità.
Sapete una cosa? Peccherò di ingenuità, ma sono persuaso che in quanto più o meno intimamente consapevoli dell’assurdità del momento, il loro sostegno non sia qualcosa di assoluto.
Non sono voti reali, ma piuttosto urla, sputi e rigurgiti, quelli che l’uomo di cui sopra invoca da quando è sceso in campo. Non è stato il primo e non sarà l’ultimo.
Ma come i suoi predecessori, vedrete - sono pronto a scommettere ciò che volete - cadrà anche lui e più continuerà a far rumore e altrettanto fragorosa sarà la sua sconfitta. Non sarà domani e il giorno dopo, ma avverrà presto, fidatevi.
Subito dopo le cose torneranno un po’ più normali sul serio, non del tutto, perché non è mai successo e mai accadrà, conoscendoci.
Eppure, non durerà a lungo, perché col tempo ne spunterà un altro di profittatore di malessere e ignoranza, capace di spostare il livello della decenza ancora più in basso, e vincerà.
Ma ne sono sicuro, alla fine cadrà pure lui.
E via così, sperando che nel mentre ci saremmo occupati con maggiore radicalità dell’ambiente che ci ospita e dei nostri simili.
Sperando che nel frattempo non ci saremo fatti troppo male.


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giovedì 16 gennaio 2020

Il mondo attraverso il mondo

Storie e Notizie N. 1676

C’era una volta il mondo.
Il mondo come ce l’avevano descritto da piccoli, quando tutto ciò che vedevamo con i nostri minuscoli occhi era già infinito di suo, figuriamoci quel che ancora ignoravamo e su cui fantasticavamo.
Poi le cose sono mutate. Dicono sia l’età che ci cambi. Io credo siano gli altri, più che il tempo. Giammai il meccanico giro delle lancette incide sulla nostra storia. Sono le vite che ci scorrono accanto in modo inaspettato, a tratti illogico e spesso violento, ma alcune volte capaci di incalcolabile tenerezza, a influenzare il futuro che ci attende, secondo dopo secondo.
Uno degli aspetti più determinanti riguardo alle scelte e i pensieri, i sentimenti sui quali puntare il cuore, laddove si faccia ardito, e quali emozioni tenere alla larga dall’intelletto, qualora quest’ultimo si dimostri pavido, è lo schermo attraverso cui osserviamo il mondo.
Non è sempre lo stesso e probabilmente è giusto così. Ogni sguardo, in ciascun capitolo della nostra vicenda personale, necessita del filtro adatto. I metaforici occhiali per guardare al meglio, qui e ora, si scelgono alla ricerca dell’immagine che ci incuriosisca, certo, che sia capace di farci riflettere, sicuro, ma ciò che le nostre pupille non smetteranno di bramare con assoluta priorità sono le trame in grado di donarci sollievo dalle pene accumulate sin dal primo vagito. Dal tenue dolore del ginocchio appena sbucciato a quello atroce del lutto improvviso.
Tutto ciò si potrebbe sintetizzare nel mondo attraverso il quale osserviamo il mondo.



Suscita compassione, in un attimo di consapevole lucidità, il pensiero che negli angoli più privilegiati del pianeta, da dove scrivo queste mie parole, si prediliga contemplare la vita oltre la nostra attraverso un monitor, a prescindere dalla risoluzione e dal numero di pollici.

Perché c’è stato un tempo, che non possiamo

dimenticare, durante il quale vedevamo tutto a occhio vivo, ancor prima che libero e ovviamente nudo.
E perché un numero enorme di nostri simili sulla terra, per caso o per sfortuna, talvolta per nostra ignara responsabilità, sono costretti a scrutare ciò che li circonda attraverso ben altre finestre.


Come le linee che intrecciate l’una con l’altra

compongono una cella, malgrado i prigioneri siano colpevoli di nulla tranne la sopravvivenza.


Come il fumo del fuoco che brucia e distrugge, frammento dopo frammento, il sogno perfetto di un pianeta ingenuo.
 

Come l’acqua del mare che in modo innaturale,
ma dovremmo dire disumano, si sostituisce al cielo e quest’ultimo viene cancellato dal racconto, come se non fosse mai esistito.
E forse sarebbe stato meglio.
 

Come una coltre di polvere che sa di povertà, miseria ma ancora speranza, in cui bisognerebbe avere l’onestà di entrare, prima di sparlare di chi ci vive, o peggio, ci è nato.
 

Come lo spazio al di sopra di un muro, insieme
alle vitali crepe e i preziosi pertugi in esso, che ne denunciano la debolezza e, auspicabilmente, la follia.
 

Come le lacrime, ma non quelle temporanee, che vanno e vengono alla stregua delle stagioni della pioggia, bensì un velo perenne di irrinunciabile mestizia. Poiché per taluni ricordare vuol dire avere rispetto per il dolore, affinché i posteri conservino intatti entrambi.
E così via guardando.
 

Ciò nonostante, grazie al dono o l’inganno della magia chiamata tecnologia, da queste parti possiamo avere la sensazione di rimirare tutto ciò anche al di qua di un comodo e rassicurante schermo trasparente.
Male non fa, in effetti.
Ma una volta spento l’incantesimo, dovremmo rammentare che quel mondo attraverso il mondo è davvero là fuori, a vivere o morire, a struggere o gioire, con il cuore a mille innanzi al pericolo imminente o con le braccia al cielo di fronte alla manna chiamata acqua fresca e pulita.
Forse, ogni tanto, dovremmo trovare l’occasione di affidarci soltanto a loro.
I nostri semplici occhi di un tempo.
E vedere di nuovo il mondo attraverso loro.


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giovedì 9 gennaio 2020

Il peso dei piccoli numeri

Storie e Notizie N. 1675

Una volta si chiamava legge dei grandi numeri.
Oggi, si chiama schiavitù delle esagerazioni.
È una conseguenza, in fondo. Una delle più scomode controindicazioni della sfrenata corsa all'approssimazione per eccesso delle nostre menzogne.
Perché in molti viviamo di bugie, oggigiorno. Spesso veniali, talvolta più gravi, ma tanto è il web, sono solo social, poi cancello, giusto? Anzi, meglio, ne scrivo un’altra! E via così.
Con l’illusione di stare davvero andando via.
Eppure, all’alba del nuovo anno mi piace ancora vederla come una storia.
La favola dei numeri piccoli, ovviamente.
Che difficilmente fanno notizia ed è comprensibile. Gli esempi sono molteplici: per far rumore bisogna essere in tanti, per essere davvero vincenti non basta un premio, ma molti, e per attrarre lo sguardo del lettore medio occorrono come minimo migliaia di pixel, altrimenti non crede neppure alla verità, è oramai acclarato.
Dammi la cifra più grande che puoi, è la domanda?
E la risposta arriva, senza fonti, priva di cuore e ritegno.
Come quando si inventano più di 180 piromani per negare i cambiamenti climatici.
O si millantano almeno 80 soldati morti per dimostrare che la guerra la si sta facendo almeno in due, e non un solo pianeta contro se stesso.
Niente di straordinario, è la norma da un po’ e forse ci siamo abituati anche a questo, credo.

Mi riferisco, a mero titolo di esempio, alle sparate sul numero di persone in piazza, al netto della foto ritoccata, piuttosto che delle consuete conferme dalla questura.
A quanto guadagna quello o lei, insomma loro, non importa chi, non conta perché, basta che possa seguirli digitalmente e sentirmi non dico uno di famiglia, neppure un amico e neanche un semplice conoscente. Mi accontento di tuffarmi ogni tanto nella luce che emana da quelle creature elette, come facevano gli antichi greci con le divinità dell’Olimpo.
Naturalmente, come non citare la quantità di followers e like.
Il numero di byte della memoria sul nuovo processore del nuovo cellulare che fa le stesse cose del vecchio, ma più rapidamente, vuoi mettere?
La velocità della nuova city car della nuova casa automobilistica, fusione delle solite vecchie due, che fa le stesse cose della tua prima auto, ma più rapidamente, vuoi scommettere?
E le cifre sugli ascolti in prima serata, anche se la tv tradizionale diviene ogni giorno che passa un elettrodomestico del secolo scorso.
Tuttavia, ci sono anche eclatanti grandezze che vengono consapevolmente ignorate.
È la teoria della relatività della coscienza, dove il solo sistema di riferimento che conti non supera il confine del proprio appartamento.
Quanti esseri umani sono morti annegati l’anno scorso cercando di toccare la riva più vicina alle loro illusioni, più che le loro speranze?
In quanti soffrono la fame e la sete tra una maratona solidale e l’altra?
Quante vite vengono strappate dal mondo come foglie dal vento in attentati non commerciabili e quante altre sono lì, adesso, sul ciglio del burrone, tra la fine e uno dei tanti, possibili prosiegui sulla strada della fragile sopravvivenza?
Ecco, lo dicevo all’inizio, è vero. Il rischio di assuefarsi al fare comune è alto, perché anche questo comporta il sovraccarico di connessione tra le nostre versioni virtuali.
Ciò nonostante, ogni tanto, possiamo ancora fare delle scelte nostre, indipendenti.
Oserei dire pure antiche, ma non voglio sembrare più anziano di quel che sono.
Per soffermarci sull’uno, invece che i tanti, o addirittura tutti.
Come un ragazzino che sale su un aereo ad Abidjan, in Costa D’Avorio, Africa.
Per accomodarsi, si fa per dire, sull’unico posto garantito a quelli come lui, piccoli e trascurabili numeri.
Nella sua ultima classe, più che prima, seconda o perfino terza: il carrello d’atterraggio.
Parte, il nostro, ma non arriverà mai a Parigi. Non lui, non quel che avrebbe potuto essere e niente di ciò che avrebbe scritto con la sua vita che non leggeremo più.
Chiudete gli occhi, ora, aprite al cielo i palmi delle mani e immaginate con me di avere in braccio quel ragazzo.
Se ne sentite il peso, tutto l’incalcolabile peso, malgrado il frastuono del vasto e copioso resto, be’, sarei propenso a credere che forse c’è ancora un po’ di speranza per l’umanità.


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giovedì 12 dicembre 2019

La rivoluzione dei migranti

Storie e Notizie N. 1674

Questa è una favola, niente a che vedere con la realtà di tutti i giorni, difficile per i molti e agevole solo per pochi. Ciò nonostante, vedrete che prima o poi accadrà tutto per davvero.


C’era una volta il nostro amato e travagliato pianeta.
C’era una volta noi, allora come oggi e, probabilmente, anche domani.
C’erano altresì una volta gli impiegati alle porte dell’aldilà, tra uscieri, addetti alla sicurezza, o semplici hostess e steward responsabili del transito.
Quel giorno erano in pieno subbuglio e mai, dall’inizio dei tempi, la minaccia di uno sciopero era stata più credibile.
La situazione si era fatta insostenibile, nonché paradossale quanto inammissibile.
In quel momento i lavoratori responsabili dell’ultimo tra gli umani confini, forse l’unico che abbia davvero senso, provavano insofferenza e incredulità nei nostri confronti.
Forse perché c’era stato un tempo in cui erano stati vivi, esattamente come noi, e una volta trapassati avevano capito quanto peso avessero le nostre ottusità. Incapaci di risolvere da soli il problema, si rivolsero come spesso accade al più anziano tra loro. Costui, per quanto ne avesse viste di cose strane, non aveva la risposta adatta in grado di sbloccare l’incresciosa situazione di stallo in cui il processo di traghettamento delle anime si era inceppato.
Così, per quanto affaticato e claudicante, si alzò e promise di far presente la questione ai diretti superiori. Mi riferisco al Dio dei cristiani e quello dei musulmani, Allah, il suo profeta Maometto e ovviamente Gesù, nonché Yahweh, la trimurti indù al completo, Brahmā, Vishnu e Shiva, ma anche Confucio, le varie divinità del Taoismo, del Daoismo, dello Shintoismo e di ogni altra religione praticata dagli umani.
Il problema era che gli Dei, tutti gli Dei supplicati e adorati da quando il primo essere umano aveva visto la luce, erano anni che non si facevano vedere in giro. Ormai da tempo se ne stavano rinchiusi in conclave a discutere animosamente, arrivando perfino alla lite, e le ragioni erano ignote ai loro sottoposti.
La realtà era che una sempre più crescente fronda all’interno del parlamento divino - spesso fomentata da evidenti notizie false, fabbricate a tavolino e astutamente diffuse dal diabolico inquilino del piano di sotto - era ormai stanca degli umani e proponeva una bella estinzione di massa. Magari approfittando delle conseguenze del riscaldamento globale.
In fondo, era il pensiero di molti, se la sono scritta da soli, la parola fine.
Tuttavia, il vegliardo impiegato aveva un compito da svolgere e sarebbe andato fino in fondo. Bussò al sacro portone e dopo almeno un’oretta di inchini, salamelecchi e
varie dimostrazioni di riverenza, riuscì a parlare.
“Vostre Divinità”, esclamò il vecchio. “Potrei provare a spiegarvi a parole cosa sta succedendo qua fuori, ma credo che la cosa migliore sia che vediate il tutto con i vostri onnipotenti occhi.”
Il quanto mai attempato funzionario precedette all’esterno i vari Dei, ciascuno simbolo di altrettante fedi, e una volta che costoro furono giunti all’ingresso dell’aldilà si resero conto dell’accaduto.
Una fila enorme di persone, della quale nessuno di loro riusciva a intravedere l’inizio, malgrado la perfezione dei rispettivi sguardi, affollava la via che conduceva alle porte dell’inferno.
“Che cosa sta succedendo?” chiese una delle divinità. “Chi sono quelli?”
“Sono gli immigrati”, rispose il vecchio.
“E quali sono i loro peccati?” domandò un’altra.
“Non ne hanno”, spiegò il più anziano degli umani presenti. “Ma finché erano in vita l’umanità ha fatto di tutto per convincerli di essere colpevoli proprio in quanto migranti e ciascuno di loro, una volta morto, si è diretto all’inferno, anche se non l’ha affatto meritato.”
“Voi non li farete entrare, spero...” lo interrogò un’altra divinità.
“No di certo”, dichiarò l’impiegato. “Ma il problema dell’intasamento rimane, anche se la situazione è ben più ingarbugliata. Approfittando di ciò, con il passare del tempo all’inferno non ci va più nessuno di coloro che lo meriterebbero. Con il risultato che le persone peggiori, quelle davvero cattive, meschine o cronicamente egoiste, non muoiono e rimangono sulla terra come mummie viventi ad accumulare ricchezza di cui non provano neppure più giovamento.”
“E il paradiso?” intervenne un’ulteriore divinità. “Chi sono quei tizi sorridenti alle porte dell’Eden, con tanto di trolley, infradito e occhiali da sole?”
“Ecco, vostra perfezione, a causa della Vostra assenza sulla terra, costoro hanno corrotto il giudizio finale a vantaggio di una minoranza di privilegiati.”
“Ma sono sempre i buoni, giusto?”
“No, sono solo quelli che buoni ci si sentono e Voi tutti sapete meglio di me che non è mai la stessa cosa.”
Gli Dei erano confusi e perplessi, mentre i proponenti l’estinzione anticipata del genere umano si fecero ulteriormente compatti nei loro auspici. I più restii stavano finalmente per cedere e concordare anche loro con l’estrema soluzione, quando una bambina si allontanò dalla folla sulla strada per gli inferi, oltrepassò non vista il cordone di sicurezza e raggiunse la solenne assemblea celestiale senza alcun timore. Difficile averne ancora dopo aver visto la morte in faccia in così giovane età.
“Io avrei una proposta”, disse la bimba con voce squillante.
“Parla pure...” la invitò una delle divinità, più per curiosità, che reale fiducia.
“Siccome i miei fratelli e io litigavamo ogni sera per chi avrebbe dovuto dormire accanto alla mamma, lei risolse la cosa con grande intelligenza.”
“Cosa fece?” chiese il vecchio.
“Ci disse che esiste un solo modo per fare giustizia e accontentare tutti, a questo mondo. Ce l’hanno insegnato il sole e la luna, le stelle e anche la terra, madre di tutti.”
“Quale?” domandò un’altra divinità.
“Dovreste conoscerlo, credo: girare le manopole del destino, allorché sia giunta l’ora, e ruotare il senso delle cose affinché tutti godano del proprio momento in cui apprezzare il valore della luce, come quello del buio. Insomma, facevamo a turno. Per molti tra i mortali occorre un’intera esistenza, per capirlo. Ma per voi dovrebbe essere conseguenza di un semplice gesto.”
In quel preciso istante ogni essere, perfetto o meno, aveva chiaro cosa andava fatto per rimettere le cose in ordine.
Seguì uno schiocco di dita divine, un battito di mani eterne o di ciglia trascendenti, o anche solo una mera occhiata ultraterrena e il congegno su cui
reggeva l’intero aldilà fu azionato. Un attimo dopo, la più santa e giusta delle rotazioni ebbe luogo.
Pochi secondi più tardi, grande festa ci fu tra gli immigrati e urla di gioia e tripudio si levarono ovunque, dal confine terrestre sino a quello dell’universo stesso. Perché si ritrovarono di fronte alle porte del paradiso.
Nello stesso tempo, la sparuta coda di eleganti turisti dalla coscienza auto lodata erano invece attesi all’accettazione dell’inferno.
“Non è giusto!” osò protestare qualcuno tra loro.
“Voi non sapete con chi avete a che fare”, sbraitò qualcun altro.
“Avrete notizie dal mio avvocato”, minacciò perfino un altro ancora.
Mentre gli Dei osservavano soddisfatti la scena, e la bambina veniva sommersa di abbracci e ringraziamenti dalla folla, il vecchio si rimise subito al lavoro e raggiunse gli impiegati addetti alla gestione dei dannati.
“Ragazzi, diamoci da fare”, annunciò tirando su le maniche. “Sono convinto che la rivoluzione non sia finita qui e che a questi tornelli vedremo arrivare frotte infinite di furbetti che non hanno la più pallida idea di cosa li attenda alla fine della storia...”


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giovedì 5 dicembre 2019

Razzismo nel Black Friday del calcio italiano

Storie e Notizie N. 1673

Con una quanto mai deprecabile copertina il Corriere dello Sport presenta l’imminente partita di calcio tra Inter e Roma e il famigerato titolo fa il giro del mondo.
Ecco come giustifica la cosa chi dirige il giornale, Ivan Zazzaroni: “Bianchi, neri, gialli. Negare la differenza è il tipico macroscopico inciampo del razzismo degli antirazzismi. La suburra mentale dei moralisti della domenica, quando anche giovedì è domenica. Black Friday, per chi vuole e può capirlo, era ed è solo l’elogio della differenza, l’orgoglio della differenza, la ricchezza magnifica della differenza.”

Lukaku e Smalling.
Il primo è un attaccante. Uno che brama il goal. Che cerca di far danzare la rete della porta grazie alla propria mira, la semplice potenza o anche solo la fortuna di essere riuscito a sconfiggere il suo più grande nemico, l’ultimo guardiano e protettore del risultato fino a prova contraria, in breve, il portiere.
Il secondo è un difensore. Uno che il goal lo impedisce. Che si spende per tenere al sicuro la porta amica con la sua prontezza di riflessi, tramite la dedizione alla causa, o soltanto la buona sorte di trovarsi al momento propizio nel punto che conta. Per averla alla fine vinta contro il suo principale avversario. L’ariete ostile, la punta della lancia antagonista, in una parola, il centravanti.
Chris Smalling e Romelu Lukaku, l’uno di fronte all’altro.
Il primo è un cittadino inglese di origini giamaicane, mentre il secondo è belga di genitori provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo. E se aveste l’occasione di incontrarli una sera a cena, per ascoltare il racconto delle rispettive infanzie e adolescenze, potreste scoprire che esistono un’infinità di sfumature originali venendo alla luce da figli di immigrati in luoghi distinti nel vecchio mondo. Perché Anversa è del tutto diversa dal borgo londinese di Greenwich. Perché ogni padre, ciascuna madre, stranieri o meno, allevano la loro prole in modo incomparabile. E perché ognuno di noi reagisce secondo la propria natura all’inclusione o l’intolleranza del prossimo oltre la soglia di casa.
Lukaku contro Smalling, per una notte.
Il primo non è sposato e non ha figli, mentre il secondo ha moglie ed è padre. Anche solo per tale fondamentale particolare, tra i due vi è un oceano di esperienze a dividerli.
Tra tutte, il momento esatto in cui ti rendi conto che la tua compagna ti ha reso partecipe del dono che portava in grembo. Perché per la prima volta vedi a occhio nudo il miracolo a cui hai contributo in minima parte e lo prendi in braccio, augurandoti di poter meritare con amore e impegno, giorno dopo giorno, di essere complice di siffatta meraviglia.
Smalling che sfida Lukaku, e quest’ultimo che raccoglie il guanto.
Il primo ha perso il papà quando aveva appena cinque anni, mentre quello del secondo è ancora vivo ed è un ex calciatore, così come lo è il fratello e il cugino. Allora, immagina cosa vuol dire scendere in campo, sin da piccolo, con la certezza che tuo padre sarà ogni volta lì sugli spalti, anche solo oltre la recinzione dei primi campetti dell’esordio. Ovvero non averla affatto, tranne la speranza che da qualche parte, lassù, riesca a trovare una nuvola libera per fare il tifo per te.
Lukaku, Smalling, ventisei anni, uno, trenta l’altro, che per un atleta è un tempo enorme. Perché in quattro anni e altrettante stagioni puoi vincere tutto e perdere ogni cosa. Essere celebrato come un campione o fischiato come il più clamoroso bidone.
Smalling, convertito al veganismo dalla compagna e Lukaku, fervente cattolico al punto da recarsi in pellegrinaggio a Lourdes, con tutto quel che rende peculiari la vita e le scelte quotidiane dell’uno rapportate a quelle dell’altro.
Lukaku vive e gioca a Milano, Smalling fa lo stesso, ma a Roma. E ditemi voi quale cittadino dell’una o dell’altra città potrebbe affermare che le loro esperienze siano identiche.
Così via, di seguito, ogni distinguo facilmente intuibile e del tutto rilevante diviene evidente. Soprattutto qualora avessimo l’interesse e il tempo di scoprire l’uomo più adulto e il ragazzo, gli esseri umani, che corrono e calciano un pallone sul campo o nello schermo della tv.
D’improvviso, diverrebbe palese una quantità inenarrabile di aspetti essenziali e degni nota, una vera miriade di particolari significativi, che rendono unici due individui, altrettante vite e storie personali.
Smalling, Lukaku. Lukaku e Smalling.
Se solo potessimo, non basterebbe di certo un singolo post per elencare quante differenze tra ciascuno di noi potremmo elogiare, riconoscere come motivo d’orgoglio e ricchezza, prima di arrivare al colore della pelle...


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giovedì 28 novembre 2019

Il pianeta dell’effetto senza causa

Storie e Notizie N. 1672

C’era una volta un pianeta.
Ma sì, parliamone come se fossimo in un raccontino di fantascienza.
Uno di quelli che riteniamo inverosimili e che talvolta ci rilassano, alla stregua dei film catastrofici o quei video pieni di poveracci che scivolano e danno capocciate, e tutti ridono.
Perché tanto non siamo a noi a cadere.
Allora, tornando al nostro, il pianeta era assai bizzarro e le creature che vi abitavano non erano da meno, compattamente coerenti nel definire il comune orizzonte in base a un discutibile assunto: il rapporto di causa ed effetto è roba superata, poiché l’unica cosa che davvero conti è il secondo. Tutto il resto è noia, citando il titolo della nota canzone. Anche se il resto potrebbe salvare il presente, ancor prima che il futuro.
Per analogo ragionamento, gli ottusi extrabitanti mandarono a farsi friggere anche la terza legge della dinamica, ovvero il principio di azione e la sua logica replica.
Indi per cui, per tale sciagurata specie, esisteva solo la reazione, punto. Poiché l’origine di quest’ultima, il gesto, la scelta e ogni movimento in un senso o nell’altro - ciascuno di essi potenziale responsabile della consequenziale realtà - non erano mai all’ordine del giorno.

Cosicché, le modalità con le quali tali incoscienti individui interpretavano la vita erano le seguenti.
Piovono oceani interi sulle città? Le temperature precipitano o si innalzano con andamento delirante? I ghiacciai si sciolgono in un pianto di cocente rabbia verso i colpevoli, più che per mera mestizia?
È il maltempo, mannaggia.
I tetti crollano sulle vite che dovrebbero proteggere? Voragini voraci di automobili si aprono come insaziabili bocche sulle strade più trafficate? I ponti si sgretolano come verità indifese e vengono sostituiti da bugie a scoppio ritardato?
Sono brutti incidenti, cose che capitano.
Aumentano gli atti di intolleranza verso le più vulnerabili categorie viventi? Finiscono altrettanto alla ribalta frasi ingiuriose nei confronti delle minoranze da parte di chi dovrebbe dare il buon esempio? La discriminazione di ogni tipo di difformità dall’ariano canone è oramai questione quotidiana?
Sono tempi difficili, ma si sta meglio che in passato.
Il partito dei non votanti cresce di elezione in elezione, in modo trasversale e transnazionale? La sfiducia nella classe politica è stata sospesa dalla borsa per eccesso di rialzo? Il livello intellettivo e morale dei contendenti al timone della nave democratica è invece talmente ai minimi da diventare irrilevante nella tornata elettorale?
È quello che vuole la gente, e la gente ha sempre ragione.
Si incrementano a dismisura le popolazioni in fuga dall’inferno, alla ricerca del paradiso che gli è stato trafugato? Si diffondono paura e isolamento nei paesi maggiormente indiziati di tale ingiudicato crimine? I diretti discendenti delle istituzioni colpevoli si fanno baluardo a difesa della patria minacciata?
È normale, non possiamo essere tutti felici.
A dire il vero, solo in pochi godevano di tale privilegio, e ogni giorno di meno, ma come usavano dire nel pianeta dell’effetto senza causa, questo è. Prendere o lasciare. Quindi, prendi, svelto. Arraffa tutto quel che puoi e tira dritto.
Sino all’inevitabile conclusione: i nostri incauti insediamenti sono stati sommersi dalle onde sospinte dalla vigente stupidità? Gli incendi hanno divorato ogni traccia del passaggio dell’entità più masochistica dell’universo? La guerra e i cambiamenti climatici non hanno ancora capito chi ha avuto il merito della nostra distruzione?
Insomma, ci siamo estinti?
Era destino, che vuoi farci, sarà per un’altra volta.
Peccato, però, che la storia sia finita...


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giovedì 21 novembre 2019

Il sogno dello spettatore elettore utente sovranista

Storie e Notizie N. 1671

Grazie.
Grazie, adorata televisione.
Grazie, dolce internet.
Grazie a voi tutti, preziosi social network.
Grazie, Silvio Berlusconi, per aver spianato la via.
Grazie, Giorgia Meloni, per avere ancora la faccia di mostrarti in pubblico, nonostante la quantità industriale di gaffe e figuracce con cui ti sei fatta notare negli anni.
Ma soprattutto, grazie a te, Matteo Salvini.
Io vi guardo nel firmamento dei miei idoli e, finalmente, non provo più alcun imbarazzo per ciò che sono.
Io avevo un sogno, sapete, miei salvatori? Sì, proprio come il leader buonista per eccellenza, il radical chic abbronzato che cianciava di diritti umani mentre si beccava tre pasti al giorno a spese dei contribuenti in quel famoso hotel di Birmingham, credo.
Mi osservavo allo specchio e mi deprimevo. Non per l’aspetto, che poi è un discorso soggettivo, ma per ciò che provavo.
Avvertivo disagio innanzi a quegli snob di sinistra, solo perché non ho mai letto libri, tranne quelli che mi costringevano a studiare a scuola.
Mi facevano sentire inferiore con le loro occhiate dall’alto in basso, soltanto perché il mio vocabolario è scarso e il mio Italiano elementare. Nel senso di degno della scuola suddetta, ecco.
Facevano i superiori ovunque, in strada come nei posti di lavoro, perché non sono in grado di comprendere la loro apertura alle novità e alle diversità.
Cosa c’è di male a essere chiusi? Qual è lo sbaglio nel non volersi evolvere? Perché non siamo liberi di rimanere sempre con le stesse idee in testa?
Spesso mi arrovellavo con tali domande e non ne venivo a capo. Anche perché le tenevo per me, timoroso di venire deriso o umiliato.
Anche per questo mi sono sempre tenuto alla larga dai ritrovi tipici di quei presuntuosi. Mai entrato in un teatro. A malapena in una biblioteca. Di rado, molto di rado, in un museo. È stata una scelta di vita necessaria, avevo bisogno di proteggermi.
Per tale ragione, per il tempo che fu, in questo momento devo render grazie a lei, la madre adottiva di tutti noi, la cara tv commerciale.
Mi ha accolto e mi ha difeso. Mi ha confortato quando ne avevo necessità e vi ho trovato l’amore e un popolo di cui far parte: gli spettatori.
Essere accettato era ciò che desideravo, ma il biscione mi ha donato anche di più.
Mi ha scelto come suo figlio prediletto. Come avrei potuto non fare lo stesso e unirmi alla schiera degli elettori di Silvio, nel momento in cui è stato lui ad aver bisogno di me?
Poi, alla fine del secolo scorso, a un tratto il sogno si è fatto incubo. Dio, il mio, è morto, o quasi. Crivellato dai proiettili moralisti dei cecchini dell’ipocrisia. Ma nello stesso tempo, accanto alla decomposizione del messia di tutti noi, mediocri per ambizione, ha cominciato a palesarsi all’orizzonte la vera terra promessa.
La rete, che sia benedetta in eterno. All’inizio ero diffidente, perché le parole erano strane, molte addirittura in Inglese, e i computer non erano come la tv, che basta pigiare i tasti del telecomando e lasciarsi andare sul divano.
Quindi sono arrivati gli smartphone e soprattutto i nostri Avengers personali, i Social Network. Da quel momento, ogni cosa è cambiata. Tutto si è compiuto. Perché mentre quegli altri, i soloni dai discorsi complicati, si erano illusi che il web fosse un modo per unire tutti, qualcun altro è stato meno megalomane e più concreto, accontentandosi di cominciare con l’avvicinare tra loro i pochi, e al contempo dividere tutti gli altri.
Ebbene, in breve tempo quei pochi sono diventati molti, o forse lo sembrano, fa lo stesso, mentre i modi con cui isolare e umiliare i nostri oppositori sono aumentati a dismisura. E da quando ciascuno di essi si è sentito alienato da chi la pensa come lui, non serve neppure mentire sul loro reale numero. Perché se ognuno si sente uno zero, la somma dei tanti darà sempre zero.
Nello stesso tempo ho scoperto che indossare il costume e la maschera dell'utente intollerante è come avere dei super poteri speciali. Puoi essere chi vuoi, avere il nome e la faccia che desideri. Ma più di ogni altra cosa, puoi calunniare e offendere a piacimento chiunque, in qualsiasi momento.
Non solo. All’alba delle ultime tornate elettorali, il sogno si è realizzato oltre ogni aspettativa. Perché in quanto spettatore, elettore e utente, appoggiando la visione sovranista, ora so che posso aspirare a un mondo fatto su misura per il sottoscritto.
Perché bruciare i libri – e le librerie – è cosa ritenuta normale.
Perché offendere e insultare il prossimo sono manifestazioni di goliardia.
Perché le leggi dello Stato e quelle dell’etica sono fatte non solo per essere violate, ma addirittura riscritte a mio uso e consumo.
E perché ignorando la Storia, nonché esprimendosi in maniera sgrammatica e riempiendo di menzogne i propri discorsi, dimostrando un’assoluta mancanza di rispetto per i sentimenti e la dignità di chiunque, si è comunque acclamati come star in spiaggia.
Grazie a tutti voi per avermi reso un cittadino orgoglioso per ciò di cui un tempo mi vergognavo.



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giovedì 14 novembre 2019

La grammatica del razzismo

Storie e Notizie N. 1670

Kone Yossodjo ha diciannove anni e oggi corre.
Corre per il suo paese, quello nuovo, la Spagna. Che è altresì nuova, perlomeno più veloce, se non migliore, anche grazie a lui.
Cinque anni addietro, Kone fu costretto a correre non per qualcosa, ma da.
Dal suo paese, quello vecchio, la Costa D’Avorio. La quale, passata o presente, sarà anch’essa la sua terra per sempre, forse più povera e meno veloce, ma non per colpa sua. E quando sopravvivere comporta il fuggire da qualcosa, di cui si è del tutto innocenti, tutto ciò che ne arriverà di buono, potrà esser tale per tutti.
Oggi il nostro è una promessa dell’atletica, nella nazione più vasta e popolosa della penisola iberica. Nell’ultimo anno ha vinto 5 gare su 11 ed è attualmente il campione assoluto dei 5000 metri in Andalusia. E la cosa più

sorprendente è che, a neanche un anno dal suo arrivo in Spagna, dopo essere stato arrestato e poi trasferito in un centro per minori, ha cominciato a mostrare tutto il suo talento, sospinto da un vento magico e speciale che i giudici di sedia preposti non sono in grado di rilevare, come molti dei contemporanei dagli umani sensi ormai atrofizzati.
Si chiama speranza, punto. Senza guardare in alto o in basso, pronti a prendere tutto quel che ci sarà all’arrivo, basta che ci sarà.
In breve, adesso corre per la sua terra e non più da essa.
Ci sono voluti anni, fatica e dolore, sacrifici e inenarrabili difficoltà. Eppure, dal lato sicuro del traguardo, dove il più delle volte assistiamo sugli spalti con i nostri pollici affezionati alla posizione capovolta, potremmo davvero fare la differenza in un tempo assai più immediato e, decisamente, con molto meno sforzo.
A noi altri sarebbe sufficiente una mera conversione lessicale e neppure così approfondita. Basterebbe limitarsi ad articoli, pronomi e preposizioni, semplici o articolate che siano.
Per esempio, ogni tanto, potremmo smetterla di parlare dei migranti e cominciare a comunicare con loro.
E qualora uno qualsiasi tra costoro dovesse inevitabilmente divenire protagonista dei nostri discorsi, dovremmo iniziare a esprimerci su di lui unicamente, prendendoci però la briga di conoscere quanto meglio possiamo la sua storia personale, invece che ascriverlo frettolosamente alla solita macro categoria dei senza volto e diritti che come società abbiamo inventato di sana pianta in uno dei nostri giorni peggiori.
A quel punto, risulterebbe evidente a tutti quanto sia assurdo e anche stupido sentirsi in dovere di spiegare la propria opinione sugli immigrati, poiché non esisterebbero più loro, essi, quelli, ma un numero indefinito di vite ciascuna diversa dall’altra, dove l’uno porta con sé un carico di esperienze distinto da quello dell’altro, esattamente come coloro che pretendono di macinarli tutti insieme nella propria testa, per poi, un secondo dopo, emettere un rapido giudizio sommario.
E magari, con una buona dose di ottimismo, potremmo auspicare che all’alba del nuovo giorno, osservando l’ennesima nave stracolma di persone, apparentemente fuse l’una con l’altra in un raffazzonato affresco, dove il colore della pelle è l’unica tonalità che il pennello della nostra immaginazione impoverita è stato in grado di riconoscere, dimostreremo di aver al fine corretto la grammatica del razzismo.
Perché scegliere di impegnarci con qualcuno che ha bisogno del nostro aiuto, non vuol dire essere contro tutti gli altri. E se neppure all’analisi logica riesce l’impresa di farlo comprendere, proviamo con l’umanità.
Proviamo ancora, di nuovo, e ancora di nuovo. Perché finché i Kone di questo mondo non si arrenderanno, be’, forse non dovremo farlo neanche noi.


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