14.3.19

Non muore più nessuno

Storie e Notizie N. 1643

Antonio Tajani, un nostro concittadino che ricopre attualmente il ruolo di presidente del Parlamento Europeo, si è di recente distinto, suscitando forti critiche anche a livello internazionale, con un classico refrain tipico della destra più nostalgica, ovvero che Mussolini ha fatto anche cose buone (i ponti, le strade, le bonifiche, ecc.).
Da cui la storia che segue...


C’era una volta un paese vecchio.
Ma che dico? Assai vecchio.
Anzi, di più, straordinariamente tale, al punto che vecchissimo non avrebbe reso l’idea, facendo meritare al suddetto aggettivo una seppur temporanea espulsione per palese inadeguatezza dal club dei superlativi assoluti.
Il paese eccezionalmente vecchio lo era sotto ogni punto di vista, ma codesta particolare natura era strettamente correlata a quella dei suoi abitanti.
Da ciò, avrei dovuto iniziare il racconto recitando: c’era una volta un paese vecchio abitato da gente vecchia. Tuttavia, la qualificante aggettivazione sarebbe risultata ridondante, e allora sono partito dal luogo per arrivare a coloro che lo abitano, tutto qui.
Mi riferisco a individui vecchi, così vecchi, ma talmente vecchi da non riuscire in alcun modo a separarsi dal passato, per quanto sgradevole solo a citarlo e vergognoso limitandosi al mero pensiero.
Le ragioni di cotanta affezione per i giorni andati, senza se e privi di ma, erano dovute a un’emozione altrettanto antica, resa praticamente eterna una volta trasformata in un sentimento duraturo, che come un cancro indistruttibile corrompeva inesorabilmente ogni atomo dell’anima e del corpo dei nostri.
Leggi pure come la tanto sottovalutata paura di morire.
A questo proposito, correndo il rischio di sembrare ulteriormente pignolo, avrei dovuto esordire scrivendo in tal guisa: c’era una volta un paese vecchio abitato da gente vecchia giacché aveva un’insanabile paura di morire, ma in questo modo avrei perso gran parte dei lettori solo nell’incipit, tra chi non vuol sentir proprio parlare di morte, e chi di paura. Figuriamoci nel caso in cui si trovino addirittura nella medesima frase…
Nondimeno, nel paese di cui sopra, il tempo passava indifferente come sempre agli umani vizi, di fronte ai quali solo l’umanità stessa può porre rimedio. E, come altrettanto sovente accade, il destino finì per realizzare il sogno di chi incessantemente nutriva i propri incubi. Perché da che mondo è mondo, non è trovarti dalla parte giusta della storia a consegnarti la vittoria, ma quanto ardentemente la desideri e per essa sei disposto a lottare.
Così, venne il giorno in cui nel paese più vecchio del mondo, abitato da persone decrepite, nonché spaventate dall’imminente esaurirsi del tempo a loro concesso, nessuno morì più.
All’inizio si diffusero ovunque incredulità e smarrimento, tipica reazione innanzi a un cambiamento di tenore a dir poco epocale.
Tuttavia, dopo il giusto tempo, ciascuno dei vecchi abitanti del paese vecchio cominciò a percepire nel proprio stesso essere la presenza di un vuoto di misure indefinite, perché mai domo nella sua costante crescita.
Come scoprire che l’orizzonte per il quale hai finito per sacrificare ogni frazione di secondo del tuo vivere sia stato unicamente frutto della tua immaginazione. Poiché ciò che era tutto ieri, oggi è nulla, e quel che era vero un attimo fa, adesso è la più grande menzogna che ti sei mai raccontato da solo.
Così, all’improvviso, allorché la storia iniziasse adesso, dovremmo partire con: c’era una volta un paese vecchio, infinitamente vecchio, ma stavolta l’avverbio in oggetto verrebbe celebrato come il fiore all’occhiello della sua grammaticale categoria. Perché mai la sua chiamata in causa fu maggiormente letterale.
Poi, in modo da mantenere alta l’attenzione degli spettatori appassionatisi fin qui all’intreccio, dovremmo muovere l’inquadratura sui protagonisti di quest’ultimo specificando che c’era sì una volta un paese infinitamente anziano, abitato da persone altrettanto vecchie, ma giunti a questo punto avremmo l’obbligo di rivelare la già introdotta inverosimile caratteristica, la sola che motiva l’invenzione di un racconto.
Altrimenti, di nazioni o città oltremodo vetuste, con abitanti particolarmente attempati e terrorizzati da tutto, ce ne sono svariate nel mondo reale. E magari voi altri vivete proprio in una di esse, chi può dirlo?
A ogni modo, bando alle ciance, ecco l’incipit aggiornato: c’era una volta un paese vecchio, abitato da gente che sarebbe stata vecchia per sempre, perché da un istante all’altro smise di morire. Di conseguenza, poco dopo, non ebbe più paura della morte.
Il bello nell’inaspettato risvolto di questa assurda trama è ciò che accadde nei giorni a seguire.
Fu meraviglioso, esserne testimoni.
Soprattutto trovandosi nei panni degli altri, coloro i quali vivevano nel paese vecchio, accanto agli abitanti per sempre vecchi, ma che vecchi non lo erano affatto.
Perché la scomparsa della paura della morte alimentata da un intero popolo fu paragonabile alla caduta di un colossale albero marcio e putrido, a dir poco maleodorante e velenoso, ai cui rami erano appesi frutti altrettanto guasti e non meno inquinanti.



Difatti, la madre di tutte le paure, da quando si era insediata nelle loro vite aveva generato un numero incalcolabile di altrettante paure, composte dalla medesima carne avariata.
La paura di quel che appare come diverso e di ciò che ha la presunta colpa, invece che l’indiscussa fortuna, di esser nato oltre i confini del tuo malessere.
La paura di tutto ciò che rappresenti il domani, che sia giovane piuttosto che nuovo, che suoni come rivoluzionario, piuttosto che alternativo.
La paura dell’istante in cui i generi e le identità maltrattate e violentate nel passato come se fosse il presente, e viceversa, si palesino addirittura più fiere e luminose che mai.
La paura, in breve, di tutto ciò che significhi quel che hai perduto e dimenticato.
Esistere ora, qui.
Perciò, semmai si avvererà, che sia benedetto il giorno in cui nessuno morirà più.
Perché vorrà dire che nel medesimo tempo coloro che chiamiamo gli altri saranno finalmente liberi.
Di vivere...


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7.3.19

Il social network perfetto

Storie e Notizie N. 1642

Secondo una recente ricerca condotta su quasi 6000 giovani under20 da Generazioni Connesse e curata da Skuola.net, Università ‘Sapienza’ di Roma e Università di Firenze, circa 1 su 4 degli intervistati non si è mai preoccupato della privacy dei suoi dati online e, quasi altrettanti, se ne interessano saltuariamente. Inoltre, più di 7 adolescenti su 10 si sono iscritti a un social network quando avevano meno di 14 anni e 4 su 10 conoscono solo la metà dei propri cosiddetti ‘amici.

Mi chiamo Mario, ma potrei aver mentito. Potrei pure essere Stefania, ovvero Corrado.
Okay, okay, non è di certo un bell’inizio partire con una possibile menzogna, e su questa costruire tutto il resto. Tuttavia, non sarei forse il primo, giusto?
Giusto?
A ogni modo, mi chiamo Mario e sono una persona, punto.
Fin qui, niente di speciale, tutto normale, quasi come la realtà. Ed è quel quasi a non farmi dormire la notte.
Così, ho trovato la soluzione a ogni mio problema.
Non faccio nomi, mi riferisco a un social network, quello.
Chiaro, no?
Ebbene, gli ho dato di editor di immagini come un vero mago degli effetti e ho mostrato una cura sopraffina nel descrivermi con un pugno di parole, alla stregua dei signori della sintesi più efficace.
Descrivermi…
Diciamo piuttosto nel descrivere lui, cioè me, ovvero la versione del sottoscritto che voglio rendere visibile e direttamente collegabile con… me, esatto. Tutto torna a me, alla fine della fiera, anzi, deve.
Fatto ciò mi sono impegnato con la giusta pervicacia a connettermi con i miei compagni di social, ecco.
Connettermi…



A collegare il puntino che mi rappresenta con quelli che a loro volta identificano le persone con le quali ho desiderato o accettato di connettermi.
Va bene così? Caspita come siete pignoli, e anche curiosi, già, perché neanche un anno più tardi qualcosa che non avrebbe dovuto palesarsi ha invaso l’inquadratura che mi riguarda.
Così, non posso più negarlo.
Mi chiamo, forse, Mario, sono quindi una persona, sebbene neanche questo sia certo, ma di sicuro sono assai permaloso.
Okay, okay, roba comune, niente di straordinario, ma trattasi di nervo scoperto nel mio caso, e allorché lor signori mi hanno donato la facoltà di decidere cosa rivelare e cosa no, perché dovrei lasciare che i miei difetti siano pubblici?
Nondimeno, nel social, quello, ho fatto ormai terra bruciata. Così, ho azzerato tutto, fatto tesoro degli errori precedenti, e mi sono iscritto all’altro.
Capito quale, no? È meglio, sapete? Perché è più semplice, dai, e non ci sono tutti quei troll che infestano il precedente.
See… pare vero.
A ogni modo, profilo rinnovato, nuova vita digitale.
Con maniacale precisione mi sono scelto un avatar che non fosse in alcun modo paragonabile al vecchio, un nickname che risultasse abbastanza trendy, e una presentazione attraente per il moderno mercato relazionale.
Sì, lo so, questo ci fa sembrare tutti come dei prodotti messi in fila sugli scaffali di un supermercato. Ma pure se fosse? Qual è il problema? Non vedevo l’ora di essere acquistato in massa, se questo era il modo per sentirmi popolare come ho sempre sognato.
Nondimeno, la brutta sorpresa, come la data di scadenza della merce alla quale mi sono appena paragonato, è sbucata puntuale da sotto il tappeto virtuale.
Okay, okay, sono sempre Mario, o forse continuo a fingere che sia il mio nome, dovrei essere una persona fino a prova contraria, mi hanno beccato sul fatto nella mia cronica permalosità, ma da un giorno all’altro mi hanno scoperto anche come un piagnucolone di prima categoria.
Per capirci, le prime lacrimuccie affiorano sulla soglia dei miei occhi con una facilità addirittura maggiore di quella con cui perdo le staffe qualora abbia l’impressione di subire una qualsivoglia critica.
Ma come ho fatto…
Eppure mi sono studiato una quantità industriale di tutorial sul montaggio video. Credetemi, ero certo di aver tagliato la fine della clip con cui esprimevo il mio cordoglio per quel gattino morto da solo in casa, di cui hanno parlato tutti i giornali.
Ciò nonostante, un conto è prodursi in un appassionato e commovente discorso solidale con la creaturina, e un altro è esplodere subito dopo in singhiozzi da poppante in piena crisi isterica.
Ovviamente, malgrado appena un paio d’ore dopo la pubblicazione abbia cancellato le prove della mia inconsapevole figura barbina, era ormai troppo tardi, giacché il video era già stato scaricato e condiviso ovunque.
I mesi successivi sono stati terribili. Mi sono chiuso in casa e ho vissuto come un reietto vampiro, uscendo solo a tarda sera per qualche indispensabile compera.
Tuttavia dovevo reagire, lo sapevo, e che il cielo benedica la rete e tutte le chance che offre alle creature esiliate dal regno dei bit.
Così, nel frattempo ho lasciato crescere la barba e mi sono rasato del tutto. Quindi, mi sono guardato allo specchio e mi son detto: sei pronto per tornare in pista. Ovvero, in un social.
Quello nuovo, avete presente?
No? Be’, allora siete indietro, perché vedrete che in pochi anni li supererà tutti.
Con l’ormai professionale competenza acquisita ho caricato un’immagine indecifrabile quanto fascinosa e mi sono auto introdotto con un paio di frasi capaci di catturare l’attenzione perfino dei defunti, senza scherzi.
Okay, okay, questa è sbruffonaggine bella e buona, ma occorre sempre una notevole dose di entusiasmo per ricominciare.
Sono stati giorni felici, quelli.
Ovvero… lo sono stati per la nuova proiezione digitale tramite la quale interagire con altri riflessi composti della medesima sostanza.
Poi, però, la solita maledizione ha colpito dove fa più male.
E dove fa più male? Qui, nel petto, sul quale in questo momento preciso punto il dito, malgrado nulla dolga , sul pianeta auspicabilmente indolore.
Io non volevo... e pure quella volta è stato il dito, sempre lui, o magari ciò che l’ha mosso.
Leggi pure come l’insoddisfatto desiderio di condividere le proprie segrete debolezze.
Come vorrei non aver premuto il pulsante di iscrizione a quel maledetto gruppo, dall’inequivocabile titolo: Quelli che dormono con la luce accesa in camera perché hanno paura del buio.
Se sapessero che nel mio caso, si dovrebbero conteggiare anche quella del corridoio e perfino la lucetta in bagno, sebbene sia a basso consumo.
Indi per cui, mi son ritrovato con le seguenti informazioni pubblicamente sputtanate e messe una di seguito all’altra: mi chiamo Mario, ebbene sì, sono una persona, lo confesso. E sono permaloso, piagnucoloso e fifone.
Ciò nonostante, ho accusato il colpo ancora una volta, ma non mi sono arreso, perché finché c’è internet c’è speranza.
Sono disposto ad attraversare l’intero World Wide Web alla ricerca del social network perfetto.
Dev’esserci da qualche parte quello che mi aiuterà per sempre a non far capire al prossimo chi sono davvero...


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28.2.19

A settant’anni dalla morte

Storie e Notizie N. 1641

Assecondatemi.
Sì, per favore.
Trattatemi pure come una di quelle persone dal senno fragile e l’animo vulnerabile, che più o meno consapevolmente richiedono condiscendenza dal prossimo.
D’altra parte, l’utopica speranza di entrambi, narratore di storie o semplicemente creatura dal senso della realtà gravemente compromesso, è la stessa: che il viaggio, ovvero la sua conclusione, valga il vostro tempo, se non il prezzo del biglietto.
Lo spunto da cui nasce il seguente sogno è un dato di fatto, come le notizie dalle quali solitamente traggo ispirazione per un racconto, e riguarda proprio l’eventuale diffusione di quest’ultimo quale opera letteraria a tutti gli effetti.
A questo proposito, come molti sanno, il diritto dell’autore sulla propria creazione decade trascorsi settant’anni dalla sua morte.



Da quel momento, la storia, le parole che la compongono, la morale che ne consegue e i personaggi, i quali, con la loro vita inevitabilmente limitata dalle due dimensioni della pagina a essa contribuiscono, divengono all’istante di pubblico dominio.
D’improvviso, tutto appartiene a tutti. Tutti coloro i quali lo sentano proprio, è naturale.
Assecondatemi, quindi.
Malgrado intuiate già a questo punto dove intenda andare a parare, fate finta di nulla e lasciatevi distrarre dall’infantile ingenuità di cui il sottoscritto fa per l’ennesima volta ufficiale ammenda.
Mettiamo che, di fronte alla suddetta simbolica scadenza, qualcosa di simile accada anche all’interno del racconto stesso.
Figuratevi con me quel che possa succedere ai protagonisti di un’esistenza già scritta a settant’anni dalla morte del loro creatore.
Vi invito a farlo adesso con le storie che avete amato di più, perché io non ho potuto evitare di immaginare quanta gioia sia esplosa nel cuore di Cyrano de Bergerac il 2 dicembre del 1988, alla giusta quanto fatidica distanza dalla scomparsa del suo padre letterario, ovvero Edmond Rostand.
Il formidabile spadaccino, nonché rimatore sopraffino, finalmente affrancato dalla schiavitù di una trama sempre uguale, vissuta e rivissuta ogni volta negli occhi e nella mente del lettore di turno, con l’ineludibile tragico orizzonte, puntuale come una perenne infernale tortura, all’alba del nuovo giorno, padrone del proprio destino, si farà avanti con Rossana e le confiderà a tempo debito il suo amore. Il tutto lasciando che il seppur onesto e leale Cristiano si giochi le sue carte senza l’aiuto dell’amico. Che sia la ragazza stessa a scegliere tra la bellezza del giovane o la poesia del suo capitano.
Sì, lo so, è un disegno a dir poco implausibile, roba da bambini. Alla stregua di credere che i giocattoli, come in Toy Story, laddove i giovani proprietari si assentino per la scuola o altro, decidano di prendere vita, trasformando la cameretta nel loro personale mondo.
Ma voi assecondatemi, vi prego.
Tanto, so bene che sia facile arguire dove sto cercando di condurvi.
Nel frattempo, abbasso volontariamente le palpebre e, come se fosse visibile a occhio nudo, osservo quel che succede nel meraviglioso regno di Oz allo scadere dei dritti che imprigionano quest’ultimo a uno svolgimento obbligato. Vedo l’istante in cui tocca alla piccola Dorothy esaudire il proprio desiderio, dopo che hanno fatto lo stesso lo spaventapasseri e gli altri fantastici amici.
D’accordo, alla bambina piace l’idea di tornare nel Kansas, dove c’è la sua casa e la sua famiglia. Il fatto è che ciò è già accaduto un numero incalcolabile di volte, ripetendo la stessa inesorabile scelta a oltranza, nonché a favore del lettore sovrano quanto l’autore stesso.
Ebbene, una volta libera, via le scarpette rosse, e con esse via le invisibili catene di una magia scritta da qualcun altro che non sia lei.
La propria casa può essere per alcuni il luogo più bello che ci sia, ma sarà lì anche al suo ritorno. Al contempo, l’incredibile luogo in cui è volata ha ancora meraviglie da mostrare e se esiste una cosa che Dorothy ha imparato negli anni è che diventano infinitamente di più allorché si cammini guidati dalla propria personale fantasia.
Certo, sono consapevole della debolezza insita in tale peraltro sfrontato azzardo. Nondimeno, non mi stancherò di ripeterlo, vi chiedo umilmente di assecondare ancora per un attimo la mia strampalata teoria, sebbene molti di voi ci vedranno una strumentale manipolazione per accompagnare chi legge a una conclusione prevedibile.
Nel mentre, prendo uno dei primi classici che ho letto da ragazzino, ovvero I tre moschettieri, ed essendo ormai trascorso da tempo il suddetto giorno dell'emancipazione degli eroici protagonisti, lo apro e lo rileggo, anzi, lo vedo per la prima volta intessuto in una trama forse meno avventurosa, più banale, e poco movimentata, ma certamente più gradevole per la povera Constance, la ragazza amata da D’Artagnan, per il quale prova il medesimo sentimento, malgrado sia già sposata. La donna è stata condannata da Dumas alla stregua di molte altre in un’infinità di racconti a essere sacrificata per permettere al lettore di definire nella propria immaginazione i classici contorni di un eroe tormentato, sofferente, e per questo ulteriormente votato alla propria missione. Ma per quanto abbia adorato la versione originale, in quella anarchica che ammiro ora D’Artagnan riesce a salvare Constance dal veleno di Milady. Quindi, con lei e per lei, volta le spalle al Re e agli amici moschettieri. D’altra parte siete già tre, mi sembra di sentirlo dire nel discorso di commiato, quindi, il titolo è rispettato. E vissero felici e contenti, comunque. Anzi, no, almeno per quanto riguardi Constance, molto di più.
Okay, mi arrendo. Queste sono farneticazioni di poco senso, che difficilmente possono risultare autorevoli innanzi a opere che si sono guadagnate eterna ospitalità nella biblioteca dei romanzi di universale valore.
Tuttavia, laddove mi abbiate assecondato fin qui, fatelo per un’ultima occasione, e immaginate noi tutti come i protagonisti di una storia, che spesso e volentieri, sopratutto oggi, prende strade orribili, malgrado le abbia già attraversate più volte.
Eppure, anche noi abbiamo avuto il nostro momento di liberazione dall’incubo di un presente assai travagliato e un finale ben più oscuro.
Si da il caso che il capitolo conclusivo dell’umano romanzo abbia visto incidere sulle proprie pagine la parola fine tra l’8 maggio e il 2 settembre del 1945, il giorno in cui è calato il sipario sulla seconda guerra mondiale.
Perciò, calcoli alla mano, la maggior parte degli autori di quel terrificante libro sono morti da più di settant’anni, e con loro il folle delirio di una razza superiore alle altre, del disumano confinamento di creature ingiustamente ritenute colpevoli di diversità e il crudele isolamento dei membri della società indebitamente bollati come indesiderabili.
Non siamo obbligati a continuare a riviverla, questa trama.
Siamo liberi di non essere i mostri del passato.

Abbiamo ereditato la facoltà di spostarci nel lato giusto della storia.
A questo riguardo, non assecondatemi.
Credetemi sulla parola.


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21.2.19

Tutto per un bacio

Storie e Notizie N. 1640

Il 18 febbraio scorso George Mendonsa, o Mendonça, è morto. Aveva novantacinque anni. Divenne famoso per una celebre foto, ma soprattutto per un bacio. Un bacio rubato, letteralmente.
Secondo le cronache dell’epoca, il 14 agosto del 1945 George era a New York e stava guardando un film presso il noto Radio City Music Hall. Era in compagnia di Rita, la donna che sarebbe poi diventata sua moglie, quando alcune persone entrarono in sala e iniziarono a gridare parole che tutti nel mondo stavano attendendo con ansia e speranza.
La guerra è finita.
Una frase meravigliosa, sogno proibito per intere generazioni colpite da un amaro destino e sussurrata al massimo a mente quasi ogni giorno da coloro i quali sono obbligati dalla Storia con la esse maiuscola a ritenere la pace solo un agognato orizzonte, invece che il naturale stato delle cose.
Anche perché esistono conflitti e battaglie di ogni tipo, a questo mondo, la cui colonna sonora non è necessariamente composta da colpi di mortaio e raffiche di mitra.
A ogni modo, George corse fuori insieme a Rita, e cominciò a esultare come un pazzo, alla stregua di tutti gli altri.
Si da il caso che il nostro fosse un marinaio, membro dell’equipaggio della nave da guerra, giustappunto, chiamata con precisione USS The Sullivans (DD-537).
Anche per tale ragione, l’eccezionale notizia gli fece perdere ogni traccia di lucidità.
Così, tra le grida e la confusione, vagando per le strade della Grande Mela, si dimenticò di Lisa e a un tratto si imbatté in Greta Zimmer.
Quest’ultima aveva ventun anni. Era nata nel 1924 in Austria, da una famiglia ebrea. Nel 1939, perciò a soli quindici anni, fu costretta a fuggire dal suo paese in quel momento controllato dai Nazisti, in compagnia delle sue due sorelle minori. I genitori non riuscirono mai a salvarsi e morirono in un campo di concentramento.
All’epoca del cosiddetto V-J Day, il giorno in cui il Giappone si arrese - consegnando la vittoria agli Stati Uniti e determinando così la fine del conflitto mondiale - Greta lavorava come assistente di un dentista.
Non appena apprese la grande novità, come tanti scese anche lei in strada per festeggiare, con indosso ancora il camice da lavoro.
Ecco perché George la scambiò per un’infermiera. Ed ecco perché come tale divenne popolare nell’altrettanto famosa istantanea.
Il marinaio si avvicinò, la prese tra le braccia e le diede un bacio.
Così, l’immagine divenne storia.



Sapete? Mi piace figurarmi la nostra comune vita narrata e testimoniata da fotografie che riempiono un gigantesco album, dal quale prima o poi saremo in grado di ricavare il racconto generale. Potrà risultare incompleto, certo, perché molto si perde oltre i limiti dell’obiettivo di una fotocamera, moderna o meno.
Per questa ragione, sono persuaso che in quella preziosa raccolta non ci siano solo le foto effettivamente scattate, ma anche altre immagini, altrettanto importanti, non meno significative e quanto mai indispensabili per capire cosa è accaduto allora e, soprattutto, ciò che sta succedendo oggi.
Indi per cui, guardo la foto del marinaio che bacia la presunta infermiera, ma poi chiudo gli occhi e vedo altro.
Vedo un’altra foto, nella quale la ragazza ferma il giovane e rifiuta il bacio, risolutamente convinta di esser lei a dover decidere con chi condividere le proprie labbra e quando.
In un’altra ancora è lei a prendere tra le braccia il marinaio e a baciarlo, invertendo i pesi di una narrazione che ancora oggi insiste nel mostrarci l’amore da un unico e arrogante lato.
Di seguito, di scene ne vedo ulteriori, di altri giorni e diversi luoghi, ma tutte intorno al tema celebre, che a quelli come il sottoscritto sembra dire: ti sfido a reggere il confronto con la realtà.
Ebbene, vedo proprio ora altre foto suggestive che a mio modesto parere meritano l’occhio dei più.
Tra tutte, l’abbraccio di una volontaria a un migrante bambino, dove la seconda parola dovrebbe far sentire la prima totalmente inutile quanto inopportuna, il quale ha superato il mare e la paura di non farcela.
Nell’immagine la ragazza lo bacia sulla fronte, quindi il copione ufficiale è rispettato.
Più che mai nella frase che fa da didascalia al tutto, attingendo ispirazione da quel che pensa e prova il piccolo esattamente in quell’istante.
La guerra è finita, ovvero, sono in pace, sono salvo, ce l’ho fatta.
E così via, altre foto invisibili si aggiungono nella mia mente, di incontri magici, tra chi celebra un istante felice e chi si sforza di dimenticare tutti quelli che l’hanno preceduto.
Anche questa è vita da ricordare, pure questa è Storia.
Quella di un numero incalcolabile di persone che sono parte fondamentale di essa e che hanno gioito e lo fanno ancora oggi, malgrado per pochi secondi.
Tutto per un bacio...


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15.2.19

Notizie come favole a metà

Storie e Notizie N. 1639

C’era una volta.
Tutto inizia così, dalle favole alla nostra stessa vita.
Che nei primi giorni è meravigliosamente lenta, con le piccole mani e gli occhi resi ampi dalla curiosità per ogni cosa, incuranti del tempo che scorre, perlomeno finché non venga a bussare alla nostra porta esigendo una crescita anticipata.
Talvolta è un obbligo che sa di dolore e vuoti incolmabili. Altre ancora è soltanto la necessità di farti carico delle responsabilità che chi di dovere ti ha colpevolmente lasciato in eredità.
Nondimeno, dall’istante in cui venga sancito il tuo ufficiale ingresso nel mondo dei cosiddetti grandi, ecco che la fretta diviene padrona del tuo vivere.
Non c’è tempo, non c’è più tempo, non c’è mai, fino a convincerti che è stato sempre così, sin dall’inizio.
Ciò malgrado, in quanto adulto – sulla carta o meno - sei invitato formalmente a esser consapevole di quel che accade al di là del tuo naso.
E dove si informano gli adulti riguardo alle cose del mondo?
Una volta c’era solo il telegiornale, quale voce solista a narrare i cosiddetti fatti del giorno, insieme agli organi di stampa di carta vestiti.
Grazie all'avvento della rete, molto è cambiato. Soprattutto ha permesso che i cantori dell’attualità fossero molti di più, che provenissero dall’alto, ma anche dal basso, dai punti più estremi del pensiero e del percepire la realtà.
Che sia stato un bene, questo è indubbio, perché pluralità vuol dire ricchezza.
Quel che è rimasto identico, invece, in molti paesi occidentali e vecchi come il nostro, è il modo dei suddetti grandi di leggere le notizie.
S’è detto, più su, e non guasta ripeterlo.
Non c’è tempo e non c’è mai stato, a nostra memoria, e per colpa della fretta, giammai della nostra superficialità, ci faremo bastare solo quel poco che serva a dirci quel che vogliamo ascoltare.
Questo ci conduce, paradossalmente, a quando la storia ha avuto inizio.
C’era una volta.
Come nelle favole, per le quali da bambini si aveva tutto il tempo del mondo.
Solo che, da grandi, è come se ogni cosa si fermasse poco oltre l’occhiello e il titolo, con al massimo un rapido sguardo al sommario.
Un mare di articoli di notizie letti come brandelli di storie private della fondamentale trama, che negli ultimi vent’anni hanno formato e calcificato l’opinione pubblica di un’intera generazione.
Tuttavia, laddove ce l’immaginassimo, invece che come adulti, nelle vesti di distratti adolescenti cresciuti troppo velocemente, è come se ci si perdesse il meglio di ogni racconto.
Notizie come favole a metà.
Allora, figuratevi una tra le più celebri  tra queste ultime come i titoli di un quotidiano, che sia cartaceo piuttosto che digitale.



Cappuccetto Rosso diventerebbe Lupo mangia bambina e la nonna, puntando l’obiettivo sul feroce animale, ovvero Cacciatore uccide lupo e trova nella pancia due persone ancora vive, sfruttando il solito clickbait con il video che riprende l’incisione del ventre.
Leggi pure come la bestia immonda, ma per i più, il lupo cattivo.
Inevitabilmente, l'articolo sarebbe incentrato su quest’ultimo, e sul pericolo dovuto agli esemplari della sua specie. Perché, una volta sbattuto il solito mostro in prima pagina, in modo automatico tutti i lupi diventerebbero cattivi, soprattutto agli occhi dei più sbadati tra i lettori. Pochi si interesserebbero all’effettiva vicenda nel dettaglio. E le conseguenze della viralità del fatto nel suo particolare più appariscente – e meglio vendibile – le conosciamo già.
Per mesi, ma che dico, anni, a oltranza, giornalisti e opinionisti, conduttori tv e influencer, ma anche tronisti e vip, ovviamente politici o personaggi che ambiscono alla popolarità a qualsiasi prezzo, inizierebbero a dedicarsi quotidianamente al problema dei lupi cattivi nel nostro paese.
Nascerebbero pagine social come funghi a difesa delle bambine coraggiose, come delle pecorelle nostrane, alla stregua di polli e galline, minacciati dalla vile bestia feroce.

Al contempo, la vendita di fucili da caccia e la spinta a formare valorose ronde di bracconieri avrebbero un incremento esponenziale.
Per non parlare degli esperti nelle varie trasmissioni che si soffermeranno sulla natura melliflua e perfida di una creatura capace di spacciarsi per una povera vecchina malata pur di cibarsi di sua nipote.
Inutile aggiungere, che sarebbe solo questione di tempo, prima che qualcuno basasse quasi unicamente il programma del proprio partito intorno alla guerra contro i malefici lupi che infestano i nostri boschi.
Che peccato.
Che gran disgrazia, la fretta.
Che grave errore, non avere l’occasione di leggerla tutta fino in fondo, la favola.
Quante fondamentali domande potrebbe palesarsi, a nutrir l’intelletto e aprire la mente.
Per esempio, nel chiedersi perché la madre di una bimba così piccola, la quale dovrebbe essere consapevole dei rischi, decide invece di lasciarla andare da sola nel bosco.
Dove si trova il papà, quando serve, sarebbe il secondo ineludibile quesito.
Per poi interrogarsi su un aspetto di un’importanza cruciale: perché chiamiamo cattiva una creatura che, in quanto predatrice, non fa altro che soddisfare il suo naturale bisogno di cibo?
Fino a un’osservazione che ogni bambino, ancora al riparo dell’ansia dell’età, sarebbe capace di fare.
Nella favola si parla di un lupo, uno solo, né di un branco, e tantomeno di tutti i lupi del mondo.

Invece, non c’è tempo, non c’è più tempo, ed è colpa della fretta e sopratutto della nostra frivolezza, se abbiamo privato le favole e la narrazione dell’oggi della morale da cui trarre prezioso insegnamento.


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14.2.19

Marionette e spettatori

Storie e Notizie N. 1638

Allora, partiamo da qui.
Conte è un grande statista, egli è il premier eletto per capacità e meriti che in modo autorevole guida un governo bicolore formato dal Movimento Cinque Stelle di Di Maio e la Lega di Salvini, i quali lo rispettano e si affidano alla sua competente quanto saggia leadership. Grazie ai tre, il nostro paese si trova in una fase brillante della sua crescita economica, culturale e sociale.
Ecco… se la pensi così, fermati pure qua, lo capisco. Cioè no, non ho proprio alcuna idea di che cosa ti frulli per la testa, ma non credo che converrai facilmente con il seguito.
Da questo punto in poi, allora, mettiamo che Guy Verhofstadt, capogruppo del Gruppo dell'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa al parlamento Europeo, abbia ragione su ciò che ha affermato di recente sul nostro premier e l’attuale governo.
Diamo per ragionevoli le sue accuse.
Immaginiamo, quindi, sia vero che Conte è un burattino nelle mani di Di Maio e Salvini.
Indi per cui, secondo questa tesi, il presidente del consiglio in carica è un uomo che ha accettato tale incarico sapendo che, una volta effettuato il proprio giuramento, si sarebbe messo al servizio degli altri due, seguendo una linea non sua, assecondando puntualmente le richiese di entrambi.
Non so, come una mamma che vizi i suoi due figli, subendone la prepotenza, accontentandone i capricci e sopportandone i continui ed egoistici litigi, a scapito della loro educazione. Non rende? Alla stregua di un presidente messo a capo dell’ennesimo paese povero, ma con la terra zuppa di petrolio, da parte dell’ennesima potenza straniera. Non basta? Allora, come il nostromo che sul Bounty maltrattò i marinai e soprattutto i mozzi per dimostrare di esser fedele al capitano Bligh e alla sua crudele gestione dell’equipaggio.
Niente?
Okay, d’accordo. Sarò breve, allora: come una marionetta, la quale, con dei fili più o meno invisibili, venga manovrata dall’alto.



Perciò, immaginatevi la scena, come una favola, ovvero uno spettacolo teatrale.
C’era una volta una marionetta di carne e sangue, che alla stregua del noto burattino di legno, mentiva sapendo di mentire, nel suo caso sulla propria autonomia nelle decisioni da prendere e nella strategia con cui guidare un intero paese.
La marionetta di carne e sangue – sempre allorché Verhofstadt abbia colto nel segno – era niente di più che un fantoccio i cui movimenti delle braccia e delle gambe, nonché della bocca, con annesse parole e discorsi, erano azionati dai suoi padroni.
I marionettisti, Di Maio e Salvini, come è tradizione si trovavano al di sopra del palco, opportunamente non visti.
Cioè, intendo non visti nell’atto di manovrare la marionetta, perché per il resto del tempo, sarebbe assai arduo non vederli, ecco.
Ora, sempre seguendo la versione del detrattore di Conte e del suo esecutivo, quel che manca in questo metaforico teatro di figura è il pubblico.
In altre parole, gli spettatori paganti.
Ebbene, presto detto.
Siamo noi, tutti noi, nessuno si senta espulso dalla sala, tranne gli immigrati, visto il recente andazzo.
Anzi, no, che dico? Che sia in platea, piuttosto che in galleria o loggioni vari, gli spettatori sono tutti coloro che pagano di tasca loro, o con la propria stessa vita, questa puerile messa in scena.
E se il prezzo più alto determina la miglior poltrona, allora ammettiamolo, dai, sui sedili più confortevoli ci sono proprio loro, i migranti. Di seguito i giovani e le donne, le persone con problemi di salute e tutte le categorie emarginate e discriminate di questa nostra società.
Che volete farci, è il destino di coloro che fanno da comparse nei sogni dei pochi fortunati, quello di essere i protagonisti degli incubi di tutti.
Eccoci, allora, tutti riuniti, innanzi allo spettacolo iniziato ormai da un bel po’.
La marionetta blatera e danza in modo scoordinato e confuso, alcune volte perché in attesa del fatidico comando di turno, altre perché i due registi occulti litigano tra loro.
Eppure, la maggior parte di noi assiste in buon ordine, alcuni perfino lodando e applaudendo l’esibizione, dopo aver addirittura pagato il biglietto, e non avendo neppure più l’alibi di affermare di non sapere che l’attore in scena non è altri che una marionetta vivente, eppur senza vita.
Vi lascio con delle domande che ritengo impellenti quanto ineludibili.
Laddove sia questa l’effettiva realtà in cui oggi viviamo, cosa ci fa rimanere seduti senza protestare?
Perché sopportiamo e ci accontentiamo di tutto ciò?
Ma, soprattutto, perché nel tempo ci siamo convinti che sia questo, il meglio che possiamo avere?


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13.2.19

La clinica dei bisogni al contrario

“Salve, dottore”, gli disse una volta dischiuso il sipario della sua fantasia una ragazza col camice bianco che tanto assomigliava all’infermiera che si prendeva cura della nonna. “Venga, che l’accompagno nella visita.”
Samuele accettò senza indugio il ruolo affidatogli dall’inconscio.



Poiché, non trascurate questo aspetto, a undici anni il desiderio di mettersi in gioco con coraggio è roba spettacolare.
“Siamo in un ospedale, vero?” domandò per essere certo di dove si trovasse.
“Ovviamente, dottore. Siamo nella clinica dei bisogni al contrario.”
“E io, secondo lei, sono il dottore.”
“Certo, lei non è un adulto come i nostri pazienti.”
“Non ci sono bambini tra i malati?”
“Vuole scherzare, dottore? Voi siete i soli che siano in grado di curare gli adulti.”
Samuele non comprese cosa l’infermiera intendesse, ma era solo questione di tempo prima che gli fosse tutto chiaro...

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12.2.19

Il muro più folle

Storie e Notizie N. 1637

C’è un inferno.
È qui, sulla terra.
Talvolta nella mente di alcuni.
Spesso nel vuoto di quest’ultima al riparo del cranio di pochi, i quali si prodigano nel rendere la vita difficile ai molti.
In questo inferno, posto in bella vista sulla superficie del più maltrattato pianeta del sistema solare, c’è un girone particolare, a dir poco eccentrico.
Anzi, letteralmente.
Difatti, in esso vi soggiorna a tempo indefinito uno strano tipo di dannati.
Trattasi di creature talmente prive di senno che il poco cervello rimasto si è vendicato col cuore per la propria solitudine, ferendolo a morte lì dove proverbialmente duole.
Ovvero, dove l’occhio guarda ossessivamente ciò che non esiste se non nel delirio di un folle, giustappunto.
Nel girone suddetto vi sono difatti riuniti i pazzi che hanno dedicato la loro stessa esistenza alla costruzione di muri ancor più dissennati di loro.
Allora seguitemi, assecondatemi quale improvvisato Virgilio, e come novelli Dante discendete con me sino all’anello più incosciente di questa immonda spirale.
Gli ospiti di quest’ultima costruiscono ciascuno un muro, ogni giorno. Si addormentano al tramonto convinti di aver terminato il proprio schizofrenico compito, ma all’indomani la parete è in pezzi e sono costretti a ricominciare da capo. E via così, per l’eternità.
Partendo dall’alto, nel cerchio più grande ci sono coloro che con il loro muro pretendono di impedire alla luce delle stelle cadenti di raggiungere lo sguardo dei sognatori più indomiti, a cui basta il lampo di un secondo per dedicare una vita intera alle proprie utopie.
Più sotto ci sono quelli che con il loro muro sono convinti di impedire a una madre di abbracciare suo figlio ogni volta che entrambi non desiderino altro dal comune destino.
Ancora più giù ci sono coloro i quali si illudono di porre un muro tra la coscienza civile e l’azione solidale delle persone di buona volontà, come se per costoro non fossero la stessa identica cosa.
Di seguito, subito in basso, vi sono quelli che credono che il proprio muro sia capace di arrestare la corsa dei cercatori di verità verso l’orizzonte che si son prefissati, ignorando che chi non si accontenta delle bugie, andrà avanti a oltranza, perché ama e rispetta tutte le domande giuste, anche se non avranno mai risposta.
In taluni casi, soprattutto per quello.
Poi c’è l’anello abitato da coloro i quali sono persuasi che il proprio muro renda cieco chi vede solo umanità, dove i loro sensi non sono più grado di distinguere ciò che è vivo da ciò che sta per nascere.
Quindi c’è l’anello dove alcuni si ergono con i loro stessi corpi per farsi muro tra le speranze degli ultimi del mondo e le seppur esigue possibilità che esse si realizzino.
Come se tali invisibili eppur insopprimibili aspirazioni fossero qualcosa di tangibile o addirittura imprigionabile.
E così via, anzi, giù, e ancora giù.
Da anello ad anello, sempre più piccolo, con la follia che cresce al diminuir della circonferenza, che stritola la ragione dei matti di turno sino al più dissennato di tutti.
Eccolo, guardatelo con me e compatitelo.



Il mentecatto che concentra ogni suo sforzo per costruire il muro più folle.
Quello che dovrebbe ostacolare il cammino delle genti che desiderano sopravvivere, o permettere ai propri stessi figli di avere una vita migliore della loro.
E sapete, tra le altre cose, perché è il muro più pazzo di tutti?
Perché da quando è apparso il primo uomo sulla terra, è quello che è stato abbattuto più volte e con maggior fragore...


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8.2.19

La barzelletta di Italia

Storie e Notizie N. 1636


La barzelletta:

Allora, senti questa.
C’è un palazzo, no? Uno strano palazzo a forma di stivale, sai? Che si regge, però, malgrado tutto sta in piedi e la gente cerca di viverci al meglio.
Ma ascolta, davvero, mica è finita qui.
Nel palazzo ci stanno 60 persone, okay? C’è chi vive al piano terra, chi a mezza altezza, e chi ovviamente sta all’attico.
Tipico.
Quello che non sai è che tra le 60 persone, 55 hanno la stessa cittadinanza, che è quella del palazzo, d’accordo? Immagina che il palazzo sia come uno Stato, okay?
Ebbene, di conseguenza, i 5 restanti li puoi chiamare stranieri. Ma abitano comunque nell’edificio, chiaro? Solo che per la maggior parte dei 55, sono i 5 stranieri del palazzo.
Sì, lo so, fa ridere, ma non ho ancora terminato, aspetta.
Devi sapere che in questo palazzo la gente che ci abita continua a diminuire di anno in anno. Sono sempre di meno, capisci?



Considera che gli abitanti a origine controllata, diciamo così, diminuiscano al netto di un leggero aumento degli stranieri del palazzo, ma che il risultato non cambi più di tanto.
In pratica il palazzo pian piano si svuota. Questo è l’andamento, okay? Tipo uno di quei vecchi grattacieli in periferia che col passare del tempo si svuotano, hai presente?
Aspetta, che ne ho ancora.
A riprova di quanto detto, a prescindere che le madri siano tra i 55 inquilini col bollino o tra quel pugno di cosiddetti 5 stranieri, le nascite sono ogni anno di meno.
Capisci cosa intendo?
Nascono meno bambini. Vuol dire che si formano meno coppie, ovvero che queste ultime trovano difficoltà a essere ottimiste per il futuro, sul quale investire formando e allargando la propria famiglia.
Nello stesso tempo, sappi che in questo palazzo l’aspettativa di vita invece migliora.
Indi per cui, soprattutto tra quei 55, l’età media si alza annualmente.
No, dico, cominci a immaginarti che razza di condominio?
A parte uno sparuto numero di famiglie con figli, figurati una quantità crescente di gente anziana o che vive sola, mentre i pochi giovani prendono le loro cose e traslocano.
A rischio di sembrare monotono, ricapitolo per farti rendere meglio conto dell’assurdità.
Considera un palazzo di quelli ormai datati, con le fondamenta fragili e una scarsa cura delle infrastrutture, okay?
Nel palazzo, ti ho detto, ci sono 60 persone, di cui 55 si fanno chiamare i cittadini e i 5 restanti li hanno bollati come stranieri, limitandone diritti e dignità, okay?
La maggior parte di quei 55 sono anziani e persone sole, d’accordo?
E ogni anno sono di meno e più vecchi.
Senti, adesso, ascolta attentamente, perché questa è davvero bella.
All’improvviso arriva uno che abita ai piani alti, il quale si propone come amministratore di condominio.
E lo sai cosa racconta ai 55 per farsi eleggere?
Che le cose andranno meglio per tutti se gli permetteranno di sfrattare quei 5 stranieri...
E non solo: se impediranno ad altri forestieri di entrare nel palazzo, tutti saranno felici e contenti.
Ecco, senti, vuoi sapere come finisce?
Oh, l’hanno eletto!
Ma ci pensi?

La realtà:


Dati ISTAT 2019: Sempre meno residenti in Italia. Al primo gennaio di quest’anno la popolazione corrisponde a 60 milioni circa di abitanti, oltre 90mila in meno rispetto all’anno precedente. La popolazione di cittadinanza italiana è scesa a 55 milioni circa, mentre i cittadini stranieri residenti sono 5 milioni. Le nascite sono in calo tra le donne italiane ma anche tra le straniere. Al contempo, nel 2018 si registra un nuovo aumento della speranza di vita alla nascita. Per gli uomini è di 80 anni circa mentre per le donne è di 85. L'Istat rileva inoltre che tra i cittadini italiani continuano a essere più numerose le partenze dei ritorni.


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7.2.19

Lavoro sporco

Storie e Notizie N. 1635

C’era una volta la libertà.
Ah, che potente invenzione.
Nelle mani di chi la concede e soprattutto di chi la racconta.
A questo proposito, recita così uno stralcio del recente, consueto rapporto annuale da parte di Freedom House sulle condizioni di libertà nel mondo: gli approcci punitivi all'immigrazione si traducono in violazioni dei diritti umani da parte delle democrazie, come il confinamento indefinito dell'Australia delle persone giunte via mare in squallidi campi nella remota isola di Nauru, la separazione dei bambini dai loro genitori detenuti dagli Stati Uniti, o l’imprigionamento dei migranti da parte delle milizie libiche per volere dell’Italia - che a loro volta offrono ulteriori giustificazioni per politiche più aggressive nei confronti dei rifugiati in altre parti del mondo.



È la libertà, bellezza, la quale da che mondo è mondo è addirittura un’arma, il cui utilizzo da parte del governo di turno caratterizza l’intero paese.
Nel nostro caso, addirittura sin dalla sua nascita.
Difatti, per noi altri, tale privilegio, il quale ci rende sulla carta nazione fortunata rispetto alle cosiddette dittature del pianeta, storicamente consiste nella libertà di affidare ad altri i compiti più sgradevoli.
Mi riferisco al dire e il fare di cui ci si vergogna, ma è tutta roba che alcuni tra noi desiderano da sempre dire e fare.
Tuttavia, non è di certo nel DNA di questa terra il prendersi direttamente la responsabilità del marciume che ristagna dentro.
Ecco perché esistono i buonisti, ma non i loro detrattori, ovvero gli infami senza ritegno, i radical chic che peccano di ipocrisia, ma non gli individui volgari nel verbo come nell’animo, i sinistroidi con il portafogli sul cuore, ma non quelli che il borsello rigonfio ce l’hanno eccome anche loro e si guardano bene dallo spiegare come li hanno guadagnati, quei denari.
Perché tanto, c’è sempre qualcuno che al posto loro farà quello che dev’esser fatto, ma che quando lo schifo vien fuori, nessuno ne sapeva nulla.
Allora, parlando del secolo scorso, ecco l’ex fascista che diventa democratico e cristiano, grottesca quanto paradossale mutazione, il quale a suo dire non aveva di certo idea di cosa facessero i nazisti agli ebrei.
I decenni si sono susseguiti, per questo strano tipo di repubblica costruita sulle parole più convincenti, piuttosto che sull’evidenza dei fatti, ma il gioco delle parti è rimasto identico.
Luigi Di Maio interpreta, o almeno vorrebbe interpretare - secondo il copione vigente - la voce del cittadino medio.
Giuseppe Conte è il moderatore sul campo, una figura fondamentale, e agisce un po’ come i presentatori classici dei varietà nostrani, sempre pronti a tamponare le eventuali esuberanze dei comici più irriverenti.
Ma è Matteo Salvini che vive il ruolo più appagante, almeno per lui.
Fare il cattivo a teatro, come nei film, è uno spasso, perché hai il permesso per una volta di mostrare e sfoggiare il peggio di te, e venire perfino pagato e applaudito per questo.
È un tipo di libertà quanto mai ambita, sopita nella coscienza di ogni essere umano, che oggigiorno, a forza di confondere il vocabolario della nostra decenza, siamo incredibilmente riusciti a trasformare in qualcosa di normale.
Ecco perché a chi guida il nostro paese di questi tempi non basta più delegare ai soldati della milizia libica l’opportunità di sfogare i propri disumani istinti sulle creature più indifese del mondo.
Il vero problema è che a forza di frequentare la viltà e la pusillanimità, non abbiamo capito che neanche fare i crudeli con i deboli è definibile una forma di coraggio.
Tutto l’opposto.
In quello siamo bravi, lo siamo sempre stati.
E che sia il nostro governo, o qualcun altro a fare il lavoro sporco per noi, il giudizio della storia sulle nostre azioni non cambierà.


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6.2.19

La nave speciale

C’era una volta un’isola.
Che pare tale, ma non lo è affatto, credimi, non lo è.
Sebbene gli attuali regnanti facciano di tutto per isolarla dal mondo intero, dagli oceani e da ogni luogo, ma pure da aspirazioni ineluttabili, che puoi chiamare sogni.
Poiché di questo si vibra e si vive, da ogni parte.
Tuttavia, c’era una volta una terra e tu immagina di cancellare.


Là, dove la memoria si fa maggiormente indifesa, dove i rimedi applicati nel tempo a suturare le ferite più profonde furono precipitosi e approssimativi, disordinati e per nulla saggi, immagina di rimuovere i frammenti principali.
Leggi pure come i passaggi del racconto che ti spiegano con precisione quando e perché sbagliasti allora.
Come se eliminassimo dalla storia di Biancaneve il momento in cui la strega cattiva cerca di darle la mela avvelenata.
Quante ragazze hanno appreso in questo modo l’arte di distinguere un frutto letale da un amorevole regalo?

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