15.2.19

Notizie come favole a metà

Storie e Notizie N. 1639

C’era una volta.
Tutto inizia così, dalle favole alla nostra stessa vita.
Che nei primi giorni è meravigliosamente lenta, con le piccole mani e gli occhi resi ampi dalla curiosità per ogni cosa, incuranti del tempo che scorre, perlomeno finché non venga a bussare alla nostra porta esigendo una crescita anticipata.
Talvolta è un obbligo che sa di dolore e vuoti incolmabili. Altre ancora è soltanto la necessità di farti carico delle responsabilità che chi di dovere ti ha colpevolmente lasciato in eredità.
Nondimeno, dall’istante in cui venga sancito il tuo ufficiale ingresso nel mondo dei cosiddetti grandi, ecco che la fretta diviene padrona del tuo vivere.
Non c’è tempo, non c’è più tempo, non c’è mai, fino a convincerti che è stato sempre così, sin dall’inizio.
Ciò malgrado, in quanto adulto – sulla carta o meno - sei invitato formalmente a esser consapevole di quel che accade al di là del tuo naso.
E dove si informano gli adulti riguardo alle cose del mondo?
Una volta c’era solo il telegiornale, quale voce solista a narrare i cosiddetti fatti del giorno, insieme agli organi di stampa di carta vestiti.
Grazie all'avvento della rete, molto è cambiato. Soprattutto ha permesso che i cantori dell’attualità fossero molti di più, che provenissero dall’alto, ma anche dal basso, dai punti più estremi del pensiero e del percepire la realtà.
Che sia stato un bene, questo è indubbio, perché pluralità vuol dire ricchezza.
Quel che è rimasto identico, invece, in molti paesi occidentali e vecchi come il nostro, è il modo dei suddetti grandi di leggere le notizie.
S’è detto, più su, e non guasta ripeterlo.
Non c’è tempo e non c’è mai stato, a nostra memoria, e per colpa della fretta, giammai della nostra superficialità, ci faremo bastare solo quel poco che serva a dirci quel che vogliamo ascoltare.
Questo ci conduce, paradossalmente, a quando la storia ha avuto inizio.
C’era una volta.
Come nelle favole, per le quali da bambini si aveva tutto il tempo del mondo.
Solo che, da grandi, è come se ogni cosa si fermasse poco oltre l’occhiello e il titolo, con al massimo un rapido sguardo al sommario.
Un mare di articoli di notizie letti come brandelli di storie private della fondamentale trama, che negli ultimi vent’anni hanno formato e calcificato l’opinione pubblica di un’intera generazione.
Tuttavia, laddove ce l’immaginassimo, invece che come adulti, nelle vesti di distratti adolescenti cresciuti troppo velocemente, è come se ci si perdesse il meglio di ogni racconto.
Notizie come favole a metà.
Allora, figuratevi una tra le più celebri  tra queste ultime come i titoli di un quotidiano, che sia cartaceo piuttosto che digitale.



Cappuccetto Rosso diventerebbe Lupo mangia bambina e la nonna, puntando l’obiettivo sul feroce animale, ovvero Cacciatore uccide lupo e trova nella pancia due persone ancora vive, sfruttando il solito clickbait con il video che riprende l’incisione del ventre.
Leggi pure come la bestia immonda, ma per i più, il lupo cattivo.
Inevitabilmente, l'articolo sarebbe incentrato su quest’ultimo, e sul pericolo dovuto agli esemplari della sua specie. Perché, una volta sbattuto il solito mostro in prima pagina, in modo automatico tutti i lupi diventerebbero cattivi, soprattutto agli occhi dei più sbadati tra i lettori. Pochi si interesserebbero all’effettiva vicenda nel dettaglio. E le conseguenze della viralità del fatto nel suo particolare più appariscente – e meglio vendibile – le conosciamo già.
Per mesi, ma che dico, anni, a oltranza, giornalisti e opinionisti, conduttori tv e influencer, ma anche tronisti e vip, ovviamente politici o personaggi che ambiscono alla popolarità a qualsiasi prezzo, inizierebbero a dedicarsi quotidianamente al problema dei lupi cattivi nel nostro paese.
Nascerebbero pagine social come funghi a difesa delle bambine coraggiose, come delle pecorelle nostrane, alla stregua di polli e galline, minacciati dalla vile bestia feroce.

Al contempo, la vendita di fucili da caccia e la spinta a formare valorose ronde di bracconieri avrebbero un incremento esponenziale.
Per non parlare degli esperti nelle varie trasmissioni che si soffermeranno sulla natura melliflua e perfida di una creatura capace di spacciarsi per una povera vecchina malata pur di cibarsi di sua nipote.
Inutile aggiungere, che sarebbe solo questione di tempo, prima che qualcuno basasse quasi unicamente il programma del proprio partito intorno alla guerra contro i malefici lupi che infestano i nostri boschi.
Che peccato.
Che gran disgrazia, la fretta.
Che grave errore, non avere l’occasione di leggerla tutta fino in fondo, la favola.
Quante fondamentali domande potrebbe palesarsi, a nutrir l’intelletto e aprire la mente.
Per esempio, nel chiedersi perché la madre di una bimba così piccola, la quale dovrebbe essere consapevole dei rischi, decide invece di lasciarla andare da sola nel bosco.
Dove si trova il papà, quando serve, sarebbe il secondo ineludibile quesito.
Per poi interrogarsi su un aspetto di un’importanza cruciale: perché chiamiamo cattiva una creatura che, in quanto predatrice, non fa altro che soddisfare il suo naturale bisogno di cibo?
Fino a un’osservazione che ogni bambino, ancora al riparo dell’ansia dell’età, sarebbe capace di fare.
Nella favola si parla di un lupo, uno solo, né di un branco, e tantomeno di tutti i lupi del mondo.

Invece, non c’è tempo, non c’è più tempo, ed è colpa della fretta e sopratutto della nostra frivolezza, se abbiamo privato le favole e la narrazione dell’oggi della morale da cui trarre prezioso insegnamento.


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14.2.19

Marionette e spettatori

Storie e Notizie N. 1638

Allora, partiamo da qui.
Conte è un grande statista, egli è il premier eletto per capacità e meriti che in modo autorevole guida un governo bicolore formato dal Movimento Cinque Stelle di Di Maio e la Lega di Salvini, i quali lo rispettano e si affidano alla sua competente quanto saggia leadership. Grazie ai tre, il nostro paese si trova in una fase brillante della sua crescita economica, culturale e sociale.
Ecco… se la pensi così, fermati pure qua, lo capisco. Cioè no, non ho proprio alcuna idea di che cosa ti frulli per la testa, ma non credo che converrai facilmente con il seguito.
Da questo punto in poi, allora, mettiamo che Guy Verhofstadt, capogruppo del Gruppo dell'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa al parlamento Europeo, abbia ragione su ciò che ha affermato di recente sul nostro premier e l’attuale governo.
Diamo per ragionevoli le sue accuse.
Immaginiamo, quindi, sia vero che Conte è un burattino nelle mani di Di Maio e Salvini.
Indi per cui, secondo questa tesi, il presidente del consiglio in carica è un uomo che ha accettato tale incarico sapendo che, una volta effettuato il proprio giuramento, si sarebbe messo al servizio degli altri due, seguendo una linea non sua, assecondando puntualmente le richiese di entrambi.
Non so, come una mamma che vizi i suoi due figli, subendone la prepotenza, accontentandone i capricci e sopportandone i continui ed egoistici litigi, a scapito della loro educazione. Non rende? Alla stregua di un presidente messo a capo dell’ennesimo paese povero, ma con la terra zuppa di petrolio, da parte dell’ennesima potenza straniera. Non basta? Allora, come il nostromo che sul Bounty maltrattò i marinai e soprattutto i mozzi per dimostrare di esser fedele al capitano Bligh e alla sua crudele gestione dell’equipaggio.
Niente?
Okay, d’accordo. Sarò breve, allora: come una marionetta, la quale, con dei fili più o meno invisibili, venga manovrata dall’alto.



Perciò, immaginatevi la scena, come una favola, ovvero uno spettacolo teatrale.
C’era una volta una marionetta di carne e sangue, che alla stregua del noto burattino di legno, mentiva sapendo di mentire, nel suo caso sulla propria autonomia nelle decisioni da prendere e nella strategia con cui guidare un intero paese.
La marionetta di carne e sangue – sempre allorché Verhofstadt abbia colto nel segno – era niente di più che un fantoccio i cui movimenti delle braccia e delle gambe, nonché della bocca, con annesse parole e discorsi, erano azionati dai suoi padroni.
I marionettisti, Di Maio e Salvini, come è tradizione si trovavano al di sopra del palco, opportunamente non visti.
Cioè, intendo non visti nell’atto di manovrare la marionetta, perché per il resto del tempo, sarebbe assai arduo non vederli, ecco.
Ora, sempre seguendo la versione del detrattore di Conte e del suo esecutivo, quel che manca in questo metaforico teatro di figura è il pubblico.
In altre parole, gli spettatori paganti.
Ebbene, presto detto.
Siamo noi, tutti noi, nessuno si senta espulso dalla sala, tranne gli immigrati, visto il recente andazzo.
Anzi, no, che dico? Che sia in platea, piuttosto che in galleria o loggioni vari, gli spettatori sono tutti coloro che pagano di tasca loro, o con la propria stessa vita, questa puerile messa in scena.
E se il prezzo più alto determina la miglior poltrona, allora ammettiamolo, dai, sui sedili più confortevoli ci sono proprio loro, i migranti. Di seguito i giovani e le donne, le persone con problemi di salute e tutte le categorie emarginate e discriminate di questa nostra società.
Che volete farci, è il destino di coloro che fanno da comparse nei sogni dei pochi fortunati, quello di essere i protagonisti degli incubi di tutti.
Eccoci, allora, tutti riuniti, innanzi allo spettacolo iniziato ormai da un bel po’.
La marionetta blatera e danza in modo scoordinato e confuso, alcune volte perché in attesa del fatidico comando di turno, altre perché i due registi occulti litigano tra loro.
Eppure, la maggior parte di noi assiste in buon ordine, alcuni perfino lodando e applaudendo l’esibizione, dopo aver addirittura pagato il biglietto, e non avendo neppure più l’alibi di affermare di non sapere che l’attore in scena non è altri che una marionetta vivente, eppur senza vita.
Vi lascio con delle domande che ritengo impellenti quanto ineludibili.
Laddove sia questa l’effettiva realtà in cui oggi viviamo, cosa ci fa rimanere seduti senza protestare?
Perché sopportiamo e ci accontentiamo di tutto ciò?
Ma, soprattutto, perché nel tempo ci siamo convinti che sia questo, il meglio che possiamo avere?


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13.2.19

La clinica dei bisogni al contrario

“Salve, dottore”, gli disse una volta dischiuso il sipario della sua fantasia una ragazza col camice bianco che tanto assomigliava all’infermiera che si prendeva cura della nonna. “Venga, che l’accompagno nella visita.”
Samuele accettò senza indugio il ruolo affidatogli dall’inconscio.



Poiché, non trascurate questo aspetto, a undici anni il desiderio di mettersi in gioco con coraggio è roba spettacolare.
“Siamo in un ospedale, vero?” domandò per essere certo di dove si trovasse.
“Ovviamente, dottore. Siamo nella clinica dei bisogni al contrario.”
“E io, secondo lei, sono il dottore.”
“Certo, lei non è un adulto come i nostri pazienti.”
“Non ci sono bambini tra i malati?”
“Vuole scherzare, dottore? Voi siete i soli che siano in grado di curare gli adulti.”
Samuele non comprese cosa l’infermiera intendesse, ma era solo questione di tempo prima che gli fosse tutto chiaro...

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12.2.19

Il muro più folle

Storie e Notizie N. 1637

C’è un inferno.
È qui, sulla terra.
Talvolta nella mente di alcuni.
Spesso nel vuoto di quest’ultima al riparo del cranio di pochi, i quali si prodigano nel rendere la vita difficile ai molti.
In questo inferno, posto in bella vista sulla superficie del più maltrattato pianeta del sistema solare, c’è un girone particolare, a dir poco eccentrico.
Anzi, letteralmente.
Difatti, in esso vi soggiorna a tempo indefinito uno strano tipo di dannati.
Trattasi di creature talmente prive di senno che il poco cervello rimasto si è vendicato col cuore per la propria solitudine, ferendolo a morte lì dove proverbialmente duole.
Ovvero, dove l’occhio guarda ossessivamente ciò che non esiste se non nel delirio di un folle, giustappunto.
Nel girone suddetto vi sono difatti riuniti i pazzi che hanno dedicato la loro stessa esistenza alla costruzione di muri ancor più dissennati di loro.
Allora seguitemi, assecondatemi quale improvvisato Virgilio, e come novelli Dante discendete con me sino all’anello più incosciente di questa immonda spirale.
Gli ospiti di quest’ultima costruiscono ciascuno un muro, ogni giorno. Si addormentano al tramonto convinti di aver terminato il proprio schizofrenico compito, ma all’indomani la parete è in pezzi e sono costretti a ricominciare da capo. E via così, per l’eternità.
Partendo dall’alto, nel cerchio più grande ci sono coloro che con il loro muro pretendono di impedire alla luce delle stelle cadenti di raggiungere lo sguardo dei sognatori più indomiti, a cui basta il lampo di un secondo per dedicare una vita intera alle proprie utopie.
Più sotto ci sono quelli che con il loro muro sono convinti di impedire a una madre di abbracciare suo figlio ogni volta che entrambi non desiderino altro dal comune destino.
Ancora più giù ci sono coloro i quali si illudono di porre un muro tra la coscienza civile e l’azione solidale delle persone di buona volontà, come se per costoro non fossero la stessa identica cosa.
Di seguito, subito in basso, vi sono quelli che credono che il proprio muro sia capace di arrestare la corsa dei cercatori di verità verso l’orizzonte che si son prefissati, ignorando che chi non si accontenta delle bugie, andrà avanti a oltranza, perché ama e rispetta tutte le domande giuste, anche se non avranno mai risposta.
In taluni casi, soprattutto per quello.
Poi c’è l’anello abitato da coloro i quali sono persuasi che il proprio muro renda cieco chi vede solo umanità, dove i loro sensi non sono più grado di distinguere ciò che è vivo da ciò che sta per nascere.
Quindi c’è l’anello dove alcuni si ergono con i loro stessi corpi per farsi muro tra le speranze degli ultimi del mondo e le seppur esigue possibilità che esse si realizzino.
Come se tali invisibili eppur insopprimibili aspirazioni fossero qualcosa di tangibile o addirittura imprigionabile.
E così via, anzi, giù, e ancora giù.
Da anello ad anello, sempre più piccolo, con la follia che cresce al diminuir della circonferenza, che stritola la ragione dei matti di turno sino al più dissennato di tutti.
Eccolo, guardatelo con me e compatitelo.



Il mentecatto che concentra ogni suo sforzo per costruire il muro più folle.
Quello che dovrebbe ostacolare il cammino delle genti che desiderano sopravvivere, o permettere ai propri stessi figli di avere una vita migliore della loro.
E sapete, tra le altre cose, perché è il muro più pazzo di tutti?
Perché da quando è apparso il primo uomo sulla terra, è quello che è stato abbattuto più volte e con maggior fragore...


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8.2.19

La barzelletta di Italia

Storie e Notizie N. 1636


La barzelletta:

Allora, senti questa.
C’è un palazzo, no? Uno strano palazzo a forma di stivale, sai? Che si regge, però, malgrado tutto sta in piedi e la gente cerca di viverci al meglio.
Ma ascolta, davvero, mica è finita qui.
Nel palazzo ci stanno 60 persone, okay? C’è chi vive al piano terra, chi a mezza altezza, e chi ovviamente sta all’attico.
Tipico.
Quello che non sai è che tra le 60 persone, 55 hanno la stessa cittadinanza, che è quella del palazzo, d’accordo? Immagina che il palazzo sia come uno Stato, okay?
Ebbene, di conseguenza, i 5 restanti li puoi chiamare stranieri. Ma abitano comunque nell’edificio, chiaro? Solo che per la maggior parte dei 55, sono i 5 stranieri del palazzo.
Sì, lo so, fa ridere, ma non ho ancora terminato, aspetta.
Devi sapere che in questo palazzo la gente che ci abita continua a diminuire di anno in anno. Sono sempre di meno, capisci?



Considera che gli abitanti a origine controllata, diciamo così, diminuiscano al netto di un leggero aumento degli stranieri del palazzo, ma che il risultato non cambi più di tanto.
In pratica il palazzo pian piano si svuota. Questo è l’andamento, okay? Tipo uno di quei vecchi grattacieli in periferia che col passare del tempo si svuotano, hai presente?
Aspetta, che ne ho ancora.
A riprova di quanto detto, a prescindere che le madri siano tra i 55 inquilini col bollino o tra quel pugno di cosiddetti 5 stranieri, le nascite sono ogni anno di meno.
Capisci cosa intendo?
Nascono meno bambini. Vuol dire che si formano meno coppie, ovvero che queste ultime trovano difficoltà a essere ottimiste per il futuro, sul quale investire formando e allargando la propria famiglia.
Nello stesso tempo, sappi che in questo palazzo l’aspettativa di vita invece migliora.
Indi per cui, soprattutto tra quei 55, l’età media si alza annualmente.
No, dico, cominci a immaginarti che razza di condominio?
A parte uno sparuto numero di famiglie con figli, figurati una quantità crescente di gente anziana o che vive sola, mentre i pochi giovani prendono le loro cose e traslocano.
A rischio di sembrare monotono, ricapitolo per farti rendere meglio conto dell’assurdità.
Considera un palazzo di quelli ormai datati, con le fondamenta fragili e una scarsa cura delle infrastrutture, okay?
Nel palazzo, ti ho detto, ci sono 60 persone, di cui 55 si fanno chiamare i cittadini e i 5 restanti li hanno bollati come stranieri, limitandone diritti e dignità, okay?
La maggior parte di quei 55 sono anziani e persone sole, d’accordo?
E ogni anno sono di meno e più vecchi.
Senti, adesso, ascolta attentamente, perché questa è davvero bella.
All’improvviso arriva uno che abita ai piani alti, il quale si propone come amministratore di condominio.
E lo sai cosa racconta ai 55 per farsi eleggere?
Che le cose andranno meglio per tutti se gli permetteranno di sfrattare quei 5 stranieri...
E non solo: se impediranno ad altri forestieri di entrare nel palazzo, tutti saranno felici e contenti.
Ecco, senti, vuoi sapere come finisce?
Oh, l’hanno eletto!
Ma ci pensi?

La realtà:


Dati ISTAT 2019: Sempre meno residenti in Italia. Al primo gennaio di quest’anno la popolazione corrisponde a 60 milioni circa di abitanti, oltre 90mila in meno rispetto all’anno precedente. La popolazione di cittadinanza italiana è scesa a 55 milioni circa, mentre i cittadini stranieri residenti sono 5 milioni. Le nascite sono in calo tra le donne italiane ma anche tra le straniere. Al contempo, nel 2018 si registra un nuovo aumento della speranza di vita alla nascita. Per gli uomini è di 80 anni circa mentre per le donne è di 85. L'Istat rileva inoltre che tra i cittadini italiani continuano a essere più numerose le partenze dei ritorni.


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7.2.19

Lavoro sporco

Storie e Notizie N. 1635

C’era una volta la libertà.
Ah, che potente invenzione.
Nelle mani di chi la concede e soprattutto di chi la racconta.
A questo proposito, recita così uno stralcio del recente, consueto rapporto annuale da parte di Freedom House sulle condizioni di libertà nel mondo: gli approcci punitivi all'immigrazione si traducono in violazioni dei diritti umani da parte delle democrazie, come il confinamento indefinito dell'Australia delle persone giunte via mare in squallidi campi nella remota isola di Nauru, la separazione dei bambini dai loro genitori detenuti dagli Stati Uniti, o l’imprigionamento dei migranti da parte delle milizie libiche per volere dell’Italia - che a loro volta offrono ulteriori giustificazioni per politiche più aggressive nei confronti dei rifugiati in altre parti del mondo.



È la libertà, bellezza, la quale da che mondo è mondo è addirittura un’arma, il cui utilizzo da parte del governo di turno caratterizza l’intero paese.
Nel nostro caso, addirittura sin dalla sua nascita.
Difatti, per noi altri, tale privilegio, il quale ci rende sulla carta nazione fortunata rispetto alle cosiddette dittature del pianeta, storicamente consiste nella libertà di affidare ad altri i compiti più sgradevoli.
Mi riferisco al dire e il fare di cui ci si vergogna, ma è tutta roba che alcuni tra noi desiderano da sempre dire e fare.
Tuttavia, non è di certo nel DNA di questa terra il prendersi direttamente la responsabilità del marciume che ristagna dentro.
Ecco perché esistono i buonisti, ma non i loro detrattori, ovvero gli infami senza ritegno, i radical chic che peccano di ipocrisia, ma non gli individui volgari nel verbo come nell’animo, i sinistroidi con il portafogli sul cuore, ma non quelli che il borsello rigonfio ce l’hanno eccome anche loro e si guardano bene dallo spiegare come li hanno guadagnati, quei denari.
Perché tanto, c’è sempre qualcuno che al posto loro farà quello che dev’esser fatto, ma che quando lo schifo vien fuori, nessuno ne sapeva nulla.
Allora, parlando del secolo scorso, ecco l’ex fascista che diventa democratico e cristiano, grottesca quanto paradossale mutazione, il quale a suo dire non aveva di certo idea di cosa facessero i nazisti agli ebrei.
I decenni si sono susseguiti, per questo strano tipo di repubblica costruita sulle parole più convincenti, piuttosto che sull’evidenza dei fatti, ma il gioco delle parti è rimasto identico.
Luigi Di Maio interpreta, o almeno vorrebbe interpretare - secondo il copione vigente - la voce del cittadino medio.
Giuseppe Conte è il moderatore sul campo, una figura fondamentale, e agisce un po’ come i presentatori classici dei varietà nostrani, sempre pronti a tamponare le eventuali esuberanze dei comici più irriverenti.
Ma è Matteo Salvini che vive il ruolo più appagante, almeno per lui.
Fare il cattivo a teatro, come nei film, è uno spasso, perché hai il permesso per una volta di mostrare e sfoggiare il peggio di te, e venire perfino pagato e applaudito per questo.
È un tipo di libertà quanto mai ambita, sopita nella coscienza di ogni essere umano, che oggigiorno, a forza di confondere il vocabolario della nostra decenza, siamo incredibilmente riusciti a trasformare in qualcosa di normale.
Ecco perché a chi guida il nostro paese di questi tempi non basta più delegare ai soldati della milizia libica l’opportunità di sfogare i propri disumani istinti sulle creature più indifese del mondo.
Il vero problema è che a forza di frequentare la viltà e la pusillanimità, non abbiamo capito che neanche fare i crudeli con i deboli è definibile una forma di coraggio.
Tutto l’opposto.
In quello siamo bravi, lo siamo sempre stati.
E che sia il nostro governo, o qualcun altro a fare il lavoro sporco per noi, il giudizio della storia sulle nostre azioni non cambierà.


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6.2.19

La nave speciale

C’era una volta un’isola.
Che pare tale, ma non lo è affatto, credimi, non lo è.
Sebbene gli attuali regnanti facciano di tutto per isolarla dal mondo intero, dagli oceani e da ogni luogo, ma pure da aspirazioni ineluttabili, che puoi chiamare sogni.
Poiché di questo si vibra e si vive, da ogni parte.
Tuttavia, c’era una volta una terra e tu immagina di cancellare.


Là, dove la memoria si fa maggiormente indifesa, dove i rimedi applicati nel tempo a suturare le ferite più profonde furono precipitosi e approssimativi, disordinati e per nulla saggi, immagina di rimuovere i frammenti principali.
Leggi pure come i passaggi del racconto che ti spiegano con precisione quando e perché sbagliasti allora.
Come se eliminassimo dalla storia di Biancaneve il momento in cui la strega cattiva cerca di darle la mela avvelenata.
Quante ragazze hanno appreso in questo modo l’arte di distinguere un frutto letale da un amorevole regalo?

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5.2.19

Prendete posizione

Storie e Notizie N. 1634

Prendete posizione, dicono.
Anzi, no, esigono.
Perché è un dovere, farlo, altrimenti si è complici.
Anche a distanza.
Soprattutto a quanto mai interessata distanza.
Dice, ma non vedi gli altri?
Stati Uniti per primi, già, sempre per primi, qualora occorra, è ovvio, ma anche la Germania, il Regno Unito la Spagna e la Francia hanno chiarito pubblicamente da che parte stanno.
Orsù, quindi, prendete posizione tra il truce dittatore Nicolás Maduro e la nascente stella democraticamente eletta, ovvero, Juan Guaidó.



È il mondo a chiederlo, perché le sorti di quest’ultimo dipendono da chi sta con chi.
È urgente rispondere in merito alla questione venezuelana, non si può eludere l’invito.
D’altra parte, vi avranno di sicuro domandato di fare altrettanto con la Turchia di Erdogan, il cui regime calpesta quotidianamente i diritti umani dei suoi cittadini.
Prendete posizione, vi avranno di sicuro consigliato, prendete posizione sulla Corea del Nord e il suo dittatore Kim Jong-un, il cui trattamento degli eventuali oppositori assume contorni a dir poco inquietanti.
Naturalmente, vista la vicinanza geografica, avrete già preso distanze inversamente proporzionali dall’attuale governo in Polonia del partito di Andrzej Duda, accusato tra le altre cose di promulgare leggi illiberali e pericolose dal punto di vista giudiziario. Prendete posizione, cribbio, come avrete già fatto in relazione all’operato di Viktor Orban, che ha praticamente trasformato il governo d’Ungheria in una struttura autocrate che controlla tutto il sistema affaristico.

Inutile dire che, ancora prima della diatriba tra Maduro e Guaidó, vi avranno chiesto di esprimervi su Aleksandr Lukašenko, che del tutto indisturbato è a capo dalla Bielorussia da venticinque anni...
Lo so, è scontato.
Vi sarete già schierati intorno alla leadership tutt’altro che democratica di Putin in Russia, e quella di Ramzan Kadyrov, in Cecenia, implicato in casi di tortura e omicidio.
Quante volte vi avranno già detto di prendere posizione su Gurbanguly Berdimuhamedow, ennesimo dittatore del Turkmenistan e Nursultan Nazarbaev, il cosiddetto “leader della nazione” del Kazakistan.

Non mi sorprendo certo al pensiero di vedervi indignati di fronte alla deriva autoritaria di Emomali Rahmon, in Tagikistan, e la mancanza di libertà di stampa nell’Azerbaigian di Ilham Aliyev.
Prendete posizione è un monito che giungerà incessante a piè sospinto alle vostre sensibili orecchie, sulle elezioni farsa di Hun Sen, in Cambogia come sulla dittatura di Prayut Chan-o-cha, che dal 2014 governa la Thailandia grazie a un colpo di stato.
Immagino, anzi, do per certo che avrete sottoscritto centinaia di petizioni critiche del governo di Hassanal Bolkiah, il sultano del Brunei che regna su quest’ultimo come se fosse roba sua, e mostrato il vostro sentito dissenso nei confronti del sanguinario presidente delle Filippine Rodrigo Duterte.
Chi è che non ha espresso ferma condanna di quel Teodoro Obiang, il quale ha iniziato il suo regime dittatoriale nella Guinea Equatoriale nell’agosto del 1979, ovvero 40 anni fa?
Ecco perché prendere posizione sul Venezuela è un obbligo impellente, morale quanto politico.
Mica c'entra il petrolio, dai, su, siamo seri.
Cioè, c’entra eccome, c’entra sempre, ma la popolazione sta soffrendo questo stato di cose, giusto?
E quando le popolazioni del mondo soffrono questo stato di cose, i paesi e i cittadini responsabili.
Prendono posizione.
Sempre…


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25.1.19

Giù nel pozzo

Storie e Notizie N. 1633

C’era una volta un pozzo.
Profondo, assai profondo, talmente profondo, che non si riesce a veder buio, anziché luce, perché là sotto ha raggiunto tonalità talmente oscure che nemmeno il tanto abusato nero può esser sufficiente a rendergli merito.
Nel pozzo c’è ora un povero bambino di due anni, per la cronaca.
Il quale, come il piccolo Alfredino, per chi se lo ricorda, ha la vita appesa a un filo intessuto della stessa sostanza della quale è composta la nostra perseveranza nel salvare il prossimo.
Mi riferisco a una speciale corda di inestimabile valore, di cui dovremmo aver cura quotidianamente, come fanno molti uomini con le proprie auto.
Seguendo la banale metafora, dovremmo controllarne l’olio e l’acqua, la pressione delle gomme e le condizioni della carrozzeria con puntualità immancabile.
Perché tutti, prima o poi, ci ritroviamo dal capo debole, tra le due estremità.
Io salvo te che salvi me, che salva lui, che salva lei, che salva tutti, ci deve esser scritto sugli anelli di questa allegorica solidale catena.
Il nostro problema, della sola specie al mondo a cui va ricordato a ogni sorgere del sole di esser giustappunto specie, e non solitario individuo a discapito di tutti gli altri, è che quel pozzo lo abbiamo trascurato come se fosse cosa normale.
Come se tutte le buche su cui indifferenti camminiamo fossero ineluttabili, semplici capricci del destino, o addirittura qualcosa di giusto.
In altre parole, come se i vuoti del vivere non fossero altro che indispensabili comprimari dei pieni.
Incredibile, vero?
Si potrebbe perfino arrivare a pensare che i molti poveri siano un male necessario, al fin di garantire il favorevole tenore dei pochi danarosi.
Sì, lo so, mi rendo conto che sarebbe paradossale, un siffatto mondo…
Sopratutto riflettendo su un particolare tutt’altro che trascurabile.
Quel pozzo l’abbiamo costruito noi.
Oppure, l’abbiamo solo dimenticato alle spalle, rincorrendo come masse di somari la solita carota dorata.
In quel pozzo c’è ora un bambino che ha bisogno di aiuto, e allora forza, coraggio.
E che il cielo, o chi per lui, lo riporti alla luce sano e salvo.



Tuttavia, molto altro è precipitato senza che nessuno se ne preoccupasse.
Anzi, c’è gente alla guida del mondo che in questo momento ne fa nientemeno che un vanto.
Mentre là sotto, nel buio che ha dimostrato con i fatti di superare a ogni metro più in basso ulteriori limiti di indecenza e disumanità, ci è finita la mera empatia verso i nostri simili. Che tali più non sono, bensì qualcos’altro, dove la parola altro è sufficiente ad autorizzarci a voltare le spalle e continuare per la nostra strada.
Là sotto ci è caduta anche la capacità di ricordare, che non è una delle tante azioni che diamo per scontate, come cibarsi qualora la fame lo esiga e dormire, allorché il sonno prenda la meglio su di noi.
Perché la memoria è alla stregua di una scatola che cresce con noi in ogni istante di vita, ma è come inerte, da sola. Ci vuole il giusto tempo, la migliore calma e l’amore per il passato quanto quello per il futuro per aprirla e trovare le risposte alle domande insolute del presente.
Ma più di ogni altra cosa, là sotto, malgrado con un tonfo assordante, ci è finita la nostra propensione a indignarci innanzi alle ingiustizie e alle prepotenze. Come se le nostre orecchie fossero state infettate dal medesimo virus che ha colpito il cuore, non ce ne siamo neppure accorti.
E, come è stato nei secoli trascorsi, di fronte al momento in cui tali atrocità verranno pubblicamente rese note, siamo pronti a rispondere che non ne sapevamo nulla e che nessuno ci aveva informati della cosa.
C’era una volta un pozzo, infine.
Un fosso che si allarga a vista d’occhio.
Il quale, se non faremo qualcosa a riguardo, inghiottirà anche noi.
Finché non ci sarà più qualcuno lassù, a tirarci fuori.


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24.1.19

Giorno della memoria 2019: una storia

“Voi siete i fantasmi delle vittime, è così?” domanda Claudia rivolgendosi all’adolescente che sembra avere più o meno la sua stessa età, basandosi sull’aspetto.
“È così”, conferma lui annuendo.
“Mi rendo conto che non sia di grande utilità, adesso”, sussurra la ragazza di appena sedici anni, “ma vorrei che tu sappia quanto mi dispiace per ciò che vi è accaduto.”
“Ti ringrazio”, fa l’altro. “Ma raccontami, invece, com’è oggi la terra? C’è ancora la guerra? Vivete in pace, adesso? Chi governa il mondo?”



Claudia ha l’impressione di non essere la prima a cui vengano rivolte tali domande. Inoltre, solo in quell’istante, nota che anche gli altri la stanno osservando, in attesa di ascoltare la sua risposta.
Malgrado sia consapevole dell’enorme responsabilità, sa pure che oramai ha il dovere di parlare. Poiché questo è ciò che esigono i defunti, soprattutto coloro che hanno perso la vita a causa di terribili ingiustizie.
Mi riferisco alla nostra voce, con tutta l’onestà e la maturità di cui siamo capaci.

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22.1.19

Decolonizzare l’Africa

Storie e Notizie N. 1632

Caro fratello bianco.
Dico a te, Luigi Di Maio.
Malgrado in tal modo mi possa macchiare della medesima approssimazione della quale spesso vi accuso, mi permetto di usare il riduttivo aggettivo quale specchio riflesso.



Indi per cui, è il tuo fratello nero che ti scrive.
Di recente, ti ho sentito parlare e son sobbalzato sulla sedia, cribbio.
Nel dettaglio, pare che tu abbia dichiarato ciò: "L'Europa deve avere il coraggio di affrontare il tema della decolonizzazione dell'Africa, che è la causa del mancato sviluppo degli Stati africani che noi dobbiamo lasciare in pace a casa loro e noi stare a casa nostra: per noi intendo Stati come la Francia che impediscono lo sviluppo e contribuiscono alla partenza di uomini che muoiono nel Mediterraneo."
Andavi bene, fratello, andavi così bene.
Che vuoi farci, il problema per voi altri è sempre stato con i pronomi.
Noi e loro, loro e noi, tra tutti.
Ovvero, a chi si riferiscono.
Difatti, sono sobbalzato ulteriormente quando hai aggiunto la frase per noi intendo Stati come la Francia che impediscono lo sviluppo e contribuiscono alla partenza di uomini che muoiono nel Mediterraneo.
Ecco, forse ho capito male.
D’altra parte, nella narrazione pubblica, io sono il selvaggio, l’incolto, e te sei il civilizzato, quello istruito, il laureato… no, questo no, ma tanto che importa? Tanto ormai ti hanno eletto, ai votanti non interessa, figuriamoci a te.
Dicevo, forse ho inteso male, e quando hai affermato che per noi intendi Stati come la Francia non volevi escludere l’Italia, giusto?
Non lo dici apertamente, ma non si tratta di un celato sottinteso, vero?
Vero?
Perché non è affatto vero, sai?
Ma ci arriviamo, su, non concentriamoci solo sulla Francia, e parliamone con più attenzione e dovizia di fatti, non chiacchiere.

Parliamo delle basi militari straniere in Africa. Parliamo di installazioni di soldati e mezzi da parte degli Stati Uniti e della Cina, della Russia e della Germania, della Turchia, dell’India e del Giappone, dell’Arabia Saudita e del Regno Unito.
Vogliamo continuare a parlarne o, per caso, devi scappare per un veloce briefing sul tema uno vale uno con Casaleggio, dove quell’uno prima era Grillo e ora è lui?
Parliamone, invece, coraggio.
Anzi, onestà.

Parliamo delle nazioni straniere che stanno pian piano sottraendo terra agli Africani comprandogliela sotto i piedi. Leggerai che tra i maggiori ladri di suolo e natura c’è anche il tuo paese, la patria del prima gli Italiani, così come ovviamente gli Stati Uniti del muro e l’Austria delle frontiere chiuse, il Brasile col presidente razzista e la Gran Bretagna che ha votato per isolarsi.
L’Italia agli Italiani, l’Africa agli Africani, Marte ai marziani e la luna ai lunatici, eccetera. Mica vi conviene, lo capisci?
Ti rendi conto che le aziende del tuo paese sono tra i maggiori investitori in Africa?

Solo nel 2016 l’Italia era al terzo posto in assoluto con 11,6 miliardi di dollari, dietro la Cina con 38,4 miliardi e gli Emirati Arabi con 14,9 miliardi.
E se investite, vuol dire che ci guadagnate, eccome se ci guadagnate.

Di petrolio e gas, tra tutte le ricchezze naturali, ve ne portate via in quantità, fratello.
E con cosa siete subito pronti a mostrarvi generosi?
Non appena vi accorgete che dalle nostre parti c’è aria di conflitto ecco che arrivate con i vostri doni.
Per la cronaca, a mero titolo di esempio, solo in Algeria tra il 2010 e il 2014 l’Italia ha venduto armi per 1,37 miliardi di euro.
Non siete i soli tra i colpevoli di tale infamia legalizzata. Questo è il punto, fratello mio, né voi e tantomeno la Francia.

Un recente studio della Banca Mondiale, chiamato The Changing Wealth of Nations 2018 (Evoluzione della ricchezza delle nazioni), ha mostrato prove evidenti dell’impoverimento dell’Africa per colpa dell’estrazione sconsiderata di minerali, petrolio e gas, agevolata dalle spietate politiche sulla restituzione dei prestiti esteri e sul rimpatrio dei profitti delle multinazionali, i quali rendono immutato il saccheggio dell’intero continente.
Vedi, la verità sull’Africa, in altre parole qualcosa che difficilmente diverrà popolare in questo momento storico, è che da secoli paesi stranieri come la Francia, ma anche gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, ma pure la Cina e il Belgio, la Spagna e il Portogallo, la Germania e anche l'Italia si recano in qualità di Stati, società, o semplici individui, quotidianamente da noi per derubarci delle nostre risorse senza restituire alcunché del bottino per lo sviluppo del continente, lasciando alle spalle guerre, miseria e inquinamento.
Caro fratello, il paradosso di questa assurda realtà in cui tu sei vice premier e io sono lo straniero è così enorme e ingombrante che se anche per i prossimi duecento anni noi africani potessimo andare ovunque nel mondo senza trovare opposizione alcuna - al contrario ricevendo accoglienza totale e comitati di benvenuto - anche in quell’inverosimile caso non saremmo neanche lontanamente pari...


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