venerdì 11 ottobre 2019

Il giorno che non c’è stato

Storie e Notizie N. 1665

Eccolo qui, il giorno che non c’è stato.
Perché è qui, accanto a noi, che si ricordi o meno.
È mercoledì e siamo nella città di Halle, a nord di Lipsia, Germania est.
Si da il caso che nel dì mai avvenuto vi sia una ricorrenza particolare, per alcuni nel mondo.
Si tratta dello Yom Kippur e per gli ebrei è un’occasione solenne, importante, in una parola, santa. Poiché è il tempo della penitenza e della redenzione. Chissà, forse è questo l’aspetto più emblematico della questione.
A ogni modo, nella giornata che non ha avuto luogo va in scena il male fattosi carne e follia, che poi diviene storia. Se la esse iniziale sarà maiuscola o meno saranno i posteri e, soprattutto, i soliti vincitori a decretarlo.
In breve, un cittadino tedesco, un uomo di ventisette anni in abiti militari, cerca di entrare in una sinagoga, dove peraltro i fedeli stanno condividendo il suddetto rito. L’aggressore si fa forza con colpi d’arma da fuoco e bombe molotov. La radice di tutti i problemi sono gli ebrei, è l’incipit del suo manifesto.
Tuttavia, fortunatamente per i celebranti, la porta del tempio è ben chiusa.

Perché gli eredi delle vittime di allora tendono a non sottovalutare il dono della memoria, a differenza di alcuni discendenti dei carnefici e, soprattutto, della stragrande maggioranza dei silenti complici.
La cattiva sorte, come talvolta succede, è tutta a discapito degli ignari passanti. Una donna che transita sul marciapiede e un uomo appena entrato in un negozio di kebab.
Una donna, ripeto, e l’avventore di un esercizio etnico.
Come a ribadire, ancora una volta, che per gli sterminatori di unicità, solo in apparenza vulnerabili, non c’è alcuna differenza tra vittima e vittima. Ciò che conta per costoro è trucidare le tonalità non previste dalle anime rese miopi dal quotidiano lavaggio del cuore, più che del cervello.
Tuttavia, signore e signori, questa è solo la premessa del giorno mancante sul calendario della comune coscienza.
Eccovi il resto, subito dopo la diffusione della tragica notizia.
Nel nostro paese, il primo a commentare la vicenda è l’ex ministro dell’interno Matteo Salvini, il quale, memore del ruolo ricoperto mesi prima tra una moto d’acqua e l’altra, decide come sovente gli capita di cavalcare l’onda lunga dell’ennesimo attentato terroristico di matrice bianca e razzista. Solo che stavolta lo fa eccezionalmente al contrario. Ovvero, a ragione e corroborato dalla coerenza dei fatti: “Basta con le aggressioni naziste. Le organizzazioni di estrema destra sono pericolose: nel nome del nazismo ci sono nel mondo persone pronte a sparare e a uccidere.”
Giorgia Meloni, dal canto suo, non si fa attendere. Prende il primo volo per la Germania e direttamente dalla strada delle uccisioni gira un video, che subito dopo condivide sui suoi profili social.
Esprimo il mio dolore per un altro attentato terroristico di stampo nazista. La comunità internazionale abbia il coraggio di reagire!” Questo è il succo del suo messaggio.
A seguire, tutti i quotidiani appartenenti alla stampa notoriamente intollerante e monocorde nel manifestare avversione nei confronti delle minoranze e ogni tipo di diversità, come Libero, Il Giornale e Il Tempo, pubblicano editoriali e strali ciascuno dello stesso tenore.
Maledetti nazisti, Fuori gli estremisti di destra dalla nostra terra, Balordi con la svastica, ecc., sono solo alcuni dei titoli più eclatanti.
Di conseguenza, anche nel resto del mondo la coerenza diviene d’improvviso un valore a tutti gli effetti, a cominciare dall’Europa.
Il premier ungherese Viktor Orbán si congratula ufficialmente con l’amico leghista e propone un incontro pubblico in cui affrontare il grave problema della violenza verbale e fisica nell’universo estremista di destra europeo.
Il presidente polacco Andrzej Duda convoca il parlamento per discutere lo scioglimento di ogni tipo di associazione nel proprio paese che in qualche modo riconduca il proprio pensiero all’ideologia nazista.
L’austriaco Sebastian Kurz, dopo peraltro lo scandalo che ha portato al crollo di consensi da parte dell’alleato dell’estrema destra Heinz-Christian Strache, ne approfitta per dichiarare: “Mai più con i filonazisti nella terra natìa del fuhrer.”
L’affermazione viene lodata in modo trasversale,  incorniciata in una grande targa e poi affissa all’ingresso del parlamento a Vienna.
A questo punto, anche Marine Le Pen si unisce al coro ravveduto e propone al governo transalpino che il nove di ottobre diventi in Francia festa nazionale con la seguente motivazione: il giorno in cui la destra ritrovò la memoria.
Infine, last but not the least, Donald Trump si decide a chiudere il cerchio con un clamoroso tweet: gli Stati Uniti non resteranno a guardare dopo l’ennesimo sacrificio di persone innocenti. Il mio governo stanzierà milioni di dollari per costruire un muro tra i cittadini americani e tutti i fascisti, i nazisti e i razzisti del mondo, i quali saranno banditi a vita dagli USA.
Assurdo, vero? Pazzesco al limite della farsa, se non del ridicolo, è così?
Forse perché tale giorno non c’è mai stato?
Magari fosse così. Il problema è che il tempo sembra procedere all'inverso, poiché se fosse una persona di un secolo fa a leggere sul giornale che in Germania un uomo con la divisa dell’esercito si è svegliato ed è uscito in strada convinto di poter uccidere ebrei o qualsiasi altra vita sacrificabile - dal suo delirante punto di vista - non batterebbe ciglio.
Perché questo sì che è già successo.

Assenti dalle nostre pagine, tranne questa, sono invece proprio la penitenza e la redenzione della ricorrenza in oggetto. E, mi dispiace concludere così, ma privi di esse, senza memoria e dignità morale, saremo costretti a rivivere l’orribile introduzione di questa storia fino alla fine del tempo...

Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 10 ottobre 2019

Di mattoni e guerre

Storie e Notizie N. 1664

È guerra. E guerra sia. Ovvero, c’è guerra, ancora. Perché se ne parla di nuovo.
Ma questo non vuol dire che non ci fosse anche prima.
Perché la pace ha un prezzo.
Così il silenzio dei giornali e dei parlamenti di questo mondo.
E, mi dispiace, si chiama ancora guerra.
Allora, andiamo via, ma solo per tornare, lo prometto.
Magari con il cuore più leggero, sebbene colmato sino all’orlo, e gli occhi meno chiusi.
C’era una volta, perciò, due bambini. Perché di questo si

tratta. Di un eterno e instancabile gioco da ragazzi, ma con regole serissime e conseguenze spesso tragiche.
È un passatempo particolare, però, giacché il tempo lo ferma, invece che agevolarne il corso, finendo per intrappolare le lancette dell’umano orologio facendo lo stesso con le ali che avremmo potuto spiegare, se solo avessimo creduto al sogno di Icaro.
È un gioco di mattoni. O mattoncini, se preferite. Cemento, argilla o plastica non fa differenza, malgrado quest’ultima possieda l’ulteriore controindicazione dell’inquinamento.
I giovanissimi sfidanti, parimenti tali per ambizione e ingenuità, hanno due ruoli perfettamente contrapposti.
Potremmo chiamarli in una miriade di modi, ma spero che tu e io renderà le cose più semplici e comprensibili ai più. D'altra parte, dovrebbe essere la prima regola di chi racconta storie.
A ogni modo, l’antico svago ha inizio secondo copione.
Tu metti due mattoni tra noi, io ti distraggo con una simpatica smorfia e ne tolgo uno.
Ti accorgi dell’ammanco e ne aggiungi altri tre con gesto aggressivo e perentorio.
Mi stiracchio e poi mi impegno con tutto me stesso nel caratteristico ballo della fronte convulsa, danza ideata dalla semi sconosciuta tribù dei pensatori scacciapensieri.
Tu sollevi il capo per un secondo e io ne approfitto per togliere almeno un paio di mattoni.
Poi mi viene un crampo alla fantasia e crollo in terra, il tuo sghignazzo infierisce sul sottoscritto e, al contempo, guida il tuo sguardo sul campo di gioco.
Conti i mattoni assenti, ti inalberi e porti minacciosamente la mano alle tue scorte, per poi sistemare sulla linea che ci separa ben sei mattoni.
“Muro!” esclami, c’è un muro tra noi.”
“Lo vedo”, constato. “C’è un muro ed era lì anche prima.”
Esattamente come la guerra dell’incipit di questa breve storiella.
Tuttavia, non desisto. Non posso, non devo.
Non possiamo e non dobbiamo.
Perché ci siamo solo noi altri, rimasti lì, sul lato più vulnerabile del confine.
Allora, prendo fiato, raccolgo le forze e, soprattutto, cerco il coraggio dentro di me.
Ma dove l’avevo messo? Ah, eccolo, lo scorgo lì, celato sotto il rumore e la solitudine.
Altri due mattoni, per certi versi, pesanti assai, sebbene inafferrabili.
Il coraggio, invece, al contrario di ciò che si narri, è sottile e delicato.
Quello vero, intendo, è una pagina, un banale foglio di carta con alcune parole impresse di estremo valore.
Descrivono un ricordo tra i più semplici e meno rispettati. Quello delle cose per le quali vale la pena lottare nella vita. Sono poche ed entrano al massimo in un palmo di mano. O una pagina, esattamente come questa.
Perciò, una volta recuperato il prezioso ingrediente, mi schiarisco la voce e canto. Sì, canto a squarciagola finché le code vocali reggeranno. E tu, amico mio, non potrai fare a meno di ascoltare i miei sbrindellati ma appassionati gorgheggi.
Perché quella che sto cercando di intonare non è solo la mia canzone, bensì la nostra. È la colonna sonora dell’incontro che ci porta uno di fronte all’altro, ogni giorno, sin dal primo, fino a oggi.
È l’inno di una vittoria e di una sconfitta, dell’uno o dell’altro, al peggio.
Al meglio, è quando ti decidi a unire la tua voce alla mia, anche solo per dimostrare di esser più bravo di me. E io sono disposto anche a concederti l’onore delle armi, se questo vuol dir pace.
Tutto potremmo essere, tutto potremmo scoprire.
Potremmo perfino crescere e diventare finalmente adulti.
Se solo la smettessimo di perdere il nostro tempo con questo ottuso gioco.
Di mattoni e guerre...


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 3 ottobre 2019

Vita e morte di Raja

Storie e Notizie N. 1663

Vita, morte e miracoli.
Di questo vorremmo raccontare, noi tutti.
Riguardo a noi stessi, un giorno possibilmente lontano, all’imbrunire della nostra sopravvalutata esistenza.
Più che mai dei nostri figli, ma nel tempo reale del loro massimo splendore.
Quando tutto è ancora possibile.
Peccato che i miracoli siano così rari per i più sfortunati di questa terra, colpevoli soltanto di trovarsi nel posto giusto – ma che dico – sacrosanto, nel momento peggiore.
Ecco perché questa breve storia può evocare solo la vita e la morte di Raja, giacché il mirabile evento del quale ella

si sarebbe sicuramente accontentata possiamo chiamarlo sopravvivere all’ennesima bomba.
A ogni modo, narriamole entrambe come se fossero due creature distinte.
Cominciamo dalla più dolorosa, così ci leviamo subito il pensiero.
La morte di Raja è nata nel 1997 negli Stati Uniti, precisamente in una fabbrica di munizioni di Milan, cittadina dello stato del Tennessee.
La morte di Raja ha un nome complicato e difficile da ricordare, come tutti gli scomodi frammenti del passato, dai quali, proprio a causa della nostra distrazione, non traiamo alcun insegnamento.
Difatti, la morte di Raja si chiama CBU-52 B/B. Ma dietro l’anonima e apparentemente innocua sigla, alla stregua delle insidie maggiormente pericolose per le anime indifese di questo pianeta, si nasconde un’orribile fiera: la bomba a grappolo.
Nondimeno, se desideriamo sul serio riflettere sul malefico albero genealogico di questa inaccettabile vicenda, non possiamo evitare di rammentare che il suddetto ordigno ha dei genitori altrettanto ripugnanti, per usare un eufemismo.
Mi riferisco alle industrie belliche durante il governo della Germania nazista.
Potremmo proseguire andando a ritroso di avo in avo in tale immonda linea di sangue ottusamente versato, tuttavia, forse sono in grado di risparmiarvi lo sgradevole viaggio.
La morte di Raja ha origini lontane, dove la natura più folle dell’essere umano si è invaghita della sua più cinica ambizione per il potere. Affetto corrisposto quanto travisato nella maniera più clamorosa, giacché tutto c’è stato tra loro fuorché amore. E tra le aberrazioni di quel tutto si può annoverare anche ciò che accadde il 23 marzo del 2018, quando la giovane ragazzina si trovava al riparo di un albero a pochi metri da casa, cercando di godere del meritato ristoro insieme alla madre.
Questo è il giorno in cui è venuta al mondo la morte suddetta, colpendo al cuore un'intera famiglia, dopo esser precipitata sul frutto più tenero e fragile di quest'ultima.
La scomparsa di Raja è ciò che irragionevolmente resta, è quel che abbiamo portato alla luce e nutrito come se fosse lei, nostra figlia.
Al contempo, ecco la sua breve esistenza.
La vita di Raja è cominciata in una fattoria dello Yemen nel 2004 ed è durata solo quattordici anni.
La vita di Raja è composta da ogni singolo istante lieto da lei trascorso con Amira, la mamma, e suo padre, il quale si ritrova oggi costretto a condividere con il mondo l’amaro lutto.
A dire il vero, con il dovuto senno di poi, anche tutti gli altri momenti passati assieme, per quanto meno piacevoli, sono degni di rimpianto.
Poiché sono stati vissuti con l’innocente fiducia di avere ancora tanto tempo all’orizzonte.
Perché la vita di Raja è un fiore unico privato dei suoi petali.
È una farfalla con il dono del presente ma dalle ali mozzate.
È una bella favola senza finale e men che meno morale.
È una canzone scritta per non esser mai cantata e un abbraccio stretto con il vento e la polvere, con gli occhi serrati e lacrime antiche a far da testimoni.
Eccoci alla fine, quindi.
Questa è la vita di Raja e anche la sua morte.
Ma, forse, un miracolo è ancora possibile, sebbene alimentato da speranza assai flebile e remota.
Che tale ennesima, trascurata e amara, umana vicenda instilli una volta per tutte il definitivo dubbio nella maggior parte di noi su chi siano davvero i mostri e chi le vittime del mondo.


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 26 settembre 2019

Di patrioti, patrimoni dell’umanità e futuro

Storie e Notizie N. 1662

Ascolta.
Ascoltaci.
Presta ascolto e rifletti con attenzione sui pubblici discorsi dei leader più celebri.
Se non altro, maggiormente citati, condivisi, taggati o solo trollati.
Il risultato è l’istesso, oggigiorno, e lo sai. Giacché malgrado la tua fama si debba solo a un mucchio di insulti virali e clamorosi abusi di potere - tipo quello di permettere a tuo figlio di fare un giro con una moto d’acqua appartenente allo Stato - sappi che allora come oggi l’importante è che se ne parli.
Indi per cui, prendi nota: il futuro è dei patrioti.
Già, hai sentito bene e compreso meglio, spero.
Inoltre, tieni a mente anche questo: un luogo straordinariamente unico sul pianeta terra come la foresta amazzonica non è patrimonio dell’umanità.
Esatto, le parole sono proprio codeste.
Ergo, di conseguenza, ovvero, coerentemente su questa scia, finiamola una volta per tutte con il pensare e agire in maniera collettiva e collaborativa.
Basta sforzarsi di unire e mediare, incontrarsi a metà strada e cercare punti comuni con i quali compensare e, soprattutto, minimizzare le conflittuali differenze.
Tutto ciò appartiene al passato.
Il futuro è nel confine, amico sovranista.
Amico
E chi ti conosce?
Diciamo sovranista, punto.



A ogni modo, sappi che la nuova alba sarà solo per noi altri, custodi del personale orticello.
Solo se saremo compatti nel mescolarci unicamente tra consanguinei potremo…
No, aspetta, questa è troppo, ancora non siamo giunti a questo punto. Ma ci arriveremo, vedrai, anche perché quella fantomatica caccia alle streghe sulle conseguenti malattie la cancelleremo con decreto legge lampo in pieno agosto.
Intendevo tra cittadini comprovati dal sacro bollo normativo attestante l’appartenenza alla medesima nazione.
A meno di stravolgimenti delle linee continue sulla cartina geopolitica, è chiaro.
In quel caso, per anticipare possibili contraddizioni, torna al punto uno, ma rimani sul generico: il futuro appartiene a noi.
Noi chi? Potresti domandare. E già se lo chiedi vuol dire che sei uno di quelli, perciò, favorisci documento, permesso di soggiorno o patente di clandestinità, poi vediamo se parli ancora.
Al contrario, esulta.
Perché noi sopravvivremo.
Grazie a una parolina contenuta in… noi.
No.
L’arte della negazione è la nostra arma più potente, altro che petrolio, fucili e dati personali.
La foresta dell’Amazzonia non è patrimonio dell’umanità, s’è detto all’inizio.
Ma c’è di più.
La temperatura della terra non sta aumentando.
I ghiacciai non si stanno sciogliendo.
Il livello dei mari non si sta alzando.
L’acqua non sta finendo.
La desertificazione del pianeta non sta affatto avvenendo.
Così via disconoscendo e, infine, non ci sono più le mezze stagioni… ops, no, ci sono! Ovvero, non è vero che non ci sono più, ecco. E non tirate in ballo la vostra logica radical chic secondo la quale due negazioni si annullino, perché è facile parlare quando leggi libri, ti documenti e ti informi, approfondisci i temi, impari le lingue straniere, fai viaggi culturali, visite di valore storico e parli con la gente diversa da te.
Il mondo reale, della gente vera, è quello di noi altri, della difficile vita di chi ha capito tutto restando chiuso dentro casa e incessantemente incollato al monitor a digitare senza risparmio sempre la stessa, breve parola.
No.
Non è come dite voi.
Le cose non sono complesse come affermate.
Non c’è alcun motivo di preoccuparsi.
Nè del clima rovente e tantomeno delle foreste in fiamme.
Perché non è la nostra verità a bruciare, ma la vostra.
Non ne vale la pena, in ultima analisi, di spostare l’attenzione da se stessi per chicchessia.
A ogni modo, nel qual caso desideriate ostacolare il nostro cammino e sostituirvi a noi, be’, visto quanto in alto siamo arrivati per farci udire, nel futuro sul quale abbiamo già affondato i nostri artigli dovrete fare qualcosa di più e meglio che limitarvi a scrivere e urlare l’acqua scarseggia, gli iceberg scompaiono e gli oceani si sollevano...


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 19 settembre 2019

Contraddizioni

Storie e Notizie N. 1661

C’era una volta l’epoca delle contraddizioni.
La nostra era, già, il nostro tempo, esatto, i nostri giorni, proprio così.
Malgrado di davvero nostro ci sia poco di ciò che si dice o, peggio, per cui si litiga.
In altre parole, superficialmente generalizzando, potremmo anche affermare di vivere nell’età della migrazione globale dei popoli, basandosi se non altro sull’ormai immancabile argomento al centro del confronto politico.
Oppure, di quella del terrorismo, tema altrettanto abusato come pietra di paragone sulla presunta affidabilità dell’aspirante leader di governo.
Giacché una volta gli amministratori della cosa pubblica dovevano risolvere problemi, garantire progresso e soprattutto dare lavoro.
Oggi, basta che diano sicurezza, ovvero l’illusione di quest’ultima e mezza poltrona è già occupata.
Potremmo altresì dichiarare di vivere nel periodo in cui i cambiamenti climatici siano la priorità della discussione internazionale, a dimostrazione della fondatezza di un termine fin troppo sottovalutato come Antropocene.
Potremmo dir questo e l’altro, tuttavia, a mio modesto parere, la contraddizione è ciò che maggiormente definisce la società attuale.
Prendi, a mero titolo di esempio, il recente sondaggio effettuato dal gruppo britannico Hope not Hate - il quale si batte contro il razzismo e il fascismo - su un campione di più di mille persone tra Regno Unito, Canada, Germania, Brasile, Francia, Polonia, Stati Uniti e Italia.
I quesiti principali riguardavano i suddetti cambiamenti climatici e gli esiti sono particolarmente interessanti, soprattutto per quanto concerne il nostro paese.
Difatti, al primo posto tra gli interrogati, tra coloro che fortemente concordano sul fatto che il mondo deve affrontare un'emergenza climatica, che il riscaldamento globale diventerà presto estremamente pericoloso senza un forte taglio delle emissioni, e che il tempo per salvare il pianeta si sta esaurendo, siamo proprio noi italiani.

E sapete chi c’è al secondo? Il Brasile di Bolsonaro…
Ergo, contraddizioni.
Ovvero, immigrazione, terrorismo e mutamenti climatici.
Come se fossero fenomeni disgiunti, affrontabili separatamente, attraverso un’ottusa frammentazione dell’intelletto e della personale sensibilità.
Come se fossimo noi stessi davvero degni di senso nel quadro generale, laddove gli interessi e le ragioni del singolo fossero ritenute prioritarie rispetto a quelle di tutti.
E allora ecco cosa capita, sovente, nelle contese elettorali, come nelle zuffe da bar, o meglio, nelle più attuali bacheche sociali.
Scorrono copiosi ragionamenti e spesso insulti balzando dall’uno all’altro argomento al riparo di una quanto mai ottusa soluzione di continuità.
Un muro, già, usato ancora una volta per ottenebrare la comprensione delle cose, oltre che per ostacolare il cammino dei viaggiatori.
Perché magari, aprendo preziose feritoie tra un mattone e l’altro di quest’ultimo, si potrebbe riflettere sul fatto che secondo le Nazioni Unite entro il 2050 ci saranno tra venticinque milioni fino a un miliardo di persone costrette a lasciare il proprio paese a causa dei cambiamenti del clima.
Se poi la suddetta apertura, fisica o anche mentale, fosse di giovamento alla cervice, si potrebbe insistere in tale virtuosa abitudine e considerare quanto i gruppi terroristici traggano profitto dalla crisi e la povertà dovute a conflitti militari e civili, ma esacerbate e rese insostenibili dalla condizioni di siccità e carestia a causa degli sconvolgimenti climatici, ancora loro.
C’era una volta, quindi, l’epoca dei migranti e dei terroristi, nonché del clima folle e distruttivo.
In una parola, il tempo delle contraddizioni.
Ovvero, di un’umanità che ha nella capacità che mostrerà nel superarle unendo gli evidenti puntini che legano tra loro le questioni impellenti.
La sola chance di sopravvivere.


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 12 settembre 2019

Fratelli della stazione e di ciò che resta del mondo

Storie e Notizie N. 1660

Questo è ciò che accade oggi, nel particolare.
Questo è altresì quel che succede da tempo, lungo il confine tra ciò che di bello vuol dire la parola umanità e la folle quanto ottusa contraddizione di quest’ultima.
Si tratta di una linea angusta, che opprime il cuore e l’anima, nonché l’intelletto. È terra promessa e al contempo prigione in cui un po’ tutti ci illudiamo di viver come eletti, come se le manette che incatenano il prossimo, perfino appena a un soffio da noi, non stringessero anche i nostri, di polsi.
E, allora, nel dettaglio, in quel di Foggia capita che i fratelli della stazione del titolo vengano multati per aver osato offrire, privi del sacro biglietto vidimato, caldo latte e preziose coperte a chi è rimasto fuori della porta il giorno in cui il caso ha distribuito, come al solito alla cieca, i più favorevoli tra i destini.
16,67 euro, capisci?
Questo è il prezzo della colpa, lì dove si parte, là ove si arriva.
Questo è il difetto di un atto volontario, colpevole di solidarietà.
Questa è la misura con cui la normativa vigente prende le distanze da chi scelga di obbedire alla ragionevolezza della propria coscienza invece che all’incoerenza dei vincoli cittadini.
Eppure la legge è legge, di questo non v’è dubbio.

È ciò che, a lungo andare, garantisce equilibrio e talvolta quieto vivere alle moltitudini che in quantità sempre più crescente insistono con l’occupare il medesimo spazio.
Il quale, che lo si voglia o meno, somiglia ogni giorno che passa con maggior precisione al confine di cui sopra. E, chissà, magari verrà il giorno in cui, a forza di mortificare la speranza di creature, solo in apparenza più ingenue, di raggiungere l’orizzonte sognato, scopriremo che a differenza di loro ci siamo accontentati solo del bordo di quel meraviglioso quadro.
Leggi pure noi tutti come il popolo della cornice, perché il dipinto all’interno fu bruciato per non permettere agli altri di raggiungerlo.
Nondimeno, va ribadito che la regola scritta tra le genti ha un valore ineccepibile.
Tuttavia, laddove l’intenzionale consistenza nel nostro viver civile si riduca al mero strumento con cui tassare ogni letterale sconfinamento, allorché si giungesse all’estremizzazione di tale finalità, ecco che divideremmo il mondo in due parti antagoniste e alternative, come acqua e olio.
Da un lato i guardiani del sopracitato limitare e nell’altro ciò che resta del mondo a cercare di oltrepassarlo, ovviamente privo del necessario biglietto.
È evidente che non potremo sopravvivere a lungo, costretti in tale delirante allegoria.
Il cervello umano, se non il cuore, deve per forza di cose poter offrire soluzioni all’incidente chiamata vita.
Perché è inevitabile che l’amore per quest’ultima ci induca a contraddire le convenzioni sulle quali abbiamo costruito stazioni, palazzi, strade e ovviamente muri e porti.
D’altra parte, da quando esiste l’universo intero, la vita, ripeto, e l’affezione per quest’ultima, superano ogni giorno, in qualsiasi istante, i limiti della natura stessa.
Come si può pretendere che non lo facciano anche con quelli stabiliti dall’uomo?
Tuttavia, nell’assurda eventualità ci si arroghi tale megalomane diritto, per quanto legalizzato, come si può arrivare a pensare di poter sanzionare la mera esistenza?
Si può essere colpevoli di nascita?
E di sopravvivenza?
Ebbene, nel medesimo modo, è altrettanto dissennato e stolto ostacolare il cammino di coloro i quali, con i propri corpi, si fanno aria e acqua, cibo e calore per aiutare gli ultimi della terra.
Qualunque legge lo richieda.
Perché sarebbe come punire l’aria stessa, così come l’acqua, il cibo e il calore.
In una parola, la vita...


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 5 settembre 2019

Età della plastica

Storie e Notizie N. 1659


Una recente ricerca ha scoperto che l'inquinamento dovuto alla plastica contamina i reperti fossili della terra con aumento esponenziale sin dal 1945.
Di conseguenza, dopo l'età del bronzo e del ferro, gli scienziati suggeriscono di definire l'attuale periodo in cui viviamo età della plastica.
Ecco perché questa è solo un’altra storia, ma di plastica.

Allora, c’era una volta un mondo di plastica. Che poi è il nostro, di pianeta, ma tu fingi che sia di qualcun altro.
D’altra parte, trattasi dell’umano vizio più diffuso, oggigiorno, quello che ci vede puntualmente votati a ritenere ogni possibile nostra responsabilità scaricabile sulle spalle del prossimo in transito.
Auspicabilmente vulnerabile e indifeso.
Tuttavia, qual è il problema?
Così è la storia, questa, così la vita che ci siamo costruiti, e be’, altrettanto gli abitanti che siamo diventati.
Cittadini di plastica, con tutti i vantaggi del caso.

Perché gli abitanti di plastica si piegano, ovvero si
genuflettono dinanzi al personaggio forte di turno, ma non si spezzano, vuoi mettere?
Anche se è un clamoroso peccato quello di non finire in pezzi per davvero, di tanto in tanto.
Da rotti ci si può ricostruire, magari reinventare.
Si potrebbe ancora cambiare e migliorare.
A forza di piegarsi al massimo si sopravvive, senza mai aspirare a qualcosa di più.
Nondimeno, il vero problema dell’umanità di plastica è quello di considerare la vita altrui con la stessa indifferenza con cui si tratti un bicchiere, un cucchiaio o un piatto, di plastica.
Della serie, ci si ubriaca e ci si abbuffa senza ritegno e poi, al meglio, ci si lava la coscienza gettando i suddetti nella raccolta differenziata.
Tuttavia, non tutte le creature di plastica si sono arrese a esser tali, sai?
Molte, la maggior parte, non sono venute al mondo per
questo.
È ciò che si son dette all’inizio del viaggio ed è quel che hanno sognato troppe volte tra un pianto sommesso in un angolo della propria stessa vita e un rabbioso urlo nel buio della stanza.
Per loro sopravvivere può essere una necessità, forse la sola possibilità, ma mai, ripeto, mai una consapevole scelta.
Non si piegano al destino e spesso, dopo un naufragio, aumentano il proprio peso oltre natura abbracciandosi l’una con l’altra e finiscono inesorabilmente sul fondo del mare, invece che galleggiare come i fortunati bagnanti che rubano il sole al cielo senza meritarlo.
Perché c’è plastica e plastica, e coloro i quali se la ritrovano nel sangue che scorre e nell’aria che fluisce nei polmoni, senza averlo mai desiderato, preferiscono piuttosto sciogliersi come plastica, già, al cospetto di quello stesso sole.
Tutto fuorché illudersi che il calore crescente dei suoi raggi sia qualcosa di normale.
A ogni modo, stai tranquillo. Non pensare che sia così ingenuo dal credere che una storia di plastica possa cambiare le cose.
Soprattutto in una società dove il ritmo dell’amore reciproco e di ogni sentimento che sia in grado di unirci sia scandito tramite cuori di plastica. Inoltre, se l’organo principale che ci rende vivi è tale, altrettanto sono le parole con con cui immaginiamo di accenderlo e farlo vibrare. Lo stesso qualora fingiamo di affidarci al cervello o di aver ancora fiducia nell’anima, per chi ci creda.
La realtà è che se tutti noi siamo di plastica, così è il linguaggio, ovvero gli insiemi di lettere con i quali
comunichiamo emozioni e pensieri. Tutto può esser detto e rimangiato nel giro di un minuto, riciclato il giorno seguente e un attimo dopo rimescolato con ogni tipo di nulla come se fosse qualcosa di tangibile.
Perché questo è l’inganno della plastica e di chi ne è fatto.
Può diventare qualsiasi cosa, basta usare il colore giusto, la forma più alla moda. Pazienza per chi, penalizzato alla nascita, o privo di sufficiente ricchezza, non possa permettersi siffatte combinazioni vincenti.
D’altra parte, il mondo dello spettacolo avrà sempre bisogno di nuove comparse e altrettanti spettatori di plastica.
Costano poco, spesso nulla, e se non fanno il lavoro richiesto, sono facilmente sostituibili.
Le coordinate per raggiungerli sono lì fuori, ovvero là
dietro, nel mercato di sotto, al riparo della superficie altrettanto di plastica delle vischiose reti sociali. E per assoldarli basta poco. È sufficiente saper ideare frasi così leggere, talmente elementari ed estremamente semplici che perfino un pupazzo di... plastica, esatto, potrebbe condividerle e farle sue.
Sono slogan di plastica in cui nulla è sul serio, niente è reale, cioè vero, ma sembra tale. E puoi farli tuoi, per condividerli con i pari e gridarli impunemente in faccia a coloro che detesti, a prescindere se l’odio abbia fondamento o meno.
Ecco, questa è una storia che non ha un lieto fine, mi dispiace.
Le favole di un tempo, come gli umani in carne e ossa, invecchiavano, perivano e nutrivano la terra per diventare altre storie, magari migliori nei ricordi e nelle vite del prossimo.
In quelle come questa la morale è che al mattino seguente, dopo l’ultima pagina, rimarrà solo lei.

La plastica...


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 11 luglio 2019

Le pagine perdute

Storie e Notizie N. 1658

Questa storia scaturisce da un pomeriggio di qualche mese fa.
Ero in ritardo, camminavo di fretta, e quando ciò accade tendo a chinare il capo verso il basso, sul marciapiede, spinto a farlo dal timore di inciampare o, al peggio, cadere.
Non mi è mai piaciuta la fretta e, da quando ho memoria, mi sforzo di muovermi da casa in tempo, in modo da godermi il bello di ogni viaggio.
Leggi pure come i numerosi doni che ci attendono lungo il tragitto tra la partenza e l’arrivo.
Ebbene, quel giorno, iniziai a notare in terra le pagine di un libro.
Erano sparse una dopo l’altra, alcune le notai sotto un'auto parcheggiata e altre ancora erano finite in un cespuglio.
Per quanto fossi atteso, mi presi un pugno di secondi per osservarne una da vicino. Mi accovacciai e mi accorsi che la carta era ingiallita, quindi invecchiata.
Non conoscevo il titolo del romanzo, che campeggiava in alto, ma non è importante, qui. Ovvero, lo è immensamente, ma per me, lo tengo per me, spero che non ve la prendiate a male per questo.
Al contrario, vorrei condividere con voi dove mi ha condotto il riflettere su quelle pagine perdute.

Strappate e poi gettate, chissà quando, da chi e più che mai perché.
La prima cosa che ho pensato è che, se non avessi guardato in basso, in quel momento, non mi sarei mai accorto della loro presenza.
Di solito, quando cammino in strada, i miei occhi vagano frenetici sui miei simili e tutti gli esseri viventi si guadagnano quasi sempre la mia massima attenzione.
Sarebbe stato un peccato, giacché in questo modo mi sarei perso lo stimolante fantasticare su chi sia la misteriosa persona e le sue ragioni nel liberarsi di un intero libro, pezzo a pezzo, parola dopo parola.
Di conseguenza, mi sono ritrovato a chiedermi se tale osservazione non celasse una profondità maggiore, magari con una valenza ulteriormente generale e, col passare dei giorni, mi sono accorto che la risposta era affermativa.
La metafora è palese, a mio modesto parere e, probabilmente, è in grado di descrivere in modo esaustivo ciò che sta accadendo un po’ a tutti noi, in questi convulsi e confusi tempi.
L’unica differenza è che per il sottoscritto la fretta è risultata una propizia consigliera, ovvero messaggera di una storia dimenticata e lasciata indietro da invisibili protagonisti.
Nondimeno, trattasi di eccezione alla regola che vede la calma e la noncuranza verso gli altrui affanni a permetterci di scorgere le meraviglie oltre i confini dell’ambito regno del virale.
L’ansia cocente e la cieca ambizione di riuscire a farne parte a ogni costo ci sta tenendo quotidianamente lontani da una miriade di altre pagine dimenticate.
Talvolta sono storie, o come nel caso suddetto, frammenti di esse.
Altre sono veri e propri esseri umani il cui peso nella trama privilegiata è talmente evanescente che per osservarli con la giusta nitidezza occorre uno sguardo talmente ampio da poterne usufruire solo con l’ausilio di tutto lo sforzo e il tempo del nostro cuore distratto.
Spesso, oltre i sacri confini dell’orizzonte artificiale a cui siamo consegnati, ci sono finiti anche brandelli di noi stessi.
Tutti i ricordi che abbiamo erroneamente ritenuto banali.
Coloro i quali abbiamo bollato allo stesso modo, rei di averci solo sfiorato per un fuggevole istante.
Ma soprattutto, il fragile bagaglio di sogni e speranze che troppo presto abbiamo liquidato come infantile o addirittura pericoloso.
Ebbene, che sia per merito della fretta, piuttosto che la calma.
Mi auguro che anche voi altri abbiate ogni tanto la fortuna di ritrovare qualcuna.
Delle vostre pagine perdute...


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 4 luglio 2019

La favola del voto ai più giovani

Storie e Notizie N. 1657

C’era una volta un paese.
Che potreste chiamare anche Stato o Nazione.
Repubblica e democrazia.
Nondimeno, avvalendovi di espressioni come insieme di cittadini, o addirittura osando tirare in ballo la tanto sottovalutata comunità di individui, non sareste
comunque in errore.
Giacché stareste parlando sempre dello stesso concetto.
Un luogo abitato da vite umane, la cui correlata esistenza è, nella fattispecie, regolata da una specifica modalità di governo.
Che potreste chiamare anche gli amministratori della cosa pubblica, oppure coloro i quali siano stati deputati a rappresentare gli abitanti tutti, agevolandone le istanze e guidando la collettività verso una migliore qualità dell’esistenza.
In ogni caso, sareste nel giusto.
Poiché il compito e le responsabilità annesse sarebbero identiche: preservare con assoluta considerazione il presente di un popolo, lavorando alacremente per garantirne il futuro.
Presente e futuro, ecco dove auspicavo questa breve storia ci conducesse.
Parole il cui significato per troppo tempo è stato trascurato dalla mia generazione come da quelle che l’hanno preceduta.
Indi per cui, prendete pure ciò che segue come una mera provocazione.
Ovvero, come un’ingenua favola.
Tuttavia, dal 1861 a oggi, abbiamo seguito una sacra regola che col tempo è stata per fortuna sempre più inclusiva, passando dal concedere il diritto di voto unicamente ai maschi di alto lignaggio con almeno venticinque anni all’estensione alle donne, la quale, non dovremmo mai smettere di rammentare e sottolineare, è avvenuta soltanto circa settant’anni fa.
Ebbene, malgrado i progressi e gli sforzi, figuratevi se per una volta potessimo operare una sorta di paradossale restrizione, capovolgendo del tutto gli attuali limiti d’età.

Lasciando da parte per un momento le eccezioni per quanto riguardi l’elezione del Senato, nonché le scontate rimostranze della logica, immaginiamo che il diritto di voto sia concesso soltanto ai minori di anni diciotto, non il contrario.
Il presente di cui sopra, e più che mai il futuro, non dovrebbero essere questioni di loro autorevole competenza?
Chi meglio di colui che vive con maggior coinvolgimento il qui e l’ora, con lo sguardo al contempo perennemente rivolto al domani, potrebbe suggerire le domande più sensate di cui occuparci, invece che lasciarci perpetrare l’affezione verso risposte che, tra l’altro, non hanno funzionato a dovere neppure nel passato?
Tuttavia, la meraviglia degna di questo nome andrebbe in scena durante la conseguente campagna elettorale.
Poiché nessun ambizioso populista privo di scrupoli potrebbe approfittare dell’ignoranza degli eventuali imberbi elettori. Si da il caso che la maggior parte dei
giovani di quell’età saranno pure inesperti e talvolta ingenui, ma la pervicace dedizione a vivere nell’assoluta disinformazione dei fatti del mondo è roba da analfabeti funzionali in età nettamente adulta.
Nessun imbonitore in cerca di poltrone facili potrebbe strumentalizzare la loro paura.
Il coraggio, talvolta avventato, ma spesso encomiabile è un requisito che hanno ancora intatto, bontà loro, mentre il panico cieco e ottuso è un virus che ottenebra al contrario molti dei loro concittadini più attempati, dal quale strenuamente, ogni giorno, devono difendersi.
Nessuno potrà ingannarli con le solite false promesse.
Gli adolescenti avranno tanti difetti, ma hanno pure il pregio di avere l’innata capacità di percepire chi si ponga davanti a loro privo di autorevolezza e con il solo intento di mentirgli.
Lo spettacolo sarebbe, allora, veder sfilare i pretendenti ai
prestigiosi banchi delle Camere costretti a parlar chiaro e semplice, senza perder tempo in inutili quanto truffaldini fronzoli, affrontando i temi essenziali e prioritari per chi ha la precedenza su tutti noi, nel presente come nel futuro.
A cominciare dalla cura dell’ambiente e della natura intera.
Per poi passare alla scuola, agli spazi riservati alla cultura e agli sport praticabili da tutti, nonché il sostegno a ogni famiglia, senza alcuna distinzione, di cui i giovani sono parte fondamentale.
D’altra parte, favola o meno,
essi sono il reale cuore pulsante della nostra società.
Ma per una volta avrebbero quel potere decisionale che costringerebbe noi adulti ad ascoltarne le richieste più immediate, così come i sogni e le speranze.
Onestamente e con il massimo del realismo, credete davvero che potrebbero far peggio di quanto noi altri abbiamo fatto finora?


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

martedì 2 luglio 2019

Chi volete libero?

Storie e Notizie N. 1656

Immagina una piazza.
Un luogo contraddistinto da un pavimento appesantito nel tempo da passi che marciano o indifferentemente sostano.
Uno spazio, malgrado tutto, intriso di bellezza e cultura, tradizioni e folclore, ma al contempo pervaso da una quasi congenita inclinazione a veder tali doni, peraltro solo ereditati, come qualcosa da nascondere e sotterrare a costo di contribuire al loro deperimento, invece di considerare le innumerevoli possibilità di arricchimento tramite ciò che ci venga regalato da lontano.
Adesso figurati con me le persone, i cittadini, o la gente, come si ama dire oggigiorno, succedersi in siffatto luogo nell’arco di un secolo.
Esattamente dal 1919 a oggi.
Cento anni dopo, come è d’abitudine avendo a che fare con il più beffardo dei destini, la storia talvolta si ripete in modo dissimile, ovvero opportunamente camuffato, eppur uguale.
D’altra parte, trattasi di simbolica allegoria ben più antica, dalla quale avremmo dovuto tutti trarne il giusto insegnamento.
Se non altro, ci saremmo risparmiati clamorose sviste e imperdonabili peccati, entrambi compiuti da intere generazioni senza soluzione di continuità.
Ora immagina di trovarci insieme, seppur nel breve susseguirsi di queste parole, tra la folla.
Urlante o muta, ricolma di collera o solo terrorizzata.
Vile grazie all’isolamento dei pochi dotati di reale coraggio e amareggiata a causa della solitudine di questi ultimi.
Allora, come oggi, il racconto comune delle nostre vite intrecciate, si fa entità giudicante e voce tonante allo stesso tempo.
Ci rivolge la parola direttamente e soltanto nel momento esatto in cui ce ne rendiamo conto diventiamo consapevoli della più dimenticata tra le evidenze che ci riguardino: non ha mai smesso di farlo.
Il pubblico richiamo alle nostre umane coscienze, più o meno contaminate dalle artificiali infrastrutture che definiamo modernità, è onnipresente.
E, sembrerà incredibile, non ha mai avuto alcun bisogno di un video virale o di una montagna di like per meritarsi il nostro ascolto.
La Storia è fatta così, che volete farci.
È dotata di considerevole pazienza e talvolta ci rimette alla prova.
Non ha fretta, non l’ha mai avuta e da un momento all’altro può accadere che ci ponga le medesime domande del passato, sebbene con nomi e parole differenti.
Di questo dovremmo ritenerci fortunati, alla stregua dell’esser stati prescelti tra le specie viventi come i beneficiari del più sottovalutato tra i talenti, ovvero il dono della scelta.
Perché noi altri siamo solo testimoni, più che accusatori.
Siamo giuria, giammai giudici.
E, più di ogni altra cosa, tutti viaggiatori, senza alcuna distinzione.
D’altra parte, se la via per la dannazione è lastricata di buone intenzioni, magari, potremo salvarci facendo tesoro della nostra vergogna.
Dal 1919 al 2019 e ritorno.
All’improvviso il tempo collassa su se stesso e ancora una volta una strana forma di giustizia ci impone come popolo di schierarci a favore o meno di due tedeschi, malgrado uno tra loro lo sia stato solo per cittadinanza.

Eppure, sarebbe sufficiente far menzione delle differenze tra i due, per aver chiaro quale strada sia la più virtuosa.
Tra l’uomo apparentemente forte del secolo scorso e la sola creatura la cui potenza sia indiscutibilmente comprovata dalla realtà dei fatti di ieri come oggi, ovvero una donna.
Tra colui che aveva bisogno di una temuta divisa, di uno sguardo truce e di elevare la propria voce oltre i limiti della sua altezza, per guadagnare attenzione.
E colei che si affida solo a se stessa e alle proprie indomabili vulnerabilità per ottenere il meritato ascolto.
Tra chi si è sentito invincibile soltanto finché ha avuto un esercito di suoi pari al proprio fianco e chi non ha avuto alcuna remora ad avanzare sorretta unicamente dai propri incrollabili ideali.
E se tutto ciò non bastasse, tra il criminale che si è macchiato dello sterminio delle vittime del suo tempo e colei che viene ritenuta paradossalmente colpevole per aver scelto di salvare quelle del nostro.
Mi rivolgo a te, ora, mio simile verso il quale ripongo ancora la mia speranza.
Sai? I fascisti, a quei tempi come adesso, sono stati e sono ancora coerenti con la propria vergognosa natura. Hanno scelto con chi allearsi e chi tormentare, e continuano a farlo senza alcuna esitazione.
Nondimeno non erano e non sono neppure oggi la reale maggioranza, in questo nostro travagliato paese. Sono solo capaci di gridare e insultare per primi.
A mio modesto parere, è ora di rispondere finalmente all’annoso quesito.
Che sia reale o ideale il significato della metafora dentro di te, dichiarare chi meriti libertà e sostegno stavolta è qualcosa di ineludibile.
Perché non è affatto detto che avremo un’altra occasione per spostarci finalmente dalla parte giusta della Storia.
Indi per cui, chi vuoi che sia libero, o libera, di muoversi e agire nel nostro paese?



Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

giovedì 27 giugno 2019

Frammenti di foto e notizie

Storie e Notizie N. 1655

Ecco, alla fine di tutto, per quanto si possa sproloquiare e urlare, pontificare e perfino insultare, l’incontro con l’altro al di là dei confini della nostra solitudine morale non può che ridursi a questo.
Frammenti.
Già, più o meno sensibili o strumentalizzabili frammenti di foto, di notizie e più che mai di vite che hanno per forza di cose necessità di un numero ben più ingente di umani dettagli per potersi anche solo azzardare a comprenderle, ancor prima che giudicarle o addirittura infangarle.
È uno dei problemi principali di questa nostra, sulla carta moderna, esistenza iper connessa, fatta di lancette dell’orologio perennemente in fuga e occhi e orecchie che

non vedono l’ora di saltare ad altra tavola digitale, con cui gustare nuovo cibo senza sapore ma quanto mai luccicante.
Perché dovrebbe essere lampante a ogni età e per qualsiasi quoziente intellettivo che la storia delle singole persone non sia fisicamente sintetizzabile in una minuscola porzione di pixel.
Nessuno dei protagonisti di quest’ultima, lo vorrebbe davvero, neppure noi altri.
E, soprattutto, in molti, troppi, non lo meritano proprio.

Il passaggio di Oscar e sua figlia Valeria su questa terra, per loro buona sorte, malgrado si sia estinta maledettamente presto, è composto da tessere inestimabili che saranno infinitamente preziose per chi sarà costretto a sopravvivere con il vuoto generato dalla duplice prematura scomparsa.
Nondimeno, hanno immenso valore anche per il resto del mondo che in qualche modo sia venuto in contatto con la loro vicenda.
Come tanti, come tutti, come te, come me, e alla stregua di altrettante sfortunate creature di questa terra che si guadagnino il triste primato dei cinque minuti di popolarità nel momento peggiore della loro vita, quel giovane padre, quella fragile bambina, sono stati altro.
Oscar ha avuto a sua volta anch’egli le dimensioni di un bambino, alla stregua della figlia.
Leggi pure entrambi come venuti al mondo quale legittima prole di quest’ultimo e con un bagaglio ricolmo di sogni e diritti ai quali tutti coloro che hanno l’onere d’averla preceduta debbono sacrosanta attenzione. E nessuno si senta sufficientemente innocente o lontano.
Nel contempo, ovvero durante i pochi mesi in cui Valeria ha respirato a pieni polmoni e pianto con il medesimo impegno, imparato a imitare il sorriso e a disegnarlo sul proprio volto con meravigliosa spontaneità, a conoscere la differenza tra cadere e cadere, ma poi rialzarsi, e a sperimentare l’eterna danza tra l’inimitabile calore della vicinanza dei suoi e l’inconsolabile mestizia dovuta alla loro seppur temporanea assenza, non v’erano i flash dei fotografi e l’inchiostro degli articolisti da prima pagina a osservarla.
Tuttavia, scegliendo coscientemente di ignorare tale evidenza, compiremmo un errore a dir poco madornale, che oramai è divenuta la cronica miopia del cuore e della coscienza di un’intera generazione.
Di fronte all’amara immagine che è diventata ancora una volta virale per ragioni immonde abbiamo l’obbligo di allargare lo sguardo e scoprire cosa sia rimasto fuori dall’inquadratura, per quanto febbrilmente cliccata e una frazione di secondo più tardi condivisa, cancellando ogni memoria dell’abominio.
Per esempio che Oscar e Valeria avevano rispettivamente una compagna e una madre di nome Tania, la quale era pronta a raggiungerli sulla riva privilegiata del loro avverso destino.
Non dobbiamo temere di immaginare i tre tra le pieghe del passato prima che si avverasse tutto ciò che viene di norma divorato dai famelici mass media.
Poiché non dovremmo mai aver paura di specchiarci nella sfortuna altrui, invece che sforzarci ossessivamente di trovar spazio nel successo delle star.
Sto parlando di roba comune, sapete?
Di una madre che desideri il meglio per l’unica figlia.
Di un padre che voglia mantenere la promessa fatta alla donna che ha deciso di amare.
Staremo bene, amore.
Saremo felici, caro.
Avremo ciò che i nostri genitori non hanno potuto neppure concepire, la comune, condivisibile aspirazione.
Per tutto ciò non basterebbe una singola foto, un articolo e, forse, neppure l'editoriale più prestigioso.
Eppure, il destino delle vittime ritratte, quando ancora potrebbero salvarsi, viene deciso in un istante con un rapido e distratto clic sul mouse, quanto tramite una crocetta sulla scheda elettorale.
C’è qualcosa di tremendamente sbagliato prima e dopo ogni secondo che bruciamo senza riflettere per continuare questa folle corsa.
Se vogliamo davvero cambiare le cose, rimediare, o perlomeno provare a invertire la pericolosa curva della nostra Storia, forse, dobbiamo cominciare a raccogliere da terra tutti i frammenti che abbiamo lasciato indietro sulla via, prima che il vento della nostra disumanità li disperda del tutto.


Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email