22.12.17

Noi siamo natura

Storie e Notizie N. 1539

E’ notizia di oggi quella che riguarda il monte Taranaki in Nuova Zelanda, il quale riceverà gli stessi diritti legali di una persona, diventando la terza realtà geografica del paese a cui sia stata conferita una "personalità giuridica".
Al diffondersi della sorprendente, buona novella, delle fondamentali parole che la narrano, come diritti e persona, le conseguenze si fecero storia, di forma semplice e contenuto sognante…


Anche io sono come Taranaki, disse una bambina della specie viaggiatrice dal biglietto delicato, che conduce in paradiso, ma solo se qualcuno lo disegni per lei. Sono una collina, non una

montagna, ma un giorno lo diventerò, se mi darete spazio sufficiente sulla mappa.
Pure io, come loro, esclamò sua madre, poco più anziana della figlia, tratto tipico di coloro che hanno fame di vita. Io sono pianura, dono pace e sollievo alle membra stanche, io vedo il cielo e non mi vergogno di fissarlo.

Approfittando del coraggio delle due, si unì il padre della prima e compagno della donna.
Io sono lago e rifletto coloro che amo, trascrivo a cuore immagini e movenze care, sono specchio del presente, e accompagno ogni speranza verso il centro del mondo, laddove la brezza di superfice si faccia generosa.
Ardite aspirazioni, di famiglia dall’immaginazione facile, le più ostinate a oltrepassare muri di mattoni e parole a tempo.

Così, il gioco si espande come un racconto semplice e leggero, che non ha bisogno di spinta per sconfigger gravità e logica.
Io sono fiore, afferma con vigore l’omino che scava tra i rifiuti in cerca dell’unico tesoro possibile, quello commestibile. Innaffiatemi e non avrò più bisogno di rubare i resti del vivere normale.
Io invece sono fiume, sussurra trafelata una delle molte, troppe vittime di abusi, che scivola via e carezza terra affermando presenza e consapevolezza di ciò che è stato tolto.
Guardatemi, non abbiate timore di bagnarvi nella mia fragile memoria, ricordate e lasciate che raggiunga il mare per trovar finalmente giustizia e restituzione.
Io allora sono grotta, grande e spaziosa, urla con orgoglio l’uomo solo tra i soli nella folla. Fa freddo, qua dentro, c’è rimasta poca luce, ormai, ma sono ancora persona.
Lo siamo tutti, gli fanno eco gli altri.
Noi siamo persone come Taranaki, reclamano le imberbe voci delle vite che lavorano, laddove dovrebbero solo ridere fino a far male pancia e lacrimare gli occhi.
Noi siamo persone, ricordano le creature
maltrattate sotto la coltre del cosiddetto vivere civile, per colpa di identità non ancora scoperte dalla miope, attuale prospettiva.
Poi, solo per un attimo, il brusio si fa lieve, perché sull’impervio tragitto, spesso il ricordo e la solidarietà comuni son leali anche a ritroso.
Silenzio, ora, quando ciascuno rammenta.
Loro, anche loro, che son stati cancellati dal racconto scomodo.
Erano persone.
Sul fondo del mare e della terra che scotta, abbiamo seppellito milioni di montagne e laghi, colline e fiumi, sublimi forme e colori perfetti.
Loro e noi, meritiamo le vostre pagine migliori.
Perché esattamente come voi.
Tutti.
Siamo natura.


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21.12.17

Mi chiedete troppo

Storie e Notizie N. 1538

Mi chiedete troppo, mi chiedete, cribbio.
Dice, la tipa, dice che all'avvicinarsi del Natale, i marchi di gioielli di lusso si prepareranno, come ogni anno alla consueta abbuffata di denaro.
E allora? Faccio io, senza degnarla di un’occhiata.
Dice, sempre la tipa, dice che magari stavolta vorrò considerare il ruolo di costoro nel sostenere, seppure in maniera indiretta, il genocidio dei Rohingya e unirmi alle decine di migliaia di persone che chiedono ai rivenditori di gioielli di fascia alta di porre fine alle loro relazioni con l'esercito birmano.
Geno che? Ribatto io con il capo e soprattutto la cervice immobile.
Dice, quindi la tipa, dice che per i militari in Birmania, il coinvolgimento nell'enorme esportazione di gemme è un flusso di reddito ingente.
Aggiunge, la tipa, aggiunge che quasi tutte le giade di qualità superiore e il 95% dei rubini del mondo, provengono da quelle parti.
E mi chiedete troppo, ripeto io, troppo, cribbio.
Non affidarmi a roba di quella marca perché vendono le armi dove si ammazzano ogni santo giorno.

E voi non le comprate le armi, cappero.
Non leggere quel giornale, perché dietro c’è quello lì, che è in combutta con quell’altro, che è poi il fratello di lui.
Ma chi li legge più i giornali?
Non ho tempo, cribbio, non ho più tempo, mi chiedete troppo, dico ancora senza sfiorarla con lo sguardo.
Indossa quella maglietta, consiglia lei, perché c’ha la scritta giusta, che aiuta quelli, e poi metti il cappellino con lo stemma, la spilletta di quegli altri e poi tutti in piazza, al freddo, a manifestare per quelli contro loro.
Pure? Oh, ma non è mica colpa mia se queste nobili adunate le facciano sempre il sabato pomeriggio, cribbio.
Io lavoro, dico, e urlo ancora con il capo chino, io lavoro tutta la settimana e avrò diritto ad allungare le gambe nel week end, sbaglio?
Dillo, tipa, sbaglio o no?
Mi chiedete troppo, quest’è.
Dice, ancora la tipa, dice di non gridare con lei.
E con chi dovrei?
Sei te che rompi.
Non andare al cinema a vedere quel film, dice, perché è diseducativo e sfrutta l’ignoranza della gente.
Ma fa ridere, capisci, tipa?
Ho bisogno di ridere, alla fine della giornata, proprio perché voi chiedete troppo.
Non comprare l’auto a benzina e mangia biologico, non sprecare l’acqua e non usare plastica, insiste, la tipa, insiste.
Vai a teatro e leggi libri, acquista solidale e dona agli ultimi, pretende di seguito, come se la misura non fosse già colma.
E' allora che esplodo, malgrado con la testa sempre distratta.
Mi chiedete troppo, tipa, troppo mi chiedete.
Dice, la tipa infine, mi dice, ma perché non mi guardi in viso quando parli?
E come faccio? Replico disperato io.
Mi chiedi troppo, se pensi che possa guardarti negli occhi, e allo stesso tempo, in ordine sparso, aggiornare lo stato su Facebook, rispondere ai trentotto messaggi su ancor di più gruppi di WhatsApp, mettere cortesemente i like richiesti ovunque, seguire e sottoscrivere all’invito di turno, senza interrompere il caricaggio di foto e parole, video e pezzi di me che un po’ alla volta mi stanno cancellando dal mondo.
Mi chiedi troppo, tipa, perché tutto quello che avevo.
L’ho già venduto…


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Racconto di Natale

Alessandro GhebreigziabiherSovente bisogna cominciare dalla fine, per comprendere appieno le cose.
Spesso, il motivo è banale.
Ciò malgrado, non vogliatemene, perché il più delle volte è la nostra vita, a esserlo.
Magari, siamo noi stessi a renderla così, con movenze e gesti tipici della più scontata delle sceneggiature.
Tuttavia, anche la banalità della vita in comune nasconde dentro di sé delle sorprese.
O doni...



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20.12.17

Storie di madri esemplari

Storie e Notizie (pillole)

Susan Bro, madre di Heather Heyer, l’attivista di Charlottesville uccisa mentre protestava contro un raduno di estrema destra in Virginia, innanzi a chi le ha chiesto perché si stia dando da fare per lottare per la giustizia sociale in memoria della figlia, ha di recente dichiarato: "Dovrei stare a casa a piangere?"
In una sola frase, leggo e molto.
Tre le varie, un’affermazione di ammirevole dignità.
Dolore immenso trasformato in altrettanto vasto ardimento.
Una domanda a sua volta inviata a coloro che abbiano intelletto e soprattutto coscienza per intendere.
E agire...


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La prima e ultima danza insieme


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Storie di eroi dal lato giusto della Storia sbagliata

Storie e Notizie N. 1537

A quanto pare, come scrive Lorena Gazzotti, gli attivisti e le ONG che difendono i diritti dei migranti ricorderanno il 2017 come l'anno in cui sono stati presi di mira dai sistemi legali in Europa e nel Nord Africa, finendo per essere considerati alla stregua dei veri criminali.
Difatti, le autorità di entrambe le sponde del Mediterraneo vogliono mettere a tacere coloro che sono testimoni scomodi della brutalità della polizia di frontiera
.

C’era una volta un mondo.
No, anzi, c’è.
C’era anche in passato, solo che non c’erano le prove, o forse venivano bruciate le pagine prima di arrivare agli occhi dei più.
Altresì c’era, anzi c’è, c’era anche prima, malgrado non dovrebbe esserci, un mondo raccontato dalla Storia con la esse maiuscola.
Un pianeta di tante vite e sponde, divise da un mare di menzogne.
Di mille e mille esistenze e approdi, di piccoli racconti che sopravvivono al viaggio con coraggio e dedizione quasi come i figli del futuro che tarda ad arrivare.

Nell’universo di molteplici vissuti e divisioni, c’erano loro, gli eroi per sbaglio.
I delinquenti, nella logica dalla tastiera facile e il mouse assetato di sangue minore.
Tutto era ormai compiuto da tempo, il danno era già visibile e tangibile, ovvero dai molti, sfortunati, soffribile.
Sarebbe stato sufficiente dare un’occhiata ai grotteschi esiti all’indomani delle consuete mozioni popolari, leggi pure come il democratico biglietto da pagare per assistere alla solita, vecchia dittatura dei riccastri della terra.
Incredibile, lo scenario.
Incredibili, le affermazioni e le decisoni dei mostruosi eletti.
E incredibile l’assoluta mancanza di consapevolezza tra il disumano genere del grave rischio all’orizzonte.
Indi per cui, incredibili erano le storie che andavano per la maggiore.
Dove colui che salvi l’indifeso viene disegnato come il cattivo del racconto.
Chi lo disegni come tale è degno di guidare il prossimo.
E il prossimo che affidi il comune destino a siffatti personaggi è persona matura, rabbiosamente disincantata e freddamente pragmatica.
Il problema è che laddove le trame vengano imposte dall’alto, con il paradossale inganno che l’ispirazione provenga esattamente dalla direzione opposta, esse agiscono come un pandemico virus.
Tutto può essere contaminato e a morte avvelenato.
Ma non è il respiro a fermarsi, bensì qualcosa di più lungimirante.
Il tanto sottovalutato ideale di un agire virtuoso.
Le prime a cadere sotto i venefici colpi furono le favole.
Si cominciò a ritenere il cacciatore che salva Cappuccetto rosso e la nonna dal lupo il solito buonista, incapace di accettare che il famelico predatore si pappi in santa pace le carni deboli lungo il suo cammino.
La fata madrina fu accusata di stregoneria e minacciata di rogo virtuale e non, rea di permettere a una stracciona come Cenerentola di sognare un domani di gran lunga migliore di una normale schiavitù congenita.
I sette nani vennero addirittura bollati sui vari social dalla sentenza virale come una sovversiva e pericolosa organizzazione terroristica, colpevole di aver rapito la giovane Biancaneve, e di averle fatto il lavaggio del cervello riguardo a ormai datate affermazioni sui diritti dei minatori e i presunti soprusi degli usurpatori dallo specchio amico.
Poi toccò ai reali e indiscutibili eroi del passato.
Se Anna Frank divenne il pretesto per far dispetto al tifo altrui, potete ben immaginare quale importanza avessero nella fallata memoria pubblica gente come Martin Luther King o Gandhi.
Infine, dopo aver contagiato tutto e tutti, la mistificazione compì il giro completo e tornò al punto di partenza, agli sguardi ormai avariati.
Osservali, ora, figurateli in questo preciso momento nell’atto di rimirare con disprezzo, a occhio nudo o meno, gli eroi dal lato giusto della Storia sbagliata.
Fai lo stesso e se ciò che provi è esattamente quel che provano costoro, vuol dire che non stai solo leggendo la storia di questo strano mondo.
Ci vivi, proprio come me.
E’ solo che non te ne sei ancora accorto.


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15.12.17

Storie di donne uccise in Messico

Storie e Notizie (pillole)

Secondo un nuovo, recente studio da parte del Ministero dell’Interno, l'Istituto nazionale delle donne del Paese (National Women’s Institute) e l'agenzia delle Nazioni Unite, il numero di donne assassinate in Messico è aumentato nettamente nell'ultimo decennio, nel bel mezzo della guerra alla droga.
In particolare, di oltre 50.000 uccisioni di donne dal 1985, quasi un terzo ha avuto luogo negli ultimi sei anni.
Non ce l’abbia a male il cosiddetto sesso forte, ma quando una donna viene assassinata, viene trucidato molto di più, delle mere carni e sangue che gridavano vita a piè sospinto.
Perché quando una donna viene cancellata dalla storia, con lei se ne va il futuro che avrebbe donato, il presente che avrebbe accudito e il passato che avrebbe rivendicato.
E’ come togliere la terra al cielo, un pezzo alla volta.
E’ come privare il sole del meglio in cui specchiarsi.
Crea solitudine innaturale che lascia indietro follia e miseria.
A ogni martirio, diventiamo tutti più piccoli e soli.
E questa è un’altra guerra che non possiamo perdere…



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Ciò che resta di me


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Quando l’aiuto piove dal cielo

Storie e Notizie N. 1536

E’ di ieri la notizia della drammatica operazione di salvataggio da parte della guardia costiera turca nel Mar Egeo di almeno 51 persone che si erano arenate sulle rocce mentre tentavano di attraversare la Grecia.
Quando l’aiuto piove dal cielo…


Quando l’aiuto piove dal cielo.
Noi altri lo vediamo arrivare in anticipo, già.
Perché così viviamo l’attimo.
Con il capo sollevato verso la luce che manca e lo sguardo ansioso di vedere le nubi della mala sorte squarciate da miracolosi scampoli d’umanità solidale.

Quando l’aiuto piove dal cielo, è festa grande, nel cuore e nelle mani protese.
Ma anche quando giunge di lato, o addirittura dal basso.
Capita più spesso di quel che si possa immaginare, sai?
E’ che non fa notizia e neppure storia, oramai.
Al contrario, quando è dai piani alti del vivere che l’empatia si fa carne, be’, è un precedente magico che cambia il racconto di tutti.
Del salvato e del salvatore.
Il primo non può fare a meno di gioire all’idea che ci sia davvero qualcuno, lassù, nel paradiso terrestre, e più che mai terreno, oltre gli invalicabili confini e i muri dell’ultim’ora.
Si palesa dal nulla un virtuoso scenario che dona conforto alle speranze provate dal quotidiano patire.
Allora, vale la pena fidarsi della somiglianza di anima e corpo.
Non saremo perfetti come il resto delle creature, figlie fedeli di madre natura, ma c’è qualcosa ancora sui cui puntare.
Perché quando l’aiuto piove dal cielo, basta poco per definirlo tale.
Financo uno sguardo non ostile è miele per il cuore.
Un sorriso vale un miliardo di possibili momenti di pace comune, leggi pure come la valuta ufficiale degli umani derubati d’orizzonte.
Anche parole che non escludono e con onestà disegnano i contorni dello sconosciuto approdante dalla riva sbagliata suonano gradevoli.
Laddove poi il racconto si fa comprensivo delle inevitabili ragioni altrui, be’, allora grazie.
Che tu scenda o meno dall’olimpo a nord della mera sopravvivenza, noi ti ringraziamo.
Poiché anche questo è aiuto dall’alto.
Nondimeno, è sempre una questione di semplici prospettive e se capovolgi la storia, come il mondo, tutto appare più chiaro.
Quando si aiuta chi è in basso.
Quando si aiuta chi è in basso, rispetto a noi altri, è perché l’abbiamo ricordato in anticipo, consapevoli del rovescio della fortuita medaglia.
Perché così, si vive l’attimo presente, a ogni lato di quest’ultima.
Con il capo sempre attento verso coloro a cui non tornano i conti della luce in eccesso, di cui godiamo solo per presunto diritto di nascita.
Ecco perché qualora si aiuti chi è nel punto più in basso della sorte, è  festa
grande, nel cuore e nelle mani tese.
E’ così che per noi tutti alto e basso si equivalgono.
E rimane solo ciò che conti davvero.
Noi tutti.


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14.12.17

Storie di rifugiati

Storie e Notizie (pillole)

Secondo l’organizzazione Medici Senza Frontiere 6700 musulmani Rohingya sono stati uccisi in un mese in Birmania, tra agosto e settembre.
Nell’orribile dettaglio, tra loro almeno 730 bambini piccoli, fucilati, bruciati o percossi a morte.
La notizia sembra non aver suscitato il clamore e, soprattutto, la seppur minima indignazione che merita.
E, ahinoi, da qualsiasi latitudine  del cosiddetto civile e moderno mondo occidentale
la si guardi, la ragione è sempre la stessa.
Difatti, se fossero stati cristiani, ovvero cittadini doc nati con la camicia stirata e possibilmente di marca…



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La povertà della scelta

Storie e Notizie N. 1535

Mi chiamo Kaimah, ho dieci anni e sono povera.
Non l’ho scelto, come non ho deciso di venire al mondo.
Non posso farci niente e niente farò con quel che non dipenda da me.
Non ho tempo da perdere, io, con ciò che non posso cambiare.

L’Organizzazione mondiale della sanità e la Banca mondiale hanno dichiarato ieri che quasi cento milioni di persone al mondo sono costrette ogni anno a dover scegliere quotidianamente tra salute e cibo, tra istruzione e beni di prima necessità.
Per il resto dell’umanità cento è solo un numero, così come un milione volte tanto.
La grandezza non conta, a meno che si tratti di uno e quell’uno sia tu.
In questo caso, io scelgo, ogni giorno, di ciascuna settimana.
Lunedì ho mangiato, sì, dovevo, non ho potuto farne a meno.
Poco e con gaudio, con estrema calma e attenzione a ogni briciola che possa fuggir via.
Io ti amo, minuscolo frammento di vita commestibile.
Non lasciarmi, resta con me, in me.
Vedrai che non sprecherò ogni tuo dono.
E saprò apprezzarne il ricordo.
Ti sarò fedele, non mancherò di omaggio e rispetto.
E tu torna, ti prego.
Torna presto.
Martedì pancia vuota, è il giorno della febbre.
Il nemico nella testa che è sempre presente.
No, non è la paura, quella è roba vostra.
La fronte ribolle e il sudore imperla le tempie facendo brillare la pelle e risaltare la luce degli occhi.
Vita, urlano le mie pupille, vogliamo vita, la meritiamo, la pretendiamo e faremo di tutto per rimanere abbracciati a essa.
Coraggio, medicina che sei piovuta dal cielo, sconfiggi il mostro che dona calore in cambio di forza preziosa.
E perdonami anche tu, infame presenza, non ce l’ho con te.
Anche tu, febbre, hai ricevuto un destino gramo e non puoi evitarlo.
Vai, adesso, libera il mio corpo.
So che tornerai, ma spero il più tardi possibile.
Mercoledì e sei già qui, caro maledetto compagno.
Così come la fame, ma oggi è il momento dello studio.
Un libro, uno solo all’anno, pagine consunte, insegnamenti divorati come strofe di una poesia d’amore assoluto.
Sei tu, parola maestra, il mio biglietto per il futuro, le mie ali di saggezza e ambizione con cui fantasticare sul domani migliore.
Giovedì fermi tutti, arriva l’acqua.
E’ un sogno che si fa liquido, il vero miracolo naturale, eterno regalo di compleanno di una festa che rimpiangeremo tutti, prima o poi.
Da quel momento, iniziammo a respirare e vibrare.
E l’acqua fu, questa era la frase, ma non fu capita e come al solito scambiammo il riflesso di noi stessi per una stella immortale.
Venerdì è il dì del lavoro, i semi sono qui, la terra aspetta, noi con lei.
E quando le mani sono stanche, le dita provate dai graffi e la schiena dolorante, sollevo in alto il capo e chiudo gli occhi.
Vedo la promessa e mi fido del rumore del vento.
Prima o poi il frutto si mostrerà a noi e avremo ciò che ci spetta.
Non possiamo aver penato così tanto per nulla.
E se questo vuole il fato, che vada al diavolo anche lui.
Sabato con la fame e la febbre, niente da leggere e la sete che morde, il sacco dei semi senza semi e niente di bello da aspettarsi all’indomani.
Pensami ora, quando aprirai gli occhi in un giorno come questo e ti lamenterai per noia o semplice solitudine.
Pensami e guardami, perché il sabato io giocherò comunque.
Perché sono arrivata fin qui e mi merito di sorridere.
Eppure, a contraddir quanto detto finora, la domenica il corpo cede, l’anima pure, e io sono lì, immobile nel mio giaciglio.
No, mi dico, non posso farcela ancora.
Poi arriva mia madre, posa una mano sul mio volto e con la sua voce vellutata mi chiama.
Sollevo con voluta lentezza le palpebre.
E vedo me stessa nei suoi occhi che hanno vissuto medesimo destino.
Io sono la promessa, io sono la scelta, la sua.
Mi chiamo Kaimah, ho solo dieci anni e lo so, sono stata condannata alla povertà.
Tra cibo e salute, studio e altre essenzialità del vivere, la povertà della scelta.
Ma io non scelgo la povertà.
Io ho deciso che da grande.
Sarò viva...


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13.12.17

Storie di donne coraggiose

Storie e Notizie (pillole)

Le donne guatemalteche hanno deciso di affrontare i giganti del Canada colpevoli di terribili violazioni dei diritti umani.
Il gruppo di donne indigene Maya Q'eqchi ha lanciato una sfida legale che potrebbe mettere a serio rischio i vasti interessi minerari dei colossi canadesi del settore.
Nei documenti si parla di violenze e abusi, espropri illeciti e case bruciate dagli addetti alla sicurezza degli stessi.
Pare che sia la prima volta che qualcuno si erga contro i poteri forti delle miniere in Canada.
Sarà forse un caso che tale coraggio sia ancora una volta di natura femminile e, aggiungo, indigena?
 

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La situazione è disperata

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Storia sulla diversità per bambini video

Sunset (Tramonto) è la favola di un bimbo nato nel bel mezzo di due mondi, come possono essere l'Africa e l'Europa, da un padre dalla carnagione scura e una madre bianca, ovvero tra due colori differenti e proprio come il tramonto vive una vita sospesa tra la notte e il giorno, conquistando il giusto equilibrio nel riconoscere la propria esistenza come naturale, apprezzando i vantaggi e i doni nell'avvalersi di più culture. Il testo ha esordito nel 1999 come spettacolo teatrale e da allora è stato portato in scena in tante città del paese.
Nel 2002 è stato pubblicato dalla casa editrice Lapis e nel 2017 da Tempesta Editore come libro illustrato per bambini. Nel 2003 è stato premiato dall'International Youth Library (IYL, Monaco) con il White Ravens, un riconoscimento per i libri di tutto il mondo considerati di speciale valore ed è stato scelto nel 2011 per la Notte del racconto, Altri mondi, iniziativa diffusa in tutta la Svizzera, da Bibliomedia Svizzera italiana.


Video in inglese con sottotitoli in italiano:


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Tema: cosa sono i virus?

Storie e Notizie N. 1534

Ludovica è un’adolescente comune, a un occhio affrettato.
Anche a uno con tempo da vendere, se è per questo.
E’ che spesso, per capire, non basta lo sguardo e altri sopravvalutati sensi.
A ogni modo, deve fare un tema per casa, non ha molta voglia di scrivere, ma la media deperisce giorno dopo giorno ed è costretta a impegnarsi per una decisa rimonta in vista del prossimo, intermedio scrutinio.
Titolo: Cosa sono i virus informatici?
Svolgimento...
Ovvero, la nostra scrive la suddetta parola, ma poi

decide di iniziare con il classico copia in colla da internet, così, per esser certa di aver detto almeno qualcosa di giusto.
A onor di ciò, si affida alla preziosa Wikipedia: Un virus informatico è un programma che infetta il pc, creando al contempo copie di se stesso, di solito senza farsi scoprire dall'utente, proprio come i virus biologici. Coloro che fabbricano e diffondono virus sono chiamati hacker, i quali si approfittano della debolezza dei sistemi operativi per danneggiare i computer, rallentandone o condizionandone il funzionamento.
Ludovica rimane con la penna sospesa sul foglio e, come sovente capita quando s’imbatte in qualcosa che la rende particolarmente perplessa, inizia a mordicchiare il tappo.
Va detto che la ragazza è davvero stanca.
Inoltre, cercate di comprendere e tollerare le parole che seguiranno, perché l’insegnante non lo farà, di questo Ludovica è sicura.
Troppe volte ha provato a seguire la via canonica, richiesta dai ministeriali programmi educativi e non le riesce di oltrepassare la linea della sufficienza.
Al massimo Viky vira sull’ovvio, ha detto la prof di lettere ai suoi genitori, in occasione dell’ultimo ricevimento.
Non l’ha rivelato ai suoi, neppure a se stessa, ma ci è rimasta male, dentro, dove l’occhio non giunge e il cuore non duole, ma l’anima sì.
Per questa ragione, prende fiato, rilegge più volte la definizione premessa come per caricare meglio il colpo e spara i suoi pensieri sul foglio.
I virus sono i social network, nessuno si senta escluso, ovvero bannato, che ci avvelenano di mediocrità costringendoci letteralmente a far copie di noi stessi, tutte uguali, tutte diversamente idiote, per non farci scoprire noi altri, a scapito dell’utente che ha niente, utilizzato da tutti fuorché l’ormai ex proprietario della sua identità.
Sono gli hacker della nostra stessa vita, che con le nostre caricature caricate sulle spalle serviamo il grande amico di nessuno offrendo in dono un colossale mi piace al mondo virtuale che diventa sempre più grande, sempre più piccolo.
I virus sono i giornali di Stato e quelli di potere, la stampa di partito e i portavoce digitali della mafia, i blog personali travestiti da blog collettivi e i blog collettivi mascherati da indipendenti, i banner pubblicitari camuffati da articoli di denuncia e gli spot pubblicitari con il banner dalle solidali intenzioni, le piattaforme dei movimenti dal basso gestite dall’alto e la miriade di pagine social bercianti follia di cui neanche i gestori conoscono più l’origine. Tutti costoro scaricano direttamente nella pancia dei connessi fidelizzati, o solo per eccesso di clic, copie rimasterizzate di vaneggiamenti vecchi come il mondo stesso, dove il nemico è sempre l’altro e l’amico è tale, finché il nemico è comune e soprattutto comodo.
I virus sono le star e i vip, i famosi reali e quelli posticci, i leader costruiti e quelli manovrati, gli ammirati e i seguiti, che malgrado non esistano davvero nella vita di chi guarda, invadono i nostri occhi e le nostre menti con la loro effigie resa sacra dall’adorazione virtuale, taroccata con mano abile e chirurgica. Non si limitano a frenare immaginazione e ambizione verso un modello reale, ovvero se stessi.
Le cancellano del tutto.
E’ così che per quanto sottoscrittori e fan, seguaci e sostenitori, amici e membri del medesimo, gigantesco gruppo, quando la luce va via ci sentiamo molto più
soli del giorno prima.
Perché, alla fine della fiera, i virus siamo noi.
Già, noi, che proprio come spiega l’enciclopedia all’inizio del racconto, ci inquiniamo a vicenda, cercando disperatamente di far copie di noi stessi nella vita degli altri, rendendoli meno differenti possibile da quello che ci aspettiamo.
Siamo noi gli hacker, perché ciascuno di noi sta scrivendo questa folle sceneggiatura.
E profittando della fragilità del mondo che per sua fortuna è rimasto fuori del palazzo dai mattoni di bit e le finestre di byte, rallentiamo ogni giorno che passa il nostro cammino verso il progresso che nei giorni andati gli incompresi scrittori di fantascienza hanno sognato per noi...


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