31.5.13

Aborto negato madre malata El Salvador: una sola risposta

Storie e Notizie N. 938

In El Salvador, oggi.
Immaginiamo due vite come tante. Chiamiamole Beatriz e Paco, madre e figlio che verrà.
Beatriz è una donna incinta di 22 anni colpita da una malattia cronica autoimmune e da  insufficienza renale. Da 26 settimane Beatriz nasconde nel ventre Paco, il quale, secondo i test, è a sua volta affetto da anencefalia, una patologia che non gli assicura molti giorni di vita, poiché causa lo sviluppo di una sola parte del cervello. Per questa ragione Beatriz desidera abortire, ma la sua richiesta è stata respinta dalla Corte suprema, dato che la Costituzione salvadoregna garantisce il diritto alla vita “dal momento del concepimento” e l’interruzione di gravidanza può comportare l’arresto e fino a 50 anni di prigione.
Indi per cui, a breve Beatriz subirà un parto cesareo.

Per un istante, rapido quanto serve a leggere le poche righe che seguono, proviamo a liberarci.
Via la maschera che ci impone la nostra ideologia.
Via l’abito che ci ordina il nostro credo.
E via il cappello di principi che adorna il nostro capo.
Se fossimo il compagno di Beatriz, l’uomo che presumibilmente la ama, che per lei ora si strugge e piange senza segno di discontinuità laddove effettivamente scorgete lacrime sul suo viso o meno.
Perché il dolore per coloro a cui tieni sul serio non dipende da te e men che mai da quel che mostri.
Se fossimo il padre di Paco, l’uomo che presumibilmente lo ama sin da ognuna delle ultime 26 settimane.
Anche da prima, ovvero dall’istante in cui è avvenuto quel benedetto concepimento. O maledetto, dipende come al solito dai punti di vista.
Ma che dico, da ancora prima, magari dal momento in cui ha solo sognato di diventare un giorno padre.
Il padre di Paco.
Se fossimo il fratellino di quest’ultimo o la sorellina, ma tanto è uguale.
Il bambino o la bambina che in questo preciso attimo sa solo che sua madre rischia di morire per far nascere il nuovo arrivato.
Il fratello o la sorella di Paco.
Se fossimo sorelle e madri, padri e cognate, zii e cugine, nipoti e suoceri.
Se fossimo amici e parenti, lontani o vicini, ma tutti in grado di dimostrare, sangue e amore alla mano, di essere davvero le persone legate a entrambi, mamma e figlio, da reali sentimenti.
Non da una maschera dipinta con la nostra ideologia, da un abito intessuto del nostro credo e un cappello costruito con i nostri principi.
Se fossimo costoro, cosa decideremmo per l’oggetto del nostro amore?
Chi sceglieremmo tra Beatriz e Paco?
Mi sbaglierò, ma penso che la risposta sia una.
Tragica, triste e amara.
Ma una sola.
E ho l'impressione che tutti quanti noi sappiamo bene quale sarebbe.
Tuttavia, se qualcuno di noi avesse qualche dubbio, ci basterebbe farci la definitiva domanda.
Se noi fossimo Beatriz?
E se fossimo Paco?
Avremmo forse un parere differente, secondo voi?




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30.5.13

Ragazzo gay suicida: pensa a me

Storie e Notizie N. 937

“Sono gay. Tutti mi perseguitano, mi dispiace non ce l’ho fatta. Sono circondato da gente senza cuore, ho tutti contro. Addio, mamma”. Queste sono alcune delle parole che il giovane sedicenne ha lasciato su Facebook prima di gettarsi dalla finestra della sua scuola, a Roma.
E’ fortunatamente salvo, tuttavia, il mio pensiero va a tutti coloro che potrebbero prendere la medesima via.

Quando stai per lanciarti nel vuoto, pensa a me.
Sono il giorno che verrà.
Sono il domani che non conosci, il dì che nessuno può prevedere.
Io sono il lunedì, il martedì e qualsiasi altro frammento d’orizzonte ancora da disegnare che i poveri di immaginazione chiamano settimana.
Io sono quel giorno, quello in cui non vorrai averla mai presa, questa terribile decisione.

Quando stai per farla finita, pensa a me.
Sono la donna con cui vivrai un minuto e nulla più.
Sono l’uomo che ti farà ridere anche solo per un secondo.
Questo secondo.
Donna o uomo, sono la persona per la quale penserai che ne è valsa la pena, sopravvivere al dolore.
E' solo che non mi conosci ancora.

Quando stai per abbandonare il mondo, pensa a me.
Sono il gesto che non penserai di poter mai fare e, credimi, non è quello che stai per fare ora.
Sono un’azione semplice, per molti insignificante, ma per te, solo per te, straordinaria solo sussurrandolo.
Figuriamoci strillandola ad alta voce a quello stesso mondo a cui stai per dire addio.

Quando stai per spegnere la luce, la tua, per sempre… chiudi gli occhi e pensa a me.
Sono uno come tanti, o pochi, ma questo non conta, giusto?
Uno di quelli che ha preso la tua medesima strada ottenendo nient’altro che il titolo di punta sulle prime pagine dei giornali.
Per un giorno, uno solo, stai a vedere.
Stupiscimi, dimostrami che almeno in questo ho avuto successo, ovvero indicarti un’altra via.

Quando stai per tagliare l’ultimo esile filo che ti lega a questa terra, pensa a me.
Sono la terra, tutta la terra, non quella che hai percorso fino ad oggi.
E neanche quella che potresti far tua in una vita intera.
Sono quella che rimane, che brilla e pulsa in ogni istante, tutto intorno e dietro di te.
Più che mai davanti.
Sono l’universo che è sempre stato lì, nel lato cieco ai tuoi occhi ricoperti di lacrime, per quanto giuste.
Libera lo sguardo e prova ad osservarmi o immaginarmi, scegli tu, e poi dimmi se quel che oggi ti opprime regge il confronto con la mia bellezza.

E se proprio non riesci a pensare a noi, quando stai per mollare tutto, pensa a te.
Sì, a te.
Forse non lo sai, anzi, è sicuro, ma a tua volta potresti essere la ragione per la quale altri desistono dall’arrendersi e decidono di continuare a camminare.
Altri che come te stanno meditando la fine.
Altri come te.
Che grazie a te vivranno ancora.
Perché hai deciso di pensare a loro.
A noi.
E a te...

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29.5.13

Neonato gettato nel water Baby n. 59: la storia

Storie e Notizie N. 936

Le autorità mediche cinesi hanno dichiarato che il neonato, soprannominato Baby N. 59 per il numero dell'incubatrice dove è stato tenuto sotto osservazione, risulta essere in buona salute ed è pronto per essere dimesso.

Questa è la mia storia, la storia del bambino numero cinquantanove.
Hanno detto che mia madre mi aveva gettato nel water.
Dicono che forse non se n’è accorta e che è stato un parto inaspettato.
Sta di fatto che appena nato, il mio primo abbraccio è stato quello di un tubo, un freddo e inerte tubo di metallo.
Credete forse che questo cambierà la mia storia?
Pensate magari che questo sarà sufficiente per impedirmi di raccontare la mia vita a modo mio?
Ma avete capito chi sono?
Avete compreso il mio nome?
Io sono il numero cinquantanove.
Non cinquantotto e neppure sessanta, e neanche il tre, notoriamente cifra perfetta.
Esattamente cinquanta più nove.
Probabilmente come mi chiamo per voi non fa molta differenza.
Ciò che conta è che la faccia per me.
Perché dietro quel numero c’è tutta la mia voglia di continuare questo viaggio a prescindere da come sia iniziato, qualunque sia stato l’incipit del mio romanzo.
Uno sgradevole prologo, il mio, lo ammetto.
Tuttavia, in quegli attimi tanti sono stati i cinquantanove che mi hanno dato la forza per sopravvivere.
Cinquantanove sono le volte che mi son detto che l’abbraccio di quel tubo non fosse quello di mia madre e che il bello dovesse ancora arrivare.
E cinquantanove sono i sogni che ho fatto in cui senza alcun dubbio il suo era stato solo un parto inaspettato.
Il parto, non l’amore per me.
Per cinquantanove secondi di un vero abbraccio con lei avrei ripetuto senza discutere lo stesso identico tragitto.
E avrei accettato di vivere non più di cinquantanove anni, pur di avere la certezza dell’accidentalità della mia caduta nel water.
Cinquantanove sono stati i minuti prima che i vicini di casa si accorgessero della mia presenza nelle tubature.
E ben cinquantanove sono state le lacrime che ho visto fuggire dai loro occhi commossi durante il mio salvataggio.
Le mie sarebbero state infinitamente di più, se qualcuno mi avesse insegnato a piangere.
Da quell’istante con cinquantanove tra fratelli e sorelle ero pronto a dividere l’amore di mia madre senza protestare.
E cinquantanove erano i capelli appiccicati in testa per l’acqua malsana con cui ero stato battezzato.
Cinquantanove le docce che bramavo in quel momento per liberarmi di quel fastidioso olezzo.
Per cinquantanove secondi, tanto si fermò il mio cuore laddove in ospedale fecero solo il nome di mia madre.
E per cinquantanove secondi risi di gioia al pensiero di poterla finalmente incontrare.
Poi piansi, malgrado nessuno me l’avesse insegnato.
Di gioia, è chiaro.
Perché io sono il bambino numero cinquantanove.
Né cinquantotto e tantomeno sessanta.
Neppure il dieci dei campioni di calcio.
Sono nato gettato nel water da mia madre o è stato solo un malaugurato incidente, un giorno saprò la verità.
Ciò nonostante, il mio primo bacio è stato quello di un tubo, un gelido e inerte tubo di metallo.
Eppure, pensate forse che questo cambierà il resto della mia storia?
No.
Perché io la scrivo, da ora.

 



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28.5.13

Storie sull'ambiente: la profezia di Piero

Storie e Notizie N. 935

Secondo i 500 esperti che dal 21 al 24 maggio si sono incontrati a Bonn, in Germania, durante il convegno internazionale dal titolo Acqua nell’Antropocene: sfide per la scienza e il governo (Water in the Anthropocene: Challenges for Science and Governance), entro due generazioni l’acqua dolce non sarà più sufficiente per tutti.

Piero ha undici anni.
Un bambino a undici anni non è più solo un bambino.
Ovvero, lo è ancora, ma lo è molto meno di quanto i grandi possano immaginare.
“Papà”, fa seduto sul divano con in mano la rivista aperta proprio sull’articolo che riporta la suddetta amara predizione, “dobbiamo impegnarci a sprecare meno acqua…”
“Certo, hai ragione”, risponde il genitore senza guardarlo, intento a vivere il consueto rito domenicale, dicesi partita del campionato di calcio.
Piero vorrebbe più attenzione e insiste: “Papà, se continuiamo così tra due generazioni moriremo di sete.”
“Davvero?” fa l’uomo mantenendo lo sguardo incollato allo schermo. “Un disastro. Per fortuna tra due generazioni non ci saremo più.”
“Parla per te”, sembra dire il gatto che segue la scena acciambellato in terra, ma con sguardo vigile.
“Papà, ma non è questo il punto. Io potrò avere dei figli, si parla dei tuoi nipoti…”
“Prima falli, questi nipoti, e poi ne riparliamo, adesso però fammi vedere la… eh no, ma sei una schiappa, sei! Ma come si fa? Da solo davanti alla porta…”
Difficile seguire l’azione decisiva del proprio beniamino e al contempo le parole del proprio figlio, per chi ha un solo cervello a cui affidarsi.
Almeno sulla carta.
“Sì, papà, ma non ci siamo solo noi e i nostri nipoti”, prosegue con tenacia Piero, “c’è tutta l’umanità, gli animali, le piante. Se finisce l’acqua muore tutta la terra…”
“Ma chi lo dice?” ribatte il padre senza mollare neanche per una frazione di secondo il cruciale match. “La maestra? Te l’ho detto che le maestre non sono mica infallibili.”
“Non l’ha detto la maestra.”
“E’ stata mamma? Lo sai che tua madre è facilmente impressionabile…”
Una notevole abbaiata del cane, che si trova in cucina in attesa che l’interessata finisca di preparagli il pappone, sembra dire: “Ha parlato cuor di leone.”
Il fatto è che l’animale non ha mai dimenticato il salto che ha fatto il padre di Piero allorché gli aveva fatto sentire per la prima volta la propria voce baritonale.
Ma questa è un’altra storia.
“No, papà”, taglia la testa al classico toro il figlio, “non è stata mamma. Lo dicono gli esperti.”
“See”, minimizza il genitore concentrato sul calcio d’angolo imminente nell’area avversaria, “e chi saranno mai questi esperti?”
“Sono cinquecento, papà, se lo dicono in così tanti che l’acqua sta finendo…”
“Rigore!” strilla l’uomo balzando in piedi agitato innanzi all’arbitro che con il fischietto altrettanto urlante tra le labbra corre verso il dischetto nemico. “Calcio di rigore, evvai.”
Piero è alquanto irritato dalla scarsa attenzione del padre e con la fronte aggrottata lo fissa mentre in piedi attende trepidante l’esito del decisivo tiro.
Capirete, mancano due minuti alla fine della partita.
Il prescelto per il fatidico calcio sistema il pallone, una goccia di sudore imperla la fronte del genitore tifoso, il calciatore prende la rincorsa e un attimo prima che lo scarpino colpisca la sfera le parole di Piero fanno il gol che conta: “Se non ti preoccuperai di risparmiare l’acqua la palla andrà fuori.”
Un boato fugge dalle casse ai lati dello schermo, ma non è la colonna sonora di un tripudio, bensì del suo esatto opposto, grande quanto l’eccezionalità dell’evento.
Perché mai un rigore è stato tirato così lontano dalla porta a cui era destinato.
Il padre di Piero si volta finalmente verso il figlio con gli occhi sgranati e il cuore incastrato nella giugulare.
“Ti prendo un bicchiere d’acqua, papà?” chiede il figlio sorridente.

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27.5.13

Storie di animali: l’ultimo volo

Storie e Notizie N. 934

Abbiamo perso, figlia mia.
Il tribunale ha deciso che sì, uccidere diecimila oche è legale.
Perché per il governo degli umani il loro volo è più importante del nostro.
E delle nostre vite.
No, non piangere, piccola.
No, non sprecare le tue lacrime per ciò che non ti appartiene.
No, non lo meritano.
In fondo lo sapevo.
Anche tuo padre, che il sole e la luna l’abbiano in gloria.
E anche tu.
Noi non siamo qui per sempre.
Sempre è male, diceva papà, ricordi?
Per sempre non è perfetto, non potrebbe mai esserlo, neppure se fosse la cosa migliore del mondo, quel sempre.
Qui e ora, e mai più.
Questa è la perfezione.
La ripetizione non fa altro che sbiadire le meraviglie di questo mondo ed è solo quell’ottusa incapacità a liberarsi delle abitudini a mozzare le ali degli attimi unici.
E che cos’è la vita, la nostra come quella di tutti, se non un’indefinita successione di attimi unici?
Indefinita, non infinita, altrimenti tutto diverrebbe scontato e banale.
Tu non sei banale, mia cara.
Apprezzalo, amalo, abbraccialo questo dono.
Tanti lo sono e non possono far niente per evitarlo.
E la banalità non è una questione di natura, non sentirti in colpa con il resto del mondo, poiché ciascuna creatura su questo pianeta gode di quel medesimo magnifico regalo che è nascere speciali, insieme a una scatola ricolma di palline, ognuna con un numero, ciascuna con una strada, tutte con una singola e distinta scelta.
La mediocrità, la pusillanimità, un’esistenza con il capo chino, si scelgono, si scelgono sempre, laddove li si preferiscano a vivere la propria esistenza per quello che è.
Un’indefinita successione di attimi unici.
O uno straordinario dono.
Leggi allo stesso modo, a seconda del suono che preferisci.
Anima mia, so bene che spesso, come accadrà domani, saranno le scelte di altri a decretare la nostra sorte.
Altri che tutto sono tranne le supreme creature che presumono di essere.
So bene che, il più delle volte, il nostro viaggio sia interrotto dalla stoltezza del prossimo piuttosto che innalzato dalla loro genialità.
Tuttavia, questo non può e non deve impedirti di godere di quel che hai, ora.
In questo irripetibile istante.
Abbiamo perso, figlia mia.
Il tribunale degli umani ha deciso che uccidere diecimila di noi sia lecito.
Malgrado ciò, adesso, in questo magico momento, tu ed io siamo vive.
Tu ed io siamo libere.
Tu ed io abbiamo vinto la vita che amiamo.
Voliamo insieme via da qui, senza guardarci indietro.
E quando saremo in alto, al di sopra delle più lontane tra le nuvole, e osserverai quel pulviscolo che si erge a sovrano della terra, saprai che ora è infinitamente meglio di sempre.
Perché l’ora è il dono migliore che hai.

PS: Un grazie a Stefania Ragusa di Corriere Immigrazione per La storia di Souleyman e Valeria Bonora di Eticamente per Diecimila oche uccise per evitare incidenti all’aeroporto




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24.5.13

Berlusconi ineleggibile legge spiegato a mio figlio

Storie e Notizie N. 933

Per l’ennesima volta Mario si ritrova a dover spiegare al figlio Paolo di nove anni cosa si nasconde dietro i presunti paroloni vomitati dalla tv.

“Papà”, chiede Paolo, come sempre seduto ai piedi del divano intento a disegnare, “cosa vuol dire ineleggibile?”
Mario, ormai ben consapevole che il bambino non lo lascerà seguire il tg finché non avrà assolto al suo compito, si arrende subito, prende il telecomando e spegne la televisione.
“Ineleggibile vuol dire non eleggibile,” risponde speranzoso di essersela cavata così.
“E cosa vuol dire eleggibile?” domanda il piccolo.
Il padre si rende finalmente conto che la cosa sarà lunga, si tira su le maniche e si accinge a dare il meglio di sé: “Eleggibile significa che può essere eletto, che ne ha i requisiti. In particolare, la parola che hai sentito riguardava uno dei nostri politici, di cui abbiamo già parlato in passato.”
“Quindi ineleggibile, che vuol dire non eleggibile, significa che non può essere eletto?”
“Esatto.”
“E perché ne parlava il telegiornale?”
“Perché si discute dell’ineleggibilità di quel politico di cui, come ti ho detto, abbiamo già parlato.”
Paolo rimane pensieroso per un breve ma significativo istante e, proprio laddove Mario inizia a credere di aver concluso per oggi, l’interrogatorio ricomincia: “Papà?”
“Dimmi, caro.”
“Non sarebbe meglio decidere se un politico sia eleggibile, prima che ineleggibile?”
“Vuoi spiegarti meglio?” ribatte Mario, incredulo a trovarsi lui a fare una domanda del genere al figlio.
“Se sia eleggibile, se possa essere eletto. Se ne abbia i requisiti, se va bene...”
“Ho capito, ma quali dovrebbero essere i requisiti? Come dovrebbe essere questo politico, per te?”
“Una persona di cui tutti si fidano, una persona onesta, intelligente, uno forte, coraggioso e bravo, insomma. Come l’uomo ragno. Come te, papà.”
Mario si commuove, ma riesce comunque a mostrare il proprio apprezzamento: “Grazie, Paolo.”
“Di niente, papà. Lo vedi che non serve parlare di questa ineleggibilità?”
“Perché?”
“Perché se si eleggono solo quelli che possono essere eletti, le persone brave, oneste, intelligenti e coraggiose, poi non c’è bisogno di discutere se siano ineleggibili o meno.”
 



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23.5.13

Diritti umani in Italia 2017: se fossimo esseri umani

Storie e Notizie N. 932

E' stato pubblicato il Rapporto annuale 2013 di Amnesty International sulla situazione in tema di diritti umani in ben 159 paesi. Il periodo di osservazione va da gennaio a dicembre 2012.
Leggo, tra le altre cose, che nell’Unione europea, Italia in prima fila, prende sempre più piede una retorica populista secondo la quale rifugiati e migranti sono responsabili delle difficoltà in cui s’imbattono i governi nazionali.
Populisti, rifugiati, migranti, cittadini, clandestini, nazionali, quante parole.
Se fossimo soltanto esseri umani…

Se fossimo esseri umani.
Se fossimo esseri umani e basta sarebbe diverso.
Se tutti noi fossimo esseri umani e nient’altro le cose sarebbero molto più semplici.
E forse migliori.

Se fossimo esseri umani e nulla più, laddove uno di noi si macchiasse del peggiore dei crimini, ovvero togliere la vita a qualcun altro, sarebbe un assassino.
Solo un assassino, checché ne dica l’interessato.
Non potremmo accusare al contempo religioni, paesi interi, etnie, culture, tradizioni e milioni di altri esseri umani.
Anzi, magari riusciremmo a comprendere perfino le tragiche, maledette ma sempre umane ragioni che lo hanno spinto a tanto.
Per esprimere un giudizio lucido, quindi giusto.

Se fossimo esseri umani, solo esseri umani, non sprecheremmo il nostro esiguo tempo e probabilmente le nostre medesime vite a combattere per confini geografici.
Cromatici, psicologici e più che mai emotivi.
Chissà quante occasioni ci stiamo perdendo, illusi di avere un’eternità innanzi a noi.

Se fossimo esseri umani, solo tali, avremmo un solo stato, un’unica moneta e una bandiera uguale per tutti. O forse non avremmo bisogno di alcuna delle tre, perché lo stato, la moneta e la bandiera saremmo noi tutti.
Gli umani.

Se fossimo esseri umani, niente di meno, il nostro volto sarebbe la carta di identità, i nostri sogni il passaporto e il solo fatto di esserlo, umani, il sacrosanto permesso di soggiorno. Viaggiare diverrebbe quindi un dovere, restare un diritto.
Viaggiare e restare insieme, un dato di fatto.

Se fossimo esseri umani, unicamente umani, allorché ci soffermassimo davanti a uno specchio, troveremmo molto di meno di quel che vediamo oggi, ma di sicuro guadagneremmo tanto, infinitamente tanto di più di quel che ora non riusciamo neppure a immaginare. Tonalità del viso, taglio dello sguardo, forma del naso, ampiezza delle labbra, danza dei capelli, ogni segno particolare che tanto oggi ci contraddistingue diverrebbe all’improvviso una trascurabile parte di un tutto incommensurabile.
Dicesi natura.

Se fossimo del tutto esseri umani, privi di inutili aggiunte, avremmo sempre in mente perché l’altro che sulla strada incontriamo cammina, cade e si rialza, corre, vola e ricade perché volare non può, ama, odia e vive o muore.
Perché essere umano sarebbe la prima cosa che penseremmo di lui.
E l’ultima.

Se fossimo esseri umani.
Se fossimo esseri umani e basta il mondo sarebbe diverso.
Se tutti noi fossimo esseri umani, che poi è quello che siamo, la nostra vita sarebbe molto più semplice.
E forse più felice.
Perfino senza confini, nazionalità e tutto il pesante bagaglio con cui viaggiamo ogni giorno.

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22.5.13

A Don Andrea Gallo: un vero prete cristiano


Suicidio Notre Dame anti nozze gay scrittore di destra: di vita e morte

Storie e Notizie N. 931

Questa è una storia di vita e di morte.
Questa è la storia di due vite e di due morti.
Questa è una delle storie di Nostra Signora di Parigi.
Dominique Venner nacque nella capitale francese il 16 aprile del 1935 e il 21 maggio del 2013 si è suicidato proprio nel suo ventre.
Malgrado ci auguriamo sia stato l’ultimo, non è stato il primo.
Antonieta Rivas Mercado nacque a Città del Messico il 28 aprile del 1900 e circa quattro anni prima della nascita di Venner, precisamente l’11 febbraio del 1931, si è tolta la vita nella stessa cattedrale.
Due vite diverse, come capita quasi sempre.
Dominique, raggiunti i 18 anni, sceglie di sua sponte di arruolarsi nell'esercito francese e si lancia col paracadute in Algeria.
Altra epoca, quella di Antonieta, con regole diverse per chi desideri prendere decisioni autonome essendo donna.
Difatti, all’età di 18 anni si considera realizzata sposando l’ingegnere anglo-americano Albert Edward Blair, e l’anno seguente da alla luce Donald Antonio, detto Tonito, l’unico vero amore della sua vita.
Ovvero, corrisposto.
Negli anni ’60, tra i 25 e i 30 anni, Dominique accentua ulteriormente il proprio sfrenato amor patrio, sino a trasformarlo nel solito diritto di esportazione del medesimo e come membro dell’Organisation de l'Armée Secrète combatte contro l’indipendenza dell’Algeria dalla sua terra natia.
Durante la fine degli anni ’20, alla medesima età di Venner, la più grande missione di Antonieta è quella di riappropriarsi della dignità e della libertà quale essere umano, ancor prima che donna, lottando per ottenere il divorzio dal marito.
Negli anni seguenti, tornato in patria, Dominique si impegna, con passione e parole, sacrificando ogni energia all’altare del nazionalismo e dell’anti comunismo, ergendosi a difesa dei valori occidentali.
Negli anni seguenti, dopo la morte del padre, Antonieta si impegna, con passione e parole, sacrificando ogni energia per prendere il posto del genitore a guida della propria famiglia, sebbene non le sia richiesto.
E allo stesso tempo, trova quest'ultimo per ergersi a difesa della cultura e soprattutto dei diritti delle donne nel suo paese, diventando una vera pioniera della lotta per l'emancipazione femminile.
Col tempo, per Dominique la Storia con la esse maiuscola diviene l’arma più importante con cui frenare l’inarrestabile invasione islamica e la strabordante deriva morale che ai suoi occhi stanno invadendo la sua terra.
Col tempo, per Antonieta le sue travagliate storie, tutte rigorosamente con la esse minuscola, divengono le armi con cui la vita fa di tutto per frenare gli inarrestabili sogni e le strabordanti passioni che invadono il suo cuore.
Il 21 maggio del 2013 Dominique è entrato nella Cattedrale di Notre-Dame e si è tolto la vita contro i matrimoni tra persone dello stesso sesso.
L’11 febbraio del 1931 Antonieta è entrata nella Cattedrale di Notre-Dame e si è uccisa per non danneggiare ulteriormente, a suo dire, il proprio unico figlio con la sua sfortunata esistenza.
Questa è una storia di vita e di morte.
Questa è la storia di due vite e di due morti.
Questa è una delle tante storie di Nostra Signora di Parigi.
Rimangono le parole, per fortuna o meno.
"Mi do la morte per risvegliare le coscienze assopite." Dominique Venner
"La femmina è diversa dal maschio e deve affermare la sua differenza invece che aspirare ad assomigliare al maschio."* Antonieta Rivas Mercado
Come sempre, decidere cosa farne resta ai posteri…

*Fonte
 



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21.5.13

Cittadinanza bambini stranieri nati Italia 2017 storia di Souleyman

Storie e Notizie N. 930

Mi chiamo Souleyman e sì, sono un bambino nato in Italia da cittadini stranieri.
Quindi, per la vostra legge non sono Italiano.
Potrò esserlo un giorno, forse lontano, magari vicino.
Tuttavia, non è questo il punto di questo racconto.
D’altra parte, si parla della mia vita, dell’esistenza di un essere umano, ovvero pensieri, emozioni, sentimenti e una miriade di possibilità ancora da scrivere.
Nondimeno, è meglio dirla con un racconto, così arriva più facilmente.
All’immaginazione, se non al cuore.
E proprio nel regno dell’immaginazione, mettiamo che io sia cittadino Italiano dalla nascita, avvenuta pressappoco due anni addietro.
Sì, proprio io, un bambino nato in Italia da cittadini stranieri, un bambino di colore, se così vi è più facile raffigurarmi, un bambino Italiano di colore.
Inseritemi pure nel quadro più angosciato della vostra fantasia, se volete.
Un bambino, secondo alcuni proprio perché figlio di cittadini stranieri e pure di colore, che un giorno contaminerà la vostra cultura italica, sino a farla scomparire.
Via la pasta asciutta, la pizza, il caffè e la nazionale di calcio.
Al suo posto, sempre in quell’inquietante quadro, io Souleyman vi costringerò a mangiare solo Kebab e fumare dal Narghilè, a bere Sake e a vedere le partite di Cricket, così per fare un confuso pot-pourri.
Sempre io, il bambino di colore Italiano, vi nasconderò il crocifisso dove non riuscirete più a trovarlo, anzi, ve lo vieterò, pena il taglio della mano, anzi, di qualcos’altro, che vi spaventa di più.
Ma non solo.
Altro che Obama e Cécile Kyenge, l’incubo della Lega Nord e di Forza Nuova si realizzerà pienamente proprio grazie al sottoscritto.
Io sarò ovviamente il primo presidente del consiglio di colore, nero o marrone, fate voi, e quale prima legge stabilirò criteri assoluti di discriminazione verso i bianchi, ovvero italiani 'vecchia generazione'.
Prima gli scuri, poi le mozzarelle, questo sarà il mio motto.
E siciliani, calabresi e lampadati vari non facciano i furbi. Come premier creerò un comitato per l’assegnazione della patente di nero doc, le imitazioni sono quindi diffidate sin da ora.
Che altro?
Ah, il lavoro e la casa, altro incubo. Ebbene, mettetevi l’anima in pace, anzi, no. Il lavoro e la casa verranno dati prima ai cittadini stranieri nati in Italia, poi agli altri.
E quando toccherà a costoro, solo pernacchie, così, per puro sadismo.
Gli altri… diciamo i pochi rimasti, casomai.
Perché siamo onesti, basta dare un’occhiata alle classi di bambini nelle scuole.
Sarete in pochi, accettatelo, sarete accerchiati da un’enorme massa oscura, che parla una lingua a voi sconosciuta, vive nella più promiscua poligamia e prega divinità pagane facendo sacrifici umani.
Questo è quel che avverrà in quel quadro che tanto tormenta i vostri già agitati sonni.
Ciò nonostante, la mia e, credetemi, vostra fortuna e che il sottoscritto, prima di essere figlio di cittadini stranieri e di colore, è un bambino.
E nessuno al mondo è in grado di sapere quale storia un bambino scriverà con la propria vita.
Noi altri, tutti, possiamo solo aiutarlo a fare del suo meglio.
Oppure ostacolarlo.
Italiano o meno.


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20.5.13

Ius soli ius sanguinis Italia: nato in mezzo tra due sud

Storie e Notizie N. 929

http://www.youtube.com/watch?v=4ZC2eiF6N8Q
Guarda il video
Essendomi di recente espresso sul mio Ius soli, volevo dire qualcosa anche sullo Ius sanguinis, espressione che riguarda l'acquisizione della cittadinanza grazie alla nascita da un genitore in possesso della medesima.
Tuttavia, se tua madre e tuo padre sono Luce e Buio, può venir fuori solo un'altra storia...

Il mio nome è Tramonto.
Sì, quel magico momento tra il giorno e la notte, quell'attimo affascinante e
incerto, denso di mistero.
E’ proprio in quell'attimo che sono nato, sospeso tra il nulla e l'infinito.
Sempre al tramonto fui concepito.
Mio padre Buio e mia madre Luce ebbero solo un istante per amarsi, ma fu sufficiente per donarmi al mondo.
Sono nato in mezzo tra due sud.
Quello d'Italia, Napoli, e quello del mondo, l'Africa.
Quindi, tra due colori, tra un nome e un cognome così diversi, tra mente e cuore, soprattutto.
Sono nato lì, su quella linea di confine, e da allora ho vissuto camminando su una corda immaginaria, sospeso su un mondo bisognoso di riconoscere e di riconoscersi.
Di giorno, studiando formule e teoremi, e la notte recitando, cantando e soprattutto scrivendo.
Col tempo ho imparato ad amare questa vita perennemente in bilico, con i piedi per terra e la testa persa fra le stelle.
E ho fatto un sogno.
Sì, proprio in quell'ora affascinante in cui il sole e la luna si scambiano il 'cinque'.
In quell'attimo fatto a posta per i nati in mezzo come me.
Esattamente in quel momento, ho sognato che forse siamo in tanti a camminare su quella corda, più di quanti io creda.

Tratto da Tramonto
 



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17.5.13

Uomini più ricchi del mondo 2014 Bill Gates? No, Silvio

Storie e Notizie N. 928

State tranquilli, che non si tratta di quel Silvio.
Di sicuro, però, il più ricco non è Bill Gates, nonostante quel che affermi la classifica aggiornata di Bloomberg, di cui vi allego i primi dieci miliardari:
1. Bill Gates, Stati Uniti: 72.7 miliardi di dollari
2. Carlos Slim Helú, Messico: 72.1 miliardi di dollari
3. Warren Buffett, Stati Uniti: 59.7 miliardi di dollari
4. Amancio Ortega, Spagna: 56 miliardi di dollari
5. Ingvar Kamprad, Svezia: 55.6 miliardi di dollari
6. Charles Koch, Stati Uniti: 45.2 miliardi di dollari
7. David Koch, Stati Uniti: 45.2 miliardi di dollari
8. Larry Ellison, Stati Uniti: 41.6 miliardi di dollari
9. Christy Walton, Stati Uniti: 37.9 miliardi di dollari
10. Jim Walton, Stati Uniti: 36.1 miliardi di dollari
A riprova di quel che sostengo nel titolo, eccovi la testimonianza di Silvio in persona:

Io sono il più ricco del mondo.
Perché se costoro sono i più abbienti della terra, vi dico senza tema di smentita che sono più ricco di tutti loro messi insieme.
La sparo grossa?
Allora, ve lo dimostro.
Cosa vuol dire essere miliardari come questi signori?
Potere, potere, potere, all’ennesima potenza, non è così?
Potere di far questo e di far quell’altro, molto più di ogni altro sul pianeta.
Ebbene, eccovi i miei poteri, che tutti i riccastri di questo mondo si sognano.
Io posso vivere senza alcun bisogno di lavorare.
Non devo pagare quindi tasse, vedi Imu, e quant’altro sulle mie entrate.
Le mie presunte entrate.
Sempre senza uno straccio di lavoro, io posso mangiare di tutto fregandomene altamente della linea e di diete, di cibi biologici e ipocalorici, di vegan e vegetariani.
Io posso mangiare tutto, punto.
Il cibo non lo pago e nessuno mi arresta per questo, guarda un po’.
Io posso non svegliarmi ogni mattino per stressarmi cercando di arrivare in tempo in ufficio, perché un ufficio non ho la più pallida idea di cosa sia, io viaggio ovunque, quando e come mi aggrada.
Sono sempre in ferie, io.
Non pago biglietti ferroviari, non mi struggo alla ricerca dei migliori low cost sugli aerei, non mi scervello nel capire se convenga più l’auto a metano rispetto a quella Gpl, lo scooter 50 piuttosto che il 125, indi per cui non faccio mai incidenti stradali.
Il sabato sera posso quindi bere fino a farmi scoppiare e tornare a casa dalla discoteca veloce come cappero mi gira.
Perché nessuna legge me lo vieta.
Perché non conosco legge alcuna.
Tranne forse quella che un giorno ha decretato la mia nascita e un altro, mi auguro il più lontano possibile, sancirà la mia fine.
Ciò nonostante, io posso arrivare a questo traguardo senza alcun bisogno di chiedermi cosa ci sarà dopo.
Non me lo chiedo non perché non capisca il senso della domanda.
Non me lo chiedo perché io sono veramente il più ricco del mondo e sono troppo impegnato a viverla, la vita, per perdere il tempo a deprimermi sulla sua lunghezza.
Io posso amare chiunque, quando e dove voglio e non conosco alcuno che possa dirmi se sia lecito o meno.
Io posso abitare dove voglio e con chi voglio, cambiando appartamento da un secondo all'altro senza alcuna necessità di chiamare una compagnia di trasporti.
Non ho alcunché da trasportare, perché sono il più ricco, ma questo già l’ho detto.
Io posso comunicare con chiunque, in qualsiasi istante, senza alcun bisogno di cellulari super accessoriati e pc iper veloci.
Indi per cui non ho un profilo su Facebook e tanto meno su Twitter, eppure ho tanti amici e altrettanti followers.
Mi basta uscire di casa e scegliere di non essere più solo.
Immagino avrete capito che potrei andare avanti all’infinito, con questi io posso.
E credetemi sulla parola, la cosa più incredibile, almeno per voi altri, è che non sono l’unico ad essere il più ricco del mondo.
Siamo molti di più di quanto possiate immaginare…

Leggi altre storie di animali.


Silvio

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16.5.13

Ciclone tropicale Mahasen Bangladesh: opportunità di Agantuk

Storie e Notizie N. 927

Bangladesh, 16 maggio 2013

Egregio Mahasen,
Il mio nome è Agantuk, ma non è per fare polemica, che ti scrivo.
Non so neppure cosa sia, una polemica, a meno che non sia qualcosa che si mangi. In quel caso, anche se non la conosco, per me va bene, la voglio.
Che vuoi farci se ho sempre fame, tra un digiuno e l’altro.
Tuttavia, non sono qui per lamentarmi.
Non sono uso a farlo, ecco.
Mamma si lamenta se mi lamento, ma non è questo il problema.
Papà si lamenta se mi lamento e sono ceffoni, questo sì che lo è.
Ciò nonostante, non sono qui per parlare del mio stomaco.
La mia è una questione di opportunità.
Conosci questa parola, no? Io da oggi, perché non sapevo come esprimere il concetto centrale in questa mia missiva ma ho chiesto aiuto a mia zia e lei me l’ha consigliata.
Ah, non sai mia zia quante parole sa.
Capirai, non si è sposata e passa molto tempo ad osservare la vita degli altri, piuttosto che la sua. E quando osservi così tanto il prossimo di parole ne impari tante, forse troppe, perché quando capisci tanto soffri di più.
Lo dice sempre mia zia, ma mio padre sostiene che è perché non si è sposata, ma mia madre, che è la sorella, non è d’accordo.
Anch’io, se è per questo, ma lo tengo per me.
Sai, un giorno ho provato a farlo presente a mio padre e lui mi ha fatto presente che se gli faccio presente che sono in disaccordo mentre discute con mia madre sono ceffoni.
Tipo ceffonesco, papà.
Ad ogni modo, non sono qui per parlare del babbo, ma dell’opportunità.
Tu già sai a cosa mi riferisco, sei un ciclone, ovvero una regione atmosferica in cui la pressione atmosferica è minore di quella delle regioni circostanti alla stessa altitudine, tipicamente associata a cattivo tempo atmosferico, ma questa l’ho incollata dopo averla copiata da Wikipedia.
Quello che voglio dire è che, alla stregua di tutti i fenomeni atmosferici, come la pioggia, la grandine e la febbre, esisti sulla terra da sempre, ne hai viste tante e di parole ne saprai sicuramente molte di più di mia zia.
Cosa? La febbre non è un fenomeno atmosferico? D’accordo, ma è anche lei una rottura.
E poi è proprio questo il punto.
Dalle nostre parti, pioggia, grandine e qualsiasi altro particolare della vita quotidiana che per la parte fortunata del mondo vuol dire tirare fuori l’ombrello o le galosce, da noi sono talvolta una gran rottura, spesso una tragedia.
Ecco quindi che arriviamo alla parola magica di questa lettera, ovvero opportunità.
Ma ti sembra il caso?
No, dico, lo hai visto in che condizioni viviamo, qui?
Viviamo è una parola forte, lo so. Diciamo tiriamo a campare. Anzi, meglio, navighiamo a vista.
Letteralmente, in questi giorni.
Con questo non voglio dire che allora devi emigrare in altri paesi e distruggere quelli al posto del nostro, ma c’è un limite al sadismo, non credi?
Poveri e affamati non basta? Pure perseguitati dalla natura?
Non è sufficiente il resto dell’umanità a dimostrarsi infame il più delle volte?
Che cappero, la maestra dice sempre che la natura è perfetta.
Forse ci vorrebbe un po’ di imperfezione, allora.
Fammi sapere se puoi fare qualcosa.
Aspetto tue nuove.
Anzi no.
A mai più.
 



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15.5.13

A piedi dagli Usa al Brasile palleggiando: la vera storia di Richard Swanson

Storie e Notizie N. 926

Questa è la storia dell’uomo che dribblava.
Tutto.
Anche la morte.
Richard Swanson iniziò il suo viaggio il primo maggio del 2013, dalla sua casa di Seattle, Washington, Stati Uniti d’America.
Sedicimila chilometri fino in Brasile, a San Paolo, giusto in tempo per il fischio d’inizio dei mondiali di calcio 2014.
Palleggiando e dribblando, con il suo amato pallone incollato ai piedi, come si dice dei campioni affermati.
Perché?
Potrei dirvi che Richard lo avrebbe fatto anche privo di una valida ragione, perché coloro che amano non hanno bisogno di motivi, altrimenti non è mai vero amore.
E il nostro adorava il proprio pallone e con esso avrebbe affrontato qualunque nemico, palleggiando e dribblando.
Perfino quando era stato licenziato e con due figli si era ritrovato a quarant’anni a dover riscrivere presente e soprattutto futuro, per se stesso e per le vite che da lui dipendevano.
E’ in quel momento che si è rammentato di quando da ragazzo giocava nei Seattle Sounders, di quei meravigliosi giorni in cui per ribaltare un esito sfortunato sarebbe bastato calciare una palla dritta in rete.
Portiere permettendo, è ovvio.
La visione, l’intuizione o il sogno, chiamatelo come volete, giunse in quell’istante, mentre da solo, in soffitta, ammirava con un accenno di nostalgia dipinto negli occhi la maglietta e il pallone impolverati.
Un uomo, una palla, 10 mila miglia, ecco cosa mi attende, pensò.
Così parlò subito a moglie e figli del suo proponimento, dichiarando di sentirsi destinato a questo importante viaggio.
Per se stesso e per loro, poiché solo un uomo che trova il senso della propria esistenza è capace di darlo a quella del prossimo, figuriamoci se tra questo prossimo si trovano coloro a cui tiene maggiormente al mondo.
Come vi ho detto, Richard lo avrebbe fatto in ogni caso, questo viaggio, ma decise che ne avrebbe donato i frutti all’organizzazione benefica californiana One World Futbol Project, la quale si occupa tra le altre cose di regalare palloni da calcio indistruttibili ai ragazzi che vivono nei paesi in via di sviluppo.
Il primo di maggio, zaino in spalla, sacco a pelo e pallone, Richard si è messo in marcia, dopo aver abbracciato e salutato commosso i suoi cari, e ha iniziato a palleggiare e più che mai a dribblare.
Perché questa è la storia dell’uomo che dribblava.
Tutto.
Potrei concludere questo racconto amaramente, dicendovi che questo martedì, dopo soli 430 chilometri, presso Lincoln City, nell’Oregon, mentre viaggiava sul ciglio dell’autostrada US Highway 101, Richard è stato investito da un camioncino ed è morto.
Tuttavia non lo farò.
Niente e nessuno potranno mai fermare l’uomo che dribblava.
Perché niente e nessuno potranno mai fermare un sogno.
E se per caso l’anno prossimo vi troverete a San Paolo nel giorno dell’inizio dei mondiali di calcio, quando nello stadio l’arbitro si accingerà a suonare il fischietto e le squadre sistemeranno il pallone sul dischetto, ne sentirete un altro rimbalzare.
Di gioia, vera gioia, altro che gol.
Ma ormai sapete già di chi si tratterà.
Richard, l’uomo che dribblava.
Tutto.
Anche la morte.
 



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14.5.13

Riscaldamento globale cause conseguenze e rimedi: il contratto

Storie e Notizie N. 925

Una ricerca della University of East Anglia, pubblicata ieri sulla rivista Nature Climate Change, rivela che se non interverremo al più presto per contrastare il riscaldamento globale, i traumatici mutamenti climatici che il nostro pianeta sta subendo in maniera sempre più intensa provocheranno la scomparsa di un terzo degli animali e più della metà delle piante comuni entro il 2080.
La suddetta è solo una delle tante conseguenze di tale fenomeno e sulle cause ci sono varie ipotesi, ma la responsabilità dell’uomo, ovvero la nostra, è indicata come principale.
Vista l’indifferenza della nostra specie di fronte a questa pressante urgenza, ho deciso di dare voce ai primi interessati, piante e animali, i quali hanno realizzato una bozza di contratto che qui di seguito vi allego.

I sottoscritti, abitanti della terra a tutti gli effetti, di seguito denominati come noi altri, e gli esseri cosiddetti umani, di seguito denominati voi altri, stipulano quanto segue:

Obblighi di voi altri:

Ridurre drasticamente la diffusione di gas serra e aerosol nell’aere, nonché cessare del tutto attività mirate alla deforestazione del pianeta.

Obblighi di noi altri:

In cambio, noi piante e animali ci impegneremo a vario titolo nelle più disparate modalità.
In ordine sparso, ecco alcune delle proposte in vigore alla reciproca sottoscrizione di codesto accordo.
I gatti, mentre faranno le fusa, vi canteranno rilassanti ballate folk per conciliarvi il sonno.
Le rose saranno finalmente nude alla vostra mercé, ovvero prive di spine.
Le api vi eviteranno tutta la trafila delle arnie, con annessa seccatura delle punture, fornendovi il miele già in barattolo, con confezioni di tonalità a vostra scelta.
Donne, basta con l’uncinetto, poiché le pecore vi consegneranno a richiesta maglioni di tutti i colori e per ogni taglia.
Per voi, solo per voi, pomodori e mozzarelle si sposeranno o conviveranno, a loro sacrosanta scelta, così da permettervi di trovare ad aspettarvi nell’orto un’ottima caprese, peraltro già condita.
Pescatori sfigati? Le trote abboccheranno di propria sponte ai vostri ami affamati, ma solo nei giorni dispari.
Difatti, nei giorni pari ci sarà probabilmente grande ressa al porcile, dove i maiali offriranno i loro noti derivati già pronti, senza il bisogno di farla troppo lunga. Salame, mortadella, prosciutto, salsicce e porchetta, insomma, tutto il campionario, pronto per essere consumato.
Le piante di caffè verranno su aggiornate alla bisogna, così da avere chicchi macchiati, corretti al rum, al whisky o come preferite, secondo i vostri gusti sulla relativa tazzina.
I cani andranno a spasso da soli, faranno la popò, la raccoglieranno con le zampine inguantate e la riporranno nell’apposito cassonetto.
I pesci che vincerete alle giostre non moriranno più all’improvviso, traumatizzando i vostri figli, ma scriveranno un biglietto la sera prima.
La banane si sbucceranno autonomamente, così come le pere e le mele.
Sui cocomeri dateci tempo, ci stanno lavorando tanto, abbiate fiducia.
Le zanzare, udite udite, diverranno astemie per sempre. Basta con i pruriti e quel fastidioso ronzio notturno. Ovviamente nei primi tempi ci saranno gravi crisi di astinenza e alcune tra loro potrebbero sclerare, ma confidiamo nella vostra comprensione.
L’insalata crescerà già condita, il pop corn scoppietterà spontaneamente nei granai, le mucche si mungeranno da sole, i serpenti li potrete usare come sciarpe e le bisce come cinte, il becco dei pellicani come cassaforte e gli scorpioni come antifurto, gli istrici come spazzole e le lucertole, come lucertole da tormentare, idem per le formiche, fate voi.
Il polline non vi allergizzerà più, i girasoli gireranno come cappero vi aggraderà, le noccioline le troverete già sgusciate, il tartufo lo scoverete senza i cani da tartufo, le fragole senza i cani da… no, che dico, beh, insomma, le troverete più facilmente di prima.
Gli squali non saranno più attratti dal sangue, bensì dal vinavil, ma tanto chi può essere così stupido da versare il vinavil nell’oceano?
Infine, l’ortica non pizzicherà più o al massimo metterà intorno segnali di avvertimento catarifrangenti.
Ecco, mi sembra tutto. Questa è ovviamente una bozza e, credeteci, possiamo mettere sul piatto anche di più. Per esempio le ostriche vi regaleranno intere collane di perle aprendo la bocca senza discutere e le puzzole si laveranno una volta per tutte.
Insomma, la nostra proposta è trattabile.
E’ la vostra che non lo è.
Altrimenti, qui schiodiamo tutti.
Noi altri e voi altri.

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13.5.13

Storie di bambini: la danza di Farrukhzad

Storie e Notizie N. 924

Aggiornamento: questo racconto è contenuto nel libro Roba da bambini, (Tempesta Editore - 2014)

Ahi loro, nulla di nuovo in Afghanistan.
Una mina celata lungo il ciglio di una via esplode al passaggio di un camion e 10 persone perdono la vita.
10 persone, di cui 3 bambini.
Fin qui i fatti.
Da qui in poi la storia…

E se vi dicessi che sul camion erano in undici?
Sì, so bene che sui giornali questa notizia non c’è, tuttavia, credo ormai sia chiaro che il sottoscritto non è un giornalista e questo è tutto tranne un giornale.
Ecco perché mi sento in diritto, laddove non sia possibile leggerla, di raccontarvi la storia di
Farrukhzad.
Farrukhzad, il cui nome vuol dire felice.
Già, felice, e lei felice lo è davvero.
Nonostante la guerra, nonostante tutto, il che vale molto di più, non credete?
Perché se sei felice nonostante tutto vuol dire che sei immortale, qualunque cosa accada, altro che anima eterna.
Niente può abbatterti o rattristarti.
In tempo di guerra, figuriamoci in tempo di pace, che noi altri conosciamo molto meglio di lei, di tutte le Farrukhzad di questo mondo.
Come la nostra, l’undicesima persona sul camion e la quarta bambina, ovvero او رقص, tradotto dal persiano lei che balla.
Questo è il soprannome che si è guadagnato la ragazzina nel suo piccolo villaggio poco fuori Kandahār.
Lei che balla, lei che qualunque cosa accada danzerà, con tutto quel che la rende viva, ad ogni costo.
Con la musica nelle orecchie o senza.
Perché la vera musica è dentro, ha detto un giorno nonna Arghavan a sua madre, preoccupata dalla quantità di tempo che la bimba trascorreva ballando.
In casa, per strada, sulle colline.
Perfino sul camion, quel maledetto giorno.
Un giorno come tanti, troppi, allorché la ruota anteriore destra del mezzo si abbracciò con il più ineluttabile dei destini, per i più la morte.
In dieci hanno concluso il proprio viaggio, a causa di quel perverso amplesso.
Nondimeno, qui, solo per noi, su questa ingenua pagina, la bambina chiamata Farrukhzad non è morta affatto.
Perché il suo nome significa felice? Forse, potrebbe essere.
Ma non la direbbe tutta.
Farrukhzad è viva perché lei balla.
Le mine di questo mondo possono toglierle un braccio, due e ballerà ancora.
Una gamba e l’altra, anche con la stessa esplosione.
E lei ballerà.
Qui, per noi, e se non volete, anche solo per me.
Perché io la amo per ciò che mi dona danzando.
Perché mi ricorda che per quanti bambini possano morire per colpa della nostra idiozia, ce ne sono altrettanti che vivono e sopravvivono con il sorriso sulle labbra.
Nonostante tutto, nonostante noi.
Loro che ballano, come Farrukhzad.
Con la musica dentro.

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10.5.13

Ius soli Italia significato cittadinanza: io sono Italiano

Storie e Notizie N. 923

Beppe Grillo scrive oggi sul suo blog riguardo lo Ius soli: Lo ius soli se si è nati in Italia da genitori stranieri e si risiede ininterrottamente fino a 18 anni è già un fatto acquisito. Chi vuole al compimento del diciottesimo anno di età può decidere di diventare cittadino italiano. Questa regola può naturalmente essere cambiata, ma solo attraverso un referendum nel quale si spiegano gli effetti di uno ius soli dalla nascita. Una decisione che può cambiare nel tempo la geografia del Paese non può essere lasciata a un gruppetto di parlamentari e di politici in campagna elettorale permanente.
Un referendum… ovvero ascoltare il parere dei cittadini?
Eccovi il mio:

Io sono Italiano.
Potrei dire che lo sono perché lo dice la legge, ovvero per lo Ius sanguinis e lo Ius soli.
Ma non sarebbe la verità.
Cioè tutta.
Perlomeno la parte concreta, altro che chiacchiere.
Sono Italiano perché amo questo paese sin da quando sono nato.
Altrimenti, non sarei qui, ora.
Nessuno mi obbliga a restarci e avrei potuto lasciarlo molte volte.
Io sono Italiano perché lavoro, fin da quando ne ho facoltà, per rendere migliore questa terra.
Per combatterne le ingiustizie, le disumanità, gli abusi.
Con gratificazione o meno.
Sono Italiano non solo perché mia madre lo è, ma proprio perché l’Italia è il paese che ha scelto mio padre un giorno, dall’altra parte del mondo.
Perché una scelta ha un valore immensamente più grande di qualcosa che è solo frutto del caso, come nascere qui o altrove.
E se per tale scelta si rischia vita e ogni altro bene, la dice lunga.
Io sono Italiano perché conosco questo paese.
Sono Italiano perché nonostante ne viva quotidianamente l’ignoranza, la corruzione, il nepotismo, l’assoluta mancanza di meritocrazia, il provincialismo, l’ottuso individualismo e la dilagante mancanza di rispetto per i diritti umani, ogni giorno mi alzo dal letto e mi sforzo di aver fiducia e credere nell’altra metà della luna.
La parte onesta, lavoratrice, costruttiva, sognatrice, leale.
Come l’immigrato africano che è stato mio padre e che è qui sepolto.
Da Italiano.
Da Italiano come lo sono io, perché quando leggo che questo paese soffre e piange, io soffro e piango con lui.
E laddove l’Italia gioisca ed esulti, anch’io faccio altrettanto.
Non solo se si tratta della nazionale di calcio, ovviamente.
Io sono Italiano e non ho bisogno che sia la mia carta di identità ad attestarlo.
Lo sono tutte le volte che, davanti ad un mio concittadino che manchi d’amore per il paese che entrambi ospita, gli faccio sentire tutto il mio dissenso.
Perché saprei che è mio dovere farlo.
Se sono veramente Italiano.
E io lo sono.
Veramente Italiano.
A prescindere da quello che le leggi dicano.
E a chiunque tra voi, cittadino doc o meno, che non abbia le mie stesse ragioni o parte di esse, dico che non è Italiano.
Veramente.
Ha solo i documenti in tasca.
Io lo sono.
Italiano.

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