28.4.17

La guerra spiegata ai ragazzi

Storie e Notizie N. 1464

"C'è la possibilità che si possa finire per avere un grande conflitto con la Corea del Nord. Assolutamente", ha dichiarato il presidente degli USA alla stampa. "Ci piacerebbe risolvere le cose diplomaticamente, ma è molto difficile", ha aggiunto.

C’era una volta una storia.
Ovvero, quella che conosciamo meglio al mondo, noi cosiddetti grandi.
Perché non è affatto vero che la pace sia la scelta più facile, maggiormente logica e meglio comprensibile.

Soprattutto da chi è tormentato da incubi tutt’altro che semplici, guidato da una mente per nulla razionale e non considera affatto la conoscenza dei fatti come una priorità per decidere la rotta.
E così che la guerra ha avuto inizio la prima volta, all’alba dei tempi.
Comincia sempre in questo modo, sai?
Non con le armi e i colpi mortali, con le ferite aperte e la battaglia.
Si parte con gli sguardi feroci.
E le espressioni torve.
I gesti ostili.
E le mancanze di cortesia.
Tutti gli sgarbi possibili in tutte le occasioni presentabili.
E poi arrivano loro, le spade più affilate e i fendenti più pericolosi.
Le parole, già.
La guerra esordisce ogni volta con una frase.
Spesso niente di originale, talvolta nuova nella forma, ma non nelle intenzioni.
L’ottusa danza prosegue con l’inevitabile risposta dell’interlocutore che non aspettava altro che questo.
La guerra, esatto.
Il momento per essere protagonista, sognato ogni notte da coloro che non hanno altro modo per sentirsi vivi.
In cotal modo si va avanti, tra una replica e l’altra, a riscaldare gli animi e fingere di far lo stesso con i rispettivi cuori.
Che non conoscono altro che gelo, inerte e indifferente gelo.
Il volume della voce si fa pericolosamente alto, le pagine tremano sotto il peso dei deliri dei litiganti e il pubblico diventa sempre di più succube dell’osceno spettacolo.
Finché non arrivano i titoli di testa.
Vuol dire che la sceneggiatura ha finalmente trovato i produttori, il regista ha il suo cast di attori protagonisti e di comparse complici.
Il film può iniziare, che gli eserciti entrino in scena.
L’oscura signora, di nero vestita, è giunta sul set ma non ha una falce in mano, bensì il ciak che da il via alle riprese.
Con una distribuzione fenomenale e l’asservimento dei messaggeri di cattivi notizie il successo è assicurato al botteghino, per la pellicola più vista della storia.
Perché perfino dopo i titoli di coda, la sigla finale che rimbomba dalle casse e gli spettatori sopravvissuti che defluiscono dalla sala con le lacrime agli occhi e lo sdegno, i mai più e la vergogna, il terrore e la rabbia, le buone intenzioni e i pacifici proponimenti, è come se la farsa degli adulti consapevoli sia solo entrata nel vivo.
La contesa non è mai finita, allora.
Ieri e il giorno primo ancora.
La guerra diviene dopo guerra, il quale vuol dire in pratica che il prima possibile, al meglio dopo, tutto si ripeterà.
Gli sguardi e i gesti.
Le scortesie e le provocazioni.
Seguite di nuovo dalle parole, secondo copione.
Le ingiurie e le intimidazioni, le manifestazioni di arroganza o di paura, difficilmente distinguibili, se ci pensi.
E la luce della ragione se ne va ancora, scacciata da un’abominevole sete di oblio.
Il folle, cieco proiezionista prende dallo scaffale la solita pellicola, consumata allo stremo, e lo schermo riprende a bruciare innanzi alla platea gremita.
Solo posti in piedi, di fronte al racconto scritto nella nostra disabile memoria con inchiostro che potremmo definire ingenuamente simpatico.
Nondimeno, l’orrenda narrazione dell’uomo uccide uomo non si limita a cancellarsi una volta letta.
Si porta via con sé tutto quel che è stato scritto e gridato nei giorni della saggezza, con le più sincere speranze e l’autorevolezza migliore.
C’era una volta una storia, perciò.
Che non ha mai smesso di essere raccontata.
Se non ci piace, non serve a nulla fingere che non esista.
Possiamo solo darci da fare per viverne un’altra.


Compra il mio ultimo libro, Tramonto, la favola del figlio di Buio e Luce
Leggi anche il racconto della settimana: Sara che cammina dritta
Leggi altre storie sulla pace
Ascolta la mia canzone La libertà
Guarda un estratto del mio ultimo spettacolo Curami
 

Visita le pagine dedicate ai libri:
 

27.4.17

Storie di donne: non è una banca per vecchi

Storie e Notizie N. 1463

Maria Félix ha 116 anni, è nata alla fine del secolo scorso ed è abbastanza anziana da ricordare la rivoluzione messicana, ma troppo per meritarsi la carta di credito necessaria per ricevere la sua pensione ogni mese.
Per la cronaca, 1.200 pesos, 58 euro circa.
"Mi hanno detto che il limite è di 110 anni…" ha dichiarato Maria con un sorriso, seduta nel cortile affollato di piante della sua piccola casa a Guadalajara
.

C’era una volta una banca.
Una banca che è il mondo, se ci pensi.
La casa che ci siamo costruiti e in cui ci siamo rintanati, convinti che fosse il migliore e soprattutto l’unico possibile.

Tra i mondi.
Ed essendo mondo, ovvero spazio ampio e variopinto, al suo interno puoi essere davvero tutto.
Tutto quel che abbia senso in una banca, ovviamente.
Per figurarcela, partiamo subito dai confini.
Una linea invalicabile, come ogni decisivo muro che si rispetti, sotto forma di un bancone che riveli il mero essenziale a entrambi i lati del comune vivere.
La sola porzione di umanità concessa attraverso il magico portale - leggi pure come il divino e temuto sportello, ovvero l’inerte mezzo busto, con il quale, financo al colmo della disperazione o della frustrazione, puoi al massimo sbracciarti, berciare sino a perdere il fiato e piangere in tutte le lingue monetizzabili.
Tanto, malgrado la volubilità della valuta, le distanze non cambiano.
Non cambiano mai, in un mondo così.
Perché è proprio l’immutabilità delle distanze a esserne il principale fondamento.
E allora in fila, sbrigati, non perder tempo, poiché il tempo è denaro, ma non solo.
Magari fossero solo i soldi, a determinare il destino degli abitanti di siffatto pianeta.
Si da il caso che un altro assioma del mondo chiamato banca reciti così: di pecunia sono i granelli di sabbia che scorrono nella clessidra ma è la mano privilegiata che decide quando ruotarla o meno.
Una mano inquietante, un singolo, indifferente arto slegato dal corpo e ogni sua naturale specifica, un insieme di carne gelida, sangue immobile e unghie affilate.
Una mano cieca e sorda, capace solo di afferrare.
Una mano che, oramai, non ha più alcunché di umano.
Tuttavia, affermano i sostenitori di tale girone vivente, gioisci, perché puoi scegliere.
Puoi tentare la sorte e magari aver fortuna.
Quella di trovarti dall’altra parte del sacro bordo.
Essere parte della banca.
Con l’ambizione di divenire un giorno perfino un dito di quella stessa, abnorme mano.
Eccolo il minimo orizzonte, in grado di affrancare le umani processioni verso l’altare finanziario.
Diventare l’altro, uno di quelli, uno dei graziati che hanno smesso definitivamente di camminare e come automi con gli occhi sempre aperti fanno sì che l’illusorio fiume di virtuale potere scorra senza sosta nelle vene dei dannati.
C’era una volta un mondo, quindi.
Un mondo che abbiamo irretito e violentato sino a renderlo un’enorme banca.
Dove non c’è posto per coloro che puoi chiamare vecchi.
Ovvero, tutti quelli che hanno abbastanza memoria.
Da rammentare quando abbiamo deciso di entrarci.
E, soprattutto, dove si trova la benedetta uscita.


Compra il mio ultimo libro, Tramonto, la favola del figlio di Buio e Luce
Leggi anche il racconto della settimana: Io vedo di più 
Leggi altre storie di donne 
Ascolta la mia canzone La libertà
Guarda un estratto del mio ultimo spettacolo Curami
 

Visita le pagine dedicate ai libri:
 

26.4.17

Storie di immigrati: ognuno al paese suo?

Storie e Notizie N. 1462

Circa 2000 persone provenienti da vari gruppi indigeni si sono riunite nella capitale brasiliana per chiedere rispetto per la loro terra, inscenando una protesta che ha portato a scontri con le forze di polizia davanti al Congresso, ritenuto reo di favorire i grandi gruppi economici.

C’era una volta la terra.
La terra di chi ci è nato.
Di chi ci ha vissuto.

Di chi, in quella medesima terra, ha amato e odiato.
Costruito altrettanta vita e scritto storie.
Le proprie, indiscutibilmente vere, giammai le posticce e magniloquenti narrazioni che piovono rigorosamente dall’alto.
C’erano una volta loro, quindi.
I reali eredi di colori e doni, di suoni originali e forme sopravvissute all’inquinamento legalizzato.
Gli abitanti dimenticati, il popolo invisibile, gli indesiderati di ogni tempo.
Imbarazzanti figure del passato per l’umanità del domani quanto creature tra le più pericolose per l’usurpatore di inquadrature, il lestofante
prestigiatore al servizio dei riccastri di ogni epoca, capace di trasformare parole da innocue a maledette.
Indigeno non vuol dire incivile, sai?
Aborigeno ha precedenza su cittadino, l’avresti mai detto?
E indios sa di lungimirante, equilibrato e consapevole molto più di assunto a tempo indeterminato dalla società dei consumi obbligatori.
E’ ora di finirla con gli invasori.
La ragione è dalla nostra, poiché siamo i morti di ritorno.
Le umane onde dell’effetto farfalla di uno sterminio incancellabile.
I figli di un genocidio troppo assordante per esser nascosto oltremodo al di sotto dei tappeti fabbricati da mani piccole e innocenti, ma venduti e comprati ogni giorno dai bulimici clienti dai palati e le coscienze facili.
Via dalla nostra terra, migranti dalla memoria labile.
Voi siete gli stanziali che calpestano speranze e destini per professione, e poi pretendono di respingere quelle altrui, come se il tempo non esistesse.
Come se il mondo stesso non fosse il mondo.
E le regole del pacifico esistere potessero venir liquidate dai personali egoismi e da una pervicace assuefazione all’idiozia.
Via gli assegni e le transazioni, via le investiture e gli investimenti, via le percentuali e le plusvalenze, via i vostri artigli e le vostre zanne dalla nostra terra.
Via da qui, clandestini della natura.
Voi, che come tutti noi avete ricevuto in dono il permesso di soggiorno dal destino e l’avete scambiato per diritto al dominio su quello degli altri.
Voi siete gli stranieri tra le specie viventi.
Voi siete gli altri, non noi.
Perché noi eravamo qua sin dall’inizio dei tempi.
Perché noi siamo questa terra.
C’era una volta, perciò, il senso della storia.
Quel che è davvero in gioco.
Il solco che ci divide, l’acqua che ci attraversa, il sole che ci accompagna verso la fine inevitabile.
La terra, rispetta e proteggi la terra.
E vedrai che non ci sarà mai guerra.
Tra noi e voi...





Compra il mio ultimo libro, Tramonto, la favola del figlio di Buio e Luce
Leggi anche il racconto della settimana: Io vedo di più 
Leggi altre storie di immigrati 
Ascolta la mia canzone La libertà
Guarda un estratto del mio ultimo spettacolo Curami


Visita le pagine dedicate ai libri:
 

24.4.17

Festa della Liberazione 2017 e delle mancate coniugazioni

Storie e Notizie N. 1461

C’era una volta una parola.
La cui festa veniva ricordata e celebrata ogni anno.
Sin dall’istante in cui si decise che quella stessa parola fosse pietra fondante della casa comune di un popolo.

Nondimeno, la Storia e soprattutto le storie insegnano che una sola, unica pietra, per quanto venerata e lucidata, glorificata in quanto primigenia e simbolo per tutte le altre, non è la casa.
E’ solo l’inizio.
E’ solamente una parola.
Le parole, poi, più che mai quelle capaci di definire il presente, tracciare sentieri virtuosi e guidare le esistenze bisognose di orientamento verso un approdo perlomeno migliore, hanno bisogno di vita.
Perché se davvero colei con l’iniziale maiuscola deve arrivare a farsi carne per essere udita fin nel profondo, gli umanissimi insiemi di lettere, per quanto rigonfi di significati alti, hanno l’obbligo di farsi verbo.
Azione che scriva altrettanta storia.
Movimento che smuova financo la più indifferente tra le sordità delle apatie legalizzate.
Collettiva marcia in grado di attrarre anime tra le più distanti, grazie all’arma più persuasiva del mondo.
Leggi pure come la consapevolezza di esser parte del medesimo equipaggio.
Si salpa, si naviga, si torna a terra con le reti piene o al peggio si naufraga.
Tutti insieme.
Se cerchi controprova, tra i più banali esempi, prendi il più abusato dei lemmi dagli scribacchini di ogni tempo.
Lo sanno i protagonisti delle finzioni come i reali attori del vivere.
Amore, privato del gesto coerente, senza l’accostamento tra battiti più o meno accelerati, sprovvisto dell’inevitabile sacrificio dell’adorata solitudine e del coraggio nel denudarla sulla riva opposta della propria esistenza, è solo un pugno di cinque lettere.
Come altrettante dita incapaci di dare un senso ai preziosi doni ricevuti, vedi sfiorare, stringere, salutare e accarezzare.
C’era una volta quindi, nel venticinquesimo giorno d’aprile, una parola.
Liberazione.
Un giorno incredibile, certo.
Un disegno quasi perfetto nell’album da conservare con cura.
Fotografia invecchiata, d’accordo, ma protetta dal vetro migliore, quello che esalta colori e attenua le rughe.
L’abbiamo imparato a memoria, quel primo accenno di racconto.
Il sostantivo che introduce l’incipit di un'intera nazione.
E l’abbiamo incastonato con rituale che sa di sacro nell’apposita urna del calendario obbligatorio.
Tuttavia, come già scritto per il più indispensabile tra i sentimenti umani, le parole che poni alla base di generazioni dopo generazioni e altre ancora necessitano di esser coniugate di continuo, sin dal primo giorno.
La liberazione la conosciamo già alla perfezione ma è solo una parola quella che festeggiamo ogni anno.
Da domani, o anche senza aspettare tanto, dovremmo iniziare, una volta per tutte, a liberare tutto quello che non abbiamo mai liberato affatto, che ancora teniamo prigioniero all’interno di segrete che neanche ci preoccupiamo più di nascondere.
Liberiamo diritti, perché la pagina delle ottusità e delle paure nostrane è ancora assai lunga.
Liberiamo vittime, perché l’elenco dei cittadini di serie ritenuta minore e delle torture loro inflitte nel nostro paese è oggi infinito.
Liberiamo orizzonti, perché gli squarci di un futuro sereno nel cuore del mondo cosiddetto civilizzato si stanno addirittura assottigliando.
Liberiamo, liberiamoli, liberiamoci.
E dopo, se ne avremo voglia, anche senza aspettare un altro anno.
Avremo sul serio qualcosa da festeggiare.


Compra il mio ultimo libro, Tramonto, la favola del figlio di Buio e Luce
Leggi anche il racconto della settimana: Io vedo di più 
Leggi altre storie per riflettere 
Ascolta la mia canzone La libertà
Guarda un estratto del mio ultimo spettacolo Curami
 

Visita le pagine dedicate ai libri:
 

21.4.17

Storie per riflettere: terrorismo chi come e perché

Storie e Notizie N. 1460

Il terrorismo serve a chi vuol spaventare, banalmente.
Non importa chi egli sia davvero, non conta il perché, vale solo l’effetto.

Il terrorismo è utile a chi aveva paura già prima, così ora si sente meno solo.
Anche in siffatto caso non hanno importanza come o perché, la sensazione è impagabile.
Il terrorismo è la panacea per colui che adori aver paura e basta, senza se e senza ma.
Figuriamoci il peso di chi, come e perché.
Il terrorismo è vantaggioso per chi non ha paura affatto, ma ha capito che funziona.
E, soprattutto, conosce la storia trascorsa.
Le innumerevoli occasioni in cui lo spettacolo di morte e violenza, se bagnato dalle luci più brillanti, ha un potere a dir poco magico.
In pochi secondi, allarga sguardi allo spasimo, spegne del tutto intelligenze già stremate da maratone di idiozia a poco prezzo e sfianca il coraggio di un’intera società, che come un minuscolo mozzicone di candela si ritrova alla mercé dei venti interessati.
Chi, come e addirittura perché sono parole immaginifiche ormai dimenticate.
Il terrorismo è perfetto per gli individui bramosi di raccontarlo, disegnarlo e suonarlo in ogni sua nota e, come il celebre pifferaio delle favole, poter guidare le creature dallo sguardo miope e l’anima sfibrata sino allo strapiombo travestito da invulnerabile castello protetto da mura invalicabili.
Chiedi chi, prova a dire come, osa sussurrare perché e diverrai all’istante il nemico.
O persino un terrorista.
Il terrorismo è l’arte preferita da loro, i terroristi.
Ma sforzati sul serio di capire cosa si celi dietro a chi, come e perché e non ne vedrai delle belle.
Bensì la vera mostruosità di questo fuorviante baraccone.
Il terrorismo è il massimo per coloro che non hanno mai domande ma un’insopprimibile bisogno di risposte facili.
Guai a ingrigire l’orizzonte di cotante esistenze semplificate, men che meno complicare la trama tirando in ballo chi, come e perché.
Il terrorismo è l’ideale per le creature che di norma non hanno niente da dire.
Di sensato, di minimamente profondo, di ragionato quanto basta per avere tra le mani uno straccio di chi, come e perché.
Basta un’esplosione, anche solo uno sparo, almeno un cuore che si arresta e se la condizione è favorevole, ovvero un’ambientazione familiare, giammai troppo lontana dal privato pianerottolo emozionale, e tralasciando chi, come e perché, vedrai andare in scena una processione infinita di frasi scombinate, di offese gratuite e folli proclami, una cacofonia di deliri organizzati dal basso e ignoranze strumentalizzate dall’alto.
Al contempo, da qualche parte dietro il quadro, c’è festa grande, grazie ai martiri.
Da qualche parte l’immonda farsa è assai gradita.
Quindi, se consideri l’umana vicenda sin dall’inizio, presumo concorderai che il terrorismo serva a molti.
Altrimenti, se il colpevole fosse uno o poco più, la fine della storia sarebbe roba da ragazzi per i narratori muscolari e maestri di punizioni esemplari.
Il terrorismo è cosa normale per tutti tranne i morti e chi li piange, potremmo perfino osare.
Perché essendo merce venduta e comprata ovunque, da sempre.
E’ ormai parte di noi.


Compra il mio ultimo libro, Tramonto, la favola del figlio di Buio e Luce
Leggi anche il racconto della settimana: Io vedo di più Leggi altre storie per riflettere Ascolta la mia canzone La libertà Guarda un estratto del mio ultimo spettacolo Curami
  

Visita le pagine dedicate ai libri:
 

20.4.17

Storie d’amore: il figlio della persona più vecchia del mondo

Storie e Notizie N. 1459

Harold Fairweather è morto ieri a 97 anni nella città di Duanvale, in Jamaica, due giorni dopo che sua madre Violet Brown è stata dichiarata la persona più vecchia del mondo, 117 anni.
Un finale vittorioso, per certi versi…

Madre.
Cara madre, so che è irrituale, me ne rendo conto.
Le regole del racconto vivente esigono tutt’altro

esito.
La tempistica è regina, quanto lo sei stata tu nel mio cuore e ora per il mondo intero.
Proprio in materia di tempo, guarda un po’ quanto è beffardo il destino.
Che va a premiare e portare sul podio più alto la figlia di una zona povera del pianeta, rendendola sovrana incontrastata del mito più ambito dai danarosi di questo mondo.
Quello di guardarsi alle spalle e vedere tutti gli altri arrancare a passi sofferti o sfrecciare invano a bordo di fuoriserie scintillanti.
Nondimeno, la norma che colpevolmente è stata infranta è ben altra e io, solo io, ne sono responsabile.
Madre.
Perdona l’inaspettata violazione del protocollo, adorata mamma, ma ho scelto di lasciare la scena prima del dovuto.
Prima di te, in breve.
Perché questo sei o dovresti essere.
La preziosa, divina e al contempo materna terra in cui sbocciare e germogliare tra luce e calore.
La condizione indispensabile perché il più sottovalutato tra i miracoli si ripeta ancora una volta.
In una parola, vita.
Madre.
Non piangere, madre, sorridi invece.
Perché questo è il momento di allungare labbra e braccia all’umanità più giovane, la meno protetta e guidata, la parte più vulnerabile e meno prevedibile della nostra confusa compagnia errante.
Santo è il messaggio che diffondi.
Possiamo vincere, da queste parti.
Possiamo essere in cima a ogni classifica anche con poco.
Possiamo suscitare invidia in chi nutra solo quest’ultima e donare sollievo a chi, ancora oggi, si sia perso alla strenua ricerca di speranza.
Grazie di aver sorpreso le masse smarrite, dimostrando loro che la storia può essere riscritta in qualsiasi momento.
E che tu sia vivo o morto, che tu abbandoni le luci o risplenda sotto di esse il risultato rimane immutato.
Noi vinciamo perché tu vinci, madre.
Io ho vinto, con te, anima mia.
Perché voltandomi, anch’io ho sorriso.
Felice di esser stato il figlio.
Della donna più vecchia del mondo...


Compra il mio ultimo libro, Tramonto, la favola del figlio di Buio e Luce
Leggi anche il racconto della settimana: Io vedo di più
Leggi altre storie d'amore
Ascolta la mia canzone La libertà
Guarda un estratto del mio ultimo spettacolo Curami
   

Visita le pagine dedicate ai libri:
 

7.4.17

Storie per riflettere: amico o nemico

Storie e Notizie N. 1458

Roberto Berinstain ha vissuto negli Stati Uniti per 20 anni, gestendo un ristorante insieme alla moglie, prima di essere deportato in Messico questa settimana.
Malgrado privo di documenti, l’uomo aveva un numero di previdenza sociale, una patente di guida, il permesso di lavorare legalmente negli Stati Uniti e la fedina penale pulita.
Tutto secondo il copione recentemente redatto dalla nuova amministrazione americana, tranne il fatto che la compagna di Roberto ha votato per Trump


C’erano una volta gli amici.
Da costoro mi guardi l’altissimo, si diceva.
Forse perché da lassù risulta tutto più chiaro.
Nel distinguere il grano dalla crusca.

Tra chi davvero stringa la mano con l’intenzione e coloro che disegnano sul volto espressioni cucinate a tempo debito.
Tra quelli che hanno talmente fretta di stringerti al petto che ti sorge il dubbio se sia sul serio un abbraccio e quelli che non hanno affatto necessità di avvicinarsi per dimostrarti il meglio.
Tuttavia, il pericolo maggiore, come spesso capita, vien dall’alto.
E allora, com’è stato all’inizio e sempre sarà.
Fa tutta la differenza del mondo chi decidi di porre lì, sul trono più elevato nella volta luminosa.
Soprattutto a chi tra loro darai più affidamento.
La solitudine fa spesso brutti scherzi alla ragione e logora l’animo, ma la mala compagnia può risultar fatale.
E allora, c’erano una volta i nemici.
Che una volta erano amici.
O che avversari lo sono sempre stati.
Per scelta o esigenze di sceneggiatura, la trama non cambia, lo scontro è inevitabile.
Tu contro loro.
Possibilmente, noi contro te.
Al meglio, io e te contro tutti.
E’ lo spot migliore sulle nuvole a strisce ormai senza stelle.
Perché, se ti perdi a contare tutti quei tutti, trascurerai il numero che conta.
Quello dei diritti che hai ceduto in cambio di una bandiera da sventolare nelle vie del centro e una trombetta in cui soffiare a tempo con la folla.
C’erano una volta, quindi, gli amici e i nemici.
I soldatini sul pavimento dell’unico giocatore in campo.
Leggi pure come l’imbroglione dalla voce sgraziata che urla dietro al velo.
Nella sala reale della città di smeraldo solo dipinto.
Nessuno sembra vincere, a questo gioco.
Nessuno sembra perdere.
Mentre qualcuno, da qualche parte oltre le bifronti mura, rassicuranti da un lato e spaventevoli dall’altro, nel silenzio si accascia e si dissolve come polvere di memoria.
Senza che tu abbia mai compreso se sia stato o avrebbe potuto essere.
Amico o nemico.


Compra il mio ultimo libro, Tramonto, la favola del figlio di Buio e Luce
Leggi anche il racconto della settimana: Io vedo di più
Leggi altre storie per riflettere
Ascolta la mia canzone La libertà
Guarda un estratto del mio spettacolo E' incredibile quello che una piccola luce può fare
 

Visita le pagine dedicate ai libri:
 

6.4.17

Storie di immigrati: il paese più ospitale del mondo

Storie e Notizie N. 1457

C’è un paese nel mondo che ha un record.
E’ il più ospitale verso i rifugiati.
Ho trovato una seconda casa, dicono alcuni.
Ho trovato la casa che non ho mai avuto,

aggiungono altri.
Ho accesso al lavoro, all’istruzione e alle cure quanto e come ogni cittadino, raccontano altri ancora.
Centinaia e centinaia di migliaia ne sono arrivati, oltrepassando il confine.
Dal mondo più sfortunato, già.
Nel loro viaggio non hanno incontrato muri urticanti e fucili spianati.
Cervelli avariati a berciare idiozie e deliri.
E tantomeno orridi involucri di carne e artigli svuotati d’empatia.
Hanno trovato presente e futuro, la medicina migliore per curare il passato.
Laddove sia stato fatto a brandelli.
Dal presente e il futuro di pochi, dimentichi del proprio ieri e ieri l’altro.
C’è un luogo su questa terra che eccelle tra i tanti.
Tratta i rifugiati come esseri umani.
Offrendo loro riparo e diritti, ristoro e comprensione.
Ma la cosa più sorprendente sono le disarmanti ragioni di coloro che accolgono.
Siamo stati anche noi rifugiati, dichiarano alcuni.
Loro siamo noi, sottolineano altri.
Non siamo ricchi, chiariscono altri ancora, ma non lo diventeremo di certo facendo morire i più poveri.
Centinaia e centinaia di migliaia sopravvivono così, grazie alla normalità del vivere insieme.
Al punto che, al momento che conta, nessuno ricorda più da dove veniva l’altro.
Al punto che, nell’istante che vale la pena condividere, nessuno vede dove finisca il rifugio e inizi il mondo desiderato.
Perché il rifugio è il mondo.
Dove i desideri di tutti.
Si rifugiano.
C’è una nazione che si trova in cima alla classifica.
Tra quelle che, come navi che solcano il tempo che scorre verso il comune orizzonte, trasportano vite inattese.
Leggi pure come gli invitati alla cena dei signori ormai seduti.
Sarà perché ci guadagnano qualcosa, diranno alcuni tra questi ultimi.
Al contrario, dividono terra e razionano i raccolti.
Forse è perché non sono diversi tra loro come noi, esclameranno altri.
Nient’affatto, perché ciò che li fa sentire simili è sostanza universale e vitale.
Allora è perché non temono le terribili conseguenze del loro buonismo, ribatteranno altri ancora.
Sì, probabilmente è così, beati loro, aggiungi pure.
C’è un paese, dicevo, che è il migliore.
Per i rifugiati da ogni dove, perché dal momento che vi giungono smettono immediatamente di esserlo.
E non ci crederai.
Questo paese.
Si chiama.
Uganda...


Compra il mio ultimo romanzo, Elisa e il meraviglioso degli oggetti
Leggi anche il racconto della settimana: Io vedo di più
Leggi altre storie di migranti
Ascolta la mia canzone La libertà
Guarda un estratto del mio spettacolo E' incredibile quello che una piccola luce può fare
 

Visita le pagine dedicate ai libri:
 

5.4.17

Storie di guerra alla guerra

Storie e Notizie N. 1456

Almeno 70 persone sono morte nel nord della Siria a causa dell’esposizione a un gas tossico che i sopravvissuti hanno attribuito ad aerei da guerra. L’attacco è stato già condannato pubblicamente nel mondo, mentre Gran Bretagna e Unione europea hanno puntato il dito sul governo siriano per la carneficina. In particolare, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha definito la strage un atto “atroce” che “non può essere ignorato dal mondo civilizzato”.
Chiamatemi prevenuto, ma le reazioni del mondo civilizzato mi inquietano quasi quanto gli atti atroci…


C’era una volta la guerra alla pace.
E’ la più famosa e la più diffusa.
E’ la guerra.

E’ il fare quotidiano.
E l’agire che ferì.
Che cancellò.
Che creò vuoti di umanità e pieni d’odio.
Se la conosci, la eviti.
Se la conosci davvero, la odi.
Se la conosci da vicino, odi chi la usa.
Ma se affermi di non conoscerla affatto, guardati allo specchio e cerca le mani.
Qualcosa di rosso, vivido e caldo, si trova sempre, fidati.
C’era una volta, poi, la pace alla guerra.
Quando colomba sfida pugnale.
Laddove il fiore tenta di penetrare la terribile accoppiata, armatura insensibile e pelle di guerriero ottuso, detta anche come l’unione più incivile tra le relazioni moderne.
E’ grido che non brucia, dicono.
Che non solletica le mura del castello, oltre le quali il tiranno tiranneggia.
Affermano addirittura che in qualche modo costui ne tragga beneficio.
Che la protesta disegnata irrobustisca ulteriormente il trucidatore di fragilità.
Se la scegli, devi aver pazienza.
Se la scegli anche domani, devi avere qualcosa che non funziona nel cervello.
Se la scegli fino alla fine, devi avere qualcosa, beato te.
Ma se non l’hai mai scelta in vita tua, deve mancarti qualcosa.
Che avevi, lo dico senza timore di sbagliare.
Perché tutti nascono col cuore.
E farlo battere a tempo con la natura è la scelta.
C’era una volta, infine, la guerra alla guerra.
E’ la guerra più vantaggiosa, oggi.
E’ la guerra dei giusti.
Contro l’ingiusta guerra.
E’ la guerra, se ci pensi.
Quella che sai solo quando inizia.
Perché chi ne conoscerà davvero la fine non vivrà abbastanza per raccontarlo.
E’ la guerra che dona pace a chi la guerra non la vive.
E’ la pace che dona guerra a chi la pace può solo sognarla.
E’ la guerra che dovrebbe fermare se stessa e che invece si limita solo a ingoiare morti e sofferenze, diventando a sua volta più grande.
E più giusta.
Se la invochi, sei quello che si commuove e si indigna innanzi all’orrore.
Sul monitor.
Se la invochi e premi il pulsante d’avvio, sei quello che si commuove e si indigna innanzi all’orrore.
Sotto i riflettori.
Se la invochi e ti sfreghi le mani, sei tu la guerra.
Laggiù, da qualche parte, dove nessuno guarda mai.
C’eri una volta e, che tu sia maledetto, ci sei ancora.


Compra il mio ultimo romanzo, Elisa e il meraviglioso degli oggetti 
Leggi anche il racconto della settimana: Io vedo di più
Leggi altre storie di guerra
Ascolta la mia canzone La libertà
Guarda un estratto del mio spettacolo E' incredibile quello che una piccola luce può fare


Visita le pagine dedicate ai libri: