30.10.15

Storie di immigrati bambini: il rapitore di futuri

Storie e Notizie N. 1281

Germania, l’uomo che aveva rapito Mohamed, il bambino bosniaco richiedente asilo di 4 anni, ha confessato di averlo ucciso e di aver assassinato anche Elias, un ragazzino di 6 anni, scomparso a luglio nella città tedesca di Potsdam.

Il mio nome è Mohamed e ho quattro anni.
Questo è il mio futuro. L’alba che verrà, malgrado tutto. E il tramonto che la seguirà, a dispetto del niente.

Ricorda molto il mio passato.
Lì dove tutto è ancora possibile.
Disegnare la via che conduca in cima.
Poco importa il nome della vetta.
Non conta quale frammento di mondo sovrasti.
Ciò che vale davvero è che una volta in piedi, con la bandierina sventolante in mano a prender fiato e soddisfazione, non sarò solo.
I giorni alle spalle sono pochi, se li guardi da lassù.
Tutt’altro che scintillanti di gaudio e levità.
Ma era un inizio.
Da qualche parte si deve pur cominciare.
Partire.
Non conta affatto la scenografia allo sparo dello starter.
Poco importa se tu sia certo di non aver alcuna chance di arrivare primo.
Ciò che vale il prezzo del biglietto è un mistero all’orizzonte.
Vuoi mettere?

Mi chiamo Mohamed e ho quattro anni.
Questo era il mio passato.
Mi rammenta assai il mio presente.
Poiché malgrado molto sia divenuto impossibile, il segreto dei segreti è ancora intatto: molto non è tutto.
Possiamo ancora farcela, il campionato degli ultimi non è ancora terminato.
Hai visto mai che la fortuna si metta di traverso alla normalità?
Allora, coraggio, tutti a bordo di speranza.
Soffia quelle vele, ottimismo.
E spingi oltre gli scogli i nostri sogni, mar degli incoscienti.
Hai visto mai che la cattiva sorte affondi in luogo delle solite vittime?

Io sono Mohamed e avevo quattro anni.
Eccolo il mio futuro.
Rapito.
Divorato.
E rigettato sulle inutili pagine nobili.
Non voltatevi, vi prego.
Sostate per un attimo e riflettete prima di dire.
E fare.
Perché quel che resta dei giorni a me rubati.
E’ diventato il vostro, di futuro.
Passato.
E più che mai presente

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29.10.15

Favole Gender a scuola: la vera storia

Storie e Notizie N. 1280

C’era una volta una scuola perfetta.
Perfetta perché aveva bandito una volta per tutte ogni traccia gender all’interno del proprio plesso.
Plesso scolastico, che avete capito? Non confondiamo, cribbio.
Nella scuola perfetta, che poi se lo diceva da sola, c’era il preside perfetto.
E anche lui in fatto di modestia non scherzava, ecco.
Nella scuola perfetta con il preside perfetto, alla faccia della modestia, avevano deciso di assumere lui, il maestro perfetto.
Cioè, questo era il suo sogno e dopo un’accesa sequela di colloqui era riuscito a esser scelto tra i tanti.
Desiderosi di esser tali.
Perfetti.
Dopo aver ricevuto un formale in bocca al lupo dal preside perfetto, il maestro perfetto entrò nella classe perfetta della scuola perfetta.
La classe perfetta, a una prima occhiata, appariva come molte altre.
I banchetti, le seggioline, le finestrelle e la cattedrina, non so se si dica così, ma ci sta, dai.
Ci sta.
E poi c’erano loro.
Le fragili creature incomplete, ma cresciute e ben selezionate per essere perfette.
“Maestro”, fece una bimba dopo che l’uomo aveva appena terminato di fare l’appello. “Ci racconta una favola?”
“Volentieri”, disse il maestro perfetto, lieto di cominciare con una bella storia le sue prime lezioni nella classe perfetta della scuola perfetta.
“Vi racconterò Biancaneve…”
“Non si può”, lo interruppe subito la bimba. “E’ una favola gender.”
“Biancaneve è una favola gender?”
“Certo”, rispose la piccola. “Con quei sette nani, tutti maschi, che convivono e poi adottano pure una bimba…”
“Vero”, fece il maestro perfetto sorpreso, “non ci avevo mai pensato… allora vi racconterò Cenerentola…”
“Fiaba gender!” urlò un altro bambino.
“Sul serio?”
“Sicuro”, replicò il piccolo. “Con quella immonda coppia di fatto di topini, Giac e Gas, è una vergogna…”
“Già, hai ragione”, disse il maestro perfetto. “Ebbene, vi racconterò Cappuccetto Rosso…”
“Favola genderissima”, esclamò una terza bimba.
“No… pure Cappuccetto Rosso?”
“Certamente, maestro, con il lupo che si veste da donna qui siamo veramente oltre ogni limite…”
“Scusatemi”, mentì il maestro perfetto, “ma io lo sapevo già, volevo solo mettervi alla prova.”
Quindi provò altre favole, purtroppo senza fortuna.
Così, dopo che perfino Pinocchio fu bollato come favola gender, per via del falegname che non può avere figli e pretende di fabbricarseli da solo, il maestro perfetto si arrese.
Salutò i bambini e andò a rassegnare le sue dimissioni.
“Perché?” chiese stupito il preside perfetto.
“Perché non sono stato in grado di trovare una favola che per quei bambini non fosse gender…”
Inevitabile.
Perché quelle sul gender sono tutte e solo.
Delle favole…


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28.10.15

Storie di bambini: il prima più importante

Storie e Notizie N. 1279

Negli USA, mentre il padre dormiva nel proprio letto, a soli due anni un bambino è morto dopo essersi sparato accidentalmente con la pistola del genitore.
Questa storia è per lui, per lei.
E soprattutto per te…

C’era una volta il prima.
Il prima più importante.
C’è sempre.
C’era, ahinoi.
Ahi qualcun altro e maledetti noi.
Prima di premere il grilletto? Già, forse, è probabile.
Un pensiero, sotto forma del ricordo di un ammonimento prezioso.
Non toccare, non toccarla mai.
Lei.
Ahi lei e più che mai maledetta lei.
Il più importante? No, cerchiamo, coraggio, non accontentiamoci.
Prima di aprire il cassetto di papà? Magari, può essere.
Il pensiero di cui sopra, ma anche una benedetta distrazione.
Una melodia alle spalle, un gioco più interessante o anche solo un tornare indietro.
Esattamente a quel che stavi facendo.
Prima.
Non fa una grinza, è chiaro, liscio come lo scivolo al parco.
Tra tutti il più importante? Non mi sembra, andiamo avanti.
Prima di entrare nella stanza dei tuoi?
Ovvero, prima di sapere che lei sia lì, nella loro stanza?
Chissà, potrebbe funzionare.
Privare la vulnerabile memoria di un’informazione velenosa, scomoda ovunque.
Figuriamoci tra pareti di burro e incondizionata fiducia in tutto quel che piova da lassù, leggi pure come i meravigliosi due da cui tutto proviene.
Figuriamoci te.
Tutto giusto, piccolo mio, ma è questo il prima più importante?
Sulla carta, ma il mondo reale non è solo pagine e inchiostro.
Ahi te.
Davvero, ahi te.
Prima di scoprire lei?
O forse non un prima, bensì un quanto mai salvifico dopo?
Dopo aver capito a fondo cosa sia?
Una pistola?
Inquinare comunque le fragili acque là dietro, al riparo dei tuoi curiosi occhi, ma al netto di un’arma carica di una precoce conoscenza.
Per difendersi da un’altra.
E’ così?
Il prima più importante è un dopo?
Mi piacerebbe, caro, sul serio.
Sarebbe sorprendente e il racconto ne gioverebbe.
Tuttavia, non regge ed è un peccato.
Perché l’errore sta nel protagonista, il solo responsabile di questa mesta narrazione.
Non è nei tuoi prima che dovremmo cercare, ma in quelli di tuo padre.
E il più importante spiccherebbe tra i molti come una nota stonata in un assolo perfetto.
Prima di illuderci che piegarsi proni innanzi a sua maestà la paura ci terrà lontani dalla nostra morte.
E da quella di chi amiamo.

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23.10.15

Buonanno pistola in diretta: storia dell’ombrello

Storie e Notizie N. 1278

L’onorevole – il “si fa per dire” è d’obbligo – Gianluca Buonanno, eurodeputato della Lega Nord, per difendere il presunto diritto dei cittadini ad armarsi si è presentato in diretta con una pistola.
Da cui la storia…

C’era una volta un paese.
Un paese come molti, ma anche solo uno.
Tu sai chi e tu forse no.
Il paese come molti, ma anche solo uno, tu sai chi, tu forse no, era detto il regno del sole.
Perché c’era sempre il sole?
No, perché lo sanno anche gli ornitorinchi mancini che non c’è alcun luogo dove ci sia sempre il sole, fuorché il sole stesso.
E se lo sanno pure gli ornitorinchi mancini, che sono delle zappe indescrivibili, traete pure le vostre conclusioni.
Il paese come molti, ma anche solo uno, eccetera, era detto il regno del sole perché c’era il sole, tutto qui.
In cielo, almeno una volta al giorno, non tutti, d’accordo.
Spesso, ecco.
Poi arrivava la notte e tutti a dubitare della luce.
Come se al tramonto il sole morisse davvero, invece di giocare a nascondino con la luna.
Nondimeno, nel regno del sole si era più propensi a santificare il lutto piuttosto che il diletto.
E un giorno arrivarono.
Loro.
In gran numero, invadendo inesorabilmente le vite degli abitanti.
Ma perché non se ne stanno a casa loro? Strillò uno tra i molti, ovvero quello che riuscì a berciare con maggior ardore. Perché queste maledette gocce non se ne tornano lassù?
Ebbene sì, la terribile sciagura era la pioggia.
Acqua clandestina, lacrime migranti dalla terra alle nuvole e ritorno, onde rifugiate con l’assurda pretesa di far qualcosa di più.
Che morire sulla riva.
L’urlatore di prima si rese conto che non avrebbe avuto occasione migliore per compiere il più meschino dei miracoli.
Trasformare la viltà in moneta sonante, quotare in borsa la paura e rodere fino all’osso gli ultimi scampoli d’umanità e al fin trovare l’oro vermiglio.
Rosso del sangue dei sacrificabili di questo mondo.
“La pioggia è il nemico”, latrò il nostro, fingendo di improvvisare un copione ben preparato. “Le gocce che cadono vogliono sterminarci, spazzar via la nostra Storia e cancellare le nostre tradizioni. Dobbiamo difenderci dalla pioggia perché il regno del sole è nostro.”
“Come faremo?” chiesero i più attratti dall’abbaiante imbonitore.
In quel momento, con tempismo calcolato a dovere, l’astuto ciarlatano si profuse in un magistrale colpo di teatro.
“Con questo”, rispose mostrando ai presenti il misterioso oggetto.
Per la cronaca, un ombrello.
Da quel giorno le vendite di quest’ultimo salirono alle stelle e la solita spartizione ebbe luogo.
Sicurezza per i creduloni, ricchezza per alcuni e potere per uno.
Lo strillone senza scrupoli con il senso per gli affari.
C’era una volta un paese.
Un paese come tanti, ma pure solo uno.
Tu sai bene quale e tu magari meno.
Il paese come tanti, ma pure solo uno, tu sai bene quale e tu magari meno, era detto il regno del sole.
Perché c’era sempre il sole?
No, poiché non esiste luogo al mondo dove ci sia solo il sole, tranne il sole stesso.
Ma una cosa è certa.
Ovunque la vita possa proseguire sarà sempre indispensabile.
Che prima o poi arrivi.
La pioggia

PS da PeaceReporter, 2011:
Chi rappresenta la lobby delle armi in Italia?
Il referente politico di questa lobby è la Lega Nord, radicata nel territorio bresciano dove si concentra l'industria armiera italiana di armi leggere: dalla Beretta di Gardone Val Trompia, con tutto il suo indotto locale, alle piccole aziende familiari. Ma anche nel lecchese, dove ha sede la Fiocchi, leader mondiale nella produzione di munizioni. Evidentemente La Lega spera di garantirsi così il sostegno finanziario di questa lobby per le prossime elezioni.

Carlo Tombola, coordinatore scientifico dell'Osservatorio Permanente Armi Leggere (Opal)

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22.10.15

Storie di guerra: gli uccisi per errore

Storie e Notizie N. 1277

A Gerusalemme, da qualche parte, dove si racconta la Storia.
Dall’alto.
Molto in alto.
Dove le cose del mondo devono necessariamente.
Risultar piccole.
E confuse.

“Un uomo è stato ucciso”, fa la voce che ha visto.
“Che uomo?” chiede la voce che scrive.
“Un palestinese”, risponde l’altra.
“Un palestinese è stato ucciso”, scrive la seconda.
“Un palestinese è stato…” si accinge ad annunciare la voce che diffonderà, prima di venire interrotta.
“Fermi tutti”, fa la voce che ha visto, “si tratta di un eritreo.”
“Cosa scrivo, allora?” domanda la seconda voce.
“Cosa diffondo, quindi?” chiede la terza.
Eritreo ucciso per errore”, risponde la prima.
“Eritreo ucciso per errore”, ripete la voce che scrive.
“Un eritreo è stato ucciso per errore”, echeggia la voce che diffonderà.
“Un altro uomo è stato ucciso”, informa poco dopo la voce che ha visto.
“Che uomo?” la interroga la voce che scrive.
“Un palestinese”, risponde la prima voce.
“Sei sicura?” chiede la seconda.
“Allora?” si unisce la voce che diffonderà.
La voce che ha visto temporeggia, ma la danza prosegue con la solita indifferente inerzia.
“Un palestinese è stato ucciso”, scrive la voce addetta.
“Un palestinese è stato ucciso…” inizia a diffondere la voce relativa.
“Contrordine”, urla la voce che ha visto, “l’uomo è israeliano.”
“E adesso?” saltano su in coro entrambe le altre voci.
“Semplice”, spiega serafica la voce che ha visto, “un israeliano è stato ucciso per errore.”
“Un israeliano è stato ucciso per errore”, rimarca alquanto infastidita la voce che scrive.
“Un israeliano è stato ucciso per errore”, esclama di rimando la voce che diffonderà.
Una grigia cappa intrisa di insofferenza e inquietudine cala sul trio allorché la terza e ultima novella li raggiunge.
Che sia buona o meno dipende come sempre dal punto di vista.
Di chi avrà più da perdere.
“Un uomo è stato ucciso”, strilla la voce che ha visto.
“Che uomo?” domanda speranzosa la voce che scrive.
“Un palestinese”, risponde prontamente la prima voce.
“Ne sei certa?” dubita la seconda.
“Proprio certa?” si accoda la terza.
“Mai stata più sicura”, risponde la voce che ha visto.
Un palestinese è stato ucciso”, scrive con gaudio la voce deputata.
“Un palestinese è stato ucciso”, intona estasiata la voce che diffonderà.
E basta con gli errori

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21.10.15

Il ladro ucciso e il pensionato assassino: uno di noi

Storie e Notizie N. 1276

Leggo che il recente aggiornamento delle indagini contraddice quanto raccontato da Francesco Sicignano, il pensionato che ha assassinato il giovane con un colpo dritto al cuore. Non in camera da letto, come ha dichiarato l’omicida, bensì quando la vittima era sulle scale, all’esterno dell’appartamento.
Indi per cui il "ladro" è deceduto ancora prima di aver commesso effrazione, furto e quant’altro, prima ancora di esser definibile tale.
Ladro.
Nondimeno, in tempi assai sospetti, i soliti nordici baluardi dei confini condominiali hanno subito approfittato del facile cadavere e i valorosi concittadini di Vaprio d’Adda, in provincia di Milano, sono sfilati prontamente sotto il balcone dell’eroico proprietario al caloroso grido di "sei di uno di noi".

C’era una volta una partita.
No, è un film.
Anzi, scusa, è una danza.
Perdona la confusione, davvero, non è colpa mia.
E’ la storia che è un pasticcio.
Come una strada che ovunque conduca sia delimitata con pericolosa approssimazione.
Dove chi ha buoni occhiali viaggia nel mezzo.
E tutti gli altri respirano.
Finché non precipitano.
Al di fuori degli invidiati bordi della via.
Della vita.
Ma noi, chi siamo noi, in questo trambusto di esistenze che si contraddicono a vicenda?
E' una partita?
Allora siamo il pubblico, certo, quello che esulta alla prodezza del beniamino del momento.
E che inveisce sull’avversario reo della peggior colpa.
Quella di essere se stesso.
L’avversario.
Siamo quello stesso pubblico che ha aspettato ore per raggiungere gli spalti.
Che ha pagato salato per questi ultimi.
E che non è disposto ad accettare una sconfitta.
Soprattutto per trascurabili quisquilie come un’equa distribuzione delle umane vittorie, per esempio.
E' un film?
Allora siamo sempre il pubblico, ma anche i produttori della pellicola che brucia sul megaschermo.
Perché vogliamo.
Siamo gli sceneggiatori, affinché il buono reciti esattamente quel che noi sognammo nelle notti più travagliate.
Trucidando il vile cattivo.
Perché vogliamo il nostro.
Siamo la storia a cui il cinema si ispira omaggiando le gerarchie reali, tra chi meriti le luci e chi no.
Perché vogliamo il nostro nome sui titoli di coda.
E' una danza?
Allora siamo spettatori, di nuovo, sì, ma più che mai il solo e unico coreografo che tiri i fili.
Del movimento che oscilla da un angolo e l’altro del cuore.
Con tutto lo spazio del mondo a disposizione, perché sala vuota alla mercé del miglior offerente.
C’era una volta una danza, quindi.
No, è una partita.
Anzi, perdonami, è un film.
Scusa il disordine, sul serio, non ho colpa.
O forse sì.
Ma è il racconto che è confuso.
Quando uno di noi uccide… uno di noi.

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16.10.15

Alieni esistono ecco prove della nana rossa

Storie e Notizie N. 1275

Non sono una stella e non ho mai aspirato a tanto.
Malgrado, talvolta, refoli di luce li doni anch'io.
Sono un’aliena.
Lo so bene e, laddove lo dimenticassi, c’è sempre qualcuno dietro l’angolo.
Pronto a rammentarmelo.
Ci tengo.
Ci tengo a dirlo.
Che l’universo intero benedica le nane rosse.
Intendo le stelle, è ovvio.
Per quanto non disdegni affatto le fanciulle di modesta altezza e vermiglia chioma.
Ci tengo.
Ci tengo a dirlo anche questo.
Tuttavia, è per uno di quei giganteschi astri che son qui, oggi, a incidere il bianco della pagina.
D'altra parte, hai voglia a dire nana, poiché sempre di una stella stiamo parlando, mica un qualsiasi asteroide signor nessuno ma pieno di boria.
Ci tengo.
Ci tengo a rammentarlo che tutto è relativo, anche per le nane.
Perché c’è sempre qualcuno più nano di te, disse un giorno il quark all’atomo.
Ad ogni modo, dimenticavo i fondamentali: l’indispensabile introduzione chiarificatrice.
La nana in questione è la stella di cui tanto si parla oggi sui giornali, ovverosia la fonte di luce che ha svuotato lo scrigno delle risposte plausibili dei capoccioni di questo mondo.
Il polverone sollevato da Tabetha Boyajian, ricercatrice dell'università di Yale, allorché si è diradato ha mostrato sulla lavagna tale allarmante quesito: com’è possibile che la suddetta nana, KIC 8462852 per gli amici, che campeggia nello spazio tra le costellazioni del Cigno e della Lira a 1.481 anni luce da noi altri, sia circondata da un colossale disco di roba? Avrebbe senso se la tipa fosse particolarmente giovane, come il nostro sole di un tempo, ma qui stiamo parlando di una signora piuttosto anziana.
Non sarà mica qualcosa di… artificiale?
Alieni! Sì, dai sono alieni, io non ho dubbi.
E voi? Cosa aspettate a partire con le vostre astronavi a caccia dell’extra di turno?
Ci tengo.
Ci tengo ad avvertirvi che lo dice anche Jason Wright, astronomo della Penn State University.
Capirei la diffidenza se a puntare la magia nel cielo con un traballante indice ci fosse solo la sottoscritta.
Chi crederebbe all’avvistamento alieno di un’altra aliena?
Ma il signor Wright è uno intelligente, non lo conosco di persona, ma di sicuro è un umanoide occhialuto e con un fracco di formule nel cuore da spiegare.
Il nostro non mette il telescopio sul fuoco sulla presenza extraterrestre, ma al contempo non esclude che la suddetta coperta astrale che circonda la nana della storia possa essere stata costruita.
Costruita da chi?
Alieni, e dai, è così, ne parlano i giornali e gli scienziati fanno da sponda, che volete di più?
Accendete i razzi e lanciatevi nell’aere, cari umani ossessionati dalle creature altre.
Andate, presto.
Ci tengo.
Ci teniamo tutti noi, alieni terrestri.
A uscir fuori dal bersaglio per un po’…

Leggi anche il racconto di questa settimana, storia d’amore: Ma non mi dire e Ma dai
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15.10.15

Storie di immigrati: I migranti e l’orso polare

Storie e Notizie N. 1274

Decisi ad attraversare l’Eurotunnel e raggiungere il Regno Unito, quattro uomini sono saliti su un camion a Calais, in Francia, e si sono trovati di fronte un orso polare in gabbia.
Uno di loro è fuggito, mentre i tre rimasti sono stati poi intercettati e arrestati.
L’animale, di nome Nissan, è giunto in seguito a destinazione, il parco naturale dello Yorkshire, per unirsi ad altri due orsi, Victor e Pixel.
Ai quali pare abbia raccontato la seguente storia…

C’erano una volta tre migranti.
I tre migranti erano in realtà quattro.
Anzi, a dirla tutta, non ho idea se fossero migranti.
O in qualsiasi altro modo gli umani amino chiamarsi l’un l’altro.
Distinguersi.
Al peggio, allontanarsi.
Quattro di loro son saliti.
E solo tre son rimasti.
Peccato, pensai.
Chissà cos’avrebbe avuto da raccontare il quarto.
Che volete farci.
Come voi ben sapete, noi anime ingombranti, che si viaggia da un polo all’altro del pianeta solo contro voglia, siamo sempre lì, con la testa.
Sulla sedia vuota in classe, sul posto vuoto nella folla.
Sull’orizzonte che manca.
A ogni modo, mi accontentai.
Meglio tre che due.
Figuriamoci quanto meglio di niente.
“Coraggio, sono tutt’orecchi”, dissi nella nostra lingua, quella che tanto dice quanto è poca la speranza.
Che venga compresa.
Ma gli occhi fanno il resto, come diceva mamma e io, non faccio per vantarmi, ho due pupille chiacchierone da assordare il Camp Nou gremito sino a scoppiare.
Niente, neanche un fiato.
Vuoi vedere che l’unico che avesse qualcosa da dire fosse proprio il quarto della banda?
Tuttavia, non appena osservai con la giusta attenzione il volto dei miei nuovi compagni di viaggio lessi l’inaspettato.
Paura.
Ma anche strenuo coraggio.
Stanchezza.
Ma pure indomita forza di volontà.
Tristezza.
Ma perfino uno strano tipo di ottimismo.
Quello di chi disegni luce davanti a sé malgrado la notte più lunga dell’anno sia solo all’inizio.
Perché?
Mi sono chiesto e ancora mi chiedo.
Perché?
Perché quella paura e quella stanchezza?
Perché quella tristezza?
Sarà forse perché a differenza di loro siamo bianchi?
O magari sarà per quello che gli hanno raccontato di noi?
Che potremmo far loro del male?
La verità è che loro e solo loro sono quelli liberi.
Adesso siamo in gabbia, ma un tempo lo eravamo anche noi.
Il vero problema di questo mondo.
Sono tutti gli altri…

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14.10.15

Ecco come unioni civili diventano adozioni gay

Storie e Notizie N. 1273

C’erano una volta due amici.
Anzi, inizia così: ci sono due amici.
Ma non è una barzelletta.
Uno dei due incontra l’altro, che sta leggendo il giornale.
“Che fai?”
“Leggo.”
“Cosa leggi?”
“La notizia sulla discussione in Senato riguardo alle unioni civili…”
“Ah, le adozioni gay.”
“No, macché, ho detto unioni civili, hai presente? Tutte quelle forme di convivenza fra due persone…”
“Sì, ho capito, stai parlando di adozioni gay.”
“Non è vero, quando l’hai sentito? Ho detto unioni civili, forme di convivenza legate da vincoli affettivi ed economici…”
“Sì, certo, adozioni gay.”
“Non ho detto adozioni gay!” salta su l’altro spazientito. “Ripeto, ho detto – facendo lo spelling - unioni civili, in altre parole forme di convivenza che non accedano volontariamente all'istituto giuridico del matrimonio…”
“Chiaro, adozioni gay.”
“Ma sei sordo o cosa?” esclama l’amico quasi in preda a una crisi di nervi. “Unioni civili, non sono parole difficili. Dicevo, unioni tra persone che non convolino a nozze di loro sponte, o che siano impossibilitate a farlo…”
“Guarda che ho capito benissimo, queste sono le adozioni gay.”
“Tu non stai bene…” fa l’altro gettando il giornale in terra. “Senti le voci o non so cos’altro. Io ho detto UNIONI CIVILI, tali dopo che gli ordinamenti giuridici gli abbiano dato rilevanza o alle quali abbiano riconosciuto uno status giuridico…”
“In parole povere, adozioni gay.”
L’amico del giornale si avvicina all’altro con un’espressione preoccupata.
“C’è qualcosa che non va? Parliamone… ti va di venire a prendere qualcosa? Così mi racconti tutto…”
“Mi dispiace ma non posso”, fa l’altro. “Devo andare in tribunale perché sono stato denunciato dalla mia ex moglie poiché non le pago gli alimenti e per giunta trascuro sua figlia.”
Sua figlia? Perché, non è anche tua?”
“Sì, ma come faccio a stare dietro a tutto? Ieri ho dovuto sorbirmi pure le urla della mia nuova compagna solo perché ho dato un pugno in faccia a suo figlio perché parlava al telefono durante la partita…”
“Quello invece è suo figlio…”
“Scemo io che mi sono sposato per la terza volta… se la prima…”
“Se la prima non ti avesse lasciato perché la tradivi con la tua segretaria, già.”
“Già. In che razza di mondo viviamo.”
In che razza di mondo, pensa l’altro.
Di adozioni gay.
Di unioni e, soprattutto, cittadini.
Civili

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9.10.15

Storie di bambini: solo un bimbo 'disabile'...

Storie e Notizie N.  1272

Ma tu guarda.
Ma tu guarda un po’.
Ma tu guarda un po’ se al giorno d’oggi vi debba spiegare le cose del mondo un undicenne che fa ancora la quinta elementare.
No, dico, ci fate o cosa?
Le storie, allorché si decida di raccontarle, vanno preparate un minimo.
Ma tu guarda…
E guarda: Cadono calcinacci in classe: “due” – ripeto – “duebambini e una maestra feriti in provincia di Agrigento.
Di cui uno disabile, nel testo del racconto.
Intanto, qui si viola la prima premura per un narratore che pretenda assurgere a prosceni degni di vaste platee, ecco.
Ma tu guarda un po’.
Il titolo è importante, caro signor mio o gentile signora che dandoci di inchiostro e fantasia avete buttato in pasto alla rete la vostra visione.
Peraltro approssimata visione dei fatti, giammai quelli che mi hanno visto diretto protagonista.
Da cui, ma tu guarda.
Guarda un po’.
Quel che ho visto e vissuto io.
Sì, perché l’unico bambino che sia rimasto ferito è il sottoscritto.
Come specificano più avanti.
Ma tu guarda.
Guarda un po’: Calcinacci scuola: solo “uno” bimbo ferito.
Di male in peggio, cari miei, poiché laddove si migliori in aritmetica, è proprio nell’arte armonizzatrice di vocaboli e delle molteplici trame di questi ultimi - volgarmente detta grammatica - che si pecca.
Che poi, seppur rimediando al refuso, tutto mi sento fuorché solo un bambino.
Di sicuro qualcosa di più che un romeno disabile di 11 anni che frequenta la quinta elementare, come si narra nella storia suddetta.
Ah, sarà forse per la mia nazionalità che avete titolato “uno” bimbo?
Ma tu guarda.
Ma tu guarda un po’, anzi tanto.
Perché perfino dalla penna che perlomeno si impegna a non compiere ulteriori sviste lessicali, viene fuori un titolo pressapochista e fuorviante: Cadono calcinacci in classe, feriti maestra e un
alunno disabile.
Maestra di sostegno, come chiarisce il resto della narrazione.
Amici cari, ma la vogliamo smettere di volar radente, qualora si decida di occuparsi delle nostre esistenze?
Siamo pieni di roba, quaggiù, a sud della vostra miopia.
Entrate, la porta è sempre aperta.
Basta che lo facciate pulendovi le scarpe quanto il cuore.
Magari scoprirete che la mia amica ed io.
Siamo un’infinità di storie.
Subito sotto.
Un bambino disabile e una maestra di sostegno

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8.10.15

Se il sindaco di Roma fosse una persona per bene

Storie e Notizie N. 1271

C’era una volta una città.
Guarda, evitiamo polemiche.
Un’altra città.
Agli antipodi dell’universo, dove vuoi, basta che non si possa tirare in ballo alcunché.
Per trasformare il tutto nell’abituale quanto ormai stantia sequela di confusi intrecci semantici partoriti con delirante sintassi.
In breve, chiacchiere.
Immaginiamo che tale città sia come molte.
Abitata da gente normale.
Dove per definire normale basati pure su ciò che incontri ogni giorno sulla via, prigioniero del traffico, incolonnato in ogni tipo di fila, immerso in qualsivoglia raggruppamento berciante, dalla riunione di condominio all’assemblea sindacale.
Figuriamoci che, malgrado la suddetta normalità del materiale umano in gioco, per una mera concomitanza di fortuite coincidenze venisse eletto sindaco una persona per bene.
Come se ciò accadesse per errore, ecco.
Ascolta, metti a freno le borbottanti eruzioni emotive.
Intendo un altro, non lui.
Un individuo oltre i confini della tua immaginazione, situabile ovunque, purché si eviti di perderci negli intrecci semantici partoriti… insomma, hai capito.
Niente di eccezionale, d’accordo, nessun Martin Luther King di passaggio, il quale verrebbe espulso il giorno seguente come immigrato clandestino con manie di persecuzione e fomentatore di rivolte, per giunta.
Solo qualcosa di decisamente meglio di quel normale di cui sopra.
Il che avrebbe comunque una ragione logica: voto colui che ritengo più qualificato tra i molti.
Come è normale che sia.
Viste tutte le premesse, grazie alla consapevolezza del livello tutt’altro che dignitoso della normalità vigente, la narrazione delle vicende dell’inaspettato sindaco sarebbe scontata.
Essendo significativamente superiore all’indice medio di normalità troverebbe quali avversari più acerrimi tutti.
Tutti coloro che di quella medesima normalità ne avessero giovato sino a quel momento.
Ma quanti sarebbero questi tutti?
Difficile rispondere, quasi impossibile.
O, forse, diciamo che è meglio non farlo.
La domanda che vale il nostro tempo è invece ben altra.
Se tu fossi uno degli abitanti di una città simile a questa e, seppur mosso da un temporaneo afflato di franchezza, ammettessi di far parte proprio di quel caotico agglomerato chiamato la gente normale, saresti in grado di riconoscere una persona per bene?
Ovvero, saresti in grado di distinguerne le intenzioni dal perenne malcostume in cui vivi quotidianamente?
In altre parole, se incontrassi addirittura Gandhi in persona, saresti capace di fidarti di lui, malgrado le urla dei suoi detrattori?
In caso negativo, cara concittadina e gentile elettore, quanto vale la tua opinione?
E il tuo voto?

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7.10.15

Krzysztof Charamsa il teologo gay e il coming out del futuro

Storie e Notizie N. 1270

Commentando la discussa rivelazione di Monsignor Charamsa sul proprio orientamento sessuale, lo scrittore Premio Pulitzer Michael Cunningham sostiene che “la chiesa dovrebbe chiedere scusa al mondo”.
Quante altre scuse dovranno essere domandate e non solo dalla chiesa.
Finché non si farà udire l’ennesimo coming out, forse un po' sui generis, di una voce come tante…

Io confesso.
Non sono migliore degli altri.
Non sono migliore di me stesso e di tutte le posticce raffigurazioni, ben modellate o raffazzonate alla bisogna per via della fretta, che del sottoscritto vi ho venduto.
Regalato e prestato.
Imposto.
Al peggio, lasciato alle spalle come briciole da raccogliere per caso.
Ho vizi a iosa, sappiatelo fin da subito, laddove intendiate oltrepassare la rassicurante linea della semplice conoscenza.
Di peccati ne penso mai abbastanza quanti ne compio.
E ne compio mai a sufficienza quanti ne penserò nell’istante che seguirà.
Ora.
Anche ora sta accadendo.
Perché va così, perché – non mi stancherò mai di ripeterlo – la magia è sempre nelle intenzioni.
La perfezione nel semplice lancio di una moneta e la bontà nel disegno non ancora di linee e colori composto.
E’ tutta lì, la roba di cui mi son vantato finora.
Sulla soglia della porta, sul ciglio della strada, perfino nel prologo del romanzo con cui sono certo, all’inizio è sempre così, stupirò gli astanti.
La storia che segue è rotta, traballa la vita e le emozioni che nascono sulla via, ma per me è bello per questo.
Perché questo è tutto quello che ho.
Vi deluderò, più volte, anche dopo aver promesso che mai accadrà.
Soprattutto in quel caso.
Mentirò come parlerò, come ho sempre fatto.
Poiché laddove la verità esista davvero io non l’ho mai incontrata.
Non sono capace di immaginarla perché va al di là delle mie possibilità.
Non sono in grado altresì di raffigurarla e men che meno raccontarla.
Figuriamoci esclamarla con incomprensibile superbia, fregiandomi del ricordo di cotanta impresa nelle notti a venire.
Sono piccolo.
Nelle misure come nella portata del respiro.
Chiudo gli occhi e lo vedo.
Li apro e vorrei dimenticare quel che ho appena veduto.
Che innanzi alle infinite meraviglie che mi circondano sono proprio l’ultimo ad aver diritto alla parola.
All’ascolto e all’attenzione dei più.
Eppure, ogni tanto, magari anche solo una volta in un’intera esistenza, di sicuro per errore, lascio segni coerenti.
Con lo straordinario mistero che mi ospita.
Per queste ragioni e molte altre, io confesso.
Confesso e faccio coming out.
Come tanti, molti di più di quel che sembra, sono solo.
Un essere umano.

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