30.6.17

Storie per riflettere: la vita che rifiuti

Storie e Notizie N. 1488

Nei campi profughi del Sahrawi nel deserto algerino, Tateh Lehbib Braica - detto “Il folle ragazzo delle bottiglie” - ha avuto l’idea di costruire case circolari con rifiuti di plastica in grado di proteggere dal vento e dal sole. La notizia ha raggiunto il quartier generale dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati a Ginevra e il progetto è stato finanziato con ben 55.000 euro.
E’ l’incompresa, e più che mai sottovalutata, magia delle creature respinte di questo pianeta.
Disegnare orizzonti con le briciole di quest’ultimo…


E poi ti chiedi perché.
Pensaci, fratello, è facile da capire.
Guardaci, guardati.
Hai tanto, ma getti via di più.
Vedi poco, eppure hai tutto innanzi agli occhi.
Ma poi continui a domandartelo, vero?
Perché continuano a tornare?
Foto di Pablo Mediavilla Costa/El Pais
Cosa li induce a insistere?
Qual è il segreto di tale sopportazione?
Pensaci, pensa a te.
Volta il capo, chiudi gli occhi dell’ottuso giudizio e per un istante osserva con il cuore il miracolo.
Della raccolta differenziata dei sogni dalla fattura modesta e l’ambizione inarrestabile.
Immagina, immaginaci.
Quando il tempo che bruciate tramite i vorrei e i potrei diviene ogni frazione di secondo in cui noi respiriamo.
E dove il cibo e l’acqua che non trovino spazio nel ventre inacidito dall’accidia riempiono il piatto di un’intera generazione, nel fantomatico regno delle mancate possibilità.
Il giorno in cui strappaste voi stessi dal petto speranze minime e nobili bisogni, ovvero il solo bagaglio dell’indesiderato, testardo viandante.
Il resto della storia è trasmutazione logica, amico mio.
Passaggio di mano in mano di preziose invisibilità.
Come un’anima che traslochi in cerca del corpo che la accolga senza ignorarla.
Perché la terra che maltrattate, prima o poi vi lascerà e si concederà a coloro che sappiano apprezzarla.
E le onde del mare comprenderanno finalmente chi tra noi sta offrendo loro vita e chi morte.
E poi vi chiedete come mai.
Ricorda, invece, ricordate perché è semplice.
I figli, cari compagni del viaggio dalle direzioni opposte.
I nostri e i vostri.
Ne mettete pochi al mondo, eppure, laddove giunga il tempo di rivendicare amore e ascolto, sembrano così tanti più di voi.
Be’, in tutto il resto del tempo è per noi fatto normale, che il futuro sia più vasto del passato.
Il contrario è la mesta didascalia di un vicolo cieco o di una vita sprecata.
Eppure lo ritenete il più incivile tra i costumi, quello di affollare il mondo di vagiti e desideri.
E poi dite che non ve n’eravate accorti.
E’ evidente, umani fortunati.
E’ evidente che il mondo costruito sul niente, che tutto respinge.
Lascerà il posto a quello che pur di sopravvivere al niente.
Userà di tutto.


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28.6.17

Storie sui muri: vi sembra folle?

Storie e Notizie N. 1487

Leggo che il primo passo verso il progetto multi miliardario sia stato fatto. Prototipi concorrenti si stanno sfidando per realizzare il costosissimo muro di Donald Trump sul confine tra Messico e Stati Uniti. Le costruzioni dovrebbero iniziare da settembre, ha dichiarato di recente l'Agenzia doganale e di protezione delle frontiere americana.

Vi sembra folle?
E questo è niente.
Pare che, pur di vincere l’ambito appalto, siano scese in campo le più avveniristiche fabbriche di muri del mondo.
In ordine sparso, e forse un po’ delirante, vi elenco

nel dettaglio le varie proposte, tutte d’avanguardia e tese soprattutto a impedire l’inaccettabile arrampicamento.
Come dice il motto in corsivo sul testo ufficiale del bando, un muro valicabile è un muro morto.
Il primo progetto riguarda la muraglia girevole, una roba di una modernità unica, in quanto eccelle in praticità, e al giorno d’oggi non è certo cosa da poco.
Di fatti, laddove il fastidioso messicano, o altra etnia dalla cute non abbastanza lattescente, si appresterà ad arrampicarsi sulla futuristica parete, quest’ultima ruoterà esattamente di centottanta gradi, invertendo il percorso dell’intruso.
Di conseguenza, il meschino, in quanto tale migrerà al contrario nel proprio stesso paese, ignaro di stare togliendo lavoro, donne e futuro ai propri stessi concittadini.
Laddove poi decida secondo l’errato convincimento di ritornare in patria – ovvero di penetrare di nuovo nella terra delle opportunità riservate – si ritroverà ancora inconsapevolmente nel paese natio e dirà ai suoi compari: “Sapete? L’America non è poi così diversa da qui.”
Un utile deterrente, insomma, sempre però che non venga scoperto il raggiro, ecco.
Vi sembra folle? Sentite questa, allora.
Il secondo progetto è il muro parlante, liberamente ispirato alla nota saga del maghetto inglese.
Come con il famigerato cappello, una volta che il clandestino col sombrero si appropinquerà a superare la barriera verrà subito sottoposto all’interrogatorio, per poter essere smistato nella coerente, rispettiva ala del castello.
Analogamente al celebre racconto che abilmente mescola magia e vita scolastica - dove una sola tra la varie case è quella figa, diciamolo – pure qui vi è un’unica chance di approdare al mondo libero di prenderti per i fondelli.
Già, perché come per i numeri fortunati da scovare nelle confezioni di cereali, qui non si vince mai.
Tuttavia, pure avendone prova certa, nessuno è in grado di fermare due ben precise categorie: le ingenue vittime delle bugie del mondo e i disperati che si ostinano a voler sopravvivere.
Il peggior paradosso della storia è laddove i primi siano proprio... i primi a scagliarsi contro i secondi.
Vi sembra folle? Eh, ma non è mica finita, quasi.
Il terzo e ultimo progetto è il muro nero. Trattasi di esemplare non ancora sperimentato, e a dirla tutta neppure sperimentabile.
Difatti, come l’equivalente buco spaziale, nessuno ha la più pallida idea, neanche i creatori dello stesso, dove caspita andrebbero a finire gli immigranti una volta attraversato il confine.
E chi se ne frega? Sembra aver commentato il presidente twittatore dalla vermiglia chioma auto gelatinante.
Nondimeno, è sempre un prodotto a rischio.
Vada per altre dimensioni, stelle infuocate, inferni planetari e comunità aliene chiaramente ostili, ma nel caso il migrante si materializzi proprio dove era diretto?
Vi immaginate la ricaduta sui sondaggi per le elezioni di medio termine, laddove appaia nel bel mezzo di una convention affollata e affilata da fedeli votanti pro armi?
Vi sembra folle?
Davvero la storia vi sembra tanto più folle della notizia?



Sullo stesso argomento:
I muri spiegati ai bambini
Io faccio muri
Muri contro i migranti


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23.6.17

Storie sulla fame nel mondo da nascondere

Storie e Notizie N. 1486

Secondo l'ONU, il Sud Sudan, che ha ottenuto l'indipendenza dal Sudan nel 2011, si trova di fronte al suo "più alto livello di insicurezza alimentare". Circa 7.5 milioni di persone, quasi due terzi della popolazione, hanno bisogno di assistenza umanitaria. In alcune aree, la metà degli abitanti è malnutrita.
"Ho seppellito la mia bambina più piccola sotto un cespuglio", ha dichiarato Mary Cholil che ha cercato cibo e riparo dopo che il suo villaggio è stato bruciato, parlando della figlia defunta di tre anni
.

Svelto.
Devo esser svelto, prima che sia troppo tardi.
Prima che la cosa si abitui e decida di restare.
La cosa, già, non devo darle un nome, altrimenti diviene familiare, vicina, mia.
Non me lo posso permettere, non ora, non io.
E cosa posso fare, io?
Eccola, la guardo solo per un istante, con sentimenti e pensieri rigorosamente a tempo determinato.
Una donna che seppellisce una creatura di soli tre anni, la sua, sotto un cespuglio.
Fatto.

Adesso, velocemente, prendo l’immagine e la nascondo.
Dove? Dove, cavolo?
Ah, lì, là sotto, c’è un mucchio di cose come questa, in quell’angolo della memoria che prima o poi svuoterò da qualche parte.
Bene, sotto a tutto, perfetto, a posto così.
Un momento…
No, come al solito, ho fatto questo errore!
Ma perché ci casco sempre?
Adesso c’è un’altra immagine a tormentarmi.
Io, ci sono io, con in mano la foto incriminata ed evocata dall’abituale orrenda notizia, mentre mi impegno a occultarla dove potrò più facilmente dimenticarla.
Rapido, devo essere rapido.
Ormai dovrei esser bravo a far tutto con estrema celerità.
Prendo la compromettente immagine che raffigura il sottoscritto, il quale seppellisce quella della madre che fa lo stesso con la figlia senza vita, per farle entrambe sparire.
Dove?
Ma sempre lì, laggiù, nel lato cieco della comune coscienza collettiva che, come un social network di ignavi profili, ci dice dove guardare e cosa censurare.

Oh, caspita… ma sono impazzito?
E’ un incubo, è letteralmente un incubo, ciò di cui sto scrivendo e che vorrei disperatamente depennare dai miei più recenti ricordi.
Sì, perché sono finito nell’ennesimo, paradossale loop morale.
Mi basta chiudere gli occhi e vedere la cosa, che diventa sempre più grande e intollerabile.
La scena in cui, illuso di non esser visto, mi accingo a eliminare dal mio personale orizzonte l’immagine dove tento di far lo stesso con quella nella quale mi sono macchiato del peccato originale tra le fughe dalla realtà.
Ovvero, nascondere in tempo reale, confondere me, distrarre il sottoscritto laddove si illuda di tener lontano il lato scomodo dello schermo dagli occhi e il cuore.
Svelto, devo esser svelto a raggiungere il punto.
Devo uscire da questa pagina maledetta al più presto.
Dove tu, donna e madre che seppellisci vita, ci guardi.
E vedi tutto...


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22.6.17

Storie con morale: Quando le farfalle se ne vanno

Storie e Notizie N. 1485

Una nuova ricerca inglese, che può valere per molti altri paesi industrializzati - e quindi anche il nostro - segnala la quasi totale scomparsa delle farfalle dalle città.
Cosa sta causando tale fenomeno? Prima di tutto la crescente diminuzione delle aree verdi, quindi il cambiamento climatico e, ovviamente, l’aumento dell'inquinamento dovuto ai veicoli a motore e alle fabbriche.
Tuttavia, le farfalle sono degli esseri speciali, una sorta di indicatore universale.
La loro sparizione ci avverte che presto molte altre creature seguiranno la stessa via per l’uscita…

Quando le farfalle se ne vanno.
Quando le farfalle se ne vanno è semplice la risposta, al di là delle seppur fondamentali, dotte spiegazioni.

Perché quando le farfalle se ne vanno vuol dire che non c’è più posto per loro.
Gli scrittori delle storie da prima pagina si sono dimenticati perfino della loro esistenza.
E i registi non le considerano neppure per una muta comparsata.
I pittori sono diventati venditori di selfie.
E gli attori che dichiarano amore eterno sulla scena hanno ben altro nello stomaco.
Quando le farfalle se ne vanno vuol dire che non servono più.
Ovvero, che quel che hanno da offrire è divenuto superfluo, fuori luogo, magari ingenuo.
Pensar di concentrare ogni attenzione che l’intera figura richiede sulle più sottovalutate delle meraviglie naturali.
Le ali, già.
Che per quanto grandi e colorate, armoniose e leggiadre, son sempre ali, roba già vista, direbbe il nuovo che avanza, ma non vola.
Cosicché, quando le farfalle se ne vanno nessuno sembra accorgersene.
Comprensibile, in effetti.
Ben altro si perde e si confonde nel frastuono dei tasti pigiati e dei motori rombanti.
Trattasi di pulviscolo trascurabile e trascurato, massa informe di inezie del tempo che fu, cancellato per pigrizia o per caso da cuori distratti.
Perché tanto ho tutto qui, nella capiente cartellina.
Della serie, ti ricordi le farfalle?
Che? Ah, sì… aspetta un attimo che accendo il pc.
Ovvero, facciamo prima, il cellulare.
Laddove sia proprio questo il punto del racconto, le farfalle sono sparite da un pezzo.
E allora dovremmo correggere e ridire.
Quando le farfalle se ne andarono.
Quando le farfalle se ne andarono, avremmo dovuto fermar tutto, a cominciar da loro, ma ricordando le vecchie regole da bambini.
Non toccar le ali, nemmeno per sfiorarle, altrimenti la magia finisce.
Neppure avvicinarsi con veemenza, il loro cuore è minuscolo e fragile, malgrado l’indiscutibile coraggio per tutto il tempo che son state qui.
E allora non restava che rimanere perfettamente immobili, in attesa del miracolo di un incontro che un tempo è stato normale.
Chissà, potremmo provare a smetterla di correre come folli tra le grigie vie che chiamiamo mondo.
Magari ci ripensano.


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21.6.17

Giornata del rifugiato a casa di Matilde

Storie e Notizie N. 1484

Ieri è stata la Giornata mondiale del rifugiato e a casa di Matilde l’evento è stato particolarmente sentito…

“Papà”, fa Matilde, sei anni e molte più lentiggini sul viso, che un giorno saranno le basi fondanti della sua bellezza, “io sono stata brava, oggi.”
“Sì, cara…” risponde distrattamente l’uomo, quasi del tutto calvo, attuale base fondante dello stress, piuttosto che il tempo che inesorabile passa.
Nondimeno, riprende senza soluzione di continuità l’accesa discussione con moglie e parentado riunito per l’occasione.
Naturalmente non riguarda la suddetta ricorrenza, bensì un argomento ben più impellente, ovvero, cosa farne della cospicua eredità lasciata in dono dai compianti nonni.
“Sono stata buona”, dichiara con orgoglio la piccola, “lo sai, mamma?”
“Bene, Matilde…” le dice la donna, altrettanto presa dal conciliabolo, peraltro giunto ai preziosi immobili condivisi.

Per la cronaca, oltre ai genitori della bimba, gli interessati al prezioso lascito sono lo zio Saverio, single e impenitente quanto instancabile cacciatore di avventure all’est – rigorosamente sotto i venticinque – la ciarliera zia Marisa e quella salma del marito – segretamente ribattezzata tale dalla madre di Matilde – e il cugino Corrado, impegnatissimo ingegnere in trasferta dal nord, che nessuno vedeva da un pezzo, ma è un piacere essere qui, non è certo una questione di soldi, sue esatte parole.
“Ho fatto come ha detto la maestra e come dite sempre pure voi”, afferma la più piccola in scena.
“Cosa?” domanda senza neanche voltarsi il padre, del tutto concentrato sulla cognata, visto che Marisa ha appena comunicato che avrebbe considerato l’idea di andare ad abitare nella vecchia casa dei genitori. Scenario angosciante, considerando che perlomeno nei suoi sogni – dei quali si è guardato bene dall’informare la moglie – ha già investito la maggior parte della fetta che spetterà loro.
“Che bisogna aiutare i più deboli e i bisognosi”, risponde a tono Matilde, come se i suoi vecchi stiano davvero conversando con lei. “Che noi siamo fortunati ad avere una casa, da mangiare e da bere.”
“Certo che bisogna aiutarli”, approva sua madre con la testa da tutt’altra parte, prima di mettersi a cercare il pacchetto di sigarette nella borsa. Aveva smesso solo una settimana addietro, ma come fai a rimanere tranquilla e al contempo tener fede a tali fioretti, laddove ti ritrovi a decidere cosa fare dei risparmi di una vita, malgrado non sia stata la tua? E che lasci fare tutto a quel maniaco dello zio Saverio?
“Sei stata bravissima”, gli fa comunque eco il papà, altrettanto distante. “Bisogna aiutare tutti, quando si può.”
“Grazie!” si rallegra raggiante la figlia, con un chiarore di una purezza inaudita negli occhi, future basi fondanti dell’innamoramento di uno stuolo di pretendenti. “Sarà contento anche il bambino che ho portato a casa.”
Un silenzio cupo, e al contempo teso, cala nel soggiorno come la lama di una ghigliottina.
“Quale bambino, Matilde?” chiede con tono bonario il padre, sperando che si tratti dell’ennesima, fantasiosa fuga dalla realtà della figlia.
Ciò malgrado, l’attenzione è ora totale, con invisibile spot di luce sulla piccola.
“Il bambino rifugiato che ho conosciuto davanti alla chiesa. A scuola hanno detto che oggi è la loro giornata. Gli ho chiesto se aveva fame, lui non ha parlato, ma io ho capito che la risposta era sì. E allora l’ho invitato da noi.”
“Stava con te”, sibila il papà fissando torvo la moglie. “Come al solito ti sarai distratta con il cellulare…”
“Parli tu?” salta su la donna. “E quando la lasciasti al parco per andare a comprare la ricarica?”
“Calmatevi”, interviene la già introdotta salma, che a riprova del soprannome non parla mai, ma data l’importanza degli averi da spartire fa un’eccezione. “Scusate, vi sembra possibile che abbia portato qualcuno a casa senza che ve ne siate accorti?”
In quel momento si sente un rumore provenire dalla cucina.
Come di una posata che urti con eccessiva irruenza il piatto, fenomeno diffuso nel mondo a causa di due specifiche ragioni, goffaggine e fame.
Di scatto, l’intera famigliola balza in piedi e sotto gli occhi attenti di Matilde si reca trafelata all’ingresso della stanza incriminata.
La porta è chiusa e il papà si prende la responsabilità di far luce sul mistero.
Ecco, non vi dirò di più.
Sono persuaso che la storia sia tutta qui.
Che la vera differenza che conti davvero non sia tra un racconto dal tranquillizzante finale e uno monco.
Bensì tra la quantità esorbitante di parole e frasi che ogni giorno pronunciamo con il solo effetto di donarci a vicenda fuggevole sollievo e carezze all’aureola e quel che effettivamente facciamo con le nostre azioni.
E che possiamo ancora fare.


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16.6.17

Storie sull’ambiente: la specie dominante

Storie e Notizie N. 1483

Le notizie sull'ambiente, dall’inquinamento delle isole artiche alle conseguenze del riscaldamento globale per la natura e le nostre città, si fanno ogni giorno più sgradevoli e, secondo un pericoloso meccanismo mediatico di assuefazione ai temi che richiedono maggiormente un cambio di atteggiamento e una seria presa di responsabilità, vengono sempre più confinate nel trascurabile spazio di contorno.
Tipo i tramezzini tonno e carciofini, che spesso rimangono sul vassoio alle feste, fateci caso.

Tuttavia, come talvolta accade, non è la realtà e tutte le sue improcrastinabili urgenze ad allontanarsi da noi, bensì l’opposto…

La chiamano Storia, ci pensi?
Con la esse maiuscola, da studiare, capire e soprattutto ricordare, sai?
La nostra, di tutti, anche coloro che ne avrebbero fatto volentieri a meno.

La specie dominante, così usano dire, principalmente i suoi più influenti leaders.
Tutto per colpa, o a causa, di un’esplosione, sostengono alcuni.
Ogni cosa grazie a una perfezione di luce e disegno, confidano altri.
A seconda dei punti di vista, solo il frutto di una fortuita o sciagurata casualità, ritengono altri ancora.
Il risultato non cambia ed è questo l’inganno celato nel dono.
Per la specie stessa, fuorché gli altri, tutti.
E tutto.
La chiamano evoluzione, ma ti rendi conto?
Un presunto viaggio dal piccolo al grande, dal peggio al meglio, dal basso verso l’alto.
Tramite un’umile, realistica lente, da qui a là.
A passo veloce, con l’ansia nel petto, la scarsa lucidità e il sole negli occhi, come quando si cerchi di raggiungere la riva affrontando una selva di ombrelloni privi delle preziose infradito.
Nondimeno, il tragitto è stato l’inverso, come i sacri testi dottamente raccontano.
Il mare non è abbastanza grande, sebbene avvolga quasi la totalità del tutto?
E allora via, i primi animali vagiti dei futuri nostri si son mossi in massa a inseguir la superficie asciutta della vita.
Da quel momento le storie, dall’iniziale minore, furono scritte con inchiostri differenti e vocaboli distinti, ma il finale risultò comune a tutte.
Muoviamoci, partiamo, andiamo via da qui.
L’hanno chiamata esplorazione, alcuni.
Sete di conquista, altri, meno formali.
Ottusa, distruttiva foga, altri ancora, i più smaliziati.
Per terra o per mare, in cima al mondo o nei suoi anfratti più gelosi, le creature predestinate al governo delle cose non hanno mai trovato casa, pace, accordo.
Leggi pure come la meravigliosa, semplice e congenita armonia con l’universo delle specie dominate.
La chiamano selezione naturale, ma ti sembra normale?
Ti pare ragionevole che i personaggi di un racconto, praticamente perfetto nella sinossi come nel primigenio soggetto, siano loro stessi a cancellare le medesime frasi e gli aggettivi, figure retoriche e interi paragrafi che li tengono in vita?
La chiamano, infine, anche civiltà tecnologica.
Digitale nelle relazioni come nei contenuti.

Recente, e forse ultima dimensione in cui trasferire il quotidiano del vivere, con l’illusione di potervi traslocare aspirazioni e sentimenti.
La chiamano, infine, umanità, ancora oggi.
Hai capito il paradosso?
Perché se la osservi come qualsiasi creatura a essa aliena, in qualsiasi istante del suo cammino, vedrai solo una confusa, presuntuosa folla di esistenze in fuga...


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15.6.17

Storie di immigrazione: Ius Soli e Ius Celi

Storie e Notizie N. 1483

Per quanto riguarda gli immigrati, e in particolare lo Ius Soli, proseguo sulla mia abituale via alla ricerca della storia perfetta per rendere al meglio l’idea di ciò che sta accadendo nel nostro paese e non solo…

C’erano una volta loro.
Le ronde del mondo, ovvero del cielo.
Con il collo perennemente angustiato da uno sguardo e un cuore costretti a veder migranti invasori sfrecciare da ogni punto cardinale.

Indomite e ostinate creature, decise a denunciare l’immonda occupazione della personale visione della Storia e delle cose.
“Maledetti cigni”, urlavano con la gola infiammata dal livore, “tornatevene al vostro nido.”
“Sporche anatre”, berciavano altre, “voi non siete come noi.”
“Eh certo”, replicava una voce accanto, “sono anatre…”
“Amico, remi contro o cosa?”
“Cosa?”
Che volete farci, erano un po’ così, i dialoghi tra uno schiamazzo e l’altro, semplici e confusi come le bugie più stupide.
Rondini incivili”, strillarono in molte per riportare la comune attenzione sul bersaglio, l’unico possibile, “non prenderete il nostro posto.”
Fenicotteri infedeli”, gridavano altre ancora, “non ci convertirete al vostro Dio.”
“E il nostro quale sarebbe?” chiese un’altra voce fuori dal coro.
“Di sicuro non assomiglia a un fenicottero”, rispose quella accanto.
Tipico scambio tra le pieghe di una folla affezionata al clamore costante, dove non hai idea quali siano più improbabili tra le domande e le risposte.
Quaglie intruse”, sbraitavano ancora più rumorosamente in tante, per non perdere il ritmo, “siete qui solo per rubare e oziare.”
“Non vi permetteremo di spazzarci via”, strepitavano altre di seguito, “figli di oche.”
“Avevamo detto di non insultare, però”, dissentì qualcuna.
“Ma non è un insulto, volevamo dire proprio oche…”
“Appunto.”
“No, dico che intendevamo letteralmente…”
“Che?”
Altro aspetto riconoscibile nel branco dal facile digrigno, ovvero i fraintendimenti ottusi senza luce all’orizzonte.
Cormorani, volate da quegli altri”, vociavano alcune tirando fuori il vecchio refrain, “vogliamo vedere poi come vi trattano…”
“Il cielo a noi”, sintetizzavano altre ancora, “e agli usignoli il… lo… ehm, la Usignolia?”
In altre parole, l’immancabile, segno di distinzione degli ammassi di insoddisfazione decerebrata, leggi pure come la totale assenza di fondamenta nel delirante muro di confine stretto intorno al capo.
Troppo stretto, il più delle volte.
C’erano una volta loro, quindi.
I baluardi del niente.
Con il becco ossessivamente puntato contro l’inalienabile diritto alla sopravvivenza e al movimento.
Di vite che migrano sopra di esse.
Che mai voleranno.
Povere galline





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14.6.17

Storie sulla fame nel mondo ogni 35 secondi

Storie e Notizie N. 1482

Secondo Save the Children, lo Yemen è ormai in prossimità di un crollo totale e la simultanea presenza di una quasi carestia e le infrastrutture paralizzate stanno alimentando la diffusione del colera.
In particolare, i dati dicono che un bambino viene infettato ogni trentacinque secondi


C’era una volta una storia.
Breve, non preoccuparti.
Perché, diciamola tutta, per cosa dobbiamo davvero angustiarci?
Ci vuole poco, credimi.

Cinque minuti, sei al massimo.
Questo è il tempo che ho impiegato per scriverla.
Nulla, no?
E quando il tempo è niente, qual è il problema?
Già, sul serio, qual è?
Che poi, a leggerla ce ne vuole anche meno.
Due minuti, un minuto e mezzo a esser svelti.
Uno solo per chi è dotato di occhio rapido e cervice agevole.
Il che potrebbe anche voler dire leggera, ma senza offesa, credimi.
Niente di personale.
E per quale motivo scaldarci, poi?
Ne abbiamo veramente?
Trattasi perciò di racconto breve, per definizione, vantaggio di attimi esili, con i quali è composta gran parte della recente, comune sceneggiatura, non è così?
Il tempo di accendere il pc.
Ovvero, il portatile o il cellulare.
L’attesa del consueto apparecchiamento dello schermo.
Quindi i prevedibili, fastidiosi aggiornamenti.
Che rottura, ma roba trascurabile, giusto?
Perché lo è, concordi?
E poi il tempo dei messaggi e dei contro messaggi, che non sono le risposte, che darebbero un senso compiuto alla narrazione sociale, bensì una perenne, delirante alternanza di monologhi in miniatura tra solitudini travestite da amici.
Nondimeno, manciate di secondi, vero?
Nulla di insopportabile.
Perché di scarso peso, okay?
Quindi, ora, che fare?
Già, cosa fare del tempo che resta?
Ah, si mipiacizza a random e si faccina tutto il faccinabile, a seconda del mood.
Ma, soprattutto, si condivide a manetta tutto quel che al meglio ci renda tutti più vicini.
Al peggio, esattamente l’opposto.
E chi ne ha viste di più sa perfettamente che a esso non v’è mai fine.
Già, a proposito, vanno rispettati i patti.
Il sipario attende il favore promesso.
Perché nessuno ci guadagna davvero nel nascondere l’orrore nella pancia, neppure gli eleganti drappi che oscurano puntualmente il palcoscenico.
C’era una volta e mai più, perciò, questo tempo.
Cinque minuti, al massimo sei per riempire il foglio, minimo un paio per leggere il tutto.
Ovvero, contemporaneamente, da tre sino ad altri dieci bambini aggrediti dal suddetto male.
Per buona sorte, questa storia è finita.
Perché sono solo parole dietro un vetro, non fanno poi così male.
Non c’è d’aver paura.
E cosa c’è da temere, in fondo?
Tanto, da adesso in poi, abbiamo tutto il tempo per fare altro.
E dimenticare.


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9.6.17

Storie sulla diversità: le formiche arcobaleno

Storie e Notizie N. 1481

Dividi, questa sembra essere la ricetta per il futuro più in voga, oggi, tra chi tira le fila del pianeta.
Con Brexit, il Regno Unito ha reso ancora più profondo il mare che lo separa dal resto dell’Europa e con Trump gli USA si allontanano sempre più da tutto e tutti, la Catalogna sogna un domani da divorziato nell’iberica casa comune e il Qatar si ritrova espulso dal club arabo più esclusivo al mondo, solo per dirne alcune.
Divide et Impera, diceva la celebre locuzione latina.
Dividi e comanda.
Tuttavia, nel caos globale di egoistici interessi e ottusità travestite da politiche urgenti, è davvero difficile disegnare una mente caratterizzata da un minimo di lucidità al volante della nostra sciagurata specie…


C’erano una volta le formiche arcobaleno.
Una favola, già.
Da raccontare e ascoltare, esatto.
Se ne parlava, al circolo delle storie, quella sera, dove avevano tutti alzato un po’ il gomito, ma non per dipendenza dall’alcool o per coprire chissà quale tormento del cuore.

Solo per imitazione, per non esser additato come l’ennesimo perbenista guastafeste, ognuno si era gettato nella mischia, ignorando chi avesse davvero dato il via al tutto.
Si sospettava, come di consueto, il barista, ma sarebbe stato troppo banale, come il maggiordomo dei gialli.
Strada impossibile da percorrere, nel nostro ritrovo, poiché l’ordinarietà della realtà e delle sue interpretazioni è bandita quasi quanto i racconti che finiscono troppo presto.
Ma si parlava giustappunto di una storia, no?
Non tergiversiamo, come disse la principessa Clotilde al suo spasimante alle tre di notte, dopo l’ennesimo ballo al chiaro di luna, che a breve sarebbe diventato di sole: "Baciami e voliamo via da qui."
C’erano le formiche arcobaleno, perciò.
Dette così per ragioni elementari, ovvero la colorazione univoca di ogni esemplare.
Sedate la polemica cavalleria insorgente, ve lo dico subito, poiché non v’è contraddizione nel precedente assunto.
L’elementarità è vietata, confermo tutto, ma è concessa in via occasionale nell’incipit e nei prologhi che anticipino intrecci e, soprattutto, finali di particolare originalità.
Lo so, l’ho sparata grossa e rischio sberleffi all’ultima curva, ma, come c’è scritto all’ingresso del nostro circolo, narrare storie è rischiare, altrimenti, è meglio restarsene zitti.
Dicevo, le formiche arcobaleno erano ciascuna di una tonalità differente e rendevano il formicaio una visione straordinaria, soprattutto all’ora di punta.
Qualora avessi avuto il coraggio di infilarci dentro il capo, come fa lo struzzo, avresti potuto ammirare il meraviglioso, variopinto Can-Can delle nostre, sfreccianti a destra e a manca, un caleidoscopio di policrome saette, zampettando e saltando con armonia divina.
Ah, adesso sai anche che il noto uccello dal lungo collo e il folto piumaggio non è un vile, ma solo un appassionato di entomologia.
Tuttavia, capita sovente che i protagonisti di un miracolo in terra si abituino talmente a esso, da risultare così megalomani da ritenersene i veri padroni. E laddove la vera paura, giammai quella presunta degli struzzi, si impadronisca dei loro cuori, puoi spesso vederli fare a brandelli le proprie stesse ali.
Tutto per colpa di uno scarabeo particolarmente distratto, il quale mise la zampina in fallo e crollò nel formicaio.
Ci credete? No, e fate bene, perché adesso non ricordo se fosse invece una coccinella o una cavalletta. Magari perfino una lucertola, ma tanto non cambia il senso del prosieguo, state a vedere.
“I mostri sono tra noi!” urlò la regina innanzi all’intruso, il quale, più che un’espressione truce, aveva gli occhi smarriti e il muso confuso.
“Porca mantide religiosa, potrebbero arrivarne altri!” aggiunse il marito, ovvero uno dei tanti, forse il più pavido.
E infine, come talvolta accade allorché il terrore offuschi le meningi di una comunità, il capo delle formiche guerriere indicò la soluzione: “Dividiamoci, così ci confonderemo tra uguali!”
L’ordine fu seguito alla lettera.
Formiche bianche da una parte e nere dall’altra, rosso bordeaux a nord e giallo paglierino a est, grigio perla laggiù e verde pisello là sotto.
In breve, ognuna si ritrovò indistinta in una grossa, anonima e comune macchia.
Questa sì, colpevole di convenzionalità, ma non è la storia e tantomeno il narratore, da accusare.
E’ la realtà.
Ecco perché, in conclusione, tutto finisce com’era iniziato.
C’erano una volta le formiche arcobaleno.
Proprio così, c’erano.
Perché, che gran peccato.
Oggi non esistono più.


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8.6.17

Storie sull’ambiente: sognando tra Usa e Corea

Storie e Notizie N. 1480

Eccolo, il regno tra i due paradossali, e al contempo più che reali, estremi di questo illogico mondo, che altrettanto irrazionalmente è ancora in piedi, malgrado tutto.
Un leader che con le sue politiche insensate isola sempre più se stesso, il suo paese, e l’intera umanità dal resto dell’universo, e un altro che fa lo stesso nel pavoneggiarsi con i missili per suscitar collera e timori nel primo.
Eccolo, nel mezzo, il sogno
.

Un pianeta.
Vorrei solo un pianeta, di misure semplici, di forma geometrica, ma non perfetta, sai?
Che ricordi qualcosa di studiato a scuola, figura piana vista dall’alto e solida qualora percorsa con passo veloce e curioso.
Un pianeta, già, abitato da persone dotate di cuore e pancia, volubili e impulsive quanto vuoi, ma nel momento del bisogno capaci di fare il salvifico passo indietro.

Perché la ragione annoia, è vero, ma è l’occhio lucido che scorge la buca sulla via.
E, al peggio, quello che rammenta la caduta che fu.
E’ così che al peggio detto ieri, diviene al meglio, scritto domani.
Un pianeta con risorse finite, mica il paradiso, chiaro?
Niente di incredibile, roba normale, sintetizzabile con facilità anche dall’immaginazione di un infante.
Come una scatola di cioccolatini che può terminare, che deve farlo, che lo farà.
Esperienza comune quanto immensamente preziosa, la compiutezza dei doni, e non solo per il vantaggio di apprezzarli a dovere.
Ti fa capire anche che il vero regalo non è quest’ultimo, ma la capacità di riconoscerlo come tale, nei colori come nell’aroma, per poi cercarne e scovarne altri, anche di più belli.
Altrimenti, perché fissare il cielo con tale intensità?
Altrimenti, perché insistere nel saltare, ancora e un altro balzo, con la testarda speranza di distrarre una volta per tutte madama gravità?
Altrimenti, infine, perché la luna e tutti gli astri?
Un pianeta, si diceva, qualcosa di immaginabile, quindi disegnabile.
Come il frutto di un’idea suggestiva.
Di un sogno, proprio così, questo.
Di un pianeta e di viventi scossi di continuo dal ritmo del cuore e dalle vibrazioni del respiro, ma laddove la scatola suddetta si esaurisca, capaci di metter da parte le personali ottusità.
Roba elementare, sia ben chiaro, niente di eccezionale.
Non è il mito che si fa carne, ciò che desidero, anche se male non farebbe, è ovvio.
Un capitano, solo un capitano, mio, anzi, nostro.
Che a differenza dell’attimo che fugge è egli stesso, per primo, a salire sul banco a esclamare con voce calma, ma tonante: “La nave sta affondando, basta con le vane chiacchiere. Orsù, ciurma, tamponiamo le falle e scandagliamo l’orizzonte, in cerca della terraferma.”
Invece di accanirci nel respingere in mare chi è già partito per coraggio e disperazione.
Eccolo, il pianeta, di parole e nebbia, laggiù, nel futuro possibile.
Dove solo parole, nebbia e qualche sogno.
Arriveranno sani e salvi.


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7.6.17

Storie per riflettere: io so versione 2.0

Storie e Notizie N. 1479

Ispirata al celebre articolo di Pier Paolo Pasolini

Io so, versione 2.0
Indi per cui, nell’era dell’informazione maggiormente condivisa, dovremmo aggiornare il sistema.
Io so, noi sappiamo.

E, di conseguenza, voi sapete.
Io so, noi sappiamo, voi sapete che in occasione di ogni attentato di cosiddetta chiara matrice islamica, il copione dell’orrendo spettacolo viene venduto allo stesso modo.
I terroristi muoiono sempre, mai che ne venga catturato uno vivo, sebbene il documento di identità e la foto segnaletica sbuchino fuori all’istante.
Un peccato enorme, perché altrimenti qualcuno avrebbe potuto interrogarli, per avere risposte, per capire sul serio.
E avvicinarsi alla misteriosa verità.
Io so, tutti noi sappiamo, e pure voi sapete che il mondo Islamico è un'espressione priva di senso, non come la intendono i cattolici o gli ebrei, che ogni musulmano ha facoltà di vivere il proprio credo a suo modo e nessun diritto o autorevolezza di ergersi a rappresentante di un miliardo e ottocento milioni di persone.
Ciascuna delle quali affronta la fede secondo la personale interpretazione del Corano.
D’altra parte, malgrado i distinguo, nella realtà di tutti i giorni non è così anche per le altre religioni, a prescindere da ciò che queste ultime esigono? Quanti cristiani ed ebrei nel mondo seguono alla lettera quel che il loro credo prevede?
Difatti, a questo proposito, io so, noi sappiamo e voi sapete che qualora l’attentato di turno venga compiuto da qualcuno che affermi di credere in un Dio che non sia Allah, il terrorismo non ha alcuna matrice. Anzi, non lo si definisce più come tale e, la maggior parte delle volte, la mente che ha ucciso viene archiviata come folle.
L’avete notato anche voi, vero?
Ecco perché io so, noi sappiamo e voi sapete che per le centinaia di persone che vengono uccise al giorno ciò che fa davvero la differenza è come viene raccontata la notizia.
Da chi.
E con quali interessi.
Perciò, solo per mera logica, io so, noi sappiamo, e voi anche, che coloro i quali in seguito all’ennesimo attacco vengono indicati come la fonte del problema, ovvero immigrati e islamici, sono i primi a pagarne le conseguenze, tra politiche più restrittive e discriminazioni ancora più legalizzate, intolleranza giustificata e diminuzione dei diritti umani.
Meccanismo alquanto paradossale, se ci pensate, perché non è che prima vivessero nella bambagia. Son proprio dei masochisti, questi migranti, eh?
Al contempo, sempre grazie alla pura constatazione dei fatti, io so, noi sappiamo e voi dovete per forza sapere che i primi, e forse i soli, a guadagnarci qualcosa dalle aggressioni al mondo definito libero sono proprio i partiti e i leader più xenofobi e razzisti.
Ma allora qualche dubbio deve inevitabilmente palesarsi anche nella cervice meno abituata a porsi domande, no? Uno a caso sul complicato e discusso meccanismo sul quale si fonda l’intero show di morte e paura.
Secondo cui, io so, noi sappiamo e voi sapete che questa terribile storia, narrata e spiattellata quotidianamente, si regge unicamente sulla fondatezza delle presunte rivendicazioni di geni del male e crudeli organizzazioni, con sigle e maschere che mutano con lo stesso ritmo con il quale si susseguono governi e leaders, tu guarda un po’.
Senza nominarla, qualcuno di voi si è chiesto come mai non si parla più di quella di prima, io so chi, noi sappiamo cosa e voi sapete quando?
La tempistica è tutto, nel mondo moderno.
Non a caso, io so, noi sappiamo e voi sapete che gli attentati hanno luogo e si fanno più frequenti sempre nei paesi che hanno elezioni o cruciali decisioni all’orizzonte.
Dove la discussione e il confronto tra gli schieramenti si concentra su cosa? Ma sull’immigrazione e il solito terrorismo di chiara matrice islamica, chi altri se no?
E, come già detto, chi guadagna consensi all’indomani? Chi ha già vinto in passato alla stessa maniera, che non avrebbe argomento alcuno se non ci fossero morti da una parte e nemici da accusare.
Poi, se proprio volessimo dirla tutta, potremmo aggiungere che io so, noi sappiamo e voi sapete che la totalità delle coalizioni più nazionaliste e/o destrorse dell’altrettanto cosiddetto mondo occidentale hanno in qualche modo legami e ricevono supporto da un certo paese a est dell’Europa.
Sarà forse un caso? E, soprattutto, può aver senso la casualità in una losca disfida dove sono in gioco miliardi di euro?
Già, perché non dovremmo dimenticare.
Non possiamo proprio, visto che io so, noi sappiamo e voi sapete che per combattere il terrorismo, ancora una volta islamico, negli ultimi decenni si sono letteralmente inventate di sana pianta e truccate sotto gli occhi del mondo sanguinose guerre di pace che hanno donato a intere popolazioni distruzione e morti senza fine.
Nel senso che, ancora oggi, continuano a cercare di sopravvivere tra quella stessa distruzione o a morire, fine.
E’ il senso del moderno, credo.
Un tempo, l’intellettuale con la i maiuscola, con coraggio di una nobiltà sublime, diceva io so, ma non ho le prove.
Oggi, la farsa è talmente visibile, al punto che a prescindere dal ruolo ricoperto nella società, io so, noi sappiamo e voi sapete per certo che quello che ci stanno raccontando come vero.
Fa acqua da tutte le parti.


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1.6.17

Storie di bambini: Hildur e Souley

Storie e Notizie N. 1478

Secondo un recente rapporto di Save The Children, Infanzia rubata, un bambino su 6 non riceve un’istruzione, 168 milioni sono costretti a lavorare e ogni giorno più di 16.000 al di sotto di 5 anni muoiono a causa di malattie che sarebbero curabili con facilità.
Inoltre, la classifica della qualità della vita per i minori indica quale paese migliore la Norvegia, mentre all’ultimo posto si trova il Niger, dove i bambini sono continuamente a rischio di perdere la vita.
Norvegia e Niger, i due estremi di una candela che brucia solo da un lato, ma stavolta è quello in basso, la porzione capovolta, nascosta, dove di rado si guarda…


Hildur ha cinque anni.
Souley anche.
Hildur è un bambino.
Souley pure, ma tu guarda la vita com’è strana.
Quasi quanto le storie, no?

Hildur chiude gli occhi e sogna cose.
Souley sogna, punto.
Hildur guarda il suo continente dal nord, ovvero dall’alto.
Souley guarda il mondo né dal sud e tantomeno dal basso.
Perché il suo è tutto lì, innanzi a lui, a portata d’occhi e speranze, per quanto ingenue.
Hildur gioca.
Souley gioca.
Oh, se potessimo fermarci qui, grazie a una propizia quanto magnanima velocità della luce che solo ai racconti congelanti, o ai ladri di perfezioni a tempo, riesce.
Non sarebbe tutto più facile?
Hildur crescerà, al netto di una congenita buona sorte.
Souley, al netto di una fortuna di rara fattura, potrebbe arrivare all’anno seguente.
Ma incrociamo le dita e tocchiamo ferro o legno, a seconda del meridiano dal quale esploriamo le loro vite.
Hildur potrà diventare chiunque.
Souley è già uno tra i molti, troppi chiunque che tali rimarranno. Come volti senza nome sull’ennesima foto strappalacrime e donazioni.
Tuttavia, mettiamo il caso che la narrazione comune dei nostri trovi la medesima accoglienza da parte del fato, perlomeno in materia di spazio.
Vediamoli, allora, i due sentieri dipanarsi sulla via per l’orizzonte che tutti attende.
Hildur è un uomo, laggiù.
Idem per Souley, malgrado un occhio accecato dai venditori di confini potrebbe travisar per altro.
Hildur ha un destino, allora.
Lo stesso per Souley, ma diverso, anche se non è detto, giusto?
Altrimenti qual è il bello di viverla, questa spesso terribile, ma talvolta meravigliosa storia?
Chiudiamo gli occhi, or dunque, e immaginiamo quel futuro comune.
Dove Hildur rimpicciolisce sotto il peso di ingiustificate follie e paure e si sfrena invano di respingere indietro Souley, sino al suo gramo passato.
E dove, al contrario, è Souley a minare i placidi sonni di Hildur.
Perché anch’egli oberato dal medesimo, sciagurato bagaglio.
Di ingiustificate follie e paure.
Solleviamo le palpebre, ora, e torniamo di nuovo a osservarli per ciò che sono.
Hildur e Souley.
Due, o un sol destino che sia, non conta.
Perché il loro futuro, il nostro, l’unico possibile.
Sarà di entrambi.
O di nessuno.


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