26.9.14

Storie di animali: La marmotta cade al sindaco

Storie e Notizie N. 1139 

Sì, sono morta.
E mi chiamo Charlotte e non Chuck.
La differenza tra una femmina e un maschietto dovrebbe essere visibile.
Anche per una marmotta, cribbio.
Ma solo questo è vero.
Tutto il resto sono balle, senza scherzi.
No, dico, secondo voi posso esser morta perché scivolata dalle mani di quel goffo bipede davanti alle risa sgraziate dei suoi simili?
Chi vorrebbe finire la propria storia così?
Io no e credo neppure voi.
Così, ecco com’è andata, è la mia vita, dovrete fidarvi.
C’erano sì il sindaco Bill De Blasio e tutto il pubblico, la folla, questo sì.
Ma le cose sono andate diversamente, molto diversamente.
Mentre il primo cittadino di New York compiva la propria visita ufficiale nello zoo, una delle due tigri ha fatto scaletta all’altra e la più incacchiata tra loro si è ritrovata nel viale proibito.
Fuori della gabbia, insomma.
Inutile dire che quel sadico del rinoceronte ha preso ad incitarla gridando con la bava alla bocca.
Lo capisco, in fondo.
Durante il trasporto sino alla prigione – perché di questo si tratta, altro che chiacchiere – gli hanno spezzato il corno.
E per un rinoceronte maschio la lunghezza del corno è tutto, è risaputo.
La tigre, dal canto suo, non aveva alcuna intenzione famelica.
Era solo stanca di fare solo avanti e indietro.
Da sempre sognava il lungo e il largo, il su e giù e soprattutto il dove cappero mi pare.
Cercate di capirla.
Nata in cattività, esattamente come i suoi desideri, del tipo più assordante nella testa.
Leggi pure come l’inarrestabile nostalgia per quel che dovrebbe essere naturale.
Nondimeno, anche la più sazia delle fiere, laddove si imbatta in una corpulenta signora tutta smartphone e gelato multi gusti, che appena ti vede inizia a strillare come una foca scambiata per una vogliosa femmina di gorilla da King Kong in persona, a un certo punto cambia idea.
Dopo posso pure partire per il mondo libero.
Ma, prima, almeno un morso a quella scassatimpani va dato.
Niente di personale, è una questione di orgoglio felino, baby.
Cosicché la tigre ha messo in mostra le zanne, sfoderato gli artigli e con la coda dritta come il pennone di una nave pirata ha lanciato il suo attacco all’ammasso di carne urlante.
Dal canto suo, la tipa, senza smettere di berciare, si è voltata e ha preso a correre a gambe levate.
Proprio nella direzione del sindaco De Blasio e la folla discepola.
Ecco, è stato qualche secondo dopo che ho fatto la scelta che avrebbe deciso il mio destino.
Troncato, ad esser precisi.
L’impatto gli sarà fatale, ho pensato.
No, non sto parlando del sindaco.
Si da il caso che quel grullo del pavone proprio in quel mentre si trovava tra il gruppo De Blasio e il donnone terrorizzato, con alle spalle la tigre.
Non si può morire così, in maniera così stupida, mi son detta, e con un balzo sono saltata al di là del recinto.
Al rallenty ho spinto via il vanesio quanto distratto volatile, salvandolo da morte certa.
A velocità normale mi sono presa una schiacciata mortale dalla montagna di paura e grasso in eccesso.
Sì, nel dettaglio, ho salvato anche il sindaco e company, perché vista la scena la tigre è tornata di corsa dall’amica, rinunciando al viaggio tanto bramato.
E’ un onore dividere la cella con una marmotta così coraggiosa, mi ha scritto in un sms la sera stessa.
In seguito sono morta per le ferite, con gioia e fierezza, ma questa è ormai storia.
La vera storia.
Segnatevi questa.
Tutte le altre versioni sono false.
Inaccettabili, vergognosamente inaccettabili.
Non si può vivere come viviamo noi, dietro le sbarre.
Ma almeno fateci raccontare la nostra morte.
Che almeno la fine sia felice.

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25.9.14

Video decapitazione: chi c'è dietro?

Storie e Notizie N. 1138 

Qui sono tutti pazzi.
Ci credono scemi, a noi.
L’avevo già sentita, ma adesso lo sospetta addirittura il New York Times.
Che quelli siano legati alla CIA.
Cioè, che dietro questi attentati, queste decapitazioni, ci siano gli stessi americani.
E’ una follia.
E’ la solita mania complottistica dei fissati con i retro scena, le cose nascoste, i misteri.
E’ assurdo.
E’ come dire che, che so, che gli indiani erano i buoni e i cow boys erano i cattivi.
Vi rendete conto?
Una famigliola di pionieri passeggia con la sua carovana nel west e arrivano quei selvaggi urlanti, tutti dipinti, li catturano e gli fanno lo scalpo.
E i buoni sono loro?
Ma li avete visti i film o di cosa parlate?
La CIA dietro quelli…
E’ come dire, è come dire che gli americani hanno invaso l’Afghanistan per il petrolio, e non per cercare Bin Laden.
Che poi, sempre con questa storia del petrolio, trovatene un’altra di scusa.
Sì, lo so che all’epoca non c’erano prove che Bin Laden fosse in Afghanistan e che poi è uscito fuori che si nascondeva in Pakistan, ma chi vi dice che prima non stesse in Afghanistan e poi, quando sono arrivati gli americani, è andato in Pakistan.
Il petrolio…
Adesso, proprio perché la famiglia Bush aveva affari nel petrolio, questo non vuol dire per forza che avessero un secondo fine.
Sempre a pensare male, ecco, questo è il problema.
Ovvero, pensare male dove c’è il bene.
Il bene sta da una parte e tutto il male dall’altra, è così semplice, perché dovete complicare le cose?
La CIA e loro
E’ come dire che le armi di distruzione di massa non c’erano in Iraq.
Ma come si fa a pensarla soltanto una cosa del genere.
E allora? Secondo voi in tutte queste guerre del golfo sono morti milioni di civili per un imbroglio?
E per cosa?
Per il petrolio, ancora?
Ma questa è una fissazione, peggio, un’ossessione.
Le guerre si fanno perché ci sono i nemici, i terroristi.
Che decapitano le persone nei video.
Basta guardare i video.
Che cosa?
Che ci sono anche i video con i bambini morti in Palestina?
Questo è di cattivo gusto, quelli hanno i tirato i razzi.
No, non i bambini, i grandi, ma Israele ha diritto a difendersi.
Non contro i bambini, ma questo cosa c’entra?
Lo vedete che volete solo creare confusione?
Le cose sono semplici.
Il nemico è lì e noi siamo qua.
La CIA e loro sono d’accordo…
Mettiamo che sia davvero così, che avete ragione voi.
Che la religione non c’entra nulla e che gli americani stiano usando questa cosa per avere il pretesto di bombardare la Siria, come hanno già fatto in Afghanistan e in Iraq, secondo voi, è chiaro.
Allora, ci stanno prendendo in giro?
E’ tutta una messa in scena?
Milioni di morti innocenti per arricchire le aziende petrolifere?
Quindi, per loro, noi altri siamo dei deficienti da manovrare e tenere sotto controllo?

No…
Ma dai, no.
Non può essere!
Non può…

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24.9.14

Ebola virus in Europa: sintomi peste nera

Storie e Notizie N. 1137

Caro diario,
sono una persona come tante.
Un tipico esemplare.
Uno che guarda le cose da lontano.
E si preoccupa.
Perché lontano sono le cose.
Che lo preoccupano.
Ho paura.
Ho paura di questa malattia.
Questa maledetta peste nera.
E’ normale, cercate di capirmi.
Chi vuol morire in quel modo?
Neanche loro, quelli al di là del mare, lo vorrebbero.
Ma perché devo morire anch’io?
Cosa c’entro?
Ho sentito in giro, così dicono, che sia colpa delle streghe.
Un sortilegio.
Uno di quelli cattivi.
Magia, insomma.
Addirittura che sia una punizione divina.
Mah, io non credo a questa roba.
Altri sostengono che siano stati gli ebrei ad avvelenare l’acqua.
Gli ebrei…
Ancora con gli ebrei?
E’ la povertà, altro che balle.
La povertà porta fame e miseria.
Fame e miseria portano malattie.
Punto.
Solo che io cosa c’entro?
E’ roba loro, se la sbrighino loro.
Non sono intollerante, basta che non vengano qui ad infettarmi.
Non mi sembra di chiedere la luna.
Stanno morendo in tanti?
Lo so, mi dispiace, mica sono insensibile, ho un cuore anch’io.
Ma ho i miei problemi, le mie cose, mica posso rischiare la mia vita per gente che neppure conosco.
E poi, diciamola tutta, non è che questi qui si comportino così bene con noi altri.
Quando uno va da loro è fortunato se riesce a tornare.
Vivo.
Senza la malattia.
Figuriamoci adesso.
Lo ripeto, non dico che non sia triste che stiano morendo in tanti.
Donne, giovani, bambini, lo so che è una cosa brutta.
Ma io devo pensare ai miei.
Alla mia famiglia.
Ai nostri ragazzi.
Ho paura.
Perché ho paura per loro, mica per me.
Ho paura di vederli morire.
Leggilo pure come il primo vero sintomo delle malattie globali.
Solo così possiamo rimanere al sicuro.
Sani e salvi.
Al riparo dai virus.

1347, Guinea, villaggio di Meliandou, dal diario di Said.

Dal 1347 al 1353 un terzo della popolazione europea perì per il virus della peste.
Circa 7 secoli dopo la ruota del destino ha girato e molto.
2014, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha identificato il paziente zero in un bambino ammalatosi di Ebola.
In Africa Occidentale.
Nella Guinea.
Nel villaggio di Meliandou

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19.9.14

Storie di razzismo: il dono del silenzio

Storie e Notizie N. 1136

Ci provo.
Come ogni volta, ci provo.
La notizia.
Un giovane di 28 anni è stato picchiato a morte da uno di 17.
Sì, però molestava i passanti…
Un giovane.
Ho capito, ma è successo a Tor Pignattara, la gente è esasperata...
28 anni.
Ha cominciato lui, gli ha sputato…
Picchiato a morte.
Era un ubriaco senza fissa dimora…
Massacrato in strada.
Il 17enne voleva difendere i passanti, è stato coraggioso…
Ucciso di botte.
Proprio qualche giorno fa si sono accoltellati dei romeni proprio in quella zona…
Un ragazzo.
E’ colpa di questo multiculturalismo buonista…
Morto per uno sputo.
E’ il fallimento della società plurale…
Ammazzato da un altro ragazzo, più giovane.
Chiudiamo le frontiere…
Un ragazzo che ha ora le mani insanguinate.
Io non sono razzista, ma se rimaneva al paese suo…
Assassino a 17 anni.
L’Italia agli Italiani…
Il volto tumefatto.
In fondo se l’è cercata…
E le mani insanguinate…
E’ stata legittima difesa…
Il cadavere.
Servirà da lezione per gli altri…
E l’omicida.

Indici nelle orecchie.
Anzi, nel cuore.
Nella pancia, nelle carni vive.
Mi alzo e corro via, via.
Via.
Fino al silenzio.
Che è un dono, un vero dono.
Una ricchezza inestimabile, altro che mal di solitudine.
E li vedo.
Finalmente, con gli occhi liberi dalla polvere, li vedo.
Una vita stroncata all’inizio della via.
E un’altra maledetta ancor prima.
Silenzio.
Guardate con me.
Ora.
Per il tempo che servirà.
Lasciamo le parole al domani.


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18.9.14

Storie d'amore: Oltre le ossa

Storie e Notizie N. 1135

Nella cappella di San Morrell, ad Hallaton sono stati rinvenuti i resti di una coppia, probabilmente sepolta lì, e non nella chiesa principale della città, perché forse stranieri, criminali, o malati.
I due si tengono per mano
...


Ecco, ci avete scoperto.
Eravamo lì, al di sotto della pelle e sopra di essa, davanti a voi.
Siamo sempre stati qui, davanti a voi.
Oggi si fa festa perché è tutto molto tenero.
Perché le ossa sono uguali per ciascuno, vero?
Perché due mani innocue, perfino intrecciate l’una nell’altra, lo sono se nell’occhio che guarda null’altro disegnano.
Evocano.
Risvegliando incubi nei meandri delle più ottuse paure.
Ma noi non abbiamo dimenticato.
Non li vogliamo accanto a noi, neanche da morti.
Perché hanno sbagliato.
E se financo fu natura ha sbagliare con loro, chi siamo noi per cambiare la storia?
Dio, forse?

Anche noi, non siamo mai stati dio, neanche per sogno.
Soprattutto per sogno.
Perché quando hai tutto, in quella mano, e sai già che quel tutto vivrà e morirà con te, oltre la pelle, oltre il tempo, fino a un giorno come oggi… be’, puoi permetterti anche il lusso di non chiedere alcunché a nessuno.
Neanche a dio.
Ecco, lo avete scoperto.
Che non c’era nient’altro sotto.
Che non nascondevamo maledizioni, ma neppure tesori.
E che il calore al di là era cosa normale, semplice.
Per tutti, è chiaro.
Ma non per noi.
Per quel calore accetti tutto.
Anche di venire dimenticati.
Prima e dopo.
Più che mai nell’attimo esatto in cui il libro si chiude.
E si spegne la luce.
Il mondo è grande e sa essere terribilmente crudele.
Ma, per buona sorte, non è onnipotente.
E può impegnare eserciti armati fino ai denti e folle inferocite allo spasimo senza ottenere nulla, oltre che nascondere meraviglie sotto la sabbia.
Tanto poi il vento farà il suo lavoro.
Uno dei tanti servitori del tempo.
E le esistenze che avrebbero meritato di raccontare se stesse verranno alla luce.
Ecco, ora sì che ci avete scoperto.
E’ giunta l’ora di ascoltare davvero la nostra storia.
Perché se l’amore è oltre le ossa, figuriamoci quale insignificante velo sia la pelle e tutto il resto.


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17.9.14

Belgio eutanasia legale: diritti al contrario

Storie e Notizie N. 1134

Leggo.
Leggo che in Belgio si può morire.
Leggo che in Belgio, pur responsabile di atti indicibili, almeno qualcosa la puoi pretendere.
La morte.
La dolce morte, la chiamano.
Così ha fatto Frank Van Den Bleeken.
Per il giudice, colpevole.

Ho sbagliato, fatemi morire, le sue parole.

Tanto ha ottenuto, il nostro.
Per i medici, lucido e consapevole.
Di quel che ha chiesto.
E avuto.
La cosa ha fatto notizia, è normale.
E la tragica supplica, l’ultima di un’esistenza grama, si è diffusa.
Altri chiedono la medesima uscita di scena.
Dolce.
Per il nome cancellato dalla lavagna dei cattivi.
E per molti tra gli altri, buoni dichiarati o tali fino a prova contraria.
Perché con la creatura sbagliata se ne andrà anche la possibilità temuta.
Che la fiera potesse evadere dall’esilio con sbarre disegnato per aumentare il personale bottino di vittime.
O che addirittura venisse liberata.
Così, pace.
Pace per tutti.
Tutti…
Dico, si fa per dire, ecco, non si potrebbe estendere tale salto evolutivo nella terra dei diritti umani anche alla categoria opposta?
Facciamo che io sia Ismael, 5 anni, da Gaza, in Palestina.
Il quale non potrebbe lanciare un razzo al di là del muro nemmeno con la fantasia.
Ma anche Oumaya, 3 anni, da Amerli, in Iraq.
La quale non potrebbe perseguitare le religioni occidentali neppure se ne avesse ragione.
Perché non ha la più pallida idea di cosa sia, la religione.
Facciamo pure che io sia Nikolay, 4 anni, da Vinnitsa, Ucraina.
Il quale non potrebbe scegliere tra separatisti e filorussi, in quanto non ha ancora capito il confine tra terra e cielo, figuriamoci tra terra e terra.
E mettiamo infine che io sia una altrettanto giovane vita a caso, saltata ad occhi chiusi nel mare che divide gli incubi dai sogni.
La quale non potrà mai dire la sua su Mare nostrum o Frontex, poiché chi abita al piano terra del grattacielo non avrà mai abbastanza voce per farsi ascoltare da chi vive all’attico.
Noi altri, non solo in Belgio, ma quasi ovunque, potremmo vivere.
Addirittura sopravvivere.
Vita, la chiamano.
Dolce o meno, ma sempre tale.
Da cui una domanda a dir poco naturale.
Di parole facili.
Leggi pure come la semplicità dei sacrosanti diritti al contrario.

Non abbiamo fatto niente di male, lasciateci vivere.


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12.9.14

Storia sulla diversità: saremo tutti neri

Storie e Notizie N. 1133 

Si abbatterà sulla terra una tempesta solare.
E diventeremo tutti neri.
Tutti neri.
Sì, tutti neri.
C’era sul giornale, lo hanno spiegato pure al tg.
L’ha detto la profezia.
No, anzi, l’hanno predetto i ricercatori, dai.
Quelli dell’università, che non ricordo come si chiama.
Ma sono professori, no?
Le sapranno queste cose, no?
Arriverà la tempesta solare e diventeremo tutti uguali.
Tutti neri.
Che poi si chiamavano diversi, nel passato.
Lo vedi che la memoria serve?
Prima c’erano i diversi da una parte e gli uguali dall’altra.
Ora tutti neri.
Che poi, io già lo so cosa succede.
Che quelli nuovi, diranno: “In realtà si dovrebbe dire marroni, non neri…”
Ma va’?
Leggila pure come la reale natura del colore quando ti riguarda.
D’altra parte, neanche il bianco era il colore esatto.
Ma il passato è passato, guardiamo avanti.
Le cose cambieranno e molto.
Le parole.
Le parole dovranno essere riviste.
Non si potrà più usare la 'fondamentale' espressione chiarificatoria per la categoria di turno.
Di colore.
Attrice di colore, giocatore di colore, cantante di colore, scrittrice di colore, politico di colore e così via.
Perché se il colore è uno solo, a che pro citarlo?
Fin qui, tutto a posto, si risparmia inchiostro.
In tempi di crisi è un vantaggio mica da poco.
Ma il vero problema sarà un altro.
Non si potrà più utilizzare la suddetta locuzione con fini allusivi.
Ovvero, abusarne in maniera gratuita per distinguere il soggetto da noi.
Dai nostri.
E’ stato un nero, i ladri erano neri, l’assassina era nera, è tutta colpa del nero.
E’ lui il colpevole.
Noi no.
Fine di tutto ciò, perché non esisteranno più noi e voi, vostri e nostri.
Se non altro nel colore della pelle.
Vi sembra niente?
Il giorno dopo la tempesta guardatevi allo specchio, poi ne riparliamo.
Anzi, uscite in strada.
Andate in metropolitana.
Entrate nei negozi.
Fate la fila alla posta.
Provate, provate ad entrare in banca.
Fatelo da neri.
Niente paura, non voglio mica spaventare, qui.
Tutti neri.
Il giorno seguente saremo tutti neri.
Il vero incubo sarebbe ritrovarsi a colori invertiti.
Ovvero, a vantaggi rovesciati.
Quello sì che sarebbe uno spettacolo.
Per capire davvero il senso delle parole.
Uguale.
Diverso.
Tuttavia, le tempeste agiscono per mera natura, senza scopi reconditi.
E, a dirla tutta, per il sole eravamo uguali anche prima.
Ma sarà comunque una benedizione.
Perché vorrà dire che, una volta per tutte, dovremo impegnarci per capire cosa, davvero cosa, ci rende diversi.
E unici.


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11.9.14

Storie di animali uccisi: la fine dell'orsa Daniza

Storie e Notizie N. 1132 

Dicono.
Così dicono gli esperti.
Che l’orsa Daniza sia morta a causa dell’anestesia.
Del farmaco che le è stato propinato a distanza.
A distanza.
Perché solo a distanza agisce il coraggio, quando è solo una parola.
Vuota di ogni significato.
Figuriamoci altre parole.
Come umanità e rispetto.
Nondimeno, per quanto l’esperto sia tale, la magia non è ancora tra le armi di cui vantarsi.
Già, magia.
Perché solo la magia potrebbe rivelare cosa sia effettivamente accaduto nell’animale.
Nella madre che è diventata un bersaglio vivente per la più inaccettabile delle colpe.
La mera natura.
Madre.
Madre che ama le creature.
Della sua medesima carne modellate.
Leggilo pure come il lato scomodo dell’amore.
Tuttavia, dove l’esperto finisce inizia lo spettacolo.
Di ingenua passione o semplice empatia.
Verso una vita che lotta e muore.
Per rimanere normale.
Allora, oltre i limiti del razionale vediamola, l’anima di Daniza.
Sì, l’anima.
Un animale con l’anima.
Perché se c’è qualcuno su questo pianeta che forse ne possiede una, di sicuro non siamo noi.
Siamo gli ultimi sulla terra a giustificarne l’esistenza.
Anzi, dimostriamo il contrario di continuo.
Ecco, rivediamo la scena.
L’orsa che si ferma.
Immobile, perché consapevole.
Non stanca.
Solo rispettosa.
Del tempo che non dovrebbe mai essere eterno.
Altrimenti le storie non finirebbero e nessuno potrebbe raccontarle.
Quanto ascoltarle.
La vile puntura arriva e la pelle della madre scandalosa la accoglie.
Con il coraggio che, in questo caso, è invece molto più che una parola.
Ella si accascia, con eleganza.
Perché l’uscita di scena è importante.
E’ quel che rimane nell’occhio colpevole.
Ma anche in quello del semplice testimone.
E’ vero, finisce tutto lì.
Quel che si vede.
Non si risveglierà.
Ma nessuno può negare la possibilità, tanto meno gli esperti di cui sopra, che sia la stessa Daniza a scegliere di fermarsi.
Perché per taluni sono molto meglio i sogni.
Del mondo che li uccide.
E perché, per alcuni tra loro, i sogni sono talmente vivi.
Da morirne.
Madri.
E cuccioli.

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10.9.14

Storie di bambini: non voglio fare i compiti

Storie e Notizie N. 1131

Mi chiamo Xiao Kai e non voglio fare i compiti.
Eccomi, sono lì, sospeso.
Nascosto all’undicesimo piano della mia vita.
E’ matto, qualcuno penserà.
Non sta bene, in molti concorderanno.
Problemi in famiglia, certi pontificheranno.
Genitori assenti, altri sentenzieranno.
E se fosse davvero letterale, la vicenda?
Se tutte, sul serio, tutte le narrazioni che cogliamo per caso o per destino, fossero esattamente identiche a quel che mostrano?
Non sarebbe infinitamente più semplice, il nostro cammino?
Io non voglio fare i compiti.
Non è poi così complicato.
Non ho idea se sarà sempre così.
Forse sì, magari no.
Magari è solo il desiderio di un momento.
O follia.
Per me è solo che non voglio.
Sedermi alla scrivania, accendere la lampada e aprire il diario.
Compiti per domani.
E di seguito il solito elenco.
L’elenco di compiti.
Esercizi da risolvere.
E pagine da memorizzare.
Capitoli da assimilare.
E più che mai concetti da far miei.
Non voglio.
Non voglio tutto questo.
Talmente non voglio tutto questo da fuggire.
Da oltrepassare i confini della mia casa.
E celarmi appena oltre i bordi di quest’ultima.
Eccomi, sono lì, sospeso.
Nascosto all’undicesimo piano della vostra vita.
Perché una volta fuori la mia esistenza tale diventa.
Merito delle foto pubbliche.
O per colpa degli occhi furtivi.
Storia nel mezzo del circo.
Adolescente fuori di testa, penseranno in molti.
Un fragile ragazzo, dirà qualcuno.
L’educazione, manca l’educazione, osserveranno i senza indugi.
Troppi video giochi, chioseranno i senza dubbi.
Ma se per una volta le cose fossero uguali a loro stesse?
Parole chiare e nulla più.
Leggile pure come le illibate figlie di sua maestà la semantica.
Io non ho confessato di star male.
Che sia febbre della mente o del cuore.
E, ad esser precisi, non ho mai detto di non voler studiare il mondo.
Guardarlo con attenzione.
E capirlo.
Capirlo davvero.
Altrimenti, perché ho scelto proprio di nascondermi qui?
All’undicesimo piano?
Sospeso?
Datemi il tempo di cui ho bisogno.
E vedrete che poi farò tutti i compiti che volete.

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5.9.14

Carabiniere spara 'accidentalmente' a Napoli: avverbio mortale

Storie e Notizie N. 1130

Accidentalmente.
Avverbio mortale.
Selettivo, direi.
Cinicamente tale, a dirla tutta.
Accidentalmente non si abbraccia qualcuno.
Vi sono troppi valori da valutare e pesi da soppesare.
Ci vuole tempo, tanto.
E altrettanto accidentalmente non si stringe la mano.
Il gesto va maturato, conta il contesto, le ragioni dell’incontro.
E ammettiamolo, fa la differenza l’abito quanto la pelle del braccio.
Per qualità e colore.
Accidentalmente non si usa rispetto per il minimo tra i diritti umani.
E’ la conseguenza di una pratica quotidiana, coltivata nei piccoli istanti.
Soprattutto quelli che nessuno vede, altro che secchiate gelate rigorosamente pop.
E sempre accidentalmente non si diventa empatici verso la sofferenza altrui.
E’ dono innato nelle rare creature meravigliose e faticoso, assai faticoso per le fragili persone normali, altro che eroi.
Ma che forse un po’ lo sono, anche se per fuggevoli attimi.
Accidentalmente non si ama, è scritto ovunque, tra il sacro e il profano.
E’ destino, colpo di fulmine o botta di culo, fate voi.
Non può essere un caso.
Anzi, non deve esserlo, altrimenti vince la paura.
Che tutto finisca.
Magari su una strada, a bordo di uno scooter, con appena un pugno di anni sulle spalle.
E ancora accidentalmente non si nasce, quasi come per l’amore.
Perché ogni esistenza deve avere un senso nel quadro generale.
Non della creazione o altre sacralità.
Il posto nella storia, per buona sorte, c’è per tutti a prescindere da chi si arroghi il diritto di esserne l’autore.
A meno che non si metta di traverso l’avverbio maledetto.
Perché accidentalmente uccide.
Perché, mistero dei misteri, accidentalmente le pistole sparano.
E qualcuno accidentalmente muore.
Un ragazzo di 17 anni.
Nonostante tutto quel che era prima di esalare l’ultimo respiro fosse qualcosa di infinitamente più prezioso di un avverbio.
Una vita.

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4.9.14

Storie sulla pena di morte: gli occhi dell'assassino

Storie e Notizie N. 1129

Vedono.
Osservano in silenzio.
Da qualche parte, là fuori.

Guardano Henry Lee McCollum, di nuovo in strada a 50 anni.
Gli ultimi 31 li ha trascorsi in prigione, condannato a morte.
Da innocente.
Perché nel 1983 era solo un ragazzo.
Disgraziato forse perché nero.
O solo povero e poco istruito.
Chissà.
Che il cielo, la terra, o qualsiasi cosa voi preghiate, benedica la prova del DNA.
Che riporta alla luce una vita.
Moncata della giovinezza e di un’infinità di attimi.
Magari non tutti sereni.
Ma potenzialmente tali.
E per i poveri e poco istruiti di questo mondo la serenità è il vero oro nero.
Nero, già, colore che ricorre sovente, quando si parla di ingiustizia nel cosiddetto mondo libero.

Leggono.
Ascoltano, senza commentare.
In qualche luogo di questo pianeta.

E così vengono a sapere che Henry ha dichiarato di non provare alcuna rabbia.
Che dopo tutti questi anni sottratti impunemente non ha ira nel cuore.
La vicenda si diffonde in poche ore sui media.
“Ci sono ancora persone innocenti là dentro”, sostiene Henry. “Ci sono persone che non meritano la pena di morte. Non è giusto. Bisogna fare qualcosa per loro…”
Ecco perché non è la prima e non sarà l’ultima notizia del genere.
Fateci caso, i giornali ne sono pieni di tali sgradevoli novelle.
Apparentemente inaspettate morti sul lavoro, donne o giovani ragazze vittime di impedibili abusi, barconi ricolmi di vita e speranza che all’improvviso si ritrovano il fondo del mare come cielo, il solito bombardamento sulla solita scuola, il solito fiume di fango che si porta via il solito brandello di paese e così via.
Leggile pure come le normali disumanità del quieto vivere.

Conoscono.
Sanno tutto.
Capiscono ogni cosa, dove vivono, più o meno nascosti.
Non sono sorpresi da ciò che si guadagna all’istante la prima pagina.
Perché sono avvezzi alla regole del gioco, esattamente come noi altri.
Henry Lee McCollum non prova rabbia, questo dice, è riprende il cammino sotto il sole.
Che la migliore sorte lo accompagni sulla via.
Eccolo, è lì, sullo sfondo.
Si dilegua all’orizzonte.
Dissolvenza.
Ora non possiamo poter dire di non aver visto.
Letto e compreso.
Esattamente come loro.
Gli occhi dell’assassino.
O degli assassini.
Il vero colpevole e tutti coloro che hanno permesso, agevolato e invocato il furto di vita e di storie.
Di nobili innocenti senza rabbia.

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Vieni ad ascoltarmi dal vivo: Roba da bambini, Sabato 11 ottobre 2014, ore 18 - Libreria Assaggi, Via degli Etruschi, 4, Roma



 


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3.9.14

La crescita economica uccide le lingue del mondo

Storie e Notizie N. 1128

Secondo un recente studio, l’estinzione delle lingue sul nostro pianeta è causata dal successo economico. Le Nazioni Unite, difatti, prevedono che entro la fine del secolo metà delle lingue parlate oggi nel mondo scompariranno, se non faremo qualcosa.
Per farsi sentire, quale portavoce di una delegazione di lingue cosiddette minoritarie, ecco il messaggio di un anziano abitante dell'isola di Hokkaido, nel nord del Giappone.
Uno degli ultimi a parlare la lingua Ainu.

Mi chiamo Fujimaro e non voglio smettere.
Non voglio smettere di parlare.
Non voglio smettere di parlare ed essere capito.
Davvero.
Ho bisogno delle parole.
Non di tutte.
Non ho bisogno di tutte le parole.
Ce ne sono tante di cui farei volentieri a meno.
Sono ovunque, inutile che ve le rammenti.
Le leggi dappertutto, sui cartelloni pubblicitari, sulle etichette della roba degna di questo nome, su tutto ciò che è schermo, ovvero un velo trasparente tra una bugia ad alta risoluzione e carne fresca da azzannare.
Le ascolti vomitate da chiunque si senta in diritto di omaggiarti del suo livore.
E le accogli donate da chiunque si senta in dovere di renderti migliore.
In breve, come lui.
Esattamente come lui.
Un tranquillo uguale tra i molti.
Ma lo so, io lo capisco, il successo, la ricchezza, i soldi sono importanti.
Affrancarsi dalla mancanza di lavoro, dai debiti, dall’impossibilità di godere dei benefici della moderna esistenza è un sogno concreto.
E so altrettanto che tra sogni e bisogni non c’è partita.
Tuttavia, io ho bisogno di quelle parole.
Non sono parole comuni.
Parole intraducibili, che nel vostro mondo non hanno alcun senso e che se per caso arrivassero all’improvviso ne avreste paura indicibile o ne rimarreste folgorati d’amore.
Senza vie di mezzo.
Parole pericolose, ad essere onesti.
Ma solo se le capisci sul serio, con tutto te stesso.
Senza dizionario alcuno, perfino il traduttore di Google.
Leggila pure come la semantica dell’uomo libero.
Definita del pazzo, sui libri che contano.
Ho provato a farne a meno, a fronte di un cellulare nuovo e un’auto super veloce.
Credetemi, ho tentato.
Come molti mi sono adeguato.
E sono quasi morto di memoria, la peggior fine immaginabile per quelli come me.
Perché proprio nell’esatto istante in cui cercavo di dare un nome a quella cosa che saltava confusa tra pancia e cuore non trovavo le lettere esiliate.
Perché la testa, il luogo dove avrebbero potuto abbracciarsi, strette insieme, e prender vita sulla punta della mia lingua, per spiccare il volo oltre le labbra, aveva serrato le sue porte.
Così ho fatto a pezzi madama tecnologia e i suoi doni.
Gli oggetti stessi e i loro nomi.
Le parole che costano.
E le ho ritrovate.
Le parole gratuite.
Ho deciso di combattere per esse.
Pensando.
Parlando.
E più che mai raccontando…

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2.9.14

Grillo immigrati portano malattie? E' vero, funziona

Storie e Notizie N. 1127

Herr Grillo e Herr Salvini hanno ragione quando sostengono che i migranti portano le malattie
infettive.
Cioè… ragione.
Voglio dire, fanno bene.
Funziona.
Il metodo delle malattie funziona, ve lo assicuro.
Per noi ha funzionato.
Funzionato… diciamo che noi l’abbiamo usato.
Come testimonia il Museo del memoriale dell’olocausto di Washington, un tema ricorrente della propaganda antisemita, creata da noi Nazisti per ingannare l'opinione pubblica, fu che gli Ebrei seminavano malattie.
Per scoraggiare i non-Ebrei dall'entrare nei ghetti e vedere così di persona le condizioni di vita al loro interno, affiggemmo all'entrata cartelli che avvertivano che il ghetto era in quarantena, mettendo in guardia la popolazione sul pericolo di malattie altamente infettive. Siccome la scarsa igiene e le scarsità d'acqua si univano a razioni di cibo da fame, minando velocemente la salute degli Ebrei che risiedevano nei ghetti, tali avvertimenti divennero una profezia che si auto avverrò quando il tifo e altre malattie infettive decimarono le popolazioni dei ghetti.
Visto che la cosa, come dire, attecchiva, in seguito, utilizzammo queste epidemie per giustificare l'isolamento degli Ebrei dal resto della popolazione.
Risultato la gente ci ha creduto e abbiamo vinto.
Vinto…
Perso, in realtà.
Ma quelli, quelli, li abbiamo potuti infangare, accerchiare, isolare.
Sterminare.
Forse è su quest’ultima cosa che abbiamo sbagliato.
Lo sterminio non paga, a lungo andare.
Perché poi le cose vengono fuori e tutti a gridare al mostro.
Facile.
Tanti morti da una parte e i carnefici dall’altra.
Carnefici riconoscibili, tra l’altro.
Una divisa fredda e temibile, occhi azzurri inespressivi e chioma bionda altrettanto distaccata.
Ordinata.
E poi l’accento, quella terribile parlata ruvida e rasposa di noi crucchi.
Non si può rifare il tutto allo stesso modo.
La storia si ripete, si può ripetere.
Ma bisogna imparare dagli errori commessi in passato.
E l’errore più grande è stato quello di esagerare con l’odio.
Ah, come siete bravi voi del terzo millennio.
Conoscete alla perfezione le regole della propaganda e avete imparato che la disumanità è un’attività da svolgere con garbo, un pizzico di sarcasmo, ma possibilmente ben comodi in poltrona.
Una tastiera tra le mani, collegati alla rete e si getta l’amo.
D’altra parte, la cosa non mi sorprende.
Si sa, la storia insegna.
Quello che mi lascia perplesso è qualcos'altro.
Perché se la storia insegna a trarne vantaggio sono quasi sempre le persone peggiori?


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