31.5.11

Maestra messicana canta più forte dei proiettili

Storie e Notizie N. 383

La maestra d’asilo Martha Rivera Alanis, facendo cantare venerdì i suoi bambini durante la sparatoria nel polo industriale di Monterrey, ha dimostrato eccezionale coraggio civico.”
 Queste parole sono state impresse in un attestato ufficiale dal governatore dello Stato del Nuevo León, che si trova nella zona nord-occidentale del Messico…

La Storia:

E’ venerdì.
E’ finalmente venerdì.
E’ venerdì ed è l’ultimo giorno di lavoro, almeno per questa settimana.
Non fraintendetemi, mi piace ciò che faccio.
Ma non mi sono presentata, scusate…
Mi chiamo Martha e sono una maestra.
Una maestra d’asilo.
Lo so quello che pensate.
Che una maestra d’asilo non è una vera maestra.
Una di quelle che possono interrogarti.
Una di quelle che possono metterti le note.
Una di quelle che possono bocciarti.
Sarà.
Io so solo che tutto questo ha a che fare con la paura.
La vita, non la scuola, mi ha insegnato che la paura è come una benda sugli occhi.
E quando hai una benda sugli occhi non puoi far altro che stare seduto al tuo posto, dietro il tuo banco, senza correre mai il rischio di distrarti e volgere il capo verso l’ignoto mondo al di là della finestra.
Quell'ignoto mondo in cui, volenti o nolenti, ne facciamo tutti parte.
Io non ho paura.
Quando arrivo in aula e vedo arrivare i primi bambini, non dimentico che io stessa, come ciascuno di loro, facciamo parte di quello stesso mondo.
Io non ho e non devo aver paura di loro.
Nè di me.
Per questo desidero che chiunque entri nella mia classe la lasci fuori, quella paura.
Ma voi direte che queste sono tutte chiacchiere.
Che è facile parlare così per una maestra d’asilo.
Una che non è una vera maestra.
Una che passa quasi tutti i giorni dell’anno in compagnia di bambini di massimo cinque anni.
Una che vive nel mondo dei giochi e delle favole.
Giochi, favole e canzoncine.
Sì, canzoncine, avete presente?
Quelle strofette simpatiche e quegli allegri ritornelli che, quando i figli e nipoti le imparano, i grandi sono così contenti di applaudirli.
Li guardano con tenerezza, invidiando la loro semplicità.
Peccato che molti di loro scambino quest’ultima per una infantile debolezza.
Se sapessero che quella preziosa capacità di mostrare e preservare la propria leggerezza, nonostante l’urlo dell’ottusa violenza si erga intorno a noi, rappresenta la più matura delle doti umane.
Ma queste sono solo parole, giusto?
E allora ecco qualcosa per chi ha occhi assetati di prove:



Storie e Notizie: storie, frutto della mia fantasia, ispiratemi da notizie dei media.



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30.5.11

Germania addio nucleare: in Italia siamo più furbi

Storie e Notizie N. 382

Dopo la Svizzera e il Giappone anche la Germania ha annunciato il proprio abbandono al nucleare: l’ultimo reattore atomico sarà spento da qui a dieci anni, entro il 2022.
Da noi invece, come ha detto il premier Berlusconi, il ricorso al nucleare è inevitabile.
Noi siamo più furbi.
Si dice, no? L’Italiano sì che è un dritto, e chi lo frega?
Da cui mi viene in mente…

La Storia:

Ci sono un tedesco, uno svizzero, un giapponese e un italiano.
Lo svizzero fa: “Il nostro governo ha deciso che entro il 2034 abbandoneremo l'energia nucleare. Tutte le centrali saranno disattivate e non saranno sostituite.”
Il giapponese e il tedesco annuiscono, entrambi con un’espressione apprezzante.
L’italiano invece ride.
“Perché ridi?” gli chiede lo svizzero.
L’italiano non risponde.
Il giapponese prende la parola e rivolto allo svizzero esclama: “Hai detto entro il 2034? Noi faremo prima. Il nostro governo ha deciso di ripartire con l’energia verde e ha ideato un piano che prevede l'installazione di pannelli solari sugli edifici di tutto il Paese entro il 2030.”
Lo svizzero si congratula con sportività mentre anche il tedesco esprime la sua approvazione, annuendo di nuovo.
L’italiano sbotta a ridere ancora.
“E tu perché ridi?” gli domanda un po’ stizzito il giapponese.
L’italiano non risponde.
A quel punto decide di dire la sua il tedesco: “2030? Noi tedeschi saremo ancora più veloci. Lasceremo il nucleare per sempre prima della fine del 2022.”
Il giapponese e lo svizzero, con sincero fair play, applaudono e gli stringono la mano ammirati.
Diciamo pure con un pizzico di invidia nello sguardo, il che fa inorgoglire il tedesco.
E l’italiano?
Quest’ultimo si lascia andare ad una ancor più roboante risata.
“Ma insomma!” salta su il tedesco, parlando anche a nome degli altri. “Si può sapere cos’hai da ridere? Voi sarete ancora più rapidi?!”
“No…” risponde finalmente l’italiano, cercando di soffocare le risa. “Anzi, al contrario. Il mio governo sta facendo di tutto per passarci al nucleare.”
“E allora che motivo hai per ridere?” chiede il giapponese.
“Ben detto”, si unisce il tedesco.
“Già”, chiude il cerchio lo svizzero, “perché ridi?”
“Volete sapere perché rido?” domanda lui.
“Certo”, risponde il giapponese, interpretando il desiderio di tutti.
“Perché io sono italiano e sono più furbo di voi”.
Così, mentre gli altri tre se ne vanno alquanto irritati, lui continua a sghignazzare.
“E chi lo frega al dritto?” pensa contento.
Lui ride e continuerà a ridere.
Finché non si accorgerà di essere stato sempre fregato da qualcuno più furbo di lui...



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27.5.11

Nobel per la pace alle donne africane: discorso di ringraziamento

Mi chiamo Eman, sono una ragazza libica e sono qui per dirvi grazie.
Grazie di questo premio.
Penso… anzi, sono certa che la maggior parte di voi non ha la più pallida idea del perché io vi sia grata di rendere tale omaggio a me e a tutte le donne africane.
Il Nobel per la pace
Il più grande premio della storia per quello che tutte noi facciamo per la pace.
Ovvero, di quel che facciamo per un sogno.
Sì, signore e signori, la pace è un sogno.
Era il sogno di mio padre, morto per la mia libertà e quella di mia sorella Naima, dei nostri fratellini e di tutti, nessuno escluso, tutti i nostri concittadini.
La libertà?
La libertà è anch’essa un sogno.
La democrazia? Un sogno, pure lei.
La pace, la libertà e la democrazia sono tutti sogni.
E non solo per le donne africane.
Non solo per la Libia, o la Tunisia, l’Algeria e tutto il nord Africa.
Pace, libertà e democrazia sono e dovrebbero essere visti come sogni da ogni abitante di questo pianeta.
Perché dal momento che ti convinci che quello che il mondo ti ha offerto all’inizio del tuo viaggio corrisponda a tutta la pace, la libertà e la democrazia che ti meriti è lì che nasce la tua schiavitù.
La pace è un sogno, così la libertà e altrettanto la democrazia.
E in quanto sogni, non appena sei convinto di esserci dentro, di averli stretti nella tua mano e magari permetterti il lusso di riporli in un tranquillo cassetto della tua memoria, essi si spengono come la debole fiammella di un cerino perso nella tormenta del secolo.
Tuttavia, capire ciò non deve buttarci giù, non deve farci desistere dal continuare a chiudere gli occhi senza paura e credere alla luce che il buio delle nostre palpebre rivela ai nostri impressionabili occhi.
Tutt’altro.
Non dobbiamo farci illudere che il loro spettacolo durerà in eterno.
Ma abbiamo il dovere di ritrovare dentro di noi il sogno di vivere in un paese in pace, libero e democratico, ogni singolo giorno della nostra esistenza.
E una volta che la magia ricomincia abbiamo l’obbligo di lottare con i muscoli, con le unghie, con i denti e ogni forza che la vita ci ha donato per impedire a chiunque ed ovunque osi minacciare i nostri sogni più importanti.
Come la libertà e la democrazia.
Come la pace.
Ecco perché vi dico grazie.
Questo premio sarà per noi tutte come una preziosa bussola, con il compito di ricordarci ciò per cui non dobbiamo mai smettere di combattere.
Poiché lo sanno anche i bambini che quando si abbandona la lotta si è sconfitti.
Quando ci dimentichiamo di difendere i grandi sogni, come la pace, la libertà e la democrazia, perdiamo tutti.
E quando vinciamo, vinciamo tutti.
Ecco perché vi ringrazio anche a nome di quel meraviglioso uomo che è stato mio padre.
Sono sicura che ne sarà felice.
Arrivederci…

Il Nobel alle donne africane, domenica 29 maggio a Roma.

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26.5.11

Storie di razzismo: Braccialetti indentificativi per tutti

Storie e Notizie N. 381

Ieri, a Piazza di Spagna a Roma, la polizia municipale ha applicato al polso di decine di venditori 'abusivi immigrati' dei braccialetti, per facilitare l'identificazione:


La Storia:

Bravi!
Quando ci vuole ci vuole.
I miei più sentiti complimenti al comando della polizia municipale di Roma.
Altro che razzismo ed evocazione della persecuzione degli ebrei, come qualcuno ha gridato stracciandosi le vesti.
Magari sarà stato qualche senza cervello che vota a sinistra, come ha giustamente detto ieri sera a Porta a Porta il nostro amato presidente.
I braccialetti indentificativi sono un’idea geniale.
Concordo perfettamente con il comandante del gruppo, autore del blitz, Stefano Napoli: “I bracciali ci permettono di identificare questi venditori con la merce che abbiamo loro sequestrato, è un 'sistema di garanzia'”.
Un sistema di garanzia ci vuole in questo nostro confuso paese, signori miei, altro che retorica demagogia da 'culattoni raccomandati'.
Ha ragione infatti il comandante della polizia municipale, Angelo Giuliani: “E’ la legge che impone che non si faccia confusione. Quello è solo un braccialetto temporaneo di carta come si fa negli ospedali, per non commettere errori.”
Eh, basta con gli errori, ne abbiamo fatti fin troppi, soprattutto da quindici anni a questa parte...
Dice bene sempre il comandante Napoli: “Ma non siete mai stati in un villaggio vacanze? Appena arrivati vi mettono un braccialetto. Ecco, abbiamo operato in garanzia come si fa anche in un ospedale, perché le madri non perdano i loro figli.”
Giro la domanda a voi: ma non siete mai stati in un villaggio vacanze?
No, ve lo chiedo perché io non ci sono mai stato.
Tuttavia, ho compreso la portata di questa moderna soluzione che, a mio modesto parere, deve essere non solo approvata e sostenuta, ma addirittura estesa ad una più larga tipologia di persone.
Ma che dico, a tutta la popolazione italica, migrante, nomade o stanziante che sia.
Ecco perché sono qui a lanciare la mia proposta: Braccialetti indentificativi per tutti!
Basta con la confusione e gli errori, urge un generale sistema di garanzia.
Braccialetti per gli ambulanti abusivi, certo.
Ma anche braccialetti per i deputati e i senatori condannati, per quegli stessi commercianti che plaudono all’iniziativa della polizia e che impunemente evadono le tasse, braccialetti per i preti pedofili, per quelli che votano Berlusconi ma non lo ammettono mai per vergogna.
Braccialetti per tutti, per quelli che di notte vanno a puttane e il mattino dopo strillano come oche a difesa della famiglia, per tutti i vigliacchi che ogni giorno assistono ad ingiustizie e prepotenze senza muovere un dito, braccialetti per coloro che appoggiano le guerre di pace ma non sono mai loro a perdere la vita o quella dei propri cari.
Braccialetti identificativi per ciascuno di noi, in modo che si veda chiaramente che razza di ottusi ignavi siamo, nascosti dietro ipocrite e grottesche maschere da cittadini per bene, mentre il nostro paese viene derubato, violentato e fatto deridere nel mondo da cosiddetti leaders senza alcun talento oltre ad una colossale faccia come il culo.
Non vedo l’ora che si dia vita a questo illuminante villaggio vacanze






25.5.11

EG8 Digital Forum: Sarkozy e la presunzione dei topi

Storie e Notizie N. 380

L’orrendo presidente transalpino, incredibilmente marito di Carla Bruni, ha aperto ieri il primo EG8 Digital Forum, da lui stesso ideato. La motivazione, che potete leggere dettagliatamente sul sito dell’evento, è in breve invitare i cosiddetti leaders del mondo a riflettere e confrontarsi sul futuro di Internet – come da titolo del convegno – in continua crescita.
All’inizio dei lavori, ha accolto gli invitati con un monologo ulteriormente esplicativo delle ragioni dell’improcrastinabile riunione, dando ennesima prova che questi signori, per quanto ricchi, potenti e dotati di strumenti illimitati, non hanno alcuna capacità di comprendere cosa sia effettivamente la rete.
Date un’occhiata a quel disarmonico presuntuoso omino con l’indice puntato:


E, senza cambiare quasi una virgola del suo reale discorso inaugurale, leggete…

La Storia:

C’era una volta un topo.
Un piccolo topo.
Un malforme minuscolo topo con la erre moscia.
Un topo estremamente pieno di sé.
Candidamente pieno di sé, essendo convinto che l’avvenente topina sua compagna l’avesse scelto per la sua bellezza.
L’ingenuo sorcio chiamò a raccolta tutti i suoi amici, tra coloro che ovviamente riteneva al suo stesso rango.
Ovvero, altrettanto insignificanti e immotivatamente boriosi topini.
Li condusse sulle rive del mare.
Anzi, mi correggo.
Sulle rive dell’oceano.
Quel giorno era calmo.
E’ ovvio.
Altrimenti, i topi non avrebbero avuto il coraggio di avvicinarsi.
Tuttavia, seppur in fase di rilassamento, chi conosce l’oceano sa che anche in quegli attimi le onde che incessantemente accarezzano la terraferma e ritornano sui propri passi non sono proprio come quelle del mare.
L’oceano è pericoloso anche quando è calmo, mi disse un giorno un vecchietto a Claouey, simpatico paesino sul golfo di Arcachon.
Il nostro, a capo della buffa comitiva, raggiunse l’ultimo lembo asciutto di sabbia, a pochi centimetri dal punto più vicino alla terra raggiunto dall’acqua delle onde e volgendo le spalle all’oceano iniziò il suo discorso: “Amici, questa è un’occasione unica per incontrarci, con la speranza che divenga un appuntamento annuale. In questo modo possiamo sapere cosa state facendo e voi potete sapere cosa pensiamo…”
I sorci, alquanto preoccupati dall’enorme quantità d’acqua dietro l’incauto oratore, si guardarono perplessi, chiedendosi di cosa cappero stesse parlando.
Abbiamo bisogno di parlare con voi”, proseguì lui. “Abbiamo bisogno di conoscere le vostre esperienze, le vostre speranzee voi dovete conoscere le nostre 'regole' e le nostre 'linee rosse'.”
In quel momento, un topino fece al suo vicino, ovviamente a bassa voce: “Spero non penserà di imporle all’oceano le sue regole e linee rosse…”
“Eh”, fece l’altro, “non c’è riuscito con le formiche, figuriamoci con le onde alte sei metri…”
I sogni di ieri”, continuò il topo dopo aver lanciato un’occhiata severa ai due distratti, “sono diventati realtà e l’universo di possibilità cresce ogni giorno più ampio intorno a noi…”
“Qui quello che sta crescendo è solo il livello dell’acqua…” osservò spaventato uno dei due commentatori di prima.
Accortisi anche gli altri, tutti insieme indietreggiarono di un passetto.
Il topo parlatore non se ne accorse, poiché era ormai vittima della nota febbre del tappo megalomane, ben conosciuta anche dalle nostre parti.
Si tratta di un ormai diffuso male il quale colpisce le creature di bassa statura che arrivano a godere letteralmente ascoltando solo la propria stessa voce.
Così si lasciò andare ad un trascinante monologo: “Democrazia e diritti umani sono stati rafforzati, gli Stati sono stati indotti ad una maggiore trasparenza e, in alcuni paesi, popoli oppressi hanno il potere di fare sentire la loro voce e di agire collettivamente in nome della libertà. L’oceano è stato una rivoluzione che ha cambiato la percezione del tempo, del mondo e della storia…”
I topini, vedendo ciò che lui non poteva scorgere alle sue spalle, arretrarono ancora.
Tuttavia”, proseguì lo sprovveduto ratto, “all’oceano non può essere permesso di diventare un universo parallelo o un sostituto della democrazia tradizionale…”
In quell’istante tutti i ratti, con gli occhi spalancati per il terrore, trasformarono la prudente retromarcia in una vera e propria fuga, comunque ignorata dal topo, ormai completamente vittima della febbre di cui sopra: “Noi, noi siamo i guardiani legittimi delle nostre società e non dimenticatelooo…"
E l’arrogante, deforme ed esile topo, seguito dall’eco delle sue 'o', venne travolto da un’onda.
Una piccola onda, niente di eccezionale.
Una onda che non farebbe paura nemmeno ad un bimbo di un anno.
Ma si sa.
Per quanto grande sia, malgrado si convinca di essere una stella, basta un soffio per far scoppiare una bolla di sapone…


Storie e Notizie: storie, frutto della mia fantasia, ispiratemi da notizie dei media.



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24.5.11

Salvador Allende riesumato: suicidio o omicidio non cambia la storia

Storie e Notizie N. 379

Nel tardo pomeriggio di ieri, al cospetto dei suoi familiari, il corpo di Salvador Allende è stato riportato alla luce.
Il giudice Sergio Muñoz, che si occupa in Cile di tutti i casi relativi ai diritti umani ritenuti non sufficientemente risolti, ha autorizzato la riesumazione. L’indagine, condotta dal collega Mario Carroza, punta a determinare con maggiore precisione l’esatta dinamica della sua morte.
Suicidio, come credono in tanti, oppure omicidio, probabilmente per mano dei militari autori del golpe del 1973.
Tuttavia, suicidio o omicidio, nulla cambia…

La Storia:

Suicidio e omicidio non sono l’identica cosa.
Togliersi la vita e vedersi privati di essa da qualcun altro sono due fatti totalmente differenti.
Come le premesse e le conseguenze, come il significato dei gesti e la loro responsabilità, come l’opinione degli storici e soprattutto il loro giudizio.
E molto altro ancora.
Eppure, anche tra due strade così diverse, esiste una linea ineludibile, spessa come le vene che emergono sulle braccia quando si compiono gli sforzi decisivi e incancellabile come le vite di coloro che hanno segnato il cammino del proprio paese.
Alla stregua delle loro morti.
Scrivete pure omicidio al posto di suicidio.
Questo non modifica il fatto che nel 1970 Salvador Allende è stato il primo leader marxista delle Americhe eletto democraticamente.
Ciò non farà dimenticare a chi ha sana memoria che tale evento non fu affatto gradito all’allora governo statunitense.
Il cambio di sceneggiatura nella sua fine non farà sparire dagli annali che il suo decidere di restituire ai cileni le risorse del paese che fino a quel momento erano in mano ad aziende statunitensi mise in allarme il presidente Nixon.
La rettifica su una lapide non farà lo stesso con le prove del coinvolgimento della Cia nel colpo di stato del 1973.
Così come altrettanto rimarrà inequivocabile la frase dell’allora segretario di Stato americano Henry Kissinger: “Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell'irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli.”
La scoperta di una mano estranea al corpo di Allende, quale rea di aver terminato violentemente il suo viaggio, non riporterà in vita i 3000 cittadini assassinati, né eliminerà la sofferenza delle 130.000 persone arrestate e tantomeno farà sparire il ricordo del dolore sulla pelle dei 30.000 prigionieri torturati e dei migliaia di desaparecidos sotto la dittatura del successore Pinochet.
Questa linea, scritta con lacrime e sangue, è indelebile.
Sfortunatamente, questa storia non si può cambiare...


La Notizia: New York Times, la riesumazione di Allende punta a svelare il mistero della sua morte.

(Foto di Gervasio Sanchez)

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23.5.11

Manal Al-Sharif è libera di guidare

English

Storie e Notizie N. 378

Manal Al-Sharif è un’attivista che lotta per i diritti delle donne in Arabia Saudita che è stata arrestata per aver violato il divieto di guida alle donne (gli uomini sarebbero stati invitati a picchiare le donne che guidano) caricando su Youtube un video in cui si trova al volante di un’auto:


La Storia:

Manal Al-Sharif è libera di guidare.
Lo sarebbe in quanto rientra nei suoi diritti.
E’ maggiorenne e capace di intendere e di volere.
Dice il macho detto nostrano: donna al volante, pericolo costante.
Ebbene, a parte tali dotti proverbi, in quanto donna Manal è libera di guidare per un fatto di mera logica: la logica dei fatti.
E’ sufficiente dare un’occhiata, anche veloce, agli ultimi trent’anni…
Semplicemente osservando le conseguenze della guida di tanti uomini.
Cosa ha portato di buono al suo paese il governo dell’uomo Saddam Hussein?
E cosa lascerà ai suoi concittadini l’uomo Gheddafi?
Quanto hanno dovuto sopportare gli egiziani primi di liberarsi dell’uomo Mubarak?
E quanto i tunisini prima di veder fuggire l’uomo Ben Ali?
Quale guadagno vi è stato per il popolo arabo grazie al passaggio su questa terra – vero o presunto – dell’uomo Osama Bin Laden?
Ampliando poi il nostro orizzonte su tutto il pianeta, quale beneficio ha comportato per gli americani eleggere per ben due volte l’uomo George ‘War’ Bush?
Quanto costa ai russi ogni singolo giorno, in democrazia e libertà, l’avere un uomo presidente come Putin?
Cosa ha convinto i cittadini britannici che l’uomo Blair fosse un premier laburista?
E zoomando sul nostro paese, quale assurdo meccanismo nel cervello dei leghisti li convince tutt’ora che gli uomini Bossi e Calderoli siano dei leaders degni di questo nome?
Chi ha convinto Giovanardi stesso di essere un uomo?
Cosa fa credere a Silvio Berlusconi che essere un uomo consista nel fare battute sessiste con gli amici e festini con le minorenni?
Ecco, potrei andare avanti per altri due post.
Questi sono solo alcuni degli uomini che con esiti disastrosi hanno guidato o ancora incredibilmente guidano il cammino di milioni di persone.
Figuriamoci se si meritano il diritto di guidare un’auto...
Tuttavia, se costoro ce l’hanno in quanto uomini, be’, allora le donne non solo possono guidare anch’esse.
Devono…


Per sostenere Manal:


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20.5.11

L’Italia che vorrei

Questo racconto è presente nel mio nuovo libro dal titolo "Il dono della diversità", in libreria da fine gennaio 2013 per la casa editrice Tempesta, di Roma.

 L’Italia che vorrei non è niente di straordinario.
Non è l’adolescenziale sogno di un ingenuo ed illuso buonista con la testa perennemente tra le nuvole.
Non è neppure un paese perfetto, come quello dei racconti inevitabilmente a lieto fine.
Non avrebbe alcun senso vivere in un paese perfetto.
Amo alzarmi la mattina sapendo che c’è qualcosa per cui lottare.
Qualcosa da rendere migliore.
A cominciare dal sottoscritto, naturalmente.

L’Italia che vorrei non è la nazione più ricca del pianeta.
La gente che su questa terra è sepolta mi ha insegnato che seppur privi di grandi mezzi, soprattutto perché privi di grandi mezzi, si è in grado di dar vita ad opere meravigliose, grazie a quell’inestimabile dono che si chiama immaginazione.
Quell’immaginazione che non ha prezzo e che non puoi comprare neanche su ebay.
Quell’immaginazione grazie alla quale chiunque e ovunque può riuscire a trovare una via d’uscita perfino dal peggior destino del mondo.
Quella stessa immaginazione senza la quale non sarei qui, ora, letteralmente.

L’Italia che vorrei non è il paradiso.
Non ho nessuna voglia di trascorrere l’eternità a cantare inni sospeso sulle nuvole.
Sono troppo interessato a ciò che accade sotto di esse.
Malgrado adori l’idea di ritrovarmi due alette sulle spalle, capaci di farmi librare in alto, via dalla cosiddetta pazza folla e tutti i problemi, le disgrazie, le difficoltà della vita terrena, il mio sguardo costringerebbe il mio capo ad inclinarsi verso il basso.
E mi trascinerebbe giù, sempre più giù, verso il più nascosto e sfortunato sud più a sud della terra.
Perché chi ama le storie sa benissimo che è lì e soltanto lì che nascono quelle più belle.

L’Italia che vorrei non è il paese dei cittadini modello.
E’ l’Italia degli immigrati come mio padre, che ha lavorato onestamente tutta la vita, reagendo all’ignoranza e la paura del prossimo con coraggio e dignità.
E’ l’Italia delle italiane e degli italiani che possiamo incontrare tutti i giorni, non adorare in tv o al cinema, ma sfiorare sui marciapiedi delle strade o guardare negli occhi per un istante nell’affollata metrò.
E’ l’Italia fatta di gente che dedica la propria vita alla sua felicità e quella dei propri cari, senza per questo sentirsi in diritto di rubarla a quella degli altri.
E’ l’Italia che è qui, adesso, davanti ai nostri occhi ma che non abbiamo ancora trovato la forza di guardare.

E’ l’Italia che corrisponde alla parte sana del nostro cuore, che merita qualcosa di meglio, prima di tutto da noi stessi.

Il video:





19.5.11

Democrazia reale ora: la rivoluzione delle parole

Storie e Notizie N. 377

La Storia:

C’erano una volta due mondi, il mondo ideale e quello reale.
Già so quello che alcuni di voi stanno per dire: adesso ci fa due palle di pilotto, rubando a mani basse da Platone e l’iperuranio.
No, dimenticate per un attimo entrambi, se ovviamente fanno parte delle vostre conoscenze.
Altrimenti, ancora meglio.
La mia storia ha molte, ma molte meno pretese ed è estremamente più semplice.
Tornando ad essa, vi dico subito che entrambi i mondi erano disabitati.
Il mondo ideale era naturalmente quello perfetto, con tutti i concetti, i teoremi, gli assiomi e in generale le idee nella forma originale e soprattutto illibata.
Il mondo reale, anch’esso deserto, era invece la versione concreta del precedente ed era costituito da tutto ciò che dal primo fosse riuscito a sopravvivere attraverso uno spietato filtro di praticità.
Mi spiego meglio con qualche esempio.
Prendiamo una qualità suprema come l’amore.
Nel mondo ideale, l’amore era quel sentimento che quasi tutti gli esseri viventi provano almeno una volta nella vita, quella magica forza che invade ogni singola molecola del nostro corpo e tirannicamente attira ogni attenzione su di sé, donando un’estatica ebrezza capace di farci fare qualsiasi gesto in cieca obbedienza.
Ecco, la differenza tra il mondo ideale e quello reale era che nel primo l’amore danzava in questa sconvolgente trance senza fine.
Come vedere il miglior film del mondo per sempre e non stancarsi mai.
Come, giustappunto, fare all’amore e non averne mai abbastanza.
Nel mondo reale quell’amore aveva spesso un the end brusco e inaspettato.
Nel mondo reale l’amore si trasformava all’improvviso nel suo opposto, per poi magari ritornare se stesso.
Nel mondo reale, quell’estatica ebbrezza poteva mutare in una ossessiva follia, in grado di farci maledire l’amore che l’aveva generata.
Tuttavia, nonostante tali fondamentali differenze, sia il mondo reale che quello ideale avevano una cosa in comune: erano coerenti.
Sapevi quello che offrivano, non ti ingannavano mai, rispettavano la loro natura, le regole sulle quali si basava la loro esistenza.
Se cercavi l’amore, sapevi cosa potevi trovare tanto sull’uno che sull’altro.
E lo sapete perché?
Perché entrambi rispettavano il significato delle parole che li definivano e li differivano.
Sapevano che se si chiamavano ideale e reale non era per caso.
Sapevano che le parole che ci contraddistinguono, che indicano al prossimo chi siamo, andavano onorate qui ed ora, ovunque e per sempre.
Ecco, vi ho detto che i due mondi erano deserti ma non ho aggiunto che vi era un terzo mondo.
Il mondo degli esseri umani, il mondo formato da luoghi come gli Stati.
Gli Stati, a loro volta costituiti da altri posti detti Città.
E le Città divise in altrettante parti, ognuna con il suo nome.
Il Centro, la Periferia, le Piazze e le Strade.
Sì, le Strade, tante Strade.
Le Strade a doppia corsia, le Strade a senso unico, le Strade chiuse.
Da cui la domanda: perché gli umani scelsero di vivere in questo mondo e in nessuno degli altri due?
Perché lì erano più felici?
Bella domanda, ma non ho intenzione di rispondere, perché non ne ho idea.
Ma una cosa la so: il mondo dove essi avevano deciso di trascorrere la propria esistenza era tutto fuorché coerente.
Gli individui al potere erano stati astuti e senza scrupoli.
Avevano rubato al mondo ideale tutte le parole di cui avevano bisogno per illudere il popolo.
Parole altisonanti, importanti e moralmente indiscutibili.
Parole come giustizia, diritti, doveri, lavoro, leggi, costituzione, parlamento, elezioni.
E quindi parole come democrazia.
Parole che nel mondo ideale erano perfette ma nel mondo degli uomini, nelle mani di alcuni uomini, divenivano qualcos’altro.
E non mi riferisco al mondo reale, dove ognuna di esse si scontrava con la quotidiana realtà pagando il giusto tributo a quest’ultima.
Nel mondo degli umani quelle stesse parole venivano stuprate, abusate senza ritegno e poi vendute al miglior offerente, per il guadagno di pochi.
Prendete la parola democrazia.
In quest’ultima si nascondeva forse il più grande inganno: convincere che il governo del popolo consistesse nel recarsi ogni due anni a mettere una crocetta sotto il nome del prossimo padrone del proprio destino.
Finché…
Finché un giorno ebbe inizio la rivoluzione delle parole.
Il 15 maggio del 2011, in uno degli Stati di quel pazzo mondo, la Spagna, migliaia di giovani indignati invasero le Città, il Centro, le Periferie, le Piazze e tutte le Strade, a doppia corsia e perfino quelle senza uscita, mossi dal desiderio di non essere più alla mercé dei politici e delle banche, uniti in un solo grido: chiediamo Democrazia reale ora!
Non necessariamente ideale, ma almeno reale.
E poi dicono che i ragazzi sono tutti sognatori e poco concreti…


Domani, vieni ad ascoltarmi a Roma: L'Italia che vorrei.

La Notizia: Gli 'indignados' non mollano la piazza.

Storie e Notizie: storie, frutto della mia fantasia, ispiratemi da notizie dei media.



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18.5.11

Mac Donald è morto

Storie e Notizie N. 376

La Storia:

C’era una volta Mac Donald.
No, scusate, non è esatto…
C’erano una volta due Mac Donald.
Da cui urge un’inequivocabile esse comprovante: c’erano una volta due Mac Donalds.
Ehm… no, ho sbagliato ancora.
C’erano una volta tre Mac Donalds.
I tre…
Ops!
Oggi proprio non ci sono, sarà questa maledetta allergia al polline.
Ora vi assicuro che è quella buona: c’erano una volta quattro Mac Donalds.
Jerry, Richard e Maurice, e… diciamo l’unico figlio degli ultimi due, dal nome scontato, denotando la totale assenza di originalità dei suoi genitori: Mac Donald’s.
Colgo l’occasione per sfogarmi.
Che grande ipocrisia questo genitivo sassone!
Un innocuo apostrofo, un’innocente esse sospesa e la macchina di Franco - il mio presuntuoso vicino di casa - la nuovissima e super accessoriata macchina del mio borioso dirimpettaio Franco diviene la Frank’s car.
Come se tutto questo giocare a togliere, peraltro solo grammaticalmente, lenisse in qualche modo la mia invidia.
Il di è fondamentale, quel di (a parte il complemento di specificazione) sottolinea esplicitamente la sua proprietà e di conseguenza la mia mancanza, la sua ricchezza e la mia povertà.
Il di è bruciante, ma onesto.
Ad ogni modo, chiudo velocemente parentesi.
La storia che vorrei raccontarvi riguarda i diversi destini di Jerry e del figlio di Richard e Maurice, la sola ed unica coppia di fratelli non omosessuali del mondo ad aver avuto prole, peraltro quanto mai benedetta.
Mac Donald’s è nato nel 1940 negli Stati Uniti d’America, a San Bernardino, California.
Per lui fu subito successo e in tanti vennero ad omaggiarlo, cibandosi letteralmente delle sue grazie.
Tre anni dopo, nel 1943, toccò a Jerry venire alla luce, anch’egli negli Stati Uniti d’America.
Che data il ’43 dello scorso secolo, soprattutto nel nostro paese.
E’ l’anno in cui ci fu a Torino la prima grande manifestazione operaia, ricordata giustappunto come gli scioperi del marzo 1943.
E’ l’anno della prima invasione in Italia da parte degli alleati nella seconda guerra mondiale.
Perché, non guasta mai rammentarlo, alleati o meno, sempre di invasione si trattò.
Ed è anche l’anno in cui Badoglio sciolse il Partito Nazionale Fascista, sebbene ogni tanto ho come l’impressione che dopo quasi settant’anni non abbia ancora terminato il suo lavoro…
Comunque, state tranquilli non ho intenzione di raccontarvi dettagliatamente la vita dei due.
Neanche sommariamente, se è per questo.
Vi offro solo una rapida inquadratura sul cammino dei nostri all’inizio di quest’anno.
Nel 2011, il 71enne figlio di Richard e Maurice, ormai scomparsi, è una vera celebrità.
E’ ormai entrato nel vocabolario di tutti, dal nord al sud del mondo.
Be’, forse al sud un po’ di meno, ma poi è sufficiente avere la presunta fortuna di superare mari agitati e ostili confini per godere dei benefici dello stesso linguaggio.
Niente di speciale.
Poche parole, semplici, facili da ricordare, musicali quanto basta, armoniose al punto giusto, capaci di aggrapparsi come l’edera alla nostra fragile memoria.
Il nome del figlio di Richard e Maurice è una di queste parole, per sua fortuna.
Nei primi mesi dello stesso anno, Jerry, l’altro Mac Donald rimasto in vita, quello senza esse, si trovava immerso nei boschi dell’Oregon.
Il 7 febbraio era all’interno della sua casa, ovvero la sua automobile, quando la neve s’impadronì di quest’ultima.
L’automobile di Jerry, Jerry’s car, non riusciva a muovere un muscolo, chiusa dalla bianca coltre, sottovalutata nemica dei colori.
Perché, checché ne dicano i professori di questo mondo, il nero è un colore e il bianco è il nulla.
E perso in quel nulla, nonostante avesse con sé qualcosa da mangiare, sacco a pelo e vestiti, non superò i settanta giorni che lo condussero alla fine del suo viaggio.
Il bollettino affermò che Jerry morì a causa del freddo e della fame.
La fame
La stessa fame grazie alla quale l’unico figlio di Richard e Maurice, Mac Donald’s, il solo sopravvissuto a questo racconto, è capace ancora oggi di attrarre frotte di gente al suo capezzale.
Eppure, chissà, forse sarebbe stato sufficiente perfino un semplice panino con hamburger, senza salsa, scondito e scotto, per donare qualche giorno in più a Jerry e salvargli la vita.
Mac Donald’s
Adesso capite perché ce l’ho così tanto con il genitivo sassone?


Venerdì 20 maggio 2011, vieni ad ascoltarmi a Roma: L'Italia che vorrei.

La Notizia: Cinquemila dollari e un diario per morire.

Storie e Notizie: storie, frutto della mia fantasia, ispiratemi da notizie dei media.



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