27.3.15

Legge discriminazione gay nel regno dei normali video

Storie e Notizie N. 1209 

Leggo che Mike Pence, governatore dell’Indiana, ha sottoscritto il "Religious Freedom Restoration Act" (nella forma dell’Indiana "religious objections" bill).
Ciò pare assicurerà a chiunque la facoltà di negare ogni tipo di servizio a qualcuno nel caso in cui il proprio credo non riconosca come normale il suo comportamento sessuale.
Pensate se le cose fossero davvero così come le difendono i timorati di professione.
Figuratevi cosa vorrebbe dire vivere dove la retta via sia una e solo una…

C’era una volta il regno dei normali.
Dove le cose erano semplici.
Chiare.
O al peggio, scure.
Uomo e donna.
Regalmente in quest’ordine.
Nonostante il bel dire nelle serate d’ordinanza, quel che conta è dove ti siedi.
E il posto che lasci agli altri.
Immaginatevi persona sbagliata tra le anime nette.
Esistenza traballante dalla coscienza confusa.
E una morale perennemente attraversata da un colossale punto interrogativo.
Figuratevi le proporzioni del peccato.
Sentir nascere domande laddove tutti intorno a te avessero risposte, anche senza bisogno di roba ormai sopravvalutata.
Come le domande.
Il silenzio sarebbe una strada, sì.
Forse la migliore, in prima istanza.
Maschera inespressiva o mantello dell’invisibilità di giorno.
Rigorosamente entrambi di notte.
Perché si sa.
Nel regno dei normali la notte non porta consiglio.
A meno che non sia quello di chiudere gli occhi e fare buoni sogni.
Quelli che potrai liberamente raccontare al mattino.
Tutto il resto, dimenticalo.
Potresti parlare, certo, ma non sarebbe un semplice racconto.
Un equilibrato viaggio di parole, da me a te.
Le ginocchia dovrebbero baciare il terreno con contrizione sincera.
Il capo dovrebbe chinarsi al punto da mostrare una nuca sufficientemente umile.
E la voce dovrebbe farsi guidare da una santa vergogna.
Per non aver dimostrato puntuale letizia.
Di essere eletto tra gli eletti.
I normali.
Nondimeno, perfino pentirsi di esistere potrebbe non bastare.
Perché tra le creature imperfette ce ne sono alcune che nascono con i sensi talmente distorti dal ritenere la contraddizione una vocazione obbligata.
Come una vita errata al posto giusto.
Come un breve e ingenuo racconto che pretenda attenzione alle spalle di una platea adorante innanzi alla vetrina prestigiosa.
Come qualcuno che sull’idea che il regno dei normali non esista, tranne che nelle fobie di un narratore privo di coraggio, sia disposto a scommetterci una vita intera.
Vale la pena vedere chi alla fine vincerà, non credete?

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26.3.15

Storie di razzismo: Disastro Germanwings e le origini dei piloti

Storie e Notizie N. 1208 

“Che origini hanno i piloti dell'autobus caduto???”
Malgrado la tragicità dell’evento, difficile rimanere seri innanzi a siffatta domanda.
Nondimeno, sarebbe un errore trascurare l’ennesima incolta quanto goffa strumentalizzazione del parassita di turno.
C’è del marcio tra le parole e non è la Danimarca, perché qui non siamo nell’Amleto.
Siamo nel paese senza meta…

C’era una volta il paese senza meta.
Viaggiatori, sì, tutti.
Con biglietto vidimato o meno.
Con bagaglio a mano o nascosto nella manica.
In prima classe, è ovvio.
E in tutte le classi minori, che non finiscono mai.
Perché c’è sempre qualcuno dietro che ritenga di aver diritto.
Ad invidiare il tuo posto.

Nel paese senza meta si partiva ogni giorno.
Ma che dico?
In ciascun attimo del vivere comune c’era qualcuno che esclamava con orgoglio.
Io vado.
Io esco e vado.
Perché ne ho facoltà, perché questo è il mio paese, perché ne santifico i confini e protetto da essi sono il sovrano dei miei capricci.
Tutto posso, finché qualcuno non mi fermi.
Ma dovrebbe arrestarsi anche lui ed è ardua impresa.
Per gli abitanti del paese senza meta.

Eccoci, guardaci.
Siamo in fila, viviamo in coda, l’uno dietro l’altro, in attesa di arrivare.
E allora il tempo va, scivola via sul tapis roulant della nostra smemoratezza, ma nessuno si scandalizzi.
Non v’è ragione.
Siam partiti un giorno, ma non conta quale.
Quel che è certo è che veniamo tutti da.
Dal ventre fertile di una madre confusa dal volto a forma di stivale, sempre pronta a sorridere al principe, quanto a prendere a calci il vassallo.

Non v’è discriminazione, bensì coerenza.
Con un’esistenza a metà.
Di un esploratore dallo sguardo miope, che non distingue il passato dell’uno dal presente dell’altro.
Purché si tratti di compagni di cambusa.
L’aver bevuto e mangiato insieme, questo ci rende fratelli e sorelle.

Ed ecco che il nemico appare.
All’improvviso è a bordo, osa fino a tanto.
E addirittura pretende di viaggiar seduto.
Con biglietto o meno.
Con bagaglio o anche solo un sogno.
In mano.
Ma la storia più sconvolgente è scritta negli occhi di quei clandestini.
Perché costoro sanno perfettamente da dove vengono e non è mai uguale per nessuno tra loro.
Poiché hanno anima e cuore fissi su ciò che conti davvero in un viaggio.
Perfino laddove tutti quelli che incontri l’avranno dimenticata.
La fondamentale meta.
Altro che origini.

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25.3.15

Storie sull'ambiente: la rapina perfetta

Storie e Notizie N. 1207 

Sabato 28 marzo alle 20.30 scoccherà l’inizio dell’ottava edizione dell’Earth Hour (Ora della terra), iniziativa creata dal WWF per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’urgente tema del cambiamento climatico.
Quella del 2015 verrà ricordata per un furto.
Un furto di parole…

C’era una volta la rapina perfetta.
Questo rispose l’indomani la terra alla luna, allorché quest’ultima chiese lumi sull’ora di buio.
Che avrebbe dovuto far luce sulla fine.
Inevitabile, ma perlomeno procrastinabile.
Dimmi di più, incalzò la regina della notte.
Sono curiosa.
La terrà esitò, alimentando suspense anche nelle stelle.
Le solite spettatrici abusive.
Ti dirò molto di più, disse.
Ti dirò tutto.
Ovvero tutta, la storia.
C’ero io e c’erano loro.
Gli arroganti tra i terrestri, i veri alieni, i clienti sgraditi.
I soli clandestini che, spesso, andrebbero espulsi da ogni suolo.
Gli umani.
Conto alla rovescia, sipario e… buio.
Giammai oscurità totale, condizione ideale per uno spettacolo preciso.
Tuttavia, sono ormai usa a fare a meno della perfezione, laddove entri in scena la cosiddetta specie superiore.
E così ho fatto buon, anzi, miglior viso a cattivo gioco e sfruttando la minore attenzione dei guardiani del dire ho rubato.
Sì, lo ammetto e non me ne vergogno, perché ho rubato parole.
I bipedi pensanti lo fanno di continuo e l’insieme di lettere che adorano trafugare, per celarlo nelle profondità della memoria, è il più paradossale.
Quale? Chiese la luna, facendosi voce di tutte le luci presenti.
Umanità, ci credi?
No, rispose la signora dal mantello blu, lo vedo. Ogni notte che sogno i loro giorni.
Ma quali parole hai rubato? Domandò curiosa.
Quelle che facevano al caso.
Il mio, che poi è anche il loro.
Ho rubato il dopo.
Affinché non potessero più dire ci pensiamo dopo, dopo vedremo o chi lo sa cosa accadrà, dopo?
E ho rubato il domani e il futuro, così nessuno potrà più recitare il sopravvalutato domani è un altro giorno e l’ipocrita il futuro è dei giovani.
Perché oggi è oggi e domani pure.
E perché il futuro non è dei giovani, bensì di tutti.
O di nessuno.
Poi ci ho preso gusto, ho preparato un sacco di dimensioni ciclopiche e ci ho ficcato dentro tutti i verbi al condizionale, iniziando da dovrei e potrei, capirei e saprei, vedrei e, più che mai, cambierei.
Tuttavia, ad essere onesta, non ho solo rubato.
Ho pure barato.
Anch’essa pratica appresa dai presunti maestri che si arrogano il diritto di regnare sulla mia pelle.
Quella di prendere in prestito parole per rimetterle al loro posto distorte.
Come civiltà, pace e diritti, per citarne alcune a caso.
Dal canto mio, non avevo dubbi e con mano lesta ho afferrato la sola parola che mi interessasse.
Orizzonte.
Il loro, è chiaro.
Credimi, non pensavo che fosse diventato così piccolo, osservandolo da vicino.
Quindi ho compiuto l’inganno.
Ne ho preso i lembi e ne ho allargato l’ampiezza oltre misura.
Umana.
A quale scopo? Domandò la musa dei lupi dall’ugola caliente.
Oh, giammai per creare altri sognatori.
Chi non punti un solo centesimo della propria esistenza sull’inammissibile disegno non muterà mai opinione.
Sono i coltivatori di speranze perdenti che hanno bisogno d’aiuto, al giorno d’oggi.
Sono pochi, come sempre, e bisognosi di incoraggiamento.
Basterebbe un nonnulla.
Pensa, quindi, cosa potrebbe fare un orizzonte sproporzionato.
E cosa è successo alla fine della tua ora? Chiese la luna. Tanto poi tutto tornerà come prima.
La terra sorrise con un’espressione trionfante.
E rivelò la parola più importante tra quelle che aveva rubato.
Fine.

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20.3.15

Storie sull'ambiente: e scusami

Storie e Notizie N. 1206 

Un turista si è accampato al polo nord per ammirare l'eclissi solare, ma è stato aggredito da un orso polare. L'uomo è stato portato nel vicino ospedale dove è stato dichiarato guaribile in poche settimane.

E scusami, ma pure tu…
No, dico, cerca di capirmi.
Perché se non capisci, vengo in ospedale e finisco quello che ho iniziato.

E scusami, sai, ma anche te…
Vieni fino in polo nord per guardare il cielo?
Certo che siete strani, voi altri?
Oltre ad altri aggettivi vietati in ogni stato, tranne il polo sud.
Me lo sono sempre chiesto perché da quelle parti si narra che possano permettersi di dire quello che vogliono, quando vogliono e soprattutto come.
Dev’essere proprio la terra delle libertà, il polo sud.
Ma questa dev’essere anch’essa un’illusione, perché laddove si pensi al meglio si immagina sempre l’altra parte, come lassù nel cielo.
A proposito di cielo.

E scusami, ma anche io…
Io non ho potuto far altro che puntare il braccio e addentare.
Anche tu avresti fatto lo stesso al posto mio.
Mettiti nelle mie pelli, se non l’hai mai fatto.
D’altronde, se non l’hai mai fatto, la prossima volta che t’incontro azzanno per finire.
Piuttosto che per ricordare.
A proposito, rammenti i fatti?
Perché io sì, mio glabro amico.
Stavo lì, nel cuore del mattino, a scaldarmi alla luce dell’occhio sempre aperto sul mondo tranne quando sogni, allorché all’improvviso qualcosa è andato storto.
Le palpebre sono lentamente calate sulla vita nel pieno del cammino.

E scusami, ma poi mi sono voltato e c’eri tu…
Che avrei dovuto fare?
Non ci ho visto più, ecco, ed era pure buio, quindi vale anche l’infermità visiva, mi sembra abbia detto il mio avvocato.
D’altra parte, voi altri state facendo il gioco delle tre carte con tutto.
Il ghiaccio che diventa acqua, l’acqua che diventa petrolio, il petrolio che diventa benzina ma a me cosa ne viene? L’aria che diventa roba che non ho capito cosa sia ma i pinguini hanno il catarro e ci sarà un motivo, il cielo che da azzurro diventa azzurro ma lo sanno tutti che non è più l’azzurro di una volta, tranne il pesce orbo che in realtà è cieco anche all’altro occhio me nessuno glielo dice per compassione.
Ecco, la compassione è finita da un pezzo per quelli come te, signor mio.
Dalla testa pesante e il cuor leggero.

E scusami, ma quando ti ho visto la prima cosa che ho pensato è stata: “Eh no, anche il sole che diventa luna no…”
Va bene, stavolta abbiamo sbagliato noi, d’accordo.
Ma stiamo sempre tre miliardi a uno.

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19.3.15

Giornata mondiale contro il razzismo 2017: la gara dei mostri

Storie e Notizie N. 1205 

C’era una volta una città.
Una città spaventosa e mai tale aggettivo fu azzeccato.
Sì, perché è proprio della città dei mostri, che parlo.
La città dei mostri era abitata da mostri.
Solo mostri.
Mostri veri, mica roba da ridere.
Tipo quella roba raffazzonata che ormai non fa più paura a nessuno.
Che sfiora addirittura il ridicolo.
Come vampiri con denti di plastica e morti viventi che si credono vivi.
Fantasmi che fanno di tutto per farsi vedere.
Ascoltare.
Perfino toccare, purché qualcuno li convinca di esistere per davvero.
No, nella città dei mostri i mostri erano mostruosi sul serio.
E si facevano paura a vicenda quotidianamente.
Come disse un celebre mostro, se non emetti un urlo di terrore almeno una volta al giorno, quel giorno non merita di essere vissuto.
Tuttavia, il troppo stroppia e laddove il mostro si mostri eccessivamente, finisce che si scorge la mannaia sotto la manica e il cadavere non puzza più, ecco.
In breve, arrivò il giorno in cui la paura iniziò a scarseggiare.
Indi per cui, i più sadici tra i mostri cittadini, gli addetti all’intrattenimento televisivo, ebbero la giusta pensata.
Per ritrovare il tenebroso smalto di un tempo organizzarono un talent show del brivido.
Ovvero un concorso per eleggere il mostro più pauroso.
La sera della finale i concorrenti in gara erano agguerriti come non mai.
I giudici attendevano con ansia dietro il banco esaminatore.
Al centro il capo, la signora pc, groviglio di cavi impazzito per capelli, emoticon versione faccina ubriaca al posto degli occhi e labbra a forma di entrata USB.
A destra il signor Equitalia, con un bancomat che funzionava al contrario al posto della testa e a sinistra mister Tangente, dal corpo minuscolo ma le mani e la pancia grandi.
Avidamente grandi.
La signora pc diede il via alle esibizioni e seguì uno spettacolo orrido senza precedenti.
Lady FBFacile Bocca, malgrado le apparenze non confondetevi con il noto social - si presentò con tovagliolo al collo davanti ad un piatto ricolmo di zanzare bollite e nutella scaduta, che è un delitto di tenore sacrilego, senza scherzi.
“Mi piace”, recitava ad ogni singolo boccone del rigurgitante pasto.
Tutti i presenti rimasero orripilati, ma uno dei concorrenti rideva.
Sir Hashtag – anche qui, ignorate le affinità con il famoso sito – promise e mantenne la parola di declamare per dodici ore senza interruzione solo idiozie in massimo 140 caratteri.
Alla fine c’erano alcuni che rimpiansero le zanzare con la nutella.
Ma uno dei concorrenti continuava a sganasciarsi.
Il punto massimo di sgomento si raggiunse con Lord Bicamerale, una creatura con due teste che parlavano all’unisono.
Una diceva una cosa che l’altra si rimangiava, quest’ultima ci ripensava, ma l’altra dissentiva, l’attimo seguente si dimostravano d’accordo su ciò che li dividesse, per poi accusarsi reciprocamente di non essere credibili, fino a mangiarsi a vicenda.
Quindi ciascuno vomitava l’altro e ricominciavano da capo.
I giudici e tutti i concorrenti desideravano scappare e maledissero l’idea del talent.
Mentre uno dei partecipanti in gara, l’ultimo, non aveva mai smesso di sghignazzare.
“Tu”, disse la signora pc, “perché continui a ridere?”
“Perché io sono il più mostruoso di tutti”, affermò costui con arroganza.
“Perché?” chiese perplessa il capo dei giudici.
In effetti il tipo appariva come un essere innocuo, solo due braccia, due gambe e un paio d’occhi, niente artigli e code supplementari, completo grigio, cravatta anonima e volto altrettanto insignificante.
“Io sono il vincitore”, spiegò il tizio, “perché sono capace di insegnare al prossimo ad aver paura degli altri solo perché hanno un diverso colore della pelle.”
In quell’istante si fece il vuoto intorno a lui, poiché tutti i mostri in gara si allontanarono con un’espressione sdegnata.
La signora pc, squadrandolo con occhio severo, disse: “Tu sei espulso dalla competizione.”
“Perché mai?” chiese incredulo l’altro.
“Perché hai violato la prima regola della città dei mostri: noi facciamo paura, non la creiamo.”
Quelli sono gli esseri umani.

Il razzista è un mostro che non fa paura, lui è solo quello che la inventa.

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18.3.15

Storie sulla luna: il paese dei ciechi

Storie e Notizie N. 1204 

C’era una volta un paese.
Di quale paese si tratti solo la storia lo dirà.
Questa e, forse, solo questa.
Perché di minuscola iniziale e ambizioso finale.
Nel paese il cui nome solo la storia rivelerà vivevano gli abitanti dall’occhio facile.
Gli abitanti dall’occhio facile erano cosiddetti non a caso.
A loro nulla sfuggiva, allorché transitasse innanzi al più celebrato dei sensi.
Sua divinità lo sguardo.
Che coglie l’essenziale e ruba il privato.
Che guarda il vicino, immaginando il lontano.
Giammai l’inverso.
Quelli sono i folli di natura e coloro che lo diventino abusando della propria immaginazione.
Ma questa è roba per altri racconti.
Restiamo sul pezzo, ovvero ciò che di esso si vede.
Già, perché nel paese dove la pupilla regnava, un solo assioma determinava il mondo.
Solo quel che è visto ha ragion d’essere.
Il resto lascialo ai bambini, finché avranno tempo e coraggio di diffidare del grande disegno.
Si da il caso, ma forse caso non fu, che anche nel paese dall’oscuro nome illuminato nell’ultima strofa giunse la notizia dell’eclissi solare.
La cosa sconvolse tutto e tutti.
No, dico, immaginatevi la portata dell’angoscia, crescente in modo esponenziale man mano che salivi i gradini della scala sociale.
Al punto che nei piani alti i vulcani eruttavano lava di rovente paura liquefatta.
Al punto che nell’ultimo piano tremavano anche i pensieri.
Al punto che tutto il paese, via via scendendo, non poteva far altro che danzare al ritmo del battito impazzito dei cuori di sopra.
Perché così funzionava nel paese che solo l’ultima parola chiarirà.
Se tutti vivono di quel che vedono, tutti vivranno e moriranno per quel che gli era stato detto di vedere.
Così, il giorno temuto arrivò.
Il sole abbracciò la luna, la luna ricambiò con ardore e insieme iniziarono a fare all’amore.
In breve, eclissi.
Pochi secondi di buio, di vero buio, quello che si vede di giorno, l’assenza di luce che per molti, troppi, significa normalità, il semplice esistere delle vite trascurabili, che si alzano al mattino e lottano senza arrendersi nemmeno laddove il riposo sarebbe l’azione religiosa per eccellenza, senza il bisogno di tirare in ballo le divinità di turno.
Solo una manciata di istanti di realtà, assaggiando il quotidiano delle creature rigorosamente là fuori, quelli che non possono fare a meno di chiamare a raccolta tutti i sensi possibili, fuorché la vista.
Perché quel che il mondo mostra da sempre è troppo ingiusto.
Per essere umano.
In quella parentesi di indicibile terrore e al contempo di estrema lucidità gli abitanti del paese senza nome, ancora per poco, per la prima volta compresero cosa davvero volesse dire vedere.
L’altro.
Durò poco, perché così dev’essere l’amplesso degli astri primari.
Altrimenti, non ti decidi a far di tutto per riviverlo.
Come vorrei che fosse solo l’inizio di una nuova storia.
Per il paese degli inconsapevoli ciechi.

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13.3.15

Storie sul papà: Festa del papà 2017

Storie e Notizie N. 1203 

Leggo che ogni anno in Cina vengono rapiti ventimila bambini.
Il figlio di Xiao Chaohua è scomparso nel 2007 e da allora l’uomo non ha mai smesso di girare il paese con un camper ricoperto di foto del piccolo, nutrendo la speranza di ritrovarlo.
Anche a costo di scoprirsi, al contrario, ad alimentare un’illusione.
Ovvero, un’evidente sconfitta…

E va bene.
Facciamo che abbia perso, figlio mio.
Facciamo che non vincerò mai.
Che il massimo che otterrò sarà la compassione per un altro pazzo nel mondo.
Infettato da un’ossessione folle come tante altre.
Quella di riabbracciare te.
Ago adorato confuso nel più triste pagliaio.
Con ventimila sogni infranti intrecciato.
Facciamo che sia davvero così, che vada la vita.
Che i pazzi siano davvero tali e che esistere a lungo voglia dire terra ferma sotto i piedi, tasche piene e mani abili.
Nell’afferrare l’afferrabile, altro che meravigliosi fantasmi.
Allora vorrà dire che non potrà che andar peggio.
Lo so che così funziona.
Perché a forza di frequentare le sicure frustrazioni dell’immaginazione si finisce per assuefarsi alle cadute e arriva il giorno in cui i lividi non fanno più alcun male.
Il fuoco non brucia.
E il gelo non ti tocca.
Perché dentro non c’è più alcunché da gelare.
Facciamo che avessi già perso tutto all’inizio.
Ancor prima della tua partenza per l’oblio.
Addirittura in una delle molte vigilie della tua venuta al mondo.
Mettiamo che sia tutto già scritto.
Vincitori e perdenti.
Vivi e pazzi.
E tutti dall’altra parte del fiume, i morti.
Ovvero, i pazzi che hanno al fin compreso di aver smesso da tempo.
Di vivere.
Sì, facciamo che senza alcuna chance di vittoria io ci sia nato.
Che ci siano alcuni, anzi, molti, che certamente perderanno.
Per sempre perderanno.
Ultimi.
Superabili.
Inevitabilmente vulnerabili.
E che tuo padre sia uno di essi.
Facciamo pure che sia il più battibile tra tutti.
Colui che verrà sbaragliato perfino se ogni avversario facesse di tutto per concedergli il gol della bandiera.
Facciamo sì che si avveri ciò che il più sadico dei destini avrà deciso per noi.
Con te che mi passi accanto ed io incapace di riconoscerti.
Tu guardami lo stesso.
Guardami come io ora sogno te.
E ruba anche solo un millesimo di secondo all’infelicità di un matto di genitore.
Per sussurrarmi che nonostante la natura del mondo.
A dispetto della disumanità di quest’ultimo.
Malgrado me.
Starai bene.
E sarai felice.


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11.3.15

Storie sulla pena di morte: storia di un incubo

Storie e Notizie N. 1201 

Pare che a causa della difficoltà di reperimento dell’anestetico pentobarbital le prossime esecuzioni capitali in Texas e altri stati americani siano a rischio.
Un vero incubo per i sostenitori della pena di morte…

C’era una volta un senatore.
Un senatore del Texas, così rimaniamo nei pressi.
Della verità, o forse della notizia.
Tutt’altro che sinonimi.
Chiameremo il senatore Mister White.
Così, giusto per rammentarci il numero di Blacks che al contempo affollano il braccio della morte nella terra delle opportunità.
Quella notte il nostro si svegliò di soprassalto, urlando a squarciagola madido di sudore.
Seduto sul letto, guardò le mani sul cuscino rattrappito e pianse.
Di sollievo pianse.
Un incubo.
Capita anche ai senatori, che si chiamino o meno Mister White.
L’inquietante racconto dell’inconscio era iniziato in sordina, con un prologo banale.
L’uomo si era ritrovato in una scena arcinota.
Microfono ad un soffio delle labbra e platea attenta e silenziosa.
Non sia mai il contrario, allorché il senatore andasse in scena.
Solite parole di usuali discorsi da semina pre voto.
Il detenuto deve pagare per le sue malefatte, l’iniezione letale funziona, lo dicono le statistiche, i bravi cittadini hanno diritto alla sicurezza… e così via declamando.
Finché Mister Grey, il fedele pesce pilota inseparabile dal predatore di turno non aveva attirato la sua attenzione da dietro le quinte.
“Cosa vuoi, pezzo di idiota?” aveva berciato White godendo della propria bastardaggine perfino in un sogno, “non vedi che sto parlando alla folla?”
“Sì, lo vedo, ma non possiamo procedere con l’esecuzione di Mister Brown.”
“Perché diamine?”
“Perché sono finiti gli anestetici.”
“Ma vi devo spiegare tutto? Tramortitelo con una botta in testa prima dell’iniezione.”
“Ecco, il fatto è che sono finiti anche i farmaci letali…”
“E allora? Qui mi gioco la poltrona, imbecille. Usate l’arsenico o il cianuro, quello che trovate.”
“Magari, il problema è che sono finite anche le siringhe, le ha trafugate un’organizzazione sovversiva di scolaretti nemici dell’ago, pare si facciano chiamare i Difensori della tenera chiappa o i Vendicatori del sacro culetto, adesso non ricordo.”
“Dannati mocciosi… che mi dici della sedia elettrica?”
“Inutile, capo, pare che ormai non funzionino più. Gli scienziati la definiscono la sindrome della torpedine ed è particolarmente diffusa nei quartieri poveri e abbandonati dallo stato.”
“Cosa vuoi dire con questo, razza di cretino? Che laddove ci sia povertà e degrado è più facile che si finisca in galera? E hai ragione, stavolta, ma è una cosa giusta, così facciamo un po’ di pulizia liberandoci delle esistenze inutili, è la selezione natural…”
In quel mentre il senatore si era accorto di un particolare che iniziava a trasformare il sogno in incubo: il microfono era rimasto acceso per tutto il tempo.
Così, con le spalle al muro sotto gli sguardi sgranati dei presenti, White aveva preso l’unica direzione possibile, quella che conduceva alla fine.
“Mister Brown deve morire”, aveva esclamato con ardore, “deve rispondere di quel che ha fatto, lo dice la legge, avrebbe dovuto pensarci prima di compiere i suoi crimini verso lo stato, verso di noi. Occhio per occhio, questo dice il libro, l’uomo ha colpito me ed io colpirò lui…”
“Così sia, senatore”, aveva colto la palla al balzo Mister Grey spingendo sul palco un lettino con le rotelle, “ecco Mister Brown.”
“C-Che cosa dovrei fare?” aveva farfugliato il senatore pallido in volto.
“Fare giustizia”, aveva risposto l’altro.
E un assordante coro da stadio si era levato dalla folla: “A morte, a morte, a morte il condannato.”
Come in trance, una sorta di fantoccio voodoo assassino, White aveva portato le mani al collo di un inerme Brown, il quale lo fissava con occhi inespressivi.
E aveva iniziato a stringere.
Aveva stretto, ancora, e ancora.
Finché si era svegliato e aveva visto il cuscino al posto della testa della vittima.
“Che succede, caro?” chiese la signora White.
“Niente”, rispose lui sforzandosi di ricacciare le lacrime negli occhi, “solo un incubo.”
Solo un maledetto, terribile e disumano incubo, uccidere una persona a sangue freddo.
Fortuna che io sono solo quello che parla, pensò il senatore prima di rimettersi a dormire.
Altrimenti, tanto per raccontarne un’altra, ve li immaginate sotto le bombe tutti coloro che hanno lodato gli interventi militari nelle guerre di questo mondo?

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6.3.15

Storia della Festa delle donne: lettera a Libera

Storie e Notizie N. 1200 

Addì 8 Marzo duemila e qualcosa, laggiù.

Cara Libera,
non ho idea se ti chiami davvero così, ma è così che ti vedo.
Libera.
Di fatto, più che di nome, ma questo è scontato e di ciò ti chiedo perdono.
Di mancanza di originalità nel riferirsi a te il mondo ne ha dimostrata fin troppa.
Spero quindi di non peccare, se non altro, di ridondanza.
Sono qui, con questa mia, a congratularmi con te.
Perché una festa, in teoria, dovrebbe essere una festa e la protagonista di quest’ultima andrebbe festeggiata, sarebbe un dovere, ancor prima che un piacere.
Oggi, 8 marzo, sarebbe la tua, di festa.
Dovresti aver vinto, dovresti essere arrivata prima, dovresti essere la prima.
Di molte, spero, a meno che il passato non resusciti e chi meglio di noi altri sa quanto tale rigurgito della storia sia temibile.
Ecco perché al contrario vanno festeggiate le feste come la tua, che vivi nel mondo del domani.
Perché la tua non è come le altre che l’hanno preceduta.
Non è come oggi.
Che non c'è proprio nulla da festeggiare.
Ecco perché laddove si chiami festa, dovresti avere almeno una ragione per svegliarti al mattino e sorridere pensando a questo giorno.
Perché sarebbe speciale.
Unico.
Come se oggi avessi scoperto una stella che tutti dicevano che fosse solo un buco nero, tutt’al più diversamente luminoso.
Come se avessi violato una regola a costo di perdere tutto, conquistando tutto per tutti, tranne che per te.
Come se fossi riuscita a dimostrare che la vera bellezza è il colore che tutti vedono, ma solo una persona ama.
E allora basta.
Con i rallegramenti e i regali.
Gli applausi e le celebrazioni pubbliche.
Le serate a tema e gli spettacoli dedicati.
Gli articoli di denuncia e anche le lettere che pretendono di essere originali.
Basta.
Mia cara Libera che vivi laggiù, l’otto marzo del Duemila e qualcosa, l'oggi del futuro, va festeggiato perché tu e il tuo mondo siete riuscite finalmente a spazzare via tutto questo.
A liberarvi di tutto.
Comprese le mie parole, che spero suoneranno vane.
Perché tutto quello per il quale ci sarebbe da lottare, più che festeggiare, l’avrete già conquistato da tempo.
E sarà festa.
Il primo giorno in cui non ci sarà alcun bisogno di celebrare questa presa per i fondelli che si chiama la Festa della donna.

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5.3.15

Roghi di Caronia e altri misteri svelati

Storie e Notizie N. 1199 

A quanto pare non v’erano fenomeni elettromagnetici, neppure esperimenti militari o attività aliene, dietro gli incendi di Caronia, bensì individui che li avrebbero causati per carpire sovvenzioni economiche.

Luce sul buio.
Nella peggior forma che esista.
L’oscurità fasulla, l’intrigo cucinato a tavolino, che toglie ai vuoti dell’orizzonte il fascino che meritano.
I roghi di Caronia è roba umana, signori miei.
L’inganno è svelato.
Il re è nudo e, a quanto pare, tutt’altro che dotato.
Tuttavia, fu solo l’inizio, poiché si trattò della classica cilecca che fa traboccare il vaso.
Di menzogne ricolmo.
Il giorno seguente si scoprì che l’Africa era un continente ricco, il più ricco del pianeta.
Di colori e forme, ma anche di roba tosta, altro che chiacchiere, oro nero e giallo, pietre scintillanti e gas magici, di quelli che muovono cose e case.
Che gli Africani, in quanto gente dell’Africa, erano di conseguenza ricchi.
E che i veri poveri erano i vecchi ricchi.
O vecchi e nuovi ladri.
L’indomani venne dimostrata una formula in grado di sconvolgere il mondo, senza scherzi: O = N x I
Cosa vuol dire? Chiesero gli scienziati, ma non solo, anche gli idraulici ritardatari e pure i testimoni di Geova e tutti quelli con i capelli rossi.
Semplice: Odio uguale Nemico per Ignoranza.
E cosa comporta? Domandarono tra gli altri le signore svizzere con la erre moscia e i portinai con la chiacchiera facile.
Molto, risposero gli scopritori.
Ad esempio, che l’Odio nei confronti di un Nemico è proporzionale all’Ignoranza che dimostri verso quest’ultimo.
Così si comprese che laddove qualcuno manifestasse oltremodo astio verso un'intera categoria di persone, sino a definirla con la bava alla bocca feccia della società, era la prova di quanto non sapesse un piffero anche di uno solo degli appartenenti a quella categoria.
Figuriamoci tutti.
Da cui, il corollario: S = O x P
Cioè, la Stupidità di un soggetto è proporzionale all’Odio che prova moltiplicato per il numero delle Persone della categoria invisa.
Il giorno stesso in molti si preoccuparono immaginandosi il numero di rom, omosessuali, neri, ebrei, arabi, palestinesi e perfino di calvi sulla terra.
Il dì seguente ci fu la scoperta del terzo millennio, che avrebbe una volta per tutte distrutto la scatola delle meraviglie, la vera vecchia signora, la TV.
Lo chiamarono il matto in tre mosse, dalle rivelazioni emerse da altrettante intercettazioni in un carteggio tra la stessa televisione e il frigo.
Primo, le creature al di là del piccolo schermo non vivono per far ridere, sognare e pensare gli spettatori: è esattamente il contrario.
Secondo, farebbero di tutto per restare in onda, perfino raccontare la verità a coloro che guardano: ma finora, nessuno di questi ultimi ha preteso tanto.
Terzo, raccontano sempre la stessa storia di guerre e gare dove conta solo chi vince e chi vince è qui, chi perde è solo quello che è rimasto fuori: tu che guardi.
Andò avanti così per giorni e giorni, tra introvabili assi cadenti da maniche insospettabili a pupazzi ventriloqui manovrati da altri pupazzi.
Guidati da altri pupazzi ancora e così via, senza fine.
Una matrioska di raggiri, da non saper più chi fosse l’imbonitore e chi l’illuso.
Finché il miracolo divenne realtà.
Perché allorché in molti divennero avvezzi alla frode dell’occhio, gli incantesimi naturali ritrovarono la scena primaria.
E si ricominciò a parlare di esseri umani e storie di vita.

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4.3.15

Gommone immigrati si ribalta e il gioco ricomincia video

Storie e Notizie N. 1198

Un altro gommone si è ribaltato nel Canale di Sicilia.
Altri disgraziati sono morti.
E il solito gioco è ricominciato…

C’erano una volta i gommoni.
I gommoni con i migranti.
Troppi.
Anche per il gommone.
Figuriamoci per il mare.
Leggi pure come l’incolpevole gigante che si scrolla vita dalle spalle.
La storia di tutte le storie raccontava sempre la stessa storia.
Perdonate la ripetizione, ma questo racconto non l’ho scritto io.
Io sono solo quello che si sforza di cambiarlo.
I gommoni, nella storia di tutte le storie sempre uguali, si ribaltavano.
Spesso, non sempre.
Ma visto che sovente è spesso a far notizia, penalizzando il non sempre, per una volta stiamo sul pezzo.
Sul mare, ad esser precisi.
Per poche frazioni di secondo.
Perché l’inaspettato accade perfino nel regno delle regali prime pagine.
Capita nella vita.
Figuriamoci nei racconti.
Un gommone si ribaltò e fin qui nulla di nuovo.
Tuttavia, il giro della morte per affogamento si arrestò proprio sul più bello.
Tale, se non altro, per i sadici in visione.
Pausa, fermo immagine sulla scontata tragedia imminente, un attimo prima di ripartire con l’abituale gioco delle parti.
Chi si è permesso? Chiesero in molti.
Chi ha osato ostacolare il flusso degli eventi inevitabili?
Una bambina dal nome bizzarro per tutti i disabili di fantasia stringeva tra le mani il sacro telecomando.
Con un sorriso beffardo sul volto e il dito premuto sul tasto che non t’aspetti.
Pausa.
Chi è stato? Urlarono in tanti.
Chi ha potuto lasciare le sorti della narrazione nelle mani di una ragazzina, per giunta clandestina immigrata extra quello che volete e pure dispettosa?
Nessuno rispose, tranne lei.
“Facciamo che il gommone sia un dado”, propose la bimba, “ma uno speciale, però, con una miriade di facce, tante quante sono le alternative all’inferno in vita.”
Il gommone non è un dado, ribatterono i più esagitati muovendo verso di lei, non dire sciocchezze e ridacci il telecomando.
“Fermi dove siete”, replicò la piccola spostando il dito sul tasto che non vorresti, soprattutto se ti trovi sul lato migliore del grande gommone, quello che non si ribalta mai.
“Se vi avvicinate cancello tutto e tutti.”
Pausa.
Silenzio, fermo immagine e silenzio.
Che meraviglia, pensò la bambina, quando il mondo in superficie è obbligato a guardare e ascoltare.
In silenzio.
“Facciamo che il gommone sia un dado”, ripeté allargando il sorriso beffardo di cui sopra, “un dado con una miriade di facce, tante quante le vie che portano ad un’isola che non sia la vostra. Così mia madre e mio padre, tutti ed io stessa, non avremo più paura che terra e cielo si cambino di posto. Perché quando il gommone si sarà ribaltato del tutto il gioco ricomincerà ma noi non saremo più gli stessi.”
“Io non sarò più la stessa.
“Sarò quello che guarda la tv e si commuove, sarò quella che non gliene può fregare di meno, perché l’ultima applicazione scaricata non si aggiorna, sarò quello che non sa nulla di nulla perché è troppo lontano e quella che non sa nulla di nulla perché è troppo vicina, ma non lo sa.
“Sarò uno tra quelli che usano i morti per accusare i vivi e una tra quelle che fanno esattamente il contrario.
“Più di ogni altra cosa, meglio di tutto quel che è stato, sarò uno spettatore, una che guarda e ascolta, da qualche parte, da qualunque parte sia.
“Tutto fuorché qui, prima sopra e un attimo dopo sotto.”
Davvero.
Altro che storie.
E notizie.

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