31.3.16

Aeroporto più sicuro al mondo è qui

Storie e Notizie N. 1336

Si fa un gran parlare in questi giorni tremebondi di quale sia l’aereoporto più sicuro al mondo.
Io avrei la risposta…

C’era una volta l’aeroporto più sicuro al mondo.
Perché al giorno d'oggi volare è un rischio.
Cioè… volare è sempre un rischio, d’accordo. Mica siamo uccelli, noi altri.
Che poi volare è un rischio anche per gli uccelli, se vogliamo dirla tutta.
Una volta un gabbiano è sceso a prendere un goccetto di acqua salata, la colazione dei campioni, dicono, e in cambio si è ritrovato una coperta di greggio, non so se mi spiego.
D’accordo, l’incidente non è capitato propriamente volando, anzi, ammarando.
Ma è proprio questo il punto: il rischio è quando ti arrischi, mettendo a rischio te stesso, ma correndo i rischi del caso arrischiandoti in aree a te non familiari, ecco.
Il volo ai volatili, è difatti l’urlante slogan di un intollerante stormo di fagiani del nord, infastiditi dai nostri rumorosi e arroganti velivoli. Questa gente si comporta come se il cielo fosse roba loro, aggiungono. Non sono come noi, non adorano il nostro sole e non fanno le uova, anzi, le mangiano, questi selvaggi.
Ma sto divagando.
Noi siamo umani e facciamo come ci pare, lo dice la profezia, ce lo dice la vocina dentro, ce lo diciamo da soli in tutte le lingue e culture, controlla, se vuoi. Tranne quelle che consideriamo incivili, arretrate e sottosviluppate, verifica anche questo, se hai tempo.
Indi per cui, voliamo.
Cioè… anche qui è inesatto. Noi si porta il culo sul sedile, stringiamo la cintura e facciamo gli scongiuri, tutto qui.
Quello che vola davvero è il pilota, semmai, insieme ai moscerini spiaccicati sul vetro e qualche poveraccio nascosto nel carrello.
Perché anche questo è il punto: vola davvero solo chi ha il vento nelle mani, gli altri sono solo spettatori del portento. Che se ne prendono il merito. Trattasi di semplice vanteria e nulla più.
Nondimeno, c’è un biglietto, si paga, insomma. E quando c’è qualcuno che paga gli raccontiamo quello che vuole. Basta che paghi.
Cliente adorato, eccoti l’aeroporto più sicuro del mondo.
Una sola pista, un solo aereo, un solo posto a sedere.
O, nel caso, qualcuno in più, ma solo gente incredibilmente simile a te, ti sfido a negarlo.
Prima classe, senti bene, che non badiamo a spese per te.
E per te è tutto gratis, te l'immagini?
Si parte sicuro, non temere.
Quando è giunta l’ora della partenza non ci sono santi, malgrado quello che raccontano questi ultimi e simili.
Scegli la destinazione che vorresti trovare alla fine del viaggio ad attenderti come ti aggrada. Con le ballerine hawaiane o le odalische ondeggianti, con le arpe cristalline o con le chitarre urlanti, non ce ne può fregare di meno di quel hai sognato o fumato finora.
Ma quando arriverai troverai tutto quel che hai sempre desiderato.
E che ti mancherà da morire quando non l’avrai più.
Il viaggio sarà bello e credimi.
Nessuno si è mai lamentato, finora.
Stai tranquillo, chiudi gli occhi e soprattutto sogna.
Vieni nell’aeroporto più sicuro al mondo.
E buon viaggio…


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30.3.16

Abbiamo bisogno di difenderci

Storie e Notizie N. 1335

C’era una volta l’uomo delle caverne.
Ma non l’uomo delle caverne in senso generale, che di semplificazioni a uso privato ce ne sono già abbastanza in giro.
Intendo un uomo delle caverne.
Anzi, diamo le misure esatte del racconto.
Un uomo di una caverna.
Costui si era fatto proprio un bell’appartamentino vista fiume, non troppo caldo d’estate e neppure eccessivamente gelido d’inverno.
Un bel mattino, si fa per dire, l’uomo della caverna si svegliò per uscire da quest’ultima, quando gli si parò davanti uno sconosciuto.
Costui altri non era che l’uomo delle montagne.
Ma non un rappresentante e portavoce auto elettosi leader di tutti gli uomini delle montagne sulla terra, che di fanfaroni dal megafono facile e dal volto assetato di flash ce ne sono già a iosa.
Mi riferisco a un uomo delle montagne.
Stavolta non una montagna, bensì molte, perché il nostro era un primordiale ominide, ma questo non vuol dire che fosse stupido.
Come dice il primo teorema della fessaggine, il fesso è un malato che non si cura chiuso nella caverna, ma uscendo da essa.
“Dove vai così di fretta?” domandò il nuovo arrivato.
“Esco.”
“Esci?”
“Sì.”
“E la clava?”
“Che?” domandò perplesso l’altro, perché la suddetta non era stata ancora inventata.
“Non dirmi che non hai una clava…”
“No.”
“Si da il caso che io abbia qui con me un campionario completo.”
L’uomo delle montagne si spostò di lato per un attimo e trascinò ai piedi dell’uomo delle caverne un ammasso di clave di ogni forma e lunghezza.
“Ah…” fece mente locale l’uomo delle caverne. “Ho capito, ma ce l’ho già lo stuzzicadenti, anche se i tuoi sono troppo grossi. Dentone, eh?”
“Non sono stuzzicadenti, idiota. Sono clave, servono per difenderti.”
“Difendermi?”
“Sì, difenderti.”
“Da chi?”
“Come da chi? Da tutto.”
“Per esempio?”
“I mammut.”
“I mammut non attaccano l’uomo.”
“Dai tirannosauri, allora.”
“Si sono estinti.”
“I velociraptor?”
“Estinti anche loro.”
“Le zanzare.”
“Uso le mani, faccio prima. Una volta che vado a prendere questa tua clava e ritorno la zanzara se n’è volata da un pezzo.”
“Dai serpenti?”
“Gli do un bel pestone. Porto il 54 e mezzo, non so se mi spiego.”
“I migranti.”
“Siamo tutti migranti, qui, pure le bestie. E lo sai anche tu.”
“Per difenderti dai cattivi…”
“Siamo tutti un po’ cattivi, qua, tranne le bestie. E anche questo dovresti saperlo.”
L’uomo delle montagne era esasperato e anche un po’ frustrato. Era scaltro, ma si era imbattuto nel secondo teorema della fessaggine: prima o poi l’astuto trova qualcuno meno fesso di quel che sembri.
“Insomma”, strillò l’uomo delle montagne in piena crisi di nervi. “Sei un ingenuo e un illuso, un buonista che vive di favole per la buonanotte. Non hai spina dorsale, sei privo d’orgoglio e non hai il carattere per vivere tempi difficili come i nostri. Tu non sai cosa voglia dire soffrire…”
“Basta così”, lo interruppe l’uomo delle caverne. “Mi hai convinto, dammi una clava.”
“In cambio dell’uso del fiume qui davanti e della…”
“Di quello che vuoi, firmo in bianco. Dammi la clava.”
“Prego”, fece l’altro, “scegli pure quella che preferisci.”
L’uomo delle caverne prese dal mucchio la più grande e, mentre ne stringeva l’impugnatura con forza crescente, ripensò alle ultime parole dell’uomo delle montagne. E al contempo si rammentò della moglie e del figlioletto che erano morti per una normale influenza solo un mese addietro.
“Hai ragione”, disse prendendo la mira. “Ho bisogno di difendermi.”
E diede all’altro una poderosa mazzata sul didietro.
Credo che da quel giorno l’uomo delle montagne non sia più sceso dalle cime di una di esse.
Non l’uomo delle montagne nel senso si tutti, s’è detto, solo quell’uomo delle montagne.
Anche perché ne vediamo arrivare ancora tanti all’ingresso delle nostre caverne…

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18.3.16

Storie di immigrati bambini: il sogno di Amir

Storie e Notizie N. 1334

Oggi è la Giornata mondiale del sonno...


Io ho un sonno.
Sì, potrei iniziare così, come il discorso del celebre dispensatore di visioni di nero vestito, uscito di scena troppo presto e con notevole rumore, come tutti i grandi del passato.
Visioni, ovvero sogni, giammai sonni.
Ebbene, io non aspiro a tanto.
Mi va bene anche il riposo a schermo vuoto.
Basta che tale sia.
Riposo.
Mi chiamo Amir e sono stanco di morire. Quando inizia la vita? Sapete qualcosa, voi? No, perché qui non ci fanno sapere nulla, a noi altri. Prime pagine minori di altrettanto trascurabili volumi, relegati rigorosamente negli scaffali dimenticati. Lì dove le storie senza titolo vengono al mondo. Quelle che di morale non ne hanno alcuna, altrimenti vai a raccontarlo ai protagonisti del racconto che tutto quel che patiscono in fondo ha un senso.
Mi hanno solo detto vai, si inizia, tocca a te. E io sono andato in scena, come tutti.
Ma la sapete una cosa? Se l’avessi intuito, che sarebbe andata così, avrei rifatto gli stessi passi.
Lo so, per molti di voi è difficile comprenderlo. In caso contrario, le distanze tra noi sarebbero l’ultimo dei problemi.
Il fatto è che non si cerca la luna, qui.
Neanche il più piccolo frammento di fortuna che per caso precipiti per una volta sul lato giusto del mondo.
Certo, se ciò dovesse accadere ci getteremmo a mucchi sulla luce che miracolosamente cambia destinazione.
Ma credetemi sulla parola, per me non è un’ossessione la vittoria.
Perché io ho un sonno.
Ho un sonno insoddisfatto che nasce con me, non molto tempo addietro.
E’ dove sto andando.
La vostra terra è solo una finestra da attraversare rapidamente e possibilmente senza troppe ferite in dono.
La terra promessa, il giorno perfetto, sono il luogo e l’istante in cui mi fermerò.
Perché il corpo si fiderà del mondo.
Il respiro rallenterà quanto basta per rassicurare il cuore.
Quest’ultimo troverà la posizione migliore nel petto e le membra si adageranno sul suolo amico.
Quindi toccherà a loro chiudere il sipario, gli occhi.
Piangeranno, probabilmente.
Le labbra sorrideranno, questo è tanto, non poco, ed è più che sicuro.
E come due morbide coperte le palpebre daranno finalmente il meritato riparo alla mia anima.
Potrò serenamente dormire.
E magari.
Anche sperare.
Di essere, dopo tutto quel che ho affrontato.
Ancora vivo…

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17.3.16

Allerta terrorismo: chi ci guadagna?

Storie e Notizie N. 1333

Siamo alle solite.
Puntualmente alla vigilia di elezioni di ogni tipo e rilevanza, incontri al vertice più o meno istituzionali e votazioni di leggi con interessi multipli, fioriscono tra le notizie principali le allerte terrorismo.
Allerte, ovvero segnalazioni di pericolo.
Allarme, state attenti, abbiate timore, eccetera. A prescindere dalla reale fondatezza del pericolo stesso. Se poi la ventilata sciagura avviene davvero, la tempistica suona ancora più inquietante.
La cosiddetta "rivendicazione", di una attendibilità a dir poco discutibile, si diffonde con puntualità chirurgica e chi sa come usare a proprio vantaggio l'eco della tragedia appare in doppio petto in prima pagina come la classica mosca sullo sterco.
Da cui la storia…


Senti questa: allerta pacifismo.
E’ una giornata particolare, quella in cui ci siamo svegliati stamani.
Su ogni giornale e tg del pianeta la notizia è sempre dello stesso tenore.
I governi avvertono la popolazione e le varie autorità di tenere alta l’attenzione.
Si prevedono attentati di chiara matrice pacifista.
Nello specifico a Parigi sono state arrestate quattro facinorose asserragliate in una bottega equosolidale dove osavano smerciare roba sana da paesi inevitabilmente sottosviluppati. Pare che il criminale intento delle ragazze fosse quello di sostenere la comunque spacciata economia locale degli abitanti.
A Londra la polizia ha fatto irruzione in una scuola elementare dove una compagnia teatrale stava mettendo in scena impunemente una pièce di evidente cattivo gusto. Sembra che il copione rappresentato istigasse i giovani spettatori a preferire scelte alternative al sacrosanto intervento militare.
Da noi, a Roma - perché non ci facciamo mai mancare nulla – gli investigatori hanno sgominato una temibile cellula clandestina, ovvero una casa editrice che segretamente stampava materiale scabroso inneggiante al rispetto per i diritti umani.
In pieno centro a New York un poliziotto è stato aggredito dalle parole di una pensionata mentre stava giustamente sparando il settimo colpo a un afroamericano che aveva osato dimenticarsi di mettere la freccia prima di parcheggiare. Per la cronaca, la vegliarda avrebbe esclamato: “La pianti, ma non vede che è morto da un pezzo?”
In una strada di Berlino una bambina è stata fermata, sottratta ai genitori, peraltro denunciati, e consegnata ai servizi sociali seduta stante. La piccola è stata sorpresa da un vigile nel vergognoso tentativo di impedire che il suo cane venisse investito dall’auto di un produttivo concittadino che era in ritardo al lavoro, ma non per colpa sua. Bensì della solita massa di perdigiorno in bicicletta con la scusa dell’ecologia.
Da vari paesi africani e asiatici ci sarebbero ulteriori notizie altrettanto scioccanti, ma tanto ciò che accade da quelle parti non frega mai niente a nessuno.
Nel bene come nel male.
Inoltre, sono diventati virali in queste ore alcuni video di cui consigliamo la visione solo a un pubblico cieco e sordo. Il che vuol dire non deve vederli nessuno, ecco.
In particolare, spiccano due esponenti di frange avverse che, con incredibile sfacciataggine, si abbracciano affettuosamente, un manipolo di squilibrati e squilibratori che ardiscono squilibrare il naturale andamento delle cose navigando in mare con l'insano scopo di mettersi in mezzo tra i migranti e il giusto naufragio che li attende e, addirittura, due amanti che, lo abbiamo deciso noi, non si devono neanche sognare l’un l’altro e questi si baciano.
Ma tu guarda che roba, pare che lo facciano a posta, cribbio.
Ecco, questo è tutto.

Cosa dici?
Con storie così non ci arriverò mai sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo?
Forse hai ragione.
E’ con l’allerta terrorismo che è facilissimo…

PS allarmante: Quanto manca alle elezioni americane?

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16.3.16

Referendum 17 aprile 2016: Trivellami

Storie e Notizie N. 1332

Trivellami.
Sì, trivellami ancora.
So già che non smetterai, che non vuoi farlo.
Credimi, lo capisco. Conosco ogni scusa, ciascun pretesto.
Sono le voci che me lo dicono, devi farlo perché è scritto.
Sei obbligato, è una questione di impegni già presi, scadenze ineludibili.
Tutta roba che ti lega, che ti impedisce ogni grado di liberta.
Fidati, ho presente.
Ho compassione, tra un odio e l’altro.
Perché so che il personaggio è quello, il copione altrettanto scontato.
Non ci si poteva aspettare altro, da te, fin dal primo giorno di scuola.
Tu eri quello che sorrideva laddove fosse richiesta immobilità alle labbra come allo sguardo, al cuore come al fiato nei polmoni.
Tu eri quello che usciva dalla stanza allorché entrassero loro.
Le storie poco maneggevoli e tra le più subdole che i narratori temuti di questa terra abbiano mai osato gettare al vento. Perché poi te ne saresti innamorato e saresti stato capace di far tutto per loro.
Ma non si possono servire due padroni, vero?
Ed è inutile sforzarsi di convincerti che il solo e unico lato della luna che abbia qualcosa di vivo tutto desidera da te.
Fuorché la tua libertà.
Allora, non esitare e continua.
Trivellami.
Non hai fatto altro dall’inizio del film.
Hai una sola scena e una sola battuta, muta per altro, fatto salvo del rumore.
Della terra che si frantuma sotto le tue mani.
Dell’acqua che si piega, giammai si spezza, per il peso della tua insaziabile sete.
Ma, peggio di ogni cosa, della vita che sminuzzi tra le fauci.
Come se fosse un grissino prima del vero pasto.
Quello a cui brami, che ti hanno giurato essere alla fine dell’arcobaleno ormai scolorito.
Vai avanti, non ti fermare.
Fai uso di tutte le conoscenze acquisite col tempo e non sprecare ceroni e maschere.
So chi sei.
E so chi si nasconde dietro di te.
Alzatevi tutti, perché tanto vi vedo.
Oramai, sarebbe impossibile il contrario.
Trivellatemi a testa alta, per quanto vi sia concesso dalla dignità che vi è rimasta.
Fatelo come avete sempre fatto.
E uccidetemi una volta per tutte.
A meno che qualcun altro, magari chi per conoscenza ci legge.
Non decida di mettersi tra voi.
E me…


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11.3.16

Storie sull'ambiente: guardate

Storie e Notizie N. 1331


Guardate.
Guardate, che arrivano sempre,  sono puntuali.
Ci provano con insistenza e regolarità che sa di macchina.
Tutto fuorché pelle e respiro.
Guardate quelli dalla trivella facile, e poi ditemi se mi sbaglio.
Hanno tutte le risposte pronte, tranne per le domande che non gli hanno ancora fatto.
Di giorno, alla luce del sole, ovvero il tesoro dove ancora non sono arrivati.
Ma dagli tempo.
E anche lì sbarcheranno, con i loro avvocati, gli strozzini legalizzati e tutto lo stuolo di tecnici dalla firma in offerta.
E voi guardate.
E voi guardatevi alle spalle e ricordate.


Ricordate che sono sempre lì, non se ne vanno mai e aspettano.
Aspettano pazienti il momento buono, quello giusto per aprire la borsa e lubrificare le coscienze altrui.
Ce ne vuole altrettanta, di pazienza.
Ce ne vuole di più, di forza.
Ma ne basta poca, di consapevolezza, perché l’inganno è immenso.
E’ il tempo che resta a non esserlo affatto.
Loro lo sanno alla perfezione, per questo fanno in fretta a cancellare tutto e a riscrivere quello che hanno già contraffatto più volte.
Perché sanno cosa raccontare ed è linguaggio semplice, che un bambino non capirebbe, d’accordo, ma qui le giovani vite contano poco, spero sia chiaro.
E voi guardate.
E voi guardatevi attorno e dimenticate.

Dimenticate all’istante le loro menzogne, perché è spazio sprecato nella memoria.
Poiché la memoria è roba seria, come una casa dove ci sia ancora spazio per accogliere. A voi la scelta tra reali possibilità e ridicole illusioni.
Sono bravi, ci sanno fare, sono preparati e vincenti, perché vendono sempre la stessa merce, dall’inizio dei tempi.
La via più breve tra il qui e l’ora, in cambio del meglio del prima e del dopo.
Ecco perché devi imparare a conoscerli almeno quanto loro conoscono te.
Perché la posta in gioco è troppo grande.
E tra tutte le ragioni per difenderla ce ne sarà sempre una.
Se tu non lo farai, chi prenderà il tuo posto?
Allora, guardate.
Allora, guardate innanzi a voi.
Quel futuro dipenderà da quel che avrete scelto.
Ieri…

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10.3.16

Storie di razzismo sui giornali: Quando umano uccide umano

Storie e Notizie N. 1330


“Sei nuovo?” chiese il collega anziano.
“Sì”, rispose l’ultimo arrivato in redazione. “Sono il nuovo titolista.”
“Settore?”
“Cronaca.”
“Ah, ma è facilissimo.”
“Davvero?”
“Certo. Guarda, ti aiuto io, poi ti lascio un appuntino. Non devi far altro che seguire la regola del seallora la notizia è.”
Se allora cosa?”
“C’è la pausa, giovane.”
“Di già? Che fico, mi va proprio un caffè.”
“Scemo. Intendevo i puntini di sospensione tra se e allora.”
“Ti chiedo scusa.
“Niente, mi rendo conto che sei nuovo. E’ semplice. Prima di tutto qui vendiamo morte, chiaro?”
“Come le pompe funebri?”
“No, quelli vendono bare e lapidi. Come i killer, casomai.”
“Non capisco…”
“Ma sei sicuro che ti abbiano assunto? Senti con attenzione, che il se… allora la notizia è lo capisce anche un bambino. Hanno ammazzato una o più persone, va bene?”
“Ma come va bene?”
“E’ un esempio, idiota. E pure se fosse, è chiaro che va bene. Va alla grande, se proprio vuoi saperlo, altrimenti che ci stai a fare tu, qui?”
“Hai ragione, scusami. Continua.”
“Dicevo, hanno ammazzato qualcuno o anche più di uno. Se l’omicida è musulmano allora la notizia è il terrorismo.”
“Scusa, ma se poi il terrorismo non c’entra?”
“E a te cosa importa? Tu sei solo il titolista.”
“Già. Prego, prosegui.”
Se l’assassino è uno straniero* allora la notizia è l’immigrazione, soprattutto clandestina.”
“Semplice.”
“Aspetta, c’è l’asterisco.”
“Dove?”
“Sullo straniero. Ricorda che sono tassativamente esclusi tutti i paesi europei più ricchi del nostro, oltre alle Americhe, la Russia, l’Oceania, il Giappone e San Marino, tra gli altri.”
“Il Vaticano?”
“Scherzi?”
“Scusa, vai avanti.”
Se il cattivo è omosessuale o altra categoria che caratterizzi il suo orientamento amatorio/riproduttivo allora la notizia è la teoria gender.”
“Che cos’è?”
“Boh? Nessuno lo sa, ma tu metticelo.”
“Ho capito, teoria gender. Poi?”
Se l’aggressore è maschio e la vittima è femmina allora la notizia è la violenza sulle donne, ma solo in caso siamo vicini all’8 marzo.”
“E’ passato.”
“Allora controlla se c’è qualche altra ricorrenza sul gentil sesso, festa delle pari opportunità, giornata contro il femminicidio, queste sciocchezze qui e metticele.”
“Chiaro. Poi?”
“Poi, se l’ammazzatore è un parente allora la notizia è la deriva morale della famiglia moderna.”
“Bella questa.”
“Vero? Piace assai.”
“Poi?”
Se l’uccisore è un funzionario dello Stato allora la notizia non c’è.”
“E dove sta?”
“Cosa?”
“Ah… ho capito.”
“Bravo. Veniamo alle stragi.”
“Cavolo…”
“No, stai tranquillo. In questo caso si applica la variante se… allora la notizia è… altrimenti. Per esempio, se gli autori sono musulmani o stranieri con l’asterisco allora… valgono le regole di prima. Altrimenti la notizia è la follia.”
“In che senso?”
“Semplice. Che è stato un raptus, un delirio improvviso, infermità mentale, insomma. Ma c’è l’eccezione.”
“Quale?”
Se l’assassino si è fatto con qualcosa allora la notizia è la droga e già che ci sei dai una bella botta alle varie liberalizzazioni.”
“Vale anche l’alcool?”
“Scherzi ancora?”
“Adesso sì, ma prima no, ti giuro.”
“Non giurare.”
“D’accordo. Ti ringrazio molto, un’ultima cosa.”
“Sì?”
“Perché prima hai detto che siamo come dei killer? Mica facciamo male a qualcuno…”
“Scherzi?”

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9.3.16

Storie di immigrati rifugiati: il gioco delle carte

Storie e Notizie N. 1329

Secondo Iverna McGowan, responsabile dell'ufficio di Amnesty per le relazioni con le istituzioni europee, "l'idea di scambiare rifugiati per rifugiati non è solo pericolosamente disumanizzante, ma non offre una soluzione sostenibile sul lungo termine alla crisi in corso".

Immagina un tavolo.
Un tavolo tondo, guarda, tipo quello dei cavalieri con il re senza macchia e tantomeno paura.
Che si dica.
Si dica e si ricordi che sono coraggiosi e giusti, fino a prova contraria.
Adesso, però, liberiamo un po’ di fantasia. Ovvero, che il galoppo si faccia sentire. In modo da rammentare anche che su questa pagina ci sarà sempre spazio per chi non sia venuto nella foto sul mobile all’ingresso, quella che guardano tutti.
Come i destrieri che si sono affannati, che hanno sofferto e spesso distrutto schiena e zoccoli per la gloria altrui, come il cavallo di Zorro e quello di D’Artagnan, quello di Robin Hood e perfino Tex Willer, che nessuno ricorderà, quando la polvere sarà caduta tutta.
Indi per cui, ricopri il tavolo tondo dei cavalieri e l’intrepido sovrano con un bel panno verde.
Sì, hai capito quale.
Immagina ora i partecipanti alla tenzone seduti tutti intorno con il didietro sul morbido e le esistenze leggere tra le mani.
Ovvero delle carte, carte da gioco, molto particolari.
“Se tu mi dai quattro afgani io ti offro sedici somali”, fa uno.
“Arriva fino a sette e siamo d’accordo”, risponde l’altro.
“Venti eritrei per diciotto dei tuoi libici”, fa un altro ancora.
“Mi dispiace”, ribatte l’interrogato, “ma li ho già promessi.”
“E cosa ti danno in cambio?”
“Dodici cinesi.”
“Avevamo detto dieci…” precisa l’interessato.
“Ora dodici”, rimane fermo l’altro. “Altrimenti mi prendo gli eritrei.”
“Troppo tardi”, fa quello della precedente proposta. “Li ho appena ceduti per sette bengalesi.”
“A chi tocca pescare?” chiede all’improvviso uno dei giocatori.
“A me”, risponde un altro e solleva la prima carta sul mazzo.
“Vittoria!” grida scoprendo la carta davanti a sé.
“Caspita che fortuna”, commenta uno tra i molti con gli occhi sgranati. “Ha trovato il siriano…”
“Chi offre di più?” chiede il concorrente favorito dalla sorte.
E le proposte sfilano squillanti.
Niente da fare.
Il partecipante con la magica carta resiste a ogni attacco e lo stallo blocca la partita.
La noia prende il sopravvento sull’iniziale disappunto e i giocatori, che non hanno alcuna intenzione di rimanere in disaccordo, trovano il modo di continuare.
Così mettono insieme tutte le carte e con esse costruiscono un bel castello.
Grande, imponente, ma fragile.
Incredibilmente fragile.
Come tutte le storie in cui la vita è in gioco.
Ovvero, è un gioco.
Difatti basta che un incolpevole filo di vento raggiunga la costruzione.
Basta che ne cada solo una, di carta.
Non importa quale sia.
E tutto crolla.
Tuttavia, come se nulla fosse, i nostri ricompongono il mazzo.
E ricominciano.
A fare sempre.
Lo stesso maledetto.
Gioco…

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4.3.16

Storie di donne uccise: Berta Caceres è viva

Storie e Notizie N. 1328

E’ stata assassinata Berta Cáceres, l’attivista che da tempo lottava per i diritti delle popolazioni indigene dell'Honduras e la difesa dell’ambiente. Nel 2015 era stata premiata con il Goldman Environmental Prize.

Berta Cáceres è viva.
Altro che chiacchiere e menzogne.
Anzi, no.
Solo menzogne.
La donna che lega parole e destino alle parole e al destino che la terra scrive e disegna non può morire.
Finché ci sarà terra e chi a quest’ultima.
Legherà parole e destino.

Berta Cáceres non è morta.
E’ qui, senza scherzi.
Anzi, no.
Non c’è nulla da scherzare.
La signora dagli occhi grandi e il viso fiero, che ha riempito i primi di diritti calpestati e inorgoglito il secondo con l’incontro con le poche verità di questo pianeta, non può andarsene perché l’hai deciso tu.
Finché ci saranno volontà e anime al suo fianco.
Dagli occhi grandi e il viso fiero.

Berta Cáceres non se n’è andata.
Guardati intorno.
Guardati dentro.
Anzi, no, chiudi pure gli occhi e fai finta di niente, se preferisci.
Nulla fermerà la madre dall’abbraccio vasto come l’orizzonte da cambiare con passione e resistenza, le uniche direzioni possibili per le marce inesorabili.
E finché ci sarà strada da fare.
Le madri cammineranno.

Credimi, credici.
Berta Cáceres è viva, non è morta.
Non se n’è andata.
Perché lei è come i fiumi per cui ha sempre pianto e gioito.
Non puoi uccidere un fiume.
Potrai fenderne le acque con tutta la furia del mondo, colpirlo a tradimento o innalzare le tue dighe di viltà.
Ma non otterrai altro che mille e mille.
Mille e altri mille.
Mille e ancora mille fiumi che scorrono insieme.
Verso il mare che hanno sognato…

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3.3.16

Storie di immigrati: il filo che cuce le bocche salva il mondo

Storie e Notizie N. 1327

Leggo che per protestare contro lo sgombero in atto a Calais, un gruppo di profughi ha cucito insieme le proprie labbra, esibendo dei cartelli con dei messaggi inequivocabili.
Cito cosa dice uno tra gli altri, esigendo risposta da coloro che guardano e leggono: dove è la nostra libertà?
Già, dov’è? Eccola, basta seguire il filo del discorso…

Ricordo.
Mi sforzo di ricordare come tutto è iniziato.
Loro. I primi che ho visto sono stati loro.
I miei.
Li ho amati. Mi hanno amato, forse a modo loro.
Voglio crederci. Devo.
Poi qualcosa si è rotto. Prima un’esplosione, poi un urlo e di seguito la sofferenza.
Quindi il plurale ha ucciso l’eccezione e sono arrivate le altre.
Esplosioni, urla e sofferenze.
E’ lì che ho cominciato a odiarli, loro. I primi che ho visto.
I miei.
E una sola speranza mi ha dato la forza di sopportare e resistere.
Sopravvivere.
Credere che loro non fossero gli unici al mondo.
Volevo crederci. Dovevo.
Così mi sono salvato per la prima volta.
Allora ho iniziato a vivere per quell’attimo in cui la luce della normalità avrebbe riempito i vuoti del mio cuore.
Mi sono allenato strenuamente a nascondere le ferite, temendo di violare le altrui vulnerabilità.
Mi sono preparato alla perfezione nel dire come nel muovere, deciso a confondermi tra i molti.
E ho fatto del mio meglio per disegnare il sorriso più sereno possibile sulla scatola in cui ho sepolto i mostri del passato, per non spaventare le fragilità dei miei nuovi amici.
Quando l’ora è giunta, allorché il coraggio si era fatto finalmente adulto, ho aperto l’uscio e ho seguito le briciole di sogni e speranze lungo la via. Ovvero, il filo strappato che un tempo mi legava alla terra d’origine, che ricomposto con le lacrime ancora calde mi guidava inevitabilmente fuori.
Lontano.
Da voi.
Sono qui, ora.
Infine giunto sull’unica riva possibile.
Così mi sono salvato la seconda volta.
In dote non ho altro che il sottoscritto e le ragioni che qui mi hanno condotto.
Fatene ciò che volete. Legate il filo al vostro o fatelo in mille pezzi. Perché il giorno in cui scoprirò se voi e loro siete differenti o uguali, sarò comunque libero, ovvero salvo per la terza e ultima volta.
L’occasione è vostra, in realtà.
Quella di legare il vostro presente al nostro e salvarvi.
Insieme a noi

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2.3.16

Storie sulla pace: No alla guerra in Libia

Storie e Notizie N. 1326

Si legge un po’ ovunque che l’Italia sarà a guida della colazione che si imbarcherà nell’ennesimo intervento militare.

No alla guerra.
Senza se, senza ma e per un’infinità di ragioni.

Perché l’abbiamo già fatta e abbiamo visto come è andata.
Dato che anche per questo c’è qualcuno che sostiene che ne dobbiamo fare un’altra.

Perché la stiamo già facendo, e allora chi vogliamo prendere in giro?
Dobbiamo ancora finire quella prima, con quale faccia ne iniziamo un’altra?

Perché ne stiamo già facendo altre.
E cosa facciamo, poi? Ci comportiamo come al solito? Fingiamo che non ci siano per raccontare solo quella che ci interessa al momento?

Perché sappiamo già cosa sia, la guerra.

Perché un racconto di soldati e bombe oramai lo conoscono anche i bambini. Non è più, poveri loro, solo roba per grandi. Come noi altri, sanno che la favola degli eroi è una menzogna. Che il film dei buoni è un imbroglio. Che il fuoco amico e solo fuoco, ovvero un immenso falò in cui bruciano tutti, tranne coloro che con quelle fiamme scaldano i propri ventri insaziabili, prima di cuocere a puntino il bottino.
Di guerra.

No alla guerra perché non c’è bisogno di dimostrare quanto le altre vie funzionino meglio. Perché sono le uniche possibili, che di rado abbiamo preso. E’ per questo, solo per questo, che siamo ancora qui, altro che chiacchiere da circolo della caccia.

No alla guerra perché non v’è alcuna necessità di convincervi che gli interessi sono sempre tutti da una parte e i morti dall’altra. E se non siete nella prima quanto nella seconda, come fate a dire sì?

No alla guerra perché un giorno l’avete detto. O anche solo pensato. Al meglio sentito dentro, come un moto naturale.
Ecco, questo è il momento di ricordare. Quello che abbiamo sempre saputo, perfino alla vigilia della prima guerra del mondo.
Figuriamoci dopo un’eternità di dolore e odio.

Già, eternità. Perché sappiamo anche questo, alla perfezione.
Possiamo essere solo coloro che le guerre le iniziano o meno.
Per molti, troppi, la guerra non finirà mai.
Per loro, prima di tutto.
Diciamo insieme no alla guerra.

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