30.11.15

Siamo tutti topi

Chi minaccia un topo li minaccia tutti.”
Come disse Giac a Gas quando a quest’ultimo fu mozzata a tradimento la coda dal vile Nazisilvestro, il cugino del più famoso felino, nero di vergogna e infamia piuttosto che di pelo, in una versione apocrifa di Cenerentola.

Tutta la mia solidarietà e vicinanza a Daniele Barbieri, qui il suo messaggio.


 




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27.11.15

Storie sull'ambiente: il quesito di Borbolakiricokò

Storie e Notizie N. 1295

C’era una volta la conferenza sul clima.
Capi ovunque.
Di stato e di partito, di palesi come opportunamente tacite alleanze.
Di metropoli invidiate e di paesini invidiosi.
Anche solo capi.
Ovvero teste.
Coronate o meno.
Gli ultimi ad arrivare furono loro.
I due rappresentanti degli abitanti dell’isola di Borbolakiricokò, un uomo e una donna.
“Non siete sulla lista…” li informò l’usciere all’ingresso dell’elegante sala scelta per la riunione.
“Se è per questo non siamo neppure sulla mappa”, rispose l’uomo, un bassetto dalla carnagione olivastra, occhi azzurri a mandorla, capelli biondi rasta e pizzetto viola alla Johnny Depp versione punk. Un pot-pourri etnico, insomma.
“Nondimeno, la signora al mio fianco è la regina di Borbolakiricokò e siamo qui perché abbiamo a cuore il pianeta terra.”
L’usciere stava per liquidare i nostri, allorché la donna, un metro e novanta e cento chili diffusi senza risparmio, coda albina sul cranio lucido come uno specchio e occhiali sproporzionati alla Elton John nelle serate più eccessive, si limitò a schiarirsi la voce.
L’incaricato all’entrata fu scosso da un brivido che lo turbò alquanto.
“P-Prego…” farfugliò intimorito facendosi da parte.
I due oltrepassarono la soglia e invece di cercare l’eventuale targhetta con i loro nomi per accomodarsi - impossibile, visto che nessuno li attendeva - iniziarono ad avvicinare direttamente ciascuno dei colleghi.
Capi.
O teste pensanti, auspicabilmente.
A tutti i cosiddetti grandi della terra l’omino faceva lo stesso preambolo: “La regina ed io veniamo dall’isola di Borbolakiricokò e siamo qui perché abbiamo a cuore il pianeta terra.”
Quindi aggiungeva: “Noi siamo poveri e stiamo cercando qualcuno a cui affidare il futuro della terra.”
Poi poneva un quesito: “Mettiamo che io ti regali un libro e che al suo interno ci sia scritto il modo migliore per sopravvivere nel futuro. Cosa ne farai?”
Ci fu chi dichiarò che avrebbe studiato a fondo il volume per non ripetere gli errori già compiuti.
E chi avrebbe stanziato milioni di milioni per mettere in pratica le scoperte del libro.
Chi l’avrebbe fatto stampare con tirature record in modo che tutti avrebbero potuto beneficiarne.
E chi ne avrebbe fatto un kolossal in 3D.
Perché un libro può andare a ruba, ma il cinema invade il globo, cavolo!
Chi dissentì con fermezza sostenendo che la rete sarebbe stato il veicolo migliore per diffondere la salvifica novella.
Perché l’aggettivo virale è nato nel web, cavolo 2.0!
Ci furono quelli che intimarono ai due di abbassare la voce immediatamente.
Vuoi farti sentire dai cinesi?
Vuoi farti sentire dai russi?
Dagli americani?
Vuoi farti sentire da chi non tiene all’ambiente quanto noi?
“Ma è solo un quesito ipotetico”, spiegò l’omino a costoro, “il libro mica esiste davvero…”
Fu in quel momento che molti tra i presunti leader iniziarono a trattarli con condiscendenza e sarcasmo.
Così, la corpulenta regina di Borbolakiricokò e il suo basso accompagnatore abbandonarono afflitti la conferenza sul clima.
Avevano raggiunto il porto per imbarcarsi sulla loro nave, allorché una voce li chiamò alle spalle.
I due si voltarono e videro un bambino sui dieci anni, spettinato e con gli occhi infuocati di vita.
“Scusate… ma voi venite per caso dall’isola di Borbolakiricokò?”
“E tu come fai a conoscerla?”
“Perché era una storia che mi raccontava mio padre quand’ero piccolo. Voi dovreste essere la regina burbera e il suo piccolo amico.”
“Dov’è il tuo papà?”
“E’ morto per un tumore ai polmoni, lavorava in una miniera.”
L’omino guardò la regina in cerca di approvazione e quest’ultima grugnì.
Con gli occhi lucidi, grugnì affermativamente.
Lo stesso quesito dei grandi del mondo fu posto al bambino, che così rispose: “Prenderei il libro e, senza aprirlo, lo nasconderei nel luogo più prezioso del mondo, dove possa sopravvivere al tempo.”
“Perché?” chiese la regina innanzi agli occhi stupiti dell’omino, visto che non parlava dal ’73, quando aveva esclamato ahio dopo aver calpestato una tracina.
E le tracine al largo di Borbolakiricokò sono tre chili e mezzo, senza scherzi.
“Semplice”, rispose il bambino. “Perché così la gente del futuro potrà salvarsi.”
La sovrana e l’omino mostrarono un enorme sorriso.
“A te”, dissero quasi in coro.
“A te, giovane uomo, affideremo il domani della terra.”
Perché l’unica persona a cui vale la pena affidare il futuro.
E’ colui che saprà amarlo più del passato.
E del presente.

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26.11.15

Storie di razzismo in Italia: vorrei un giorno

Storie e Notizie N. 1294

Leggo che in Emilia, Lombardia e altre città al nord sono state poste sagome tricolori di cadaveri e manifesti contro lo ius soli.

Un giorno.
Mi basterebbe un solo giorno.
Un giorno in cui saremo tutti disabili.
No, non diversamente abili, che è un tollerato eufemismo per evocare l’ennesima meraviglia umana.
Disabili, intendo proprio disabili.
Privi di abilità normalmente sprecate.
Svilite quanto sottovalutate.
Tutti ciechi, quindi.
Benché per un solo giorno, tutti incapaci di accusare le carnagioni colpevoli.
Tutti impossibilitati a stracciarsi le vesti innanzi agli abiti ritenuti scandalosi.
E nessuno in grado di approfittare delle vulnerabili forme altrui per coprire ancora una volta l’inconfessata viltà.
Tutti irraggiungibili dalle parole scritte rigorosamente voltando le spalle al cuore. Lontani dalle frasi deliranti disarcionate per ventiquattro ore dal sadico destriero che chiamiamo informazione, che non manca occasione di cavalcare impietoso sui terreni più indifesi.
Tutti sordi, perciò.
E sebbene per un solo giorno, tutti indifferenti alle tempestive urla del parassita di professione, sempre pronto a gettarsi sul mostro che lui stesso ha disegnato.
D’accordo, niente musiche celestiali e melodie naturali.
Silenzio, assoluta assenza di suoni.
Parentesi vuota tra un rumore e l’altro.
In altre parole, un dono straordinario.
Per un giorno.
Tutti paralizzati, allora.
Perfettamente immobili.
Perfetti, fino a prova contraria. Inevitabile dimostrazione che tornerà puntuale per ognuno di noi alla fine del sogno.
Ma per un giorno, nessuno potrà abusare di qualcuno.
E nessuno potrà respingere qualcun altro.
Nessuno potrà scansarsi laddove il giusto dito lo chiamerà a rispondere.
E nessuno potrà addirittura metterci qualcun altro.
Al proprio posto.
Nessuno potrà iniziare nuove guerre.
E tutti dovremo aspettare.
Per ricominciare a combattere.
O smettere di farlo.
Una volta per tutte.
Un giorno, solo un giorno, non chiedo di più.
Per poi svegliarci.
Vedere, sentire, camminare.
E magari volare.
Come avremmo dovuto fare tutti.
Fin dall’inizio...

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Storie di razzismo a scuola: Gli alieni

Storie e Notizie N. 1293


Ohibò.
Questo ho esclamato dopo esser saltata sulla sedia leggendo l’informativa sull’utilizzo dei dati personali di mia figlia e della nostra famiglia da parte della scuola che frequenta.
D’accordo, noi siamo alieni.
Ma questo non ci impedisce di saltare sulla sedia.
Esclamare ohibò.
E dirne due a chi di dovere, ecco.
So cosa pensate.
Ha fatto coming out, erroneamente detto outing.
Ora lo sanno tutti che siamo alieni.
E va bene, lo sanno tutti, che dobbiamo fare?
Nasconderci? Confonderci, forse?
Noi sappiamo quello che siamo.
E’ proprio per questa ragione che sono saltata sulla sedia.
E ho esclamato ohibò.
Pare che nelle varie attività scolastiche – leggo testualmente - possono essere trattati dati sensibili relativi, tra le altre cose, alle origini razziali ed etniche, per favorire l'integrazione degli alunni con cittadinanza non italiana.
Cavolo, ho pensato subito dopo aver esclamato ohibò.
Ed esser saltata sulla sedia.
Anzi, no, prima il salto e poi l’esclamazione.
Vorrei esser precisa.
Perché le parole, oltre a essere importanti, pesano.
A volte feriscono.
E spesso ti fanno cose che scopri solo col tempo.
Ecco perché ho pensato cavolo.
Qui c’è un errore.
Stiamo compiendo un madornale errore.
Se i dati sensibili e trattabili fossero stati relativi alle origini extraterrestri, per favorire l’integrazione degli alunni alieni, l’avrei capito.
Ma cosa sono le origini razziali?
Chi state integrando con chi?
E, per farlo, cosa avete bisogno di sapere?
Oltre al fatto di essere umani?

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25.11.15

Il terrorismo e le vittime del giorno dopo

Storie e Notizie N. 1292

C’erano una volta gli attentati.
Il terrorismo e le stragi.
C’erano una volta gli assassini, o comunque tu preferisca chiamarli.
Per giustificar la paura e l’odio.
Bisogni, interessi e tutto quel che non confideresti neanche a tua madre.
E poi ci sono loro.
Le vedi, non puoi fare a meno di guardarle, le vittime.
Soprattutto quelle che devono necessariamente.
Esser viste.
Finché la notte cali.
Potrà capitare domani, il dì seguente, il successivo e alla fine arriva.
Il maledetto giorno dopo.
Il tempo delle altre.
Le nuove vittime, diverse, quasi invisibili a occhio denudato.
Di tempo e umanità.
Così, a disordinata cascata, ci sono le vittime perché assomigliavano ai cattivi.
E le vittime perché cercavamo i cattivi, ma che vuoi farci, abbiamo trovato loro.
Ci sono le vittime sopravvissute alle vendette del giorno dopo della strage di prima.
Perché no.
Non ci eravamo affatto dimenticati di loro.
Ci sono le vittime della pace donata dalle guerre per riportare la pace dove la guerra ha distrutto la pace di chi la guerra la vedesse solo in tv.
E le vittime della guerra che prima era pace ma ora non puoi più nasconderti.
Perché sì.
Stavolta ci eravamo dimenticati di voi.
Ci sono le vittime anche solo perché si son trovate lì, sulla pubblica piazza, nei pressi del bersaglio globale.
Laddove dovremo schierarci, sfogarci o, al peggio, distrarci.
Da noi altri.
E ci sono le vittime di parole rigettate, rimangiate e vomitate di nuovo sulle carnagioni indifendibili. Di immagini ritoccate con sapiente cattiveria o anche solo scelte a caso.
Infine, ecco a voi le vittime nate tali.
Buone per ogni stagione.
O guerra.
Che come le varie ed eventuali dei programmi scritti in fretta.
Allungano il brodo del sadico tema.
C’erano una volta le stragi.
Gli attentati e il terrorismo.
C’erano una volta gli uccisori, o comunque tu intenda immaginarli.
Per giustificar violenze e abusi.
Egoismi, sopraffazioni e tutto quel che riveleresti solo a un tuo pari.
E poi ci sono loro.
Le vedi, non puoi fare a meno di ricordarle, le vittime.
Soprattutto quelle che devono necessariamente.
Esser rammentate.
Finché il buio arrivi.
Potrà capitare all’alba, quella seguente, la successiva, ma alla fine arriva sempre.
Il giorno dopo.
Dove le vittime, le altre, verranno sacrificate.
Nel silenzio dei più.

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20.11.15

Storie di guerra: Non in mio nome a Roma per Parigi

Storie e Notizie N. 1291

Domani ci sarà una manifestazione a Roma.
Leggo che “l'obiettivo è quello di condannare con forza la recente strage di Parigi, esprimendo il più profondo sentimento di vicinanza al popolo francese”.

Non in mio nome, not in my name.
Se oggi fossi credente, lo penserei.
Forse lo sussurrerei.
Magari lo direi anche.
Di sicuro lo esclamerei se fossi di qualsivoglia fede, innanzi a coloro che usino quest'ultima per diffondere sfiducia, il proprio dio per vederlo azzannare quello altrui, i propri idoli per crocifiggere il presunto avversario.

Not in my name, non in mio nome.
Lo griderei a squarciagola ascoltando quelli che, come avvoltoi con il becco sempre puntato nelle zone più indifese della terra, non mancano di gettarsi a sbranare la temibile fiera disegnata dai signori della notizia.
E mai sazi, son pronti ad azzannare qualunque preda che in qualche modo possa essere tirata in ballo.
Nel piatto.

Non in mio nome, not in my name.
Potrei addirittura inciderlo sulla mia fronte e di tutti coloro che puntualmente vengono assimilati alla tranquillizzante maschera del nemico che stiamo giorno dopo giorno rendendo sempre più grande.
Poi il dì seguente me ne pentirei, perché sarebbe la prova anche del mio cedimento, come se la forza della paura risiedesse tanto nell’ottusità del pavido quanto nella debolezza del perseguitato.

Not in my name, non in mio nome.
Scriverei all’ingresso della mia coscienza, illuminata dal ricordo di ogni singolo tempo della danza chiamata guerra.
La guerra che c’era ma non ti toccava personalmente e quella che ci sarà anche domani, che continuerà a riguardarti, anche se non distingui il vento dell’esplosione dalla solita brezza del mattino.
La guerra che ha portato alla guerra e quella che avrebbe dovuto evitarla.
Le guerre, tutte, che non hanno alcuna fretta. E con ferina calma costruiscono lentamente, nel cuore di chi resta, l’illusoria miccia che mai ripagherà il debito.
La guerra peggiore.
L’abitudine alla guerra.

Non in mio nome, not in my name.
Dovrei pensare, sussurrare e con tutto il fiato a disposizione.
Urlare.
Di fronte all’incalcolabile numero di violenze perpetrate ieri, ora e domani, che ci ostiniamo a confinare nella scatola della vergogna.
Quella dove son scritti i nomi di tutti, tranne il nostro.

Not in my name, non in mio nome.
Sempre e in ogni caso.
Se fossi un essere umano…

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19.11.15

Storie di guerra: Adesso che facciamo?

Storie e Notizie N. 1290

I colpi hanno smesso di tuonare.
Il sangue ha macchiato la via.
E l’ottusa brutalità umana, altro che nera signora, ha mietuto altre vittime.
“Adesso che facciamo?” chiede il bambino.
La madre coglie le parole come un battito d’ali di farfalla agli antipodi, il proverbiale effetto per i terremoti di serie B.
Ogni atomo che compone la donna è violentemente proteso verso il centro esatto del buco nero che ha ingoiato l’amore della sua vita.
Ovvero l’altro.
Beati coloro che possano agevolmente godere del più facile tra i rimedi al dolore.
Assecondarlo del tutto.
Affinché il fiume scorra e si riesca addirittura a immaginare di osservarne un giorno i riflessi da lassù.
Oltre.
Qualunque approdo che sia in qualche modo definibile lontano.
Tuttavia, al netto di una indicibile tragedia, ci sono taluni che non hanno la medesima buona sorte, se così possiamo chiamarla.
E il più assordante dei richiami li incatena alla terra.
L’amore che sopravvive.
Che sopravvivrà.
Solo per te.
“Cosa dici, figlio mio?” domanda la donna senza smettere di fissare il proprio letto divenuto improvvisamente enorme.
“Cosa facciamo adesso, mamma?”
Quest'ultima trova la forza.
La trova dentro.
Niente di soprannaturale.
E' solo che fuori si sono già presi tutto.
Così guarda il bambino e con uno strenuo sforzo riesce a trattenere le giuste lacrime.
La santa collera.
E l’umana amarezza.
“Caro, ti dico ciò che non faremo.
“Non cederemo.
“Non resteremo immobili come defunti in una tomba.
“Non lasceremo che le bombe e i proiettili decidano il nostro futuro.
“Come non gli permetteremo di cancellare il nostro passato.
“Tutti, nessuno escluso, tutti i ricordi che ci legano a tuo padre.
“Per lui, per noi, per te.
“Noi andremo avanti, cammineremo e andremo avanti da vincitori.
“Perché siamo ancora vivi.
“Perché oltre alla vita, la nostra e quella di chi amiamo, non possono toglierci null’altro.
“E, soprattutto, perché non cederemo, mai.”
“All’odio e alla paura.”

2003, Iraq, dialogo tra un bambino e sua madre, una delle tante vedove tra i sopravvissuti ai più di centomila morti tra i civili in seguito alla Seconda Guerra del Golfo (2003-2011)

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Su Parigi, la solidarietà, il senso di colpa e gli ipocriti

Perdonate se apro una parentesi tra una storia e l’altra, non è mia abitudine, ma stamane non ho potuto evitarlo.
So che mi farò qualche nuovo nemico, che forse perderò qualche “mi piace” o iscritto, ma, come sempre, dico ciò che penso.
La commozione e la solidarietà virtuali, le frasi a effetto, gli slogan suggestivi e i profili prontamente addobbati per l’occasione, non hanno a mio modesto parere nulla a che vedere con la sensibilità, l’empatia e l’amore per il prossimo.
Come dicono in Scozia, è una stronzata.
Fino a ieri, i francesi sono sempre stati sulle palle a molti, in Europa, italiani per primi, ma anche inglesi e americani oltreoceano, con il calcio, il vino o la moda a far da banale terreno di confronto.
Altro che paragonabile vicinanza a un parente, come racconta Luca Sofri o il diritto alla leggerezza di cui parla Alessandro Gilioli riguardo al cane Diesel, citando due voci a caso che peraltro stimo.
Sempre a mio umile avviso, costoro come altri dimostrano in questo caso di essere strutturalmente incapaci di distinguere l’altrettanto organica natura approssimativa della narrazione messa in scena quotidianamente da quel baraccone multimediale che chiamiamo mass media.
Forse perché ne fanno parte, volenti o nolenti.
Ci sentiamo maggiormente coinvolti - ovvero mostriamo di esserlo - da una tragedia rispetto a un’altra solo apparentemente più distante, per una ragione molto più semplice.
E forse più amara e cinica.
Perché la prima viene drammatizzata e diffusa in modo straordinario, dissezionata in ogni dettaglio con ogni effetto speciale a disposizione dai megafoni più potenti della terra.
L’aggettivo virale sarebbe riduttivo, in questo caso.
Il marketing, perché di questo stiamo parlando - è impossibile non farlo allorché ci si riferisca a stampa e tv - a prescindere dal contenuto della notizia, è migliore.
Anzi, è il migliore possibile, Chomsky docet.
Utilizzando il cinema come termine di paragone sarebbe come mettere a confronto un film di una major con miliardi di euro di fatturato e una pellicola indipendente, magari auto finanziata.
Non c’è confronto, perché la differenza è nei soldi investiti.
E in quelli che devono rientrare.
Lo spettatore, l’utente, il cliente, non possono fare a meno di venire travolti da tale immane tsunami che invade tutto e tutti.
Questa è la Notizia, ora, rigorosamente con la N maiuscola.
Per dirla sempre alla scozzese, l’altra correlata paradossale stronzata è quella di sostenere che chi denunci la mancanza di coerenza innanzi alle altre quotidiane tragedie nel mondo, lo faccia per farci sentire in colpa.
E’ proprio il contrario.
E’ esattamente il colossale tam tam che dalle vette più opulente dell’informazione mira, più o meno consapevolmente, a metterti innanzi a un illusorio bivio.
Devi prender posizione, affermare di essere dei nostri, dalla parte dei buoni, delle vittime nel lato offeso dello schermo primario, e devi farlo pubblicamente, ora, perché adesso c’è bisogno di te, con tutti gli strumentini sociali che ti abbiamo messo a disposizione.
Altrimenti, chi sei?
La rappresentazione delle cose del mondo, soprattutto quando è costruita dall’alto dei mega mezzi di comunicazione, attraverso titoli, foto e video che farebbero di tutto per catturare la tua attenzione e strappare il tuo prezioso clic, non è fatta per ottenere solidarietà.
Non è stata pensata per migliorare la tua sensibilità o educarti alla pace.
Il solo obiettivo, per dirla ancora alla Gilioli, è che tu risponda presente laddove la chiamata alle armi si levi tonante.
Di fronte alla foto, al video e al titolo.
Ma, soprattutto, davanti allo spot o il banner pubblicitario che frutterà tanti soldini.
Il mio consiglio è quello di misurare la nostra personale inclinazione a essere solidali verso il prossimo o ipocriti, empatici verso le sofferenze altrui o indifferenti, semplicemente umani o disumani, ogni giorno.
Quando quel prossimo lo incontriamo in casa, al lavoro, sui mezzi pubblici o sul marciapiede, nel traffico o in una fila qualsiasi.
Il resto, che sia seduti in poltrona davanti alla tv o connessi al social di turno, è e sarà sempre solo una versione posticcia della realtà.
Umana.


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18.11.15

Allarme bomba oggi a casa del terrorista Calogero

Storie e Notizie N. 1289

C’era una volta una storia particolare.
E, allo stesso tempo, non immaginate quanto sia.
Comune.
Il protagonista si chiamava Calogero, aveva la barba lunga e folta e gli occhi scuri.
Perché così era suo padre.
Calogero aveva la pelle olivastra.
Perché tale era sua madre.
Suo padre.
E perfino suo nonno.
Perché Calogero, sua madre, suo padre.
E addirittura suo nonno.
Erano siciliani.
Calogero era sordomuto, ma questo è solo un particolare.
Il nostro era da poco giunto in un tipico condominio di una comune cittadina abitata da persone normali.
Ovvero, il tutto nella media.
Tranne lui.
Calogero, incredibilmente introverso e asociale, viveva da solo.
E lavorava di notte in una pasticceria.
Ma ne valeva la pena, perché per l’uomo quell’impastare e infarcire per ore e ore, mentre la maggior parte del palazzo dormiva, rappresentava il piatto mancante della bilancia.
Donare dolcezza al prossimo dal tramonto all’alba, per colui che era assolutamente incapace di farlo nel resto del tempo.
Tuttavia, tale personale compensazione dell’anima era solo uno dei tanti segreti che albergano celati al di là di mura troppo spesse per cedere ai facili sospetti.
Già, perché fu proprio a causa di questi ultimi che all’indomani dell’ennesimo attentato di chiara matrice islamica la maggior parte dei vicini puntò immediatamente il dito sul nuovo arrivato.
Calogero, ovvero leggi pure come il musulmano che abita all’ultimo piano.
Così, nei giorni a seguire qualcosa accadde.
Nei confini dei suoi occhi, la sola finestra da dove gli fosse permesso di affacciarsi.
Sguardi diffidenti.
E mosaici di labbra.
Altrettanto circospette.
Espressioni ostili.
E gesti non meno astiosi.
Insieme a un’infinità di impercettibili dettagli.
Trascurabili ai più.
Al contempo, tutto il mondo e anche di più.
Per chi viva solo di impercettibili dettagli.
Non voglio sottintendere che in qualche modo l’equivoco determinò la fine del racconto.
Tuttavia, Calogero non riuscì a dar loro un senso e forse fu un bene.
Forse fu un male, chi può dirlo.
Ciò non toglie che male gli fece.
Arrivò quindi un’altra sera, l’ultima, in cui l’uomo si apprestò a metter su il solito caffè abbondante prima di recarsi al lavoro.
Pochi secondi e un’esplosione rase al suolo una vita e le mura che la nascondevano.
Proteggevano.
Il musulmano si è fatto esplodere, fu la notizia per i vicini di casa che fuggirono urlando in strada, terrorizzati all’idea di essere le nuove prede del mostro in voga come suggerito dai tasti nobili del telecomando.
Calogero è morto per una fuga di gas, la nota a margine per tutti gli altri...

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14.11.15

Storie di guerra: attentato? La solita storia

Storie e Notizie N. 1288

C’era una volta una storia che si ripeterà.
Vedrete, anche stavolta sarà così.
Perché il film è quello, la sceneggiatura è sempre la stessa.
Ecco perché il finale non cambia.
Possono chiamare altri attori, inventare scenografie suggestive e giocare quanto gli aggradi con le parole.
Lo spettacolo offrirà ogni volta il medesimo messaggio.
Di guerra e pace.
Democrazia e terrorismo.
Il narratore dal palco più in alto urlerà a squarciagola, il volume della colonna sonora si farà insopportabile e tu non potrai fare a meno di ascoltare.
Funziona, è prodotto che vende, perché rispetta la prima legge del racconto.
La bugia migliore è quella che mescoli verità a finzione e così è per la buona storia come la cattiva notizia.
E’ vero, la voce non mente, la democrazia è sotto attacco, altrettanto la pace.
Non ci sono complotti celati, non ce ne sono più, oramai, se mai ce ne sono stati.
Le risposte sono lì, basta guardare, avere il tempo di farlo.
La voglia.
La differenza è tutta qui.
I morti sono morti e fanno male, a chi resta, a chi amava e anche a chi ha iniziato a farlo solo ora.
La democrazia e la pace sono in pericolo in ogni istante ma è esattamente nel momento in cui la nube dell’esplosione ricopre del tutto lo schermo grande che devi preoccuparti.
E magari rammentarti che solo ieri in 18 sono morti a Baghdad, Iraq, per un attentato.
Che il 12 novembre il bilancio aggiornato del duplice attacco kamikaze a Beirut è stato di 37 morti e 181 feriti.
E che il 7 novembre in Burundi sono stati uccisi 198 civili e 200.000 sono in fuga.
Che il giorno precedente nella Repubblica Centrafricana ci sono stati centinaia di morti per la guerra civile.
E che il 25 ottobre in Sud Sudan in 80 sono morti dopo 18 giorni di conflitti, tra le vittime 57 bambini.
Che il 24 ottobre in Pakistan un kamikaze ha attaccato una processione sciita e ha provocato almeno 16 morti.
E che solo il giorno prima, in Nigeria, in 50 sono morti per attentati a due moschee.
Che il 23 ottobre, in Afghanistan, è di 23 morti il bilancio del raid americano sull'ospedale di Medici Senza Frontiere.
E, magari, potrai ricordarti pure che il 22 ottobre, in Svezia, un giovane simpatizzante nazista ha ucciso un professore e uno studente.
Che il 17 ottobre, in Libia, è stato abbattuto un elicottero, causando 13 morti.
E che il 16 ottobre in Arabia Saudita in cinque sono morti per un attentato alla moschea.
Laddove poi ti avanzi altro tempo potresti anche rammentare che secondo l'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria ci sono stati 250mila morti dall’inizio della guerra, tra cui 74.000 civili e 41.000 stranieri con 12 milioni sfollati.
Che la guerra in Iraq ha causato più di 15mila morti civili nell’ultimo anno e mezzo.
Che nella guerra tra Israele e Palestina (dati aggiornati al 2011) ci sono stati circa 1500 morti (di cui 142 minori) per la prima e quasi 8000 (di cui circa 1600 minori) per la seconda.
E magari che i migranti morti nel Mediterraneo, in fuga da guerre e povertà, nel 2015 sono stati circa 3000 e che solo a settembre sono 1.075 i corpi di migranti recuperati lungo le coste italiane.
C’era una volta una storia che si ripeterà.
Stai a guardare, poiché il film è quello, la trama è sempre uguale.
Ecco perché il finale ritorna.
Possono assumere nuove comparse, aggiungere effetti speciali e giocare a piacimento con i titoli.
Il quadro mostrerà ogni volta lo stesso disegno.
Di pace e guerra.
Terrorismo e democrazia.
Il leader col maggior numero di followers griderà a perdifiato, il frastuono della folla urlante si farà ineludibile e tu non potrai fare a meno di ascoltare.
Funziona, è merce virale, perché ha già funzionato.
Qualche giorno di prime pagine e serate in tv, dichiarazioni ad hoc, polemiche più o meno spontanee, altre leggi restrittive e nuove azioni di forza, opportuni fendenti al vulnerabile nemico buonista.
E quando tutto è tornato normale.
Torniamo a tavola, a parlar di gossip, calcio e reality show.

Mappa dei conflitti in corso nel mondo aggiornata al 4 Novembre 2015 - Foto da www.guerrenelmondo.it

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13.11.15

Storie di bambini: piccoli e mostri

Storie e Notizie N. 1287

In Germania la polizia ha rinvenuto i corpi senza vita di sette neonati in una casa a Wallenfels. La madre non è stata ancora trovata ed è ricercata…

Di piccoli.
Di sette piccoli.
I magnifici, potenzialmente.
I samurai, hai visto mai.
E i nani, tra un libro illustrato e un film in 3D.
Comunque vite.
Brevi, indubbio.
Ma chi l’ha detto che un racconto debba durare cent’anni per esser letto?
Vissuto.
Narrato nelle gelide notti dell’inverno in arrivo per far paura ai piccoli.
Già, ai piccoli.
Che, spesso, di mostri ne sanno più dei grandi.
Di mostri.
Di un mostro.
Normale, potenzialmente.
Inquietante, hai visto ora.
E insospettabile, tra una pubblicità progresso e una fiction da prima serata.
Comunque vita.
Umana, sicuro.
Ma chi l’ha detto che una persona debba avere artigli e denti aguzzi per azzannare?
Divorare.
E angosciare nelle colte tavole rotonde per far paura ai grandi.
Già, i grandi.
Che spesso di mostri ne sanno più dei piccoli.
Ma fan finta che siano tutte solo favole.
Dove l’eroe è sempre uguale a se stesso, impavida figura dai capelli d’oro e gli occhi cristallini.
Bianco d’abito, al meglio azzurro.
Purché sia principe capace di affrontare l’orco.
Leggi pure come il nero obbrobrio che dall’oscurità emerge per rubar futuri e terre.
Storie e culti.
Vita.
Poi capita che la narrazione scivoli via dalle mani, si frantumi il monitor e l’ennesimo refuso di realtà invada la quiete.
Di anestetici morali e illusioni di stato.
E li vedi.
I piccoli, da soli.
A combattere con l’unico vero mostro.
Uno di noi…

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12.11.15

Storie sui diritti umani nel mondo: Regala diamante blu alla figlia

Storie e Notizie N. 1286

Il diamante "Luna Blu" è stato acquistato da un collezionista di Hong Kong, il miliardario Joseph Lau, per 48,5 milioni di dollari, uno dei gioielli più costosi della storia, per regalarlo alla figlia.
La pietra proviene da una miniera del Sud Africa

Cara ragazza, ringrazia papà per il prezioso blu.
Ti prego, fallo, rendi merito al genitore generoso.
Non conta il valore del dono, come neppure il banale pensiero.
Conta il gesto.
Non quello di donare e basta.
La vera magia è nel movimento della mano che ti porge il presente, quello inesistente del capo, da cui lo sguardo concentrato su di te, l’anima protesa sulla tua, la sola e unica ragione di tale affetto.

Ringrazialo, come io stesso ho fatto ieri sera.
Malgrado l’oggi e nonostante il domani.
Perché l’acqua che mi ha portato alla fine della giornata era tutto quel che desiderassi.
Tutta quella che avrebbe dovuto bere lui.
E anche di più.

Ringrazia il cielo o chi per lui dell’occasione.
Di ricevere regali dalla vita.
E da chi ti ha donato anche quest’ultima.
Tua madre, sì, lei, che se un gioiello inestimabile vale la figlia, chissà quale valutazione avrà dato il padre alla compagna.
Senza dare al tutto eccessiva importanza, però.
Perché se poi potessimo davvero misurare il peso delle creature che amiamo nella meraviglia dei vari attestati di affezione, come potremmo noi altri dimostrare di amare altrettanto?

Ringrazia quindi il genitore per ogni istante di silenzio.
Di scatole disadorne e confezioni vuote come il ventre delle mie sorelle.
Le quali in casa aspettano quel poco.
Che mio padre ed io ruberemo.
Un giorno, un’altra ora, un attimo in più.
Per poter ambire al minimo.
Tra un affannato respiro e una folle speranza.

Soprattutto.
Ringrazia coloro che per il tuo dono sacrificano pezzi di sogni che non si realizzeranno mai.
Ma questo non vuol dire che non si sogni lo stesso.
Quelli che per il tuo luccicar d’occhi innanzi al monile perfetto bruciano via, anche adesso, le proprie speranze.
Non meno perfette.
Ma questo non vuol dire che si avvereranno.

Ringrazia me…



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