27.1.17

Giorno della memoria spiegato ai bambini

Storie e Notizie N. 1428

Cos’è il Giorno della memoria, dite?
Te lo dico subito, piccolo.

Vedrai che sarà facile, piccola.
E' molto più semplice di quel che sembra.
Prima di tutto, sapete cos’è la memoria?
Sì, lo so che è così, la conoscete anche meglio di me, immagino, ma io ve la spiego lo stesso.
Male non potrà farmi, credo.
Tutt’altro.
Allora, la memoria è come una scatola, una scatola

grande ed elastica, che può crescere a dismisura.
Quanto?
Eh, dipende da voi, anzi, da noi.
Da quante cose ci mettiamo dentro.
Quali cose?
Be’, quelle che un po’ tutti riteniamo importanti, che ci hanno fatto provare forti emozioni e pensare forti pensieri, per esempio.
Cosa sono i forti pensieri? Sono quelli che una volta che ti entrano in testa, sono così ingombranti e assordanti che con grande difficoltà riesci a liberartene, ma siccome ci tieni e non vuoi dimenticarli del tutto…
li mettiamo nella scatola, bravi.
Ma torniamo al punto.
Cos’è il giorno della memoria?
Il tempo passa, i giorni si susseguono, così i mesi e gli anni, tu guardi il calendario, vedi quella data e dici: “Cavolo, ma questo giorno non mi è nuovo…”
Così apri la scatola, quella della memoria, e ti ricordi tutto come se fosse oggi.
Quindi, in poche parole, il giorno della memoria è quello in cui, grazie a quest'ultima, dedichiamo il nostro tempo alle emozioni e i pensieri forti di quel giorno passato, affinché ci siano di insegnamento e monito, ecco.
Cosa dici, piccolo? Come hai detto, piccola?
Cosa succede alle emozioni e i pensieri forti di oggi?
Che domande… li mettiamo nella scatola, e poi, nel futuro, ci sarà un giorno della memoria anche per loro, cribbio.
Ogni cosa a suo tempo, caspita.
Perché quelle facce, adesso? Cos’è che non vi convince?
Ah…
In effetti…
Ecco.. in un certo senso…
In un certo senso, il vostro ragionamento non fa una grinza.
Se qui e ora prestassimo la giusta attenzione alle emozioni e i pensieri forti dai quali oggi dipende la vita di miliardi di persone...
Forse, domani, non avremo bisogno.
Di altri giorni della memoria…


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26.1.17

Tortura Trump funziona

Storie e Notizie N. 1427

Il neo presidente degli Stati Uniti ha effettuato la prima intervista in TV. Nell’occasione ha dichiarato che la tortura funziona e che occorre rispondere al fuoco col fuoco

C’era una volta un gioco.
Uno di quei giochi di ruolo, che vanno tanto di moda, oggigiorno.

Ha sempre avuto tanti nomi, a differenza del luogo o l’epoca in cui occupa il tavolo e, come per ogni gioco, c’è chi si diverte, chi resta a guardare e chi non si diverte affatto.
E’ un gioco di ruolo, questo l’ho detto, ma non ho aggiunto che trattasi di passatempo con le carte.
Be’, più che passarlo, in realtà il tempo lo ruba, e talvolta riesce pure a cancellarlo e allora tocca ai giocatori del turno seguente il difficile compito di recuperare.
Il tempo andato.
La carta principale ha anch’essa varie denominazioni, ma oggi puoi chiamarla Trump, ovvero una specie di jolly.
Poi ci sono le carte vittime, le carte complici, le carte resistenti e le carte passive.
Il numero di giocatori è illimitato e non è che sia una buona cosa, perché il prodotto va e non è che sia un hobby così educativo, diciamolo.
C’è di meglio, insomma, ma quest’è, come si dice, giocare o lasciare.
Tornando al contenuto della confezione, oltre alle carte c’è il consueto tabellone. Fa solo da sfondo, sai? Vi è ritratto il mondo, tutti i continenti, con le città e i fiumi, i mari e le montagne, come a ricordarti dove ti trovi.
E per (con) cosa stai giocando.
Inoltre, c’è anche una sorta di freccia girevole, che a ogni turno può puntare un giocatore differente.
Il procedimento è semplice: si prende il mazzo, si mescola, si spacca e si danno le carte.
Come ho detto, quella più importante è la carta Trump. Se ti dovesse capitare, il tuo ruolo sarà quello di comandare il gioco ed è facile, credimi, anche un bambino potrebbe. Un pargolo particolare, certo, ma non sottilizziamo, cribbio.
Prima di tutto hai il compito di far ruotare la freccia, con le seguenti possibilità.
Allorché punti una carta complice, puoi far
e al giocatore promesse  che rigorosamente non sarai in grado di mantenere, raccontandogli le balle che desideri.
In cambio guadagnerai punti potere.
Nessuno sa cosa guadagni l’altro, figuriamoci quest’ultimo.
Laddove la freccia indichi una carta resistente, puoi togliere all’avversario, l’unico davvero tale, i cosiddetti punti libertà.
Molti dicono di ignorare cosa effettivamente perda l’altro, ma quest’ultimo lo sa eccome.
Nel caso, poi, che la freccia punti una carta passiva, puoi privare il giocatore corrispondente sia di punti potere che punti libertà, indifferentemente.
Tutti sanno cosa perda costui, tranne quest’ultimo.
Infine, allorché la freccia miri a una carta vittima, puoi disporre del proprietario della stessa come ti aggrada.
Lo puoi insultare e deridere, umiliare e anche cacciare dal gioco, farlo rientrare un attimo dopo, ma solo per riprendere a dileggiarlo nuovamente con maggior disprezzo.
Adesso mi rendo conto che una domanda starà risuonando nella tua cervice.
Chi vince a questo gioco?
Quasi nessuno, scusa.
Sai, questo gioco è come una sorta di tortura, dove perdono tutti tranne uno e funziona.
Maledettamente è in funzione anche ora, non smette mai.
Ecco perché tali orrendi giochi, come tutte le disumane pratiche di questa nostra sciagurata specie, vanno fermati assolutamente, spenti all’istante senza se, ma e pure forse.
Come fa l’acqua col fuoco…
 

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25.1.17

Storie di immigrati in Italia: Morte di un profugo suicida

Storie e Notizie N. 1426

Pateh Sabally, 22enne originario del Gambia, si è suicidato annegando in Canal Grande a Venezia, dicono i giornali.
Dicono pure che secondo la legge nessuno era obbligato a tuffarsi.
Che quattro salvagenti è il prezzo da pagare.
Per lo spettacolo


Guardalo questo film, anche se l’hai già visto, lo so.
L’abbiamo tutti già visto e siamo di nuovo qui.

Sarà forse che non l’abbiamo capito.
Magari sarebbe andata meglio con i sottotitoli in lingua.
Che colpisce dove il cuore non duole, poiché ormai non batte più.
Proprio così, questa è una storia di morte che sopravvive a se stessa.
Perché, come in una sorta di girone infernale costruito in uno studio televisivo a forma di stivale, c’è qualcuno che ha un disperato bisogno di raccontarla.
E una perversa abitudine ad ascoltarla.
A orecchie e memoria serrate.
Guarda la scena, malgrado sia vecchia, ma sempre di moda.
C’è il mare, nostrum per eccellenza, stavolta.
C’è la nave, i viaggiatori e lui.
Quello che muore alla fine e all’inizio, durante.
E anche prima, nelle riprese.
Forse non è mai stato vivo, sì, dev’esser così.
Altrimenti, come fai a dormire la notte?
Più di ogni altra cosa ci sono loro, gli spettatori, quelli che guardano e commentano, che condividono e scherniscono, che manipolano e che vendono, che comprano e ricomprano, masticano e vomitano tutto, per riprendere dall’inizio il giorno seguente.
Ma scusa, siamo già al momento clou.
Dissolvenza, luce e il capro espiatorio di questa maledetta farsa è ancora una volta lì.
Nel mezzo dell’inquadratura, in acqua, dove gli abiti si fanno troppo pesanti.
Mai come i vuoti non colmati, di speranza nel domani e fiducia nel prossimo.
E quando quel che manca soverchia con prepotenza il resto, capita di lasciarsi andare.
Se solo ci fosse qualcuno, in quell’attimo, dove la perfezione di un gesto come un tuffo nella vita dell’altro, spinto da roba ormai anacronistica come coraggio o semplice affezione per il respiro altrui, rovinerebbe la solita narrazione, questo è certo.
Ma a quel punto, potremmo finalmente uscire da quell’orribile sala.
Che proietta incubi troppo reali per sentirli davvero nostri.
Guarda questa storia, ripensaci più avanti, se ti va.
Ricorda i personaggi, tutti, nessuno si senta altro, ripensa all’uomo che uccide il futuro sotto gli occhi dei fortunati turisti del viaggio chiamato vita e coloro che assistono al dramma dalla comoda differita.
Credimi, puoi cambiare la tua parte, se lo vuoi.
Io sono con te.
Se ti va possiamo ancora stracciare maschere e costumi.
Fare in pezzi questo fasullo teatro di posa.
E magari fare qualcos’altro, domani.


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20.1.17

Di valanghe e superstiti consapevoli o meno

Storie e Notizie N. 1425

Otto persone, tra cui due bambini, sono state tratte in salvo nell’hotel seppellito da una valanga lo scorso mercoledì.
"Trovare questa gente ci fa sperare ulteriormente in altri superstiti", ha dichiarato una dipendente della Protezione Civile.
Superstiti…


Li guardiamo con affetto e comprensione.
Siamo in pena per loro ma al contempo gioiamo per

il loro respiro, l’abbraccio con i salvatori, il ritorno a casa, tra noi.
Che siamo da qualche parte e guardiamo e leggiamo di loro.
Di quelli che non ce l’hanno fatta e contiamo.
Quelli rimasti indietro, il peso del dolore, del vuoto riempito dalla valanga, sì.
Ma sull’altro piatto del destino ecco che arrivano loro.
I sopravvissuti.
Quelli che sanno, quelli che davvero hanno visto, quelli che c’erano, altro che chiacchiere.
Quelli che dovremmo ascoltare per primi e per ultimi.
I fortunati, malgrado tutto.
Vogliamo parlar di fortuna, allora?
Davvero?
Allora, di sicuro con molta meno ragion di parola, l’elenco dei nati con la camicia, addirittura già stirata e ben inamidata, è molto più esteso.
Quelli che avrebbero potuto essere lì, quel giorno maledetto, nell’ora sbagliata.
E quelli che avrebbero potuto venire cancellati dal film vivente in tutt’altro luogo, se solo la sceneggiatura avesse previsto altri sacrifici di regia.
Altre valanghe, senza polemiche, prive di strumentalizzazioni.
Perché il senso del discorso lo sappiamo tutti, qual è.
Per ogni sciagura naturale, c’è sempre qualcuno che avrebbe potuto far qualcosa.
Dopo, durante, al meglio prima.
Ebbene, vale anche il viceversa.
Per qualcuno tra noi, ovvero chiunque, esiste un castigo delle imprevedibili cose del mondo pronto a colpire.
Magari è già successo, magari qualcuno ci ha salvato a nostra insaputa, magari sta accadendo anche ora.
Magari scomparendo sotto una valanga per permettere a noi altri di essere il prospero spettatore sul versante sicuro della montagna.
Allora, se hai tempo, prova a guardare il resto del mondo da là sotto, dove il cielo è un ricordo e l’aria e i sogni che hai trattenuto nel petto sono tutto quel che hai.
Contali ora, i superstiti.
Osservarli adesso, tutti quelli che sanno cosa vuol dire vivere dove altri hanno perso.
E conta pure coloro che tra ottuso orgoglio e vanterie da bar hanno dimenticato.
Di aver avuto finora.
Solo un’immensa fortuna…


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19.1.17

Storie sui diritti umani: Lasciatemi morire

Storie e Notizie N. 1424

Fabiano Antoniani, in arte Dj Fabo, in seguito a un grave incidente stradale è rimasto cieco e tetraplegico.
A 39 anni, malgrado molte cure, ha deciso di concludere qui il suo viaggio.
“Signor presidente della Repubblica, mi chiamo Fabo e vorrei essere libero di morire”. Con queste parole – qui il video – insieme alla fidanzata ha chiesto a Mattarella di esortare il mondo della politica a prendere una decisione riguardo alla cosiddetta legge di fine vita.
Chi mi conosce meglio sa che ho un rapporto con la morte basato sul panico assoluto, ma qui non si sta parlando del sottoscritto, di noi, voi tutti e di te che leggi.
Qui siamo nell’inviolabile regno dei diritti di uno e solo uno…


Lasciatemi morire.
Sono due parole.
Sono molte cose, in effetti.

E’ l’inizio di una storia, questa, può esser la conclusione di un’esistenza con esito triste, è probabile, ma dignitosa, amata da chi ancora ama e mai smetterà, più che mai accettata dalle uniche persone con diritto di precedenza.
Al contrario, è simile ad altre evenienze, private di dignità, odiose e inaccettabili.
E’ come se scrivessi un romanzo, mio, bello o brutto che sia, l’unico che avessi da raccontare e qualcun altro si appropriasse del privilegio di decidere l’ultima battuta.
Ed è anche come se finalmente arrivasse il giorno della nascita di nuova vita, tra me e chi mi accompagna, è qualcun altro oltre a noi ne scrivesse il nome.
E’ come se, dopo infinita prigionia in un corpo imbarazzato e timoroso di ogni movimento coerente, riuscissi con inimitabile coraggio a scendere in pista e a danzare e qualcun altro pretendesse non solo di scegliere la musica ma addirittura con quali passi librarmi.
Ed è perfino come se, superando altrettanta fragilità di cuore e nervi, trovassi inaspettatamente l’ardire di dichiarare i miei sentimenti all’anima adorata e qualcun altro si impadronisse della mia voce e in mia vece dicesse ti amo.
E’ come se, dopo una lite furibonda con l’amicizia di sempre, quella che non è mai stata più la stessa, ma sai che non ne avrai un’altra così, trovassi per buona sorte l’occasione di stringere di nuovo quella mano, al meglio abbracciarsi, e qualcun altro mi imponesse cosa dire e con quanta emozione nel petto.
Ed è pure come se l’ultima parentesi felice prima di un’esistenza falciata da un destino fin troppo severo potesse essere trafugata, riscritta e colorata.
Da qualcun altro che non sia io.
E’ come se, dopo che il mio passato e il mio presente fossero resi rarefatti da una memoria sofferente, qualcuno che non sia il fato osasse reclamare come proprio tutto il resto.
Leggi pure come il più inestimabile tra i capitoli mai scritti.
In breve, il mio futuro.
Lasciatemi morire.
Sono due parole, sono tante cose, d’altra parte.
Simili ad altre non così diverse come pensi.
Come lasciatemi vivere.
La mia fine…


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13.1.17

Neve a Roma 2017

Storie e Notizie N. 1422

Signore e signori,
ecco a voi la neve, gelido dono del cielo.
Meramente quest’ultimo, per chi ci vede tutto e chi si accontenta di riempire l’occhio e il cuore con le naturali divinità.
No, non sta nevicando, adesso. Non ancora, perlomeno. Nessuna notizia in anteprima, a catturar clic e a lasciare indietro irritazione e delusione.
E’ solo una storia di attesa e timore.
Già, è un classico tra i più trepidanti preludi.
La neve è anche questo.
Un sogno da stringere tra le mani e con cui dar vita ad altri sogni di bianco colorati.
Al contempo, al peggio, la morte nel sonno per i senza tutto.
Se ci pensi, trattasi di paradosso banale e tra i più comuni.
Ciò che è paradiso per alcuni, probabilmente pochi, è l’inverso per tutti gli altri. Le due metà di un mondo sbagliato, ma solo se lo guardi dal lato giusto.
E se provi a mettere le cose a posto, ecco che ti ritrovi a marciare nella direzione errata.
No, non è facile.
Non è affatto evento plausibile che nevichi dove ciò accade di rado.
Così come l’arrivo della pioggia nelle terre bruciate dalla rassegnazione dei nati morenti e il ladrocinio dei furfanti travestiti da nazioni libere.
Tuttavia, anche questa è cosa risaputa. Gettando occhi tra i più piccoli troverai chi non si arrende e aspetta il miracolo terreno.
E allora, se neve dev’essere, che le lacrime del mondo si facciano soffici e pesanti come sovente accade, ma che siano identiche per tutti.
A coprire e congelar tutto, senza discriminare.
Mia candida regina, avvolgi gli occhi di chi vede solo quel che vuol vedere.
Ed è sempre qualcosa da odiare.
Paralizza le mani che stanno per colpire un attimo prima dell’imperdonabile gesto.
E fai lo stesso con l’incomprensibile disumanità che ha spinto a tanto.
Copri anche me, già che ci sei.
E aiutami a raggelare tristezze senza fine, affinché possa disfarmene da esse non visto.
Congela il cittadino e colui che forse non lo sarà mai, adesso, nello stesso quadro.
E con la tua fodera perfetta concilia loro il sonno in questa notte.
Hai visto mai che porti davvero consiglio.
Ricopri le anime indifese alla mercé di questo tempo, nascondile dove nessuno potrà trovarle e, con un pizzico di rivalsa, fai rabbrividire una volta per tutte chi nutre pancia e budella vendendo paure.
Per un istante rendici tutti uguali, tutti bianchi, ma davvero tali, che tranne i fantasmi e i lenzuoli che li adornano, nessuno lo è mai stato davvero.
E mentre siam così, confusi insieme in una gigantesca sfera di panna, mostraci quel variopinto mondo che ignoriamo.
Sotto, dentro.
Ti prego, sogno, dura quanto occorre.
Storia, vivi sino alla fine degna.
E tu, mia dolce neve, sì solo te stessa.
Perché quando ti scioglierai e scomparirai, come ogni volta che un racconto arriva al termine, alcuni se ne andranno con te.
Ma altri, forse pochi, ogni volta che ricorderanno questo folle giorno.
Proveranno calore e nostalgia per ciò che è stato.
E ciò che potrebbe ancora essere…


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11.1.17

Da Obama a Trump cosa si può fare ancora

Storie e Notizie N. 1421

Sulle cime del regno dal complicato potere e con armi innominabili, di mezzi senza limiti e luci accecanti, ma soprattutto ombre, un sovrano succede all’altro.
Obama lascia quel che Trump prende.
Sì può fare, esclamò all’inizio il primo, alla stregua del dottor Frankenstein nella parodia del compianto Gene Wilder. E l’abbiamo fatto, recita il suo commiato.
Cosa farà il secondo, è tutto ancora da vedere.
Ciò malgrado, quando i re si scambiano il posto, le reazioni più sorprendenti le puoi osservare tra le vite dei più inaspettati sudditi…

“Tanto è tutto inutile, papà”, fa la formica piccola, precisazione ridondante, ma utile alla bisogna.
“Ma di cosa blateri?” fa la formica grande, sorta di ossimoro fuorviante, laddove si pecchi di

un’eccessiva pignoleria sulle dimensioni.
“Di queste foglie, con le quali insistiamo nel riempire la stanza delle provviste. E non ricominciare con quella roba della cicala, che ne ho piene le antenne…”
“Figlio, il tempo passa, le api impollinano, gli stercorari puzzano, le libellule libellano, ma io continuo a non capirti…”
Libellano? Figurati io… a ogni modo, tu non mi capisci perché non segui le notizie, non navighi.”
“Ecco, adesso ci risiamo”, sbuffa il babbo. “Mi mancava un’altra delle tue idee strampalate. La settimana scorsa, dopo aver visto quel film di super eroi, ti sei messo alla disperata ricerca di una qualche fonte radioattiva, per… come hai detto? Ah, mutare, sì, mutare. Ora vuoi navigare? E cosa fai, muti in un motoscafo?”
“Papà, se un tizio diventa uomo formica, io potrei trasformarmi in una formica uomo, te li figuri i vantaggi? Hai voglia a portare foglie sotto forma di bipede presuntuoso. Comunque, non intendevo navigare in quel senso. Stavo parlando del web, cioè della rete…”
“Figlio, quante volte te lo devo ripetere di non parlare di lui?”
“Ma non sto parlando del ragn…”
“Figlio, noi non pronunciamo il suo nome!”
“D’accordo, ma non mi riferisco a Tu sai chi cuce le trappole…”
E con esse ti inchiappetta, dilla tutta.”
“Facciamo che l’ho detta, ma comunque non mi riferisco a lui quando parlo di rete, bensì di internet.”
“Diavoleria umana? Peggio mi sento.”
“Ma no, papà, lì si trovano un sacco di cose e se ne capiscono altrettante. Dobbiamo essere informati su quel che accade sopra le nostre teste, per porvi rimedio prima che sia troppo tardi.”
“E cosa sarebbe accaduto, di grazia?”
“Cosa sarebbe accaduto? Ma papà… gli umani della colonia più potente al mondo hanno eletto un nuovo re.”
“E allora?”
“Allora? Padre, quest’ultimo è una creatura pericolosa.”
“Che ci importa a noi? Mica siamo umani.”
“E cosa c’entra? Credi forse che se i bipedi incoscienti ci portassero alla glaciazione anticipata non schiatteremmo pure noi altre?”
“Se è per questo, schiattiamo pure se finiamo le provviste, quindi risparmia il fiato e sbrighiamoci a tornare al formicaio, che la giornata è ancora lunga.
“Ma papà, tu non capisci…”
“No, sei tu a non capire, figlio.”
“Cosa?”
“Che come le nostre regine, i re umani cambiano, lo hanno sempre fatto e accadrà ancora. Una volta ci sarà quello buono, un’altra quello cattivo, quindi quello corrotto e poi quello debole, quello guerrafondaio e quello mafioso, quindi quello sadico e sì, anche quello pericoloso.”
“Che vuoi dire con questo? Che noi altri siamo solo delle formichine e dobbiamo assistere impotenti alle trame dei bipedi megalomani?”
“Nulla di tutto questo. Non stiamo affatto assistendo impotenti ad alcunché. Per la precisione, ci stiamo procurando il cibo per sopravvivere.”
“Allora è questo il nostro unico scopo? Sopravvivere?”
“Figlio, per molti di noi, questa è la sola vita possibile. Ma in ciascun istante che ci attende una cosa la possiamo fare.”
“Quale?”
“Possiamo fare tutto, ogni giorno, meglio di quello precedente, affinché i re passino una volta per tutte, e la terra ritorni nelle mani di chi al riparo di quest’ultima lotta e resiste.”


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