30.4.15

Bambino autistico cacciato a Roma: il senso del disturbo

Storie e Notizie N. 1220 

Capita che a Roma una madre di Ravenna si sia sentita consigliare di andarsene da un Bed and Breakfast a causa del figlio, un bimbo autistico.
Perché avrebbe potuto disturbare…

C’era una volta un popolo.
Un popolo unito.
Ben stretto nel bel mezzo del mondo.
Al sicuro, al riparo.
Possibilmente lontano.
Dal pericolo.
Reale o narrato che fosse, perché laddove la storia e la notizia si salutino lungo la via, vuol dire che i confini tra la seppur ingenua invenzione e l’asperità della nuda terra divengono ambigui.
Confusi e rarefatti.
Ottenendo il più paradossale degli esiti.
Affascinare gli ebbri di narrazioni incaute e al contempo rafforzare le convinzioni del popolo in oggetto.
Nessuno sa bene quando tutto iniziò.
L’istante esatto in cui l’intruso osò frantumare le evanescenti uova nel paniere di ottuse angosce disegnato.
Ciò che conta è che la storia mutò.
Una ragazza dall’ugola sregolata urlò macchiando il silente vivere del popolo al riparo.
Allora quest’ultimo reagì per pura coerenza.
O anche l’opposto, non v’è differenza.
Si restrinse.
Quanto bastò a cancellare perfino l’eco della sgradita melodia.
Un vecchio posseduto da un demone di quelli buoni, che a sua volta era stato posseduto da un’anziana ballerina di flamenco a cui era stato proibito di ballare fino ai novant’anni, che a sua volta ancora aveva venduto l’anima ad un angelo distratto da un’insopprimibile curiosità, si era azzardato ad avvicinare i polpastrelli delle dita alla pelle del popolo.
Sino a compiere l’inaccettabile peccato.
Leggi pure come la scandalosa pratica degli umani pervicaci nel rimaner tali.
In breve, toccare.
Di tutta risposta il popolo si mosse secondo copione.
Si restrinse ulteriormente.
Fino a rendere l’insano incontro di epidermidi sconosciute solo un ricordo.
Brutto, indubbiamente brutto.
La notte sembrava esser trascorsa, allorché il terzo incomodo apparve.
Una bambina.
Guardandola, anche voi avreste commentato al medesimo modo: “ Toh, guarda: una bambina…”
Grave errore innanzi ad una lordatrice professionista, per quanto imberbe.
La piccola era armata di tutto punto.
Sugo di pomodoro e sterco di criceto, muco di pecora senza lana, per cui alquanto raffreddata, e sputo di mucca che si finga pazza, ma questo non vuol dire che la saliva sia profumata, ecco.
Tutto questo e molto altro venne gettato dalla bimba ovunque la vittima esponesse il glabro fianco.
Ebbene, anche stavolta il popolo non si smentì.
Si restrinse di nuovo.
Quel tanto sufficiente per divenire irraggiungibile dai lanci della terribile nemica.
Nondimeno, fu solo l’inizio.
Ragazza, vecchio e bambina.
Uno, due e tre…
E altri giunsero, non meno capaci di incidere la parola proibita nel racconto vivente del popolo nel mezzo del mondo.
Disturbo.
Il popolo replicò ogni volta nell’unico modo che conoscesse.
E a forza di restringersi ottenne il solo risultato al termine di siffatta via.
Scomparì.
Si cancellò da sé dalla terra.
Non prima di aver compreso che, il più delle volte, il senso del disturbo del prossimo non è altro che la prova.
Che siamo ancora vivi…

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29.4.15

Terremoto Nepal 2015 82 ore per resistere e salvare

Storie e Notizie N. 1219  

Rishi Khanal, 27 anni, è salvo.
Il giovane è rimasto 82 ore sotto le macerie di un albergo di Kathmandu, a causa del terremoto che di recente ha colpito il Nepal.
E’ salvo perché ha resistito.
E perché qualcuno è andato a salvarlo.
Ecco, la storia è tutta lì.
In mezzo…

C’erano una volta i terremotati.
No, non saltate subito alle logiche conclusioni.
Immaginate.
Immaginate con me le vite travolte e sotterrate da più o meno rumorose scosse.
Scegliete voi la scala preferita.
Che i sismologi dell’umano destino definiscano pure la gravità del sisma.
Il risultato non cambia e il quadro rimane intatto, ahi loro.
Respiri accennati e cuori in ritardo, dietro l’ultima curva alle spalle, ma ancora in corsa.
Ancora decisi a superarla, quella benedetta svolta.
Salite con me a cavallo della semplice metafora e osservateli da dove di solito guardi l’occhio che vive.
Giammai sopravvive.
Non si vede nulla, vero?
Polvere, confuse nubi di polvere.
E qualora si diradassero, altrettanto niente, giusto?
La solita grigia e indifferente coperta, tappeto di rovine e resti del comunque condannato gracile mondo.
Nessun suono, giusto?
Neppure la vibrazione di uno smartphone, per quanto modesto.
Indiscutibile evidenza del vuoto.
Là sotto.
Ma si era detto di immaginare, no?
E allora chiudiamo gli occhi e fidiamoci delle storie.
Inventate dall’illuso di turno come citate senza enfasi nel tg di mezzodì.
Uomo salvato dalle macerie dopo 82 ore.
Ottantadue ore.
Mettiamo che sia effettivamente questa la somma della fiducia dell’uno verso l’umanità dell’altro.
Un’ora per sperare che ci sia davvero qualcuno lassù.
Con le palpebre abbassate e le mani in una storia.
Altre tre ore per valutare le conseguenze.
Di un addio alle vite adorate che, volenti e nolenti, continueranno il viaggio.
Come alle esistenze che abbiano in comune almeno l’appartenere alla medesima specie.
Sei ore per sforzarsi di dormire e sognare che sia tutto solo un sogno.
Altrettante per sforzarsi di svegliarsi e convincersi che sia tutto solo un incubo.
Il cui protagonista non sia tu.
Ventidue ore che si scontreranno senza pietà, come nella finale dove il pareggio sia escluso, per le squadre chiamate futuro e morte.
Con il pubblico sugli spalti ignaro di essere anche l’arbitro.
Cinquanta ore, interminabili, ma inevitabili per arrivare con il cuore ancora caldo alle dorate nozze tra la vita che volevi e quella che ti resta.
Con i testimoni della fortunata unione che inizino davvero a comprenderne la responsabilità.
Di aver visto o anche solo immaginato di farlo.
Perché una volta che tu abbia creduto ad una storia.
Potrai solo continuare a farlo, ovvero patirne la mancanza.
Quel che conta è che l’altro sia salvo.
Perché ha resistito.
E perché qualcuno è andato a salvarlo.
Ecco, la storia è tutta qui.




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24.4.15

Storie di immigrati in Italia: i Vendicatori dei migranti

Storie e Notizie N. 1218 

C’erano una volta i supereroi.
Ma non quelli dei fumetti.
E poi del cinema.
Perché diciamolo, prima erano fumetti.
Poi cinema.
Ricordare fa sempre bene, laddove si narri di eroi e grandi imprese.
Di sfide all’ultimo sangue.
Tra buoni e cattivi.
I supereroi di cui vi parlerò sono diversi.
Perché sono veri.
Sul serio, esistono, io li conosco, li ho visti.
Ci ho parlato.
Li ho ascoltati.
E solo che ancora non lo sanno.
Si chiamano i Vendicatori, già, proprio come quelli del film.
Hanno i poteri, anche loro, senza scherzi.
C’è Tor, senza l’acca, che sta per Torquato, ma tanto quando lo chiami non vedi la differenza.
E’ un alieno, un vero alieno, il muratore.
Perché solo un alieno sarebbe capace di rimanere indenne di fronte alla quantità industriale di odio sotto forma di informazione che viene raccontata ogni giorno.
E’ un alieno con un martello instancabile.
Un’arma meravigliosa, capace di trasformare il vuoto e le mura che lo rinchiudono in case e vita, andata e ritorno tra un mondo e l’altro, la via verso l’alto e quella per riabbracciare la terra.
C’è Susi, ovvero Susanna, la donna invisibile per tutti tranne che le altrettante ombre sedute al banco che si nutrono delle parole della maestra come la sabbia fa con l’acqua.
Voracemente.
Spettacolo solo apparentemente incorporeo, che diviene d’improvviso popolare laddove un soffitto crolli e tenti invano di cancellarlo.
Perché, in quanto tale, la scuola deve sempre andare avanti.
C’è Toni, alias Antonio, l’uomo di ferro, letteralmente indistruttibile.
C’è… diciamo che c’era, un attimo fa era qui.
Adesso non so dove sia.
Ma è di sicuro là fuori, da qualche parte, uno dei tanti giovani che magari proprio in questo momento sta ricevendo l’ennesimo rifiuto.
Prima o poi arriverà un lavoro.
Nel frattempo fa l’eroe gratis e sopporta tutto e tutti.
C’è Rita, la signorina fantastica, la ragazza di gomma, che è stata capace nel tempo di arrivare ovunque qualcuno si svegliasse al mattino e addirittura si coricasse la sera stessa con l’ingenua convinzione di poterle impedire il passaggio.
Perché il giorno in cui inizi la lotta per il rispetto delle proprie aspirazioni può allungarsi all’infinito, quando è una donna a lottare.
E poi ci sono loro, le ragazze e i ragazzi che, laddove occorra, si arrabbiano al contrario, strappando i vestiti con muscoli di gioia, diventando di ogni colore immaginabile.
Oltre allo scontato verde, è chiaro.
Eccoli, sono questi, i Vendicatori dei migranti.
Sono supereroi, come quelli dei film.
Solo che sono veri.
Siamo noi.
Siete voi.
E solo che molti ancora non lo sanno.

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22.4.15

Migranti morti nel Mediterraneo video Il mondo sbagliato

Storie e Notizie N. 1216 

C’era una volta il mondo.
No, trattenete pure le pance intolleranti.
I cuori alleggeriti dal sapiente disincanto.
E gli indici accusatori della giuria perennemente.
Seduta.
E’ il mondo sbagliato, quello di cui vi parlerò.
Indi per cui, potete tranquillamente considerare il racconto e altresì il narratore smaccatamente fuori luogo.
Il tutto decisamente inopportuno.
E’ sveglio, ma non si applica ed eccessivamente esuberante, come scrissero più volte sulla lapide scolastica.
Nel mondo sbagliato vi era il mare.
Sì, come il nostro, ma nella versione errata.
Due soli popoli vivevano nel mondo distorto.
I viaggiatori e gli ospiti.
Senza nessun’altra categoria.
Classe.
E, se proprio ci tenete, dite pure razza.
Perché nel mondo sbagliato sarebbe andato più che bene usare siffatte parole.
Sbagliate, intendo.
Gli ospiti vivevano tutti su un’isola.
Che poi nel nostro mondo dovrebbe essere una limitata porzione di terraferma completamente circondata dalle acque.
Ma siccome in quello sbagliato era l’unica terraferma, veniva chiamata la terra e basta.
E non e basta nel senso di un banale e nient’altro.
Piuttosto e che altro desideri di più?
Della terra?
Gli abitanti erano detti ospiti in maniera sbagliata, rispetto al vostro mondo, capisco la sorpresa.
Essi erano ospiti perché tali erano.
Letteralmente.
Ospiti della terra che li ospitava.
Giammai signori e padroni, baluardi a difesa del suolo patrio e ossessionati dal sacro confine.
Perdonate.
Perdonate l’errore degli umani confusi del mondo sbagliato.
L’altra metà del cielo era occupata, come già detto, dai viaggiatori.
E anche costoro erano cosiddetti prendendo la parola alla lettera.
Viaggiavano, dalla nascita.
Alla morte.
Nondimeno, i nostri non venivano alla luce come noi altri.
Non conosco bene la parola, sapete, non ci sono mai stato, ma so che dovrebbe essere l’esatto contrario di naufragio e conseguente affondamento della nave.
Ecco, nel mondo sbagliato è proprio all’inverso che i viaggiatori entravano in scena.
L’acqua ribolliva, la schiuma si faceva densa e torbida, e all’improvviso la vedevi.
Prima la prua e poi tutto il resto.
La barca e il barcone, la scialuppa e financo il veliero, perfino la solita fragile zattera, qualunque fantasia plausibile che fosse in qualche modo capace di superare indenne le onde, squarciava queste ultime e appariva.
Ricolma di vita.
Ricolma di loro.
I viaggiatori.
Sempre in viaggio, coerenti con il nome tanto quanto le personali ragioni dell’esistenza.
E perché nel mondo sbagliato il mare per i viaggiatori era come la terra per gli ospiti.
Non è roba tua.
Tu sei solo quello che lascia alle spalle la scia.
Magari con la speranza che non scompaia mai del tutto e basta.
Stavolta vuol dire davvero e nient’altro.
Qualcuno di voi si chiederà: cosa accadeva quando gli ospiti incontravano i viaggiatori?
Risposta facile, in tutti i mondi, credo, sbagliati o meno.
Laddove qualcuno sapesse di essere solo ospite della terra e si trovasse di fronte chi giunga dal mare, grato a quest’ultimo di non aver preteso il massimo sacrificio in cambio, sarebbe ansioso di raccontare.
E ascoltare.
Ma, soprattutto, non sarebbe in grado di vedere la differenza.
Perché ognuno dei due capirebbe all’istante di essere sempre stato entrambi.
Ospite e viaggiatore.
Nella vita dell’altro.

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17.4.15

Storie di donne ibernate: il risveglio

Storie e Notizie N. 1215 

Leggo che Matheryn Naovaratpong, una bimba thailandese di due anni, dichiarata morta a gennaio a causa di un tumore incurabile al cervello, è la persona più giovane della storia ad essere ibernata.
Con la speranza che al suo risveglio, l’umanità abbia scoperto non solo il modo di riportarla in vita, ma anche la cura per guarirla definitivamente.
Ah, che grande scommessa la speranza nell’umanità…

C’era una volta una sognatrice.
Una di quelle testarde.
Di masochistica dedizione nel puntare sempre tutto sul finale a sorpresa.
Il colpo di scena, virtuosismo della sceneggiatura o goffo deus ex machina che fosse, per lei l’importante era la svolta.
L’insperata svolta, che diviene sberleffo sul volto dei cinici borbottatori di professione.
Allora fanno bene le storie improbabili e le messe in scena inverosimili.
Allora focolai di possibilità erano davvero sopravvissuti al temporale dell’utopia peggiore.
Quella che arrivi a convincersi di essere davvero, solo un’utopia.
Allora avevamo ragione noi.
Allora
Affermazioni bramate, queste, sensate solo nel regno delle personali aspirazioni della nostra protagonista, la quale, riuscì ad attraversare le impervie del tempo che divora tutto, figuriamoci le vane illusioni, al punto da giungere sull’ultima casella con un ennesimo desiderio.
Ibernatemi.
Ricopritemi di gelo, tanto lo conosco bene, l’ho incontrato ogni giorno senza ricambiare mai il saluto.
Senza abituarmi a lui.
Ibernatemi e destatemi quando il mondo sarà davvero cambiato.
So che accadrà.
Passò un secolo e la donna venne risvegliata.
“Allora?”
“Il mondo è cambiato”, dissero gli scienziati.
“Tutto?”
“No… ci sarebbe ancora un paese dove ci sono persone che si sentono in diritto di dire al prossimo in cosa devono credere.”
“Ah sì? Allora, ibernatemi di nuovo.”
Passò un altro secolo.
“Eccomi qua,” esclamò la donna. “Ci sono novità?”
“Il mondo è proprio cambiato”, dissero gli scienziati. Altri, ovviamente, perché i primi erano morti.
“Tutto tutto?”
“Non tutto, ecco… c’è ancora un paese dove in molti sono convinti di poter definire l’orientamento sessuale del prossimo.”
“Non mi basta, ibernatemi.”
Se ne andò un altro secolo ancora.
“Rieccomi”, disse la donna. “Che mi dite?”
“Il mondo è cambiato”, dissero gli scienziati, che poi erano dei robot, perché altrimenti che cavolo ci hanno raccontato fino ad oggi gli scrittori di fantascienza?
“Tutto il mondo?”
“Quasi”, risposero i robot, “c’è ancora un paese che non ha ancora chiara la differenza tra chi lotti per la libertà di tutti e chi per difendere il presunto diritto di privare il prossimo di quella stessa libertà.”
“Non ci sto, ibernatemi subito.”
Trascorsero altri secoli e ogni volta che la nostra sognatrice si svegliasse per chiedere se il mondo fosse finalmente cambiato, gli scienziati, robot o meno, rispondevano sempre nel medesimo modo: il mondo è cambiato, ma c’è ancora un paese
Finché la donna sbottò: “Scusate, avrei una proposta: invece della sottoscritta, non si potrebbero ibernare gli abitanti di quel paese?”
Mica tutti, eh?
Solo alcuni...

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16.4.15

25 aprile 2015 Festa della liberazione Video Fino all'alba

Storie e Notizie N. 1214 

C’era una volta una repubblica.
Non vi dirò su cosa fosse fondata.
Così eviterò di prendervi per i fondelli.
Carta alla mano.
La repubblica di cui non vi dirò su cosa fosse fondata era ferma.
Ora, non è che nel mondo le repubbliche se ne vadano in giro a spasso, ecco.
Le repubbliche mica emigrano.
Quelle sono le anime mutilate.
In cerca del frammento mancante.
Anche a costo di perdere tutto il resto.
Nondimeno, è buona cosa che laddove umane esistenze decidano di inseguire orizzonti comuni, che sia repubblica l’insieme prescelto, come perfino combriccola o anche manipolo, ciò che conta è che almeno uno di quegli orizzonti sia ogni giorno più vicino.
Altrimenti è asfalto sprecato, quello della strada.
E per quanto non ve ne sia più traccia sulla via, qualcuno ha speso sangue e sogni per disegnare quest’ultima.
Eppure, quella repubblica era ferma.
Perché era ferma sempre sullo stesso giorno.
Le ore si guardavano tra di loro perplesse.
I minuti cadevano dalle nuvole.
E i secondi… be’, se non sanno nulla le ore e i minuti che vuoi che ne sappiano gli ultimi della fila?
Mistero dei misteri, l’indomani era un miraggio.
Se ne parlava, in realtà, tavole rotonde o di ogni forma plausibile, le mani scriventi correvano sui tasti e le lingue veloci disquisivano, ma nessuna luce veniva avvistata oltre l’ostacolo.
Notte, sì.
Tramonto e imbrunire, tutto secondo copione.
Ma il giorno seguente era qualcosa che solo i narratori di fiabe osavano sfiorare.
Con l’apparentemente innocua illusione delle parole leggere.
Certo, non era giornata comune, la casella sulla quale gli abitanti erano rimasti intrappolati, come in un gigantesco gioco dell’oca.
Fermi un giro, anzi, un giorno, la condanna.
Finché quel giorno durerà, la classica avvertenza scritta in piccolo.
Un dì meraviglioso.
Il primo di possibilmente molti altri.
Il giorno in cui fiumi di speranze e ambizioni, racconti condivisi e sentimenti alimentati da altrettanti sentimenti e racconti, tutta la vita che vorrai lasciare ai posteri, sono nuovamente tuoi.
Liberi.
Parole dal suono gradevole, è indubbio, per cuori sani al netto di accettabili contraddizioni dell’umano convivere.
Tuttavia, la repubblica era ancora ferma.
Su quel giorno.
Perché se in qualsiasi istante di quest’ultimo qualcuno si sentisse in diritto non solo di torturare le conquiste altrui, ma addirittura di esclamare con ottusità travestita da orgoglio di essere uno dei vili colpevoli e di esser pronto a rifarlo mille e mille volte…
Be’, vuol dire che quel giorno non è ancora terminato.
Che l’alba non è ancora giunta.
E che c’è ancora tanto.
Da lottare.

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15.4.15

USA Cuba storia delle liste nere

Storie e Notizie N. 1213 

Pare che finalmente il presidente degli Stati Uniti Barack Obama abbia richiesto di rimuovere Cuba dalla lista dei paesi definiti – dagli USA - canaglia, terroristi e guerrafondai.
Ciò mi suggerisce la seguente storia…

C’erano una volta un paese e un’isola.
Il paese delle opportunità e l’isola degli ostinati.
Così definita in un verso.
Isola dei liberi, al contrario.
A seconda da dove ognuno guardasse l’altro.
Per agevole e democratica convenzione, userò i nomi più graditi ad entrambi.
Il paese delle opportunità era così detto perché tale era.
Avallo di qualsivoglia opportunità.
Anche quella di auto definirsi.
Il paese delle opportunità.
Il paese delle opportunità, quindi, di codeste ne sfruttava a iosa.
Una di esse era quella di creare una lista.
Una lista nera.
Sempre nero il colore sgradevole, eh?
Che poi, da che mondo e mondo, le liste dei cattivi sono bianche.
Almeno in origine.
Quindi si riempiono con la penna rossa.
Del nero non v’è traccia.
Va be’, sto divagando.
La lista nera del paese delle opportunità fu riempita con i nomi di tutti i paesi antipatici.
La Città dei rigurgitanti e il Regno dei cafoni, il Granducato dei russatori e la Contrada degli scaccolanti.
E in cima all’elenco c’era proprio l’isola dei liberi.
Ovviamente c’era scritto isola degli ostinati.
Il tempo passò e più volte si sfiorarono le vie di fatto, ecco.
Finché giunse il giorno in cui il paese delle opportunità decise di mettere una pietra sopra le pagine del calendario ormai strappate e annunciò che avrebbe cancellato una volte per tutte il nome dalla lista nera.
Cioè bianca scritta in rosso, ma ci siamo capiti.
Il capo del paese convocò tutti i capi del mondo, si schiarì la voce e dichiarò con orgoglio: “Signore e signori, e soprattutto voi, cari abitanti dell’isola degli ostinati…”
“Prego?!” fece il capo di questi ultimi.
“Ops, volevo dire dei liberi. Siamo qui per darvi una buona notizia: non siete più nella lista nera.”
“Oh, grazie”, rispose il capo degli ostinati, o dei liberi, come preferite. “Allora, favore per favore, anche noi vi togliamo dalla nostra lista.”
L’uomo prese un bloc notes dal taschino e scorse: “Vediamo, Sultanato dei ritardatari, Arcipelago dei prepotenti e… ecco qua: Paese degli arroganti via, cancellato.”
“Paese degli arroganti?”
“Ops…”
“Caspita”, fece il capo del paese delle opportunità, “ignoravo l’esistenza di un’altra lista nera che non fosse la nostra e con il nostro nome scritto sopra. Grazie, comunque.”
“Di nulla”, rispose il capo del paese dei liberi, “adesso non vi resta che farvi cancellare dalle altre.”
“Perché… altri paesi ci hanno messo sulla loro lista nera?”
“Diciamo svariati”, rispose l’altro. “E non avete idea di quali nomi abbiano usato…”

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10.4.15

Ambasciatore gay del Vaticano Laurent Stéfanini: un’altra storia

Storie e Notizie N. 1212 

Leggo che secondo la stampa francese, il nuovo ambasciatore del Vaticano in terra d’oltralpe, Laurent Stéfanini, malgrado sia stato nominato da ben quattro mesi, non ha ottenuto l’ok definitivo dalla Santa Sede a causa del suo orientamento sessuale.
Questo mi suggerisce, ovviamente, una storia.
Un’altra…

C’era una volta uno Stato.
Non sto parlando di loro, un altro Stato.
Non pensate a loro, d’accordo?
Erano altri, altra gente, con altre regole e differenti precetti morali.
Ora, si dia il caso che a capo del nostro Stato vi fosse un governo che alle suddette regole e precetti teneva particolarmente.
In maniera a dir poco maniacale, ecco.
Tutto procedeva a regola d’arte e le cose filavano dritte.
Se non altro, in accordo alla linea indicata dal governo.
E dal Libro, quello con la elle maiuscola.
Sì, perché laddove nascano conflitti brucianti e necessità di scrivere storie migliori delle precedenti c’è sempre un Libro dalla elle maiuscola da qualche parte.
Capitò il giorno in cui il governo decise di fare, come dire, un controllo generale della situazione.
Tipo le verifiche sotto il militare, dove se c’è anche solo un granello di polvere sul polpastrello giudicante, si torna tutti a pulire.
Così, si partì dagli ambasciatori.
“Come dice il detto”, dichiarò il primo ministro, “se il pesce puzza dalla testa, lo Stato marcisce nelle ambasciate.”
Oppure, quando il premier non c’è gli ambasciatori ballano.
Anche chi dorme non becca gli ambasciatori con le brache calate.
E così via.
Le magagne vennero fuori presto.
Il primo ambasciatore fu scoperto essere gay, così restiamo sul pezzo, fatto inammissibile per lo Stato.
Via uno.
Il secondo ambasciatore era addirittura una trans.
Via due e in fretta.
Il terzo ambasciatore conviveva con una pecora, per giunta ninfomane.
La pecora, intendo.
Via tre e con sdegno.
Il quarto ambasciatore aveva osato adottare legalmente un cucciolo di giraffa, la quale aveva studiato da mimo ed era stata addestrata sin da piccola a fingersi un peluche durante le visite ufficiali.
Tuttavia, l’animale era cresciuto e ditemi voi dove si possa comprare un peluche alto otto metri…
Via quattro e chiamate la protezione animali, il WWF, chi arriva prima.
Anche il quinto ambasciatore era gay ma aveva inscenato un finto matrimonio con un manichino femmina, completo di parrucca e abito nuziale.
Una cerimonia perfetta, con tanto di luna di miele e album di ricordi.
Tuttavia, alla fine il nostro si era innamorato e aveva cercato di avere figli da lui, cioè da lei, offrendosi di sperimentare qualsiasi tecnica procreativa tra le più moderne, senza trovar fortuna.
Ma quando c’è l’amore, c’è tutto e i due avevano adottato la giraffa tolta al quarto ambasciatore.
Grave errore.
Perché proprio così beccarono il quinto, denunciato proprio dalla giraffa, che nel frattempo aveva iniziato una relazione a distanza con la pecora ninfomane che sembrava dare buoni frutti.
Insomma, un vero macello, queste ambasciate.
Perché anche il resto degli ambasciatori dimostrò di avere nascosti nell’armadio scheletri dalla sessualità confusa, almeno secondo l’opinione del governo.
Via tutti, sbattendo pure la porta.
Lo Stato rimase quindi senza ambasciatori nel mondo.
Senza portavoce lì dove la tua voce non arrivi.
Il primo ministro chiamò quindi a raccolta tutto il resto del governo e domandò: “Abbiamo bisogno di nuovi ambasciatori, persone dalla vita amorosa ricca di virtù e rettitudine. Chi di voi è disponibile?”
Pare che, ancora oggi, tutti i posti di ambasciatore nel mondo siano ancora vacanti…

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9.4.15

La storia dei Rom in Italia video: Solo una lettera ci divide

Storie e Notizie N. 1211 

In un campo, in una roulotte, da qualche parte.
Un uomo guarda dalla finestra e osserva la vita nel campo.
Perché, malgrado i più o meno astuti deliri del vile di turno.
C’è vita nel campo.
Di umana sostanza.
Con lui c’è una bambina di poco più di sei anni.
Curiosa, non meno di un coetaneo di tutt’altra storia.
Be’, forse non così tutt’altra.
“Zio Nicolae?”
“Sì?”
“Ma tu conosci bene l’Italiano?”
“Sì, certo. Viviamo in un campo, ma il campo è in un campo più grande, che puoi chiamare Roma, che è in un altro campo ancora che è l’Italia, all’interno di un campo che dovrebbe essere l’Europa, che a sua volta…”
“Ho capito, zio. Ma sai proprio tutte le parole?”
“Sicuro.”
“Cosa vuol dire zingara?”
L’uomo allontana lo sguardo dall’esterno della finestra e osserva rapito gli occhi della bambina.
C’è vita nel campo, ma in lei c’è ne infinitamente di più.
Tuttavia, non può fare a meno di notare l’apprensione nell’espressione della piccola.
Deve fare qualcosa a riguardo e attinge all’arma migliore degli umani, laddove i campi più grandi del tuo siano sempre troppi.
“Cara Nadya, zingara è una bellissima parola. Se le persone che vivono fuori del campo ti ci chiameranno, tu devi esserne contenta.”
“Perché?”
“Perché è una parola che porta fortuna, l’omino con la pistola spara: ZIN! I corridori partono e tu vinci la corsa, cioè la GARA, da cui zin-gara. Chiaro?”
“Chiaro, Zin e vinco la Gara.”
“Brava.”
Nicolae riprende ad ammirare il cuore del campo, quando quello che danza nel suo petto sussulta, udendo la nuova domanda.
“Cosa vuol dire essere dei Nomadi?
L’uomo capisce che è ormai in ballo sulle note di una bimba desiderosa di significati e quale zio potrebbe mai sottrarsi a tale compito?
Nomadi è una parola ancora più bella di zingara. Tu ed io siamo dei Nomadi.”
“Pure io?”
“Certamente e lo siamo perché, malgrado il nostro campo sembri piccolo e le persone che ci vivono esistenze trascurabili, una lunga storia ci segue. Abbiamo quindi un’infinità di vite da raccontare. Ecco perché tutte le volte che qualcuno degli abitanti del mondo al di fuori del campo saprà di avere davanti una zingara, esclamerà: No… ma di’! Cioè, parlaci di te, raccontaci ogni cosa. Da cui, No-Ma-Di. Capito?”
“Sì, capito: Zin-gara e No-ma-di.”
Nicolae si rilassa di nuovo, riporta gli occhi sul campo al di là del vetro e si sofferma su quest’ultimo, scoprendo di apprezzare per la prima volta l’importanza delle finestre di questo mondo.
E tutte le altre vie attraverso le quali vediamo le cose.
Nondimeno, l’interrogatorio non è ancora finito.
“Zio, e cosa vuol dire Rom?”
Nicolae compie un ulteriore sforzo nell’attingere alla preziosa infantile immaginazione che per buona sorte ha protetto dal cinismo del tempo che scorre e dona alla bambina l’ultima risposta.
“Rom è la parola più bella di tutte e tu non devi mai credere il contrario, promettimelo.”
“Lo prometto.”
“Il nostro campo si trova all’interno di una città grande e famosa, ricca di storia e cultura.”
“Roma?”
“Esatto, e come il campo, anche il nostro nome è contenuto nel suo. Basta aggiungere una lettera e siamo tutti nella stessa casa.”
La bambina finalmente si decide a liberare lo zio ed esce dalla roulotte.
Arriva al centro del campo, dove anche Nicolae la scorge.
Quindi gli occhi di Nadya guardano verso l’esterno, nel mondo di fuori.
La città di Roma, ma non si accontenta e va oltre.
Anzi, diciamo pure che non si ferma più.
“Solo una lettera ci divide”, pensa.
Le sue parole si mescolano a speranza e coraggio, tenacia e meraviglia.
E chi può essere così ingenuo da non essere d’accordo con lei?



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8.4.15

Storie sui diritti umani: Reato di tortura in Italia video

Storie e Notizie N. 1210 

Dopo la condanna della Corte Europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo per le torture alla scuola Diaz, guarda un po’ la casualità, pare che proprio oggi fosse previsto che il parlamento nostrano discutesse un apposito disegno di legge sul reato in questione.
Meglio tardi che mai.
Tutt’altra storia nel paese beato…

C’era una volta il paese beato.
No, non alzate il capo.
Non si trova lassù.
Tutt’altro.
Trattasi di storia semplice, di quelle che, come trascurabili briciole, scivolano via dal tavolo che conta.
Per cibare chi tocchi la terra con le proprie mani.
Nel paese beato non v’era alcuna legge che proibisse il legare e imbavagliare qualcuno per spegnergli sulla pelle mozziconi di sigaretta.
Eppure, nessuno si macchiava di tale indicibile atto.
Non c’era norma, nel paese beato, che impedisse a chicchessia di denudare una persona per umiliarla.
Nondimeno, nessuno compiva siffatta infamia.
Nel paese beato non c’era regola alcuna che vietasse di rinchiudere una persona ingiustamente.
Tuttavia, nessuno si sognava di arrivare a tanto.
Non c’era alcuna postilla nella legislazione del paese beato che negasse il presunto diritto di abusare fisicamente di individui inermi protetti da più o meno autorizzanti armature.
Malgrado ciò, non avresti potuto accusare alcuno di tale sopraffazione.
Nel paese beato il codice penale era scarno, in effetti.
Non c’era scritto che non avresti avuto libertà di fare violenza per estorcere parole e tantomeno lacrime.
Di mancare di rispetto al corpo come alla dignità del prossimo.
Di percuotere le carni sino a svuotarle di ogni energia vitale.
Riuscendo addirittura ad ottenere l’inaspettato.
La condanna della vittima.
Sbranarne nome e ricordo perfino dopo il decesso.
Ritrovandoti perfino con un premio, in denaro come in posizione.
Permettendo all’incubo di superare la realtà e l’immaginazione nel medesimo tempo.
Non c’era scritto alcunché di tutto ciò.
Eppure, nessuno, ripeto, nessuno tra gli abitanti del paese beato avrebbe mai osato agire con simile orrida disumanità.
Perché era il paese beato.
E perché beato è il paese dove gli abitanti non abbiano alcun bisogno di una legge per capire che torturare un tuo simile, inerme innanzi ad una vergognosa impunità travestita da dovere, è cosa ignobile.
Infinitamente ignobile.

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Pausa



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