17.7.14

Pausa estiva: a presto

Ciao a tutte/i,
chi segue il blog con più o meno assiduità avrà forse notato la ridotta continuità nella pubblicazione di storie e quant’altro.
La cosa è voluta.
Ho solo rallentato.
E oggi mi fermo.
E’ solo una pausa, ecco.
Di riposo, ma anche e soprattutto di riflessione.
Coerentemente con quanto scritto e detto a fine 2013.
E’ per questa ragione che vi lascio, seppur per un’estate, con quelle esatte parole,
sperando di continuare a seguirle.
A presto,

Alessandro


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Altre da leggere:

12.7.14

Israele Palestina storia breve: noi il pubblico

Storie e Notizie N. 1126

Immagina un palcoscenico.
Lo schermo di un cinema.
O anche le pagine di un libro.
In breve uno spettacolo.
Una storia raccontata di continuo.
Sempre, anche quando non l’ascolti.
Soprattutto in quel tempo.
Una di quelle trame lente, che puoi riprendere in qualsiasi punto.
E non trovare alcuna fatica nel riacciuffare il filo del racconto.
Guerra.
Storie di viaggi e di guerre, le sole due possibilità narrabili, così pare funzioni.
Qui è di guerra che si parla.
Perché tutto può essere tranne che un viaggio, stavolta.
Difficile viaggiare quando si è prigionieri in uno straccio di terra circondato da una muraglia indurita da ossessivo quanto determinato odio.
Nondimeno, se le storie sono viaggi o guerre, solo le prime raccontano davvero qualcosa di nuovo.
Un viaggio genera emozioni e luoghi, un bambino diventa uomo e una donna diviene una bambina, e si ritorni o meno a casa, domani tutto sarà diverso.
Al contrario, la guerra è una narrazione falsa.
Mente sapendo di farlo, laddove suggerisca ideali o ragioni per giustificare quel che accadrà nella scena successiva.
I personaggi possono cambiare volto, ruolo e casacca.
Addirittura, come nel nostro caso, dopo esser stati vittime, oppressi e sterminati in un secolo, diventano carnefici, oppressori e sterminatori in quello seguente.
Possono cambiare le armi, a seconda di cosa offre il mercato.
Possono mutare le strategie e le tattiche nella battaglia.
Ma il racconto non cambia davvero, è la solita illusione di parole e suoni, immagini e colori.
Perché morte è l’incipit e la conclusione.
E’ scritta nei titoli di testa come di coda.
Morte di innocenti, i cosiddetti civili, donne e bambini.
Sì, spesso muoiono anche i guerrieri, i contendenti.
Ma chi di sicurò pagherà il prezzo più alto sono sempre gli stessi.
Leggi pure come il sacrificio dei personaggi dalla sceneggiatura breve.
Questa è la realtà di una storia vecchia.
Che se non è un viaggio, è inevitabilmente guerra.
Immagina di nuovo le pagine di un libro.
Meglio, un palcoscenico.
O, se preferisci, lo schermo di un cinema.
Gli attori sono lì, che uccidono o muoiono, senza alternative.
Nulla cambia, se ti volti o vai al bagno e ritorni alla tua poltrona.
Guerra.
Questa è una storia che non cambia mai veramente.
Perché questa è una storia che ha un solo finale già visto troppe volte.
Morte degli innocenti.
A meno che il lettore strappi le pagine, per una volta a ragione.
A meno che gli spettatori non facciano a pezzi lo schermo.
A meno che il pubblico la smetta di fare il pubblico.
Per salire sul palcoscenico e dire basta.
Com’è stato in passato, anche oggi, ora, solo noi che assistiamo a questo terribile spettacolo possiamo cambiarne la storia.
Perché altrimenti, loro, non si fermeranno.
Solo così il racconto della guerra può diventare la storia di un viaggio.
Verso la pace.

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Altre da leggere:

3.7.14

Storie di razzismo: Ariano perfetto è bambina ebrea

Storie e Notizie N. 1125

Ci sono voluti circa 80 anni.
Ed ecco la verità.
Hessy Levinson, la vincitrice del concorso indetto nella Germania nazista degli anni ’30 per eleggere il bambino ariano ideale, era in realtà ebrea.
E’ la storia dei concorsi lunghi.
Dall’esito che si fa attendere.
Non mi riferisco al premio e agli applausi.
Quelli vanno sempre ai vincitori.
E i vincitori sono sempre gli stessi, fateci caso.
La sorpresa è un’eccezione, che un attimo dopo diventa normale.
Perché anche gli outsider con il trofeo in mano e le luci negli occhi, prima o poi, si montano la testa.
Nondimeno, che il cielo o chi per lui benedica il tempo.
Ah, il tempo può essere un narratore tedioso.
Ma alla fine di tutto, se è il vero colpo da maestro che attendi non puoi che aggrapparti alle lancette e aspettare.
Nessun spettatore davvero paziente è stato mai deluso finora.
Allora capita che prima o poi i concorsi lunghi apriranno l’ultima busta.
Ed ecco la vera bomba.
L’ariano perfetto è una bambina ebrea.
Ma non solo.
Lì, all’orizzonte, tra altri 80 anni o anche di più, magari c’è ne sono altre di beffarde sentenze.
Che magari il cittadino modello è un immigrato.
E che se esiste davvero un dio non è nulla di quello che hai immaginato o pregato finora.
Che nelle resistenze di questo mondo ci sono molti meno terroristi che tra gli esportatori di muri e democrazie quotate in borsa.
Che il colore delle persone in realtà ricopre i nostri occhi, giammai la pelle.
E che avremmo potuto salvare vite ogni attimo della nostra, limitandoci semplicemente a non ucciderle.
Con il silenzio.
Rimanendo fermi.
Al nostro posto.
Che in un mondo sbagliato l’anima tanto giusta quanto debole, soffre, si droga o si perde in un delirio.
Ma cosa avrebbe potuto fare di meraviglioso per tutti se i forti tra noi l’avessero aiutata.
Che l’amore laico, carnale e spirituale che unisce due creature è la cosa più sacra che esista nell’universo.
E che è sacro proprio perché è laico.
Ovvero, puro e sincero.
Questi e molti, troppi, altri risultati imprevisti sono sospesi laggiù, dove non si vede ad occhio nudo.
Leggili pure come il tesoro alla fine dell’arcobaleno di menzogne colorato.
Coraggio, stringiamoci attorno all’amico più generoso.
Affidiamoci a lui con fiducia.
Il tempo.
Può esser lento, inesorabilmente.
Ma quando la lettera arriva a casa, le parole esplodono nel cuore.
Di risate e gioia perfette.
Perché davvero meritate.

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Leggi altre storie sul razzismo.






 


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2.7.14

Israeliani e Palestinesi storia: differenze ragazzi morti

Storie e Notizie N. 1124

Dopo il rapimento e l’assassinio dei tre giovani israeliani, ecco la notizia del sequestro e dell’uccisione di un ragazzo palestinese.
Di morti e differenze.
E di vita…

No.
Vi dico no.
Non provateci.
Non pensate neppure di riuscire.
A convincermi.
A distrarmi.
Al punto di abbandonarmi ancora una volta all’ennesima danza delle parti nel bel mezzo di un assurdo cimitero.
Ecco perché non starò di certo a cavallo dei media di palazzo a stracciarmi le vesti per le vittime cosiddette amiche.
Sorelle.
E alleate.
Ma non mi troverete neppure in piazza a gridare che tre morti non contano innanzi alle migliaia ignorate.
Calpestate.
E cancellate.
Per quanto il mio corpo intero non brami di fare altro.
Perché questa storia l’abbiamo già raccontata.
Perché il film l’hanno già trasmesso ovunque, perfino in tv in prima serata.
E perché ha un finale amaro già noto ai più.
No.
Non ho bisogno di pensarci.
E dico davvero no.
E’ una strada che ho già percorso in passato.
Quella di unirmi al coro che rimarca puntualmente chi compatisca il lutto che vede con l’occhio destro irridendo i cadaveri che osserva con l’altro.
Con incommensurabile ipocrisia.
E cieca disumanità.
Perché quelle voci non l’hanno mai fermato.
Non sono mai state capaci di placare l’odio.
E tanto meno di risvegliare gli indifferenti.
Figuriamoci i morti.
No.
Stavolta passo.
Dico no.
Di differenze tra i rispettivi defunti ne abbiamo già trovate abbastanza, finora.
E chi di morte si nutre ha già goduto a sufficienza di questa ingenua conta.
Perché finché sarà questo il gioco, vincerà solo uno.
L’unico che rimarrà in piedi, con le mani sporche di sangue e con l’anima a brandelli.
Tuttavia, questo non vuole dire che le differenze non esistano.
Sono lì, sulla terra.
In questo preciso istante.
Si leggono nel destino dell’uno accanto all’altro, ancor prima che nelle morti e nel loro numero.
Nei privilegi di un’esistenza a fronte del patimento dell’altra.
Al peggio, grazie ad essa.
Dove il sorriso si allarga a pochi metri del pianto.
A questo dico sì.
Questa è l’inaccettabile diversità che voglio denunciare.
Che non interessa se non fa rumore.
Come una bomba.
O una madre che urla disperata.
Leggi pure come l'imperdonabile differente vita.
Che indisturbata precede l’uguale.
Morte.

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