16.10.18

Immondizia del mondo

Storie e Notizie N. 1607

C’erano una volta un italiano e un francese.
Trattasi di una storia, quindi.
Ma potremmo anche dire ci sono un italiano, un francese, ecc.
Come una barzelletta, perciò.
Forse parliamo di entrambe, anche se non ce ne rendiamo conto.
L’italiano e il francese abitavano in due case confinanti.
Già, esattamente come le rispettive nazioni.
Vicine, ma talvolta divise dall’astio.
Simili, per certi versi, malgrado sovente in disaccordo.
Analogamente viscerali, a tratti, sebbene spesso in conflitto a causa di una congenita rivalità.
Nondimeno, come afferma Lancillotto nel suo celebre saggio “Scusami Artù”, di chiari intenti riparatori , è ciò per cui si contende che misura il reale valore dei duellanti.

Vedi Ginevra, in breve.
I nostri, esemplari rappresentanti dei suddetti Stati d’appartenenza, si ritrovarono in un pernicioso scontro.
Si da il caso che il francese, in una notte buia e senza stelle – propizia per le azioni indecorose – scavalcò il sacro recinto separatore delle proprietà private, conquistate con la forza o sottratte con l’inganno, causando morti e sofferenze a generazioni dopo generazioni di popolazioni innocenti, per esteso.
In una sola parola, il confine.
E per far cosa?
Per gettare non un uno, ma ben due sacchi di spazzatura nel giardino altrui.
Ebbene, l’italiano non ci mise molto ad accorgersi dell’oltraggio, anche perché era uno che all’ordine e alla pulizia, nonché al rispetto delle regole stabilite, ci teneva assai e avrebbe speso perfino 49 milioni di euro per vederle rispettate, ma siccome se li era già pappati, andiamo avanti.
Il colpevole tentò di giustificarsi: “Sono rammaricato per quello che è accaduto, è stato un errore, sono arrivato in zona da pochi giorni e non conosco bene il posto...”
“È una vergogna internazionale”, ribatté l’italiano. “Il francese non può far finta di nulla. Non accettiamo le scuse. Abbandonare del pattume nel mio giardino non può essere considerato un errore o un incidente. Quanto successo è un’offesa senza precedenti nei confronti della mia casa, e mi chiedo se gli organismi internazionali, a partire dall’Onu fino all’Europa, non trovino vomitevole che si lascino i propri rifiuti in una zona isolata del prato degli altri, senza assistenza e senza segnalazioni. Che so, un cartello, un semplice avviso: qui c’è l’umido e qui l’indifferenziato.”
A questo proposito, la parte lesa affondò il colpo: “Cosa c’era davvero in quei sacchi di immondizia? Da dove venivano? E perché sono stati abbandonati?”
Questo fu solo l’inizio.
O, magari, è la fine stessa del racconto, che si ripete, in forme sempre più rancide, quotidianamente.
A dimostrazione di dove possa portare, anzi, trascinare una grottesca faida intorno a quanto mai marcite motivazioni, che corrodono se stesse quanto i litiganti in campo.
E non mi riferisco all’oggetto del contendere, reso tale – ovvero trascurabile cosa inerte – dalla crescente atrofizzazione di ogni minima capacità di raziocinio.
Sto parlando di un virus che col tempo è divenuto epidemia e ogni giorno si diffonde ovunque a vista d’occhio.
C’erano una volta, perciò, un italiano, un francese e il mondo intero.
Prigionieri di una storia e una barzelletta al contempo.
O, forse, di una farsa.
Al punto che potremmo pure sostituire il casus belli, la famigerata immondizia con delle vite umane, e l’assurda morale sarebbe la stessa.
Per il niente ci facciamo guerra l’un l’altro, poiché ciò per cui varrebbe la pena lottare, che dovremmo difendere e curare.
Per noi, vale niente.
È semplice spazzatura...



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