Festa della Liberazione 2017 e delle mancate coniugazioni

Storie e Notizie N. 1461

C’era una volta una parola.
La cui festa veniva ricordata e celebrata ogni anno.
Sin dall’istante in cui si decise che quella stessa parola fosse pietra fondante della casa comune di un popolo.

Nondimeno, la Storia e soprattutto le storie insegnano che una sola, unica pietra, per quanto venerata e lucidata, glorificata in quanto primigenia e simbolo per tutte le altre, non è la casa.
E’ solo l’inizio.
E’ solamente una parola.
Le parole, poi, più che mai quelle capaci di definire il presente, tracciare sentieri virtuosi e guidare le esistenze bisognose di orientamento verso un approdo perlomeno migliore, hanno bisogno di vita.
Perché se davvero colei con l’iniziale maiuscola deve arrivare a farsi carne per essere udita fin nel profondo, gli umanissimi insiemi di lettere, per quanto rigonfi di significati alti, hanno l’obbligo di farsi verbo.
Azione che scriva altrettanta storia.
Movimento che smuova financo la più indifferente tra le sordità delle apatie legalizzate.
Collettiva marcia in grado di attrarre anime tra le più distanti, grazie all’arma più persuasiva del mondo.
Leggi pure come la consapevolezza di esser parte del medesimo equipaggio.
Si salpa, si naviga, si torna a terra con le reti piene o al peggio si naufraga.
Tutti insieme.
Se cerchi controprova, tra i più banali esempi, prendi il più abusato dei lemmi dagli scribacchini di ogni tempo.
Lo sanno i protagonisti delle finzioni come i reali attori del vivere.
Amore, privato del gesto coerente, senza l’accostamento tra battiti più o meno accelerati, sprovvisto dell’inevitabile sacrificio dell’adorata solitudine e del coraggio nel denudarla sulla riva opposta della propria esistenza, è solo un pugno di cinque lettere.
Come altrettante dita incapaci di dare un senso ai preziosi doni ricevuti, vedi sfiorare, stringere, salutare e accarezzare.
C’era una volta quindi, nel venticinquesimo giorno d’aprile, una parola.
Liberazione.
Un giorno incredibile, certo.
Un disegno quasi perfetto nell’album da conservare con cura.
Fotografia invecchiata, d’accordo, ma protetta dal vetro migliore, quello che esalta colori e attenua le rughe.
L’abbiamo imparato a memoria, quel primo accenno di racconto.
Il sostantivo che introduce l’incipit di un'intera nazione.
E l’abbiamo incastonato con rituale che sa di sacro nell’apposita urna del calendario obbligatorio.
Tuttavia, come già scritto per il più indispensabile tra i sentimenti umani, le parole che poni alla base di generazioni dopo generazioni e altre ancora necessitano di esser coniugate di continuo, sin dal primo giorno.
La liberazione la conosciamo già alla perfezione ma è solo una parola quella che festeggiamo ogni anno.
Da domani, o anche senza aspettare tanto, dovremmo iniziare, una volta per tutte, a liberare tutto quello che non abbiamo mai liberato affatto, che ancora teniamo prigioniero all’interno di segrete che neanche ci preoccupiamo più di nascondere.
Liberiamo diritti, perché la pagina delle ottusità e delle paure nostrane è ancora assai lunga.
Liberiamo vittime, perché l’elenco dei cittadini di serie ritenuta minore e delle torture loro inflitte nel nostro paese è oggi infinito.
Liberiamo orizzonti, perché gli squarci di un futuro sereno nel cuore del mondo cosiddetto civilizzato si stanno addirittura assottigliando.
Liberiamo, liberiamoli, liberiamoci.
E dopo, se ne avremo voglia, anche senza aspettare un altro anno.
Avremo sul serio qualcosa da festeggiare.


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