Storie sulla rabbia: il sogno di Suhaib

Storie e Notizie N. 868
 
Il mio nome è Suhaib Hijazi e ho appena appreso che mio fratello Muhammad ed io abbiamo vinto il World Press Photo 2013.
Cioè, in realtà il premio andrà al fotografo svedese Paul Hansen, ma nella foto ci siamo noi, io.
E Muhammad.
Ora a lui non gli va di parlare, è ancora arrabbiato e lo capisco.
Morire a quattro anni è difficile da mandare giù, perfino se si vive a Gaza.
Su questo spero concorderete tutti, nessuno escluso, a prescindere come la pensiate sulle ataviche controverse tra i nostri genitori e quelli dei bambini israeliani.
Noi non c’entriamo con le guerre, non è così?
Adesso vi chiederete perché allora il sottoscritto, che la sua vita l’ha persa ancora più giovane, appena due anni, riesca a mettere da parte l’ira.
E’ perché io sogno, sono sempre stato un sognatore, lo diceva spesso mia madre quando parlava di me con i grandi come se non fossi stato lì, in quel momento.
“Suhaib se ne sta lì, con gli occhi aperti, a guardare chissà che, anche se non c’è nulla…”
Non è vero che non c’è nulla.
I sogni ci sono sempre e neppure le bombe possono spegnerli, neanche la morte.
Probabilmente ora sono qui, a scrivere queste parole poiché nell’attimo esatto in cui il missile è caduto su di noi stavo sognando.
Non ricordo se stessi dormendo o se stessi viaggiando ad occhi aperti.
Ma, c’è forse una differenza?
Ciò che conta è che il sogno, quel sogno, mi permette ora di tenere lontana la rabbia e trovare un po’ di pace dentro di me, quella che fuori non avevamo in vita, Muhammad ed io.
Povero Muhammad, che sei morto da sveglio…
Fratello mio, mi dispiace, non sai quanto.
E lo sai perché?
Perché eri proprio tu il protagonista del mio sogno.
Eri lì, che scartavi il regalo che volevo farti al tuo prossimo compleanno.
Eri lì che ridevi, perché dentro la scatola avresti trovato quello che avevi sempre desiderato.
Sognato, anzi, sognato.
Vorrei farti adesso un altro di regalo, vorrei prendere la tua rabbia, tutta la rabbia, strappartela via e distruggerla, farla in briciole come un foglio di carta inutile, scarabocchiato senza senso o con un disegno venuto male, e abbracciarti.
Magari in quell’istante piangeremo un po’, lo so, sarebbe normale.
Ma poi dimenticheremo tutto, tutta la stolta dedizione dei grandi nel farsi male reciprocamente e giocheremo come abbiamo sempre fatto.
A voi che avete trovato la pazienza di leggere queste mie parole vi chiedo solo un ultimo favore.
Fate girare la foto che ha vinto, diffondetela ovunque, per ricordare, per mantenere viva la memoria, è chiaro, insomma.
Foto da arabic.dci-palestine.org
Ma ricordatevi di me per questa foto…
Mi vedete?
Guardate i miei occhi attentamente.
Quelli sono gli occhi di un bambino che sogna il fratello maggiore che sorride felice. Un altro bambino, la cui gioia rende a sua volta felice il fratello minore.
Che per questo continuerà a sognare e così renderà felice il fratello maggiore e così via dall'inizio. Senza mai smettere di sognare. Insieme.
Per sempre...

World Press Photo dell'anno - Paul Hansen.
 



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