Il cadavere nel carrello aereo: pirata innamorato

Storie e Notizie N. 942

Chi era lo sconosciuto che è stato trovato morto assiderato nel carrello dell’aereo che dall’Italia è giunto a Mosca? Un uomo dalla pelle scura? Un uomo di colore? Un migrante?
Tutte e tre le cose?
Come per Massimo Troisi, che in Ricomincio da tre protestava con chi insistesse nel ritenerlo un emigrante per il solo fatto di essere un napoletano a nord della propria città, è tutta una questione di quantità di immaginazione.
E visto che del nostro, almeno per ora, non si conosce la reale identità ecco la mia ipotesi.
O storia…

In fede mia, Ismail non può dire che non l’avessi avvertito.
Ora ne piango la sorte, ma al contempo sono qui a difenderne il ricordo.
Sì, avete ragione, allorché vi basiate unicamente su quel che l’occhio vi suggerisce.
Uomo dalla pelle scura, già.
E’ ragionevole, laddove la si accosti alla bianchitudine della vostra pallida cute.
Uomo di colore, indubbio anche questo.
Sfido chiunque a trovare un uomo di colore alcuno, se perfino i fantasmi ne hanno uno.
A proposito, se voi siete bianchi, come chiamate gli spettri, visto che della stessa tonalità è il loro lenzuolo?
Okay, non divaghiamo, torniamo a Ismail, uomo dalla pelle scura e di colore, ma più che mai tale, nel senso più virile del termine e le fanciulle che lo hanno amato possono or ora confermare, in tempi quanto mai non sospetti.
Nondimeno, nessuna tra loro possiede ragioni in grado di reggere il confronto con quelle dell’unica donna al mondo per la quale Ismail avrebbe dato la sua stessa vita, ovvero l’affascinante Katiuscia, violinista russa dai capelli di fuoco.
Vita la cui fine ne è insindacabile prova.
E fine che ho fatto di tutto per evitare.
Gliel’avevo ripetuto una miriade di volte, aspetta di avere il permesso di soggiorno e fai il biglietto come tutti, cos’è questa fissazione del carrello?
Sono un pirata, mi ha risposto, e i pirati non possono fare il biglietto, men che mai viaggiare in classe economica con un’umiliante cintura di sicurezza.
Eppure ero consapevole di quel che i giornali avrebbero scritto di lui, se avesse fallito nella sua impresa.
Guarda che se morirai, gli dissi proprio la sera prima della sua partenza, ti liquideranno come un migrante dalla pelle scura, morto come tanti, troppi, lungo la strada.
Con tutto quello che la povertà di fantasia evocherà nelle menti dei lettori più o meno distratti.
Un disperato, un extracomunitario, un clandestino, ad esser gentili.
Un usurpatore del lavoro altrui, uno spacciatore, uno stupratore, ad essere bruti.
Ad ogni modo, incapaci di contemplare la possibilità di una folle missione come la sua.
Missione per conto dell’amore e forse incosciente anche per questo.
Ma cos’altro è se non una pazzia quella di convincersi di possedere il cuore di qualcun altro quando non siamo capaci di avere alcun controllo sul nostro?
Lo ammetto, al pensiero che la fanciulla per la quale Ismail ha rischiato e perso la vita abbia il volto di Katiuscia, riesco anche a capirlo.
Capirlo, ma non giustificarlo.
Spero che mi perdoni, ma da amico non posso assecondarlo, poiché nell’attimo in cui leggo della sua prematura fine l’unica cosa che riesco a vedere è il vuoto che lascia.
Ecco, alla fine di tutto, è così per ognuno di noi.
Quando muore qualcuno, chiunque sia stato in vita, qualunque sia la relazione che ha avuto con noi e con i nostri cari, libera sulla terra uno spazio.
Una casella, anzi, una scatola vuota.
Per dare un senso alla dipartita di quell’uomo, sconosciuto o meno, possiamo riempire quest’ultima con tutte le parole che vogliamo, sta a noi la scelta, checché ne dicano i professionisti dell’informazione nostrana.
Una cosa è certa.
Quello che mettiamo in quella scatola ci contraddistingue.
Perché la vita del prossimo, vicino o lontano che sia, definisce la nostra.
E così vale per la morte.
Per voi è deceduto un migrante di colore dalla pelle scura.
Per me si tratta di Ismail, un folle pirata innamorato della sua adorata Katiuscia.

  



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