Storie sulla felicità: vittoria di Behrukh

Storie e Notizie N. 969

La Nazionale di calcio dell’Afghanistan ha vinto il suo primo trofeo internazionale sconfiggendo a Katmandu (Nepal) la squadra dell’India per 2 a 0, in occasione della finale del Campionato della Federazione Sud-Asiatica. Un bambino afgano si trova in patria e osserva felice gli ultimi minuti del match. Tuttavia, prima di lasciarsi trascinare dall’esultanza generale, si ritrova a pensare alla sorella.

Abbiamo vinto.
Finalmente abbiamo vinto.
Sono contento, anche se non urlo di gioia.
Davvero, sono contento, malgrado non lo mostri con la veemenza che questa vittoria richiede.
Ma lo sono, credetemi.
Mi chiamo Azar, ho otto anni e sono quello seduto nel mezzo, con la bandierina in mano.
La sventolo, lo vedete? Pensate forse che lo farei se non fossi orgoglioso della mia squadra?
Del mio paese?
So bene cosa questi due goal significhino per noi.
Per mio padre.
Per la mamma.
E più che mai per Behrukh.
Mia sorella.
Ovvero, amica mia.
Dolce Behrukh.
Prima della partita papà ha detto che avremmo perso di sicuro.
Io non gli ho dato peso, poiché lo conosco.
Fa il pessimista, poiché odia essere deluso.
In fondo lo capisco.
Da quando sono al mondo difficilmente abbiamo festeggiato qualcosa di grande, tutti insieme.
E allora non vuole brutte sorprese, non più.
Arduo non condividere.
Mamma non si sbilancia proprio, invece.
Non è né pessimista e tantomeno ottimista.
L’importante è giocare, dice lei.
E non mi riferisco al celebre motto.
Giocare è qualcosa di più di partecipare.
Di meglio.
Se partecipi e basta, rischi di perderlo, quel meglio.
E quel meglio, forse, è l’unica ragione per farla, la partita.
Ma qual è questo meglio?
Qual è questo ingrediente indispensabile che rende lo stare insieme diverso?
Unico?
Io lo so e l’ho imparato da mia sorella.
Luminosa Behrukh.
Era lei che sapeva giocare a calcio, non io.
Era brava, davvero, anche se i maschi la riprendevano e la allontanavano.
Come quel film, di cui non ricordo il titolo, ma che a lei piaceva tanto.
Ma c’ero io, con lei, e allora giocavamo, e quando aveva il pallone tra i piedi, io mi affannavo, correvo, e cadevo.
Goffamente cadevo.
Perché era Behrukh quella brava a giocare a calcio.
Ma voi volete sapere di questo meglio, giusto?
Era scritto lì, nel sorriso a cui le sue labbra davano vita quando mi porgeva la mano e mi aiutava ad alzarmi da terra, con i calzoni lordi e la fronte aggrottata.
Ci siamo divertiti e lo faremo ancora.
Questo diceva senza parole.
Ci siamo divertiti e lo faremo ancora.
Per il tempo che abbiamo avuto insieme è stato così, amica mia.
Sorella.
Allora grida ed esulta, mia Behrukh, ovunque tu sia tra le pieghe del cielo.
Abbiamo vinto.
Questa è la nostra prima vittoria.
La tua.
Ti prometto che ce ne saranno altre…

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