Storie di immigrati: la famiglia straniera

Storie e Notizie N. 1189 

Ennesimo naufragio sulle nostre coste, si parla di oltre trecento morti.
I superstiti raccontano di essere stati costretti ad imbarcarsi sotto minaccia armata.
Solita apparizione della notizia sui media nostrani e altrettanto scontata reazione della popolazione autoctona.
Comunitaria, per capirci.
Laddove ci sia una reazione, perché siamo nella sacra settimana dell’italico gorgheggio.
Nondimeno, c’è sempre una storia da parte, qui…

C’era una volta una famiglia.
Una famiglia straniera, sfido chiunque a negarlo.
Papà era un immigrato, mamma una rifugiata, il bambino un clandestino e nonna un’extracomunitaria.
Indesiderati e indesiderabili sotto ogni punto di vista.
E, soprattutto, al di sotto di ogni cielo.
Perché ci sono taluni che di sorte maldestra ci nascono.
E il destino peggiore è quello di coloro che innanzi a tale sventurata sentenza del fato non si arrendano.
La famiglia straniera ne era un fulgido esempio.
Difatti, decisi a costruirsi in modo del tutto autonomo e arbitrario la propria pagina della svolta, i nostri fecero i bagagli e si misero in viaggio.
In mare, naturalmente.
Poiché i nuovi capitoli, quelli che attendi bramoso dell’istante in cui il racconto giustifichi il prezzo pagato in libreria, iniziano sempre sulla riva opposta.
Altrimenti sarebbe troppo facile leggere.
Figuriamoci scrivere.
Tuttavia, la parola facile non era di certo compresa nel dizionario della famiglia straniera.
Niente di originale e nessun super eroe all’orizzonte, con miracolosi salvataggi dell’ultim’ora.
Naufragio e morte per annegamento fu la punizione per i nostri, rei di aver cercato di cambiare le regole del gioco.
Quello dove giocano solo in pochi, per capirci.
Uno pensa: è finita qui, stantia conclusione per abituali turisti per la vita.
Invece no, perché qui le parole raccontano finché c’è spazio.
Nel cuore.
Una volta giunta ai confini dell’altro mondo la famiglia straniera venne fermata dagli addetti alla dogana per il controllo documenti.
Inevitabile, visto che l’aldilà lo disegniamo a nostra immagine e somiglianza.
I quattro vennero ovviamente respinti.
“C’è la crisi celestiale”, disse un angelo, “le nuvole costano un occhio, le ali si consumano: dobbiamo prima pensare a noi.”
“Se quelli del piano di sopra devono prima pensare a loro”, osservò un diavolo, “immaginatevi noi…”
La famiglia straniera decise quindi di andare nello spazio, senza però trovare miglior fortuna.
Lunatici e Gioviali, Marziani e Venusiani, Plutonici e Saturnini, tutti risposero allo stesso modo.
“C’è la crisi spaziale, stanno per arrivare americani, russi e cinesi per rubarci l’acqua, i buchi neri incombono, le comete non arrivano più in orario, ecc.”
Insomma, porte chiuse ovunque.
Finché, ormai alla deriva nell’universo, in balia del vuoto cosmico, la famiglia straniera fece un atterraggio di fortuna su un piccolo pianeta, in un’altrettanto minuscola galassia.
Fortuna, vocabolo quanto mai azzeccato, stavolta.
Perché le pagine che completano le narrazioni viventi si palesano sempre per errore.
O per fortuna.
C’era la crisi spaziale anche nel piccolo pianeta, è chiaro.
I buchi neri spaventavano e le comete erano sempre in ritardo.
Ma questo non impedì agli abitanti di guardare negli occhi i nuovi arrivati.
Per ascoltarne la storia.
Perché ogni racconto che tenti di resistere alla morte lo merita.
Salve, dissero i sopravvissuti, noi siamo la famiglia straniera.
Salute a voi, risposero gli abitanti, noi siamo umani.


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