Storie di immigrati: quando un padre getta in mare il figlio

Storie e Notizie N. 1283

E’ notizia recente quella di un padre che al largo dell’isola greca di Kos ha dovuto buttare in mare il corpo di suo figlio di sei anni per salvare il resto della sua famiglia.

Questa è la storia nel breve.
Nello stesso tempo.
Un grido lacerante e una flebile supplica.
Ti prego, papà, non farlo.
Gettami in mare, padre, affinché tutto abbia senso.
Dove senso non ce ne dovrebbe essere alcuno.
Dove non ci dovrebbe essere nessuno.
Con la carne della propria carne tra le mani.
Pronto a farne a meno.
Tra le braccia di quelle stesse carni.
Pronto a fare a meno.
Di sé.
C’è uno sbaglio, ci dev’essere sul serio, in questo film.
Altrimenti, quale sceneggiatore avrebbe potuto peccare di siffatto abbaglio?
Quale regista avrebbe potuto mettere in scena cotanto abominio?
Quale produttore avrebbe il coraggio, o lo stomaco, per finanziare tale obbrobrio?
Ma, più di ogni altra cosa, quale spettatore potrebbe rimanere silente sulla propria comoda poltrona innanzi a una pellicola così aliena?
Già, è tutta una questione di parole, in ultima analisi.
Perché non sono mai stati i protagonisti, la differente cute o il diverso modo di affacciarsi al mondo, a essere a noi estranei, bensì la loro storia.
Ovvero, o peggio, la fine di quest’ultima.
Nel medesimo tempo.
Fammi scivolare tra le onde, papà.
No, padre, non lasciarmi indietro.
Un amaro sussurro e uno straziante urlo partoriti dal medesimo sentimento.
Un disperato e incalcolabile amore per la vita.
Dove puoi perder tutto.
Per raggiungere la meta.
E vederti derubato.
Anche di quel niente sopravvissuto.
Forse è giunta l’ora di parlare col proiezionista.
E una volta per tutte.
Cambiare film...

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