Se Trump diventa presidente: il regno di Trump

Storie e Notizie N. 1324

Se Donald Trump diventasse presidente…

C’era una volta Uno.
Uno qualsiasi, ma da un certo punto di vista era anche uno diverso.
Diciamo uno che non c’entrava nulla con il passato.
Uno svegliatosi da un coma decennale, vai.
Uno che non c’entrava nulla con il presente, quindi, ma solo con il futuro.
“Come vanno le cose?” Chiese a un passante uscendo dall’ospedale.
“Le cose vanno come devono andare”, rispose l’altro con freddezza.
“Capisco… scusami, è che finora ho dormito…”
“Ah”, saltò su il passante. “Eccone un altro, pensavamo vi foste estinti, falliti di sognatori buonisti dal cranio illuso e il cuore flaccido.”
“No, guarda, il fatto è che ero in coma…”
L’altro rimase come congelato, tipo la clessidrina confusa nel mezzo del monitor.
“Quindi non sai che ha vinto Trump.”
“Vuoi dire che alla fine Trump è diventato presidente degli Stati Uniti?”
“Quale fine? Quello è l’inizio ed è successo nel 2016. Il gran giorno è stato quando è diventato imperatore del mondo.”
“Cazzo…”
Di tutta risposta il passante tirò fuori un fischietto, ci soffiò dentro a pieni polmoni e poi urlò a squarciagola: “Parolaccia, ha detto la parolaccia, ha detto quella con la c!”
Uno, a quanto pareva il solo che non sapesse di vivere ormai nel regno di Trump, corse via spaventato e dopo essersi imbattuto in individui perfino peggiori del precedente tentò di rifugiarsi in un bosco poco fuori città.
Tuttavia, non appena si avvicinò all’ingresso della verde macchia notò subito del filo spinato a delimitarne i confini. Scavalcò, ma venne all’istante circondato da alcune bestie. Per la precisione, una gallina, due scoiattoli, un lupo, una famiglia di procioni, una volpe e un canguro.
“Che cavolo ci fanno i canguri qui da noi?” Esclamò.

“Che cavolo ci fai tu qui”, ribatté la gallina a nome degli altri.
“Gli animali parlano?” Gridò Uno sempre più confuso. “Come è possibile?”
“Se è normale che venga eletto Trump, ci sta che gli animali parlino, non credi?” Ribatté stizzito il canguro, che forse se l’era presa per prima.
“Touché”, incassò il nostro.
“Che?” Fecero quasi all’unisono gli animali.
“A ogni modo”, lo informò la gallina, “te ne devi andare da qui, non puoi entrare.”
“Perché?” Protestò Uno. “Il bosco è di tutti.”
Il bosco è di tutti…” gli fece il verso il canguro, che se l’era davvero presa per prima, senza forse.
“Il bosco non è di tutti”, spiegò la gallina, “bensì di chi ci è nato e ci vive seguendone le tradizioni e la cultura. Non possiamo accogliere tutti quelli che vengono da fuori.”
Inevitabilmente Uno spostò lo sguardo verso il canguro, il quale da una spontanea antipatia era passato a un odio feroce.
“Ma io vi assicuro che rispetterò il bosco”, promise il nostro, “farò mie le sue tradizioni e la sua cultura…”
“Non è vero”, intervenne sbottando il lupo. “Voi non siete come noi. Vi depilate dappertutto, anche i maschi, adesso. Non vi bastava torturare le pecore. Ma te l’immagini quanto può essere brutta una gallina senza piume?”
L’interessata si offese e beccò l’altro sul didietro.
“Voi considerate la migrazione un crimine”, proseguì la volpe. “Vallo a raccontare alle rondini, ai cervi e al gallo cedrone.”
“Voi chiamate amici gente di cui conoscete solo una faccina sullo schermo del cellulare e nemici persone che non avete mai incontrato nella vostra vita e che mai incontrerete”, aggiunse mamma procione.
“Voi puzzate”, butto lì il procione cucciolo per non essere da meno.
“Voi giudicate il prossimo solamente perché ha un modo diverso dal vostro di fare all’amore”, si unì una mantide religiosa appena giunta sul posto.
Uno era basito e anche un po’ preoccupato, sentendosi come intrappolato nel bel mezzo del confine tra i due mondi, il regno di Trump e il bosco degli animali.
Perciò si avvalse del più saggio degli argomenti possibili per convincere le bestie ad accoglierlo.
“Avete ragione a credere che tra noi ci sia brutta gente, è normale. Ma non siamo tutti così, c’è anche del buono, come in tutte le cose. Non è giusto che mi giudichiate senza conoscermi, solo per quello che avete letto o sentito dire.”
“Già”, fece il canguro assaporando tronfio l’opportunità di avere l’ultima parola della storia.
“L’hai capita, adesso, eh?”

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