Storie per riflettere: quando si uccide un giornalista

Storie e Notizie N. 1472

Il giornalista Javier Valdez è stato ucciso lo scorso lunedì a mezzogiorno nei pressi della sede del Ríodoce (Dodicesimo fiume), il giornale che ha co-fondato nel 2003. È stato ammazzato con ben 12 colpi, in quella che i colleghi considerano un’aggressione premeditata a causa del loro comune e coraggioso impegno contro i cartelli della droga.
Qualche settimana prima era stato triste premonitore della propria sorte, quando in seguito all'omicidio di un altro reporter, Miroslava Breach, aveva twittato: "Lasciate che uccidano tutti noi, se questa è la pena di morte per aver denunciato questo inferno. No al silenzio".
Secondo l'organizzazione per la difesa della libertà di stampa Articolo 19 almeno 104 giornalisti sono stati assassinati in Messico dal 2000 a oggi
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Quando si uccide un giornalista.
Quando si uccide un giornalista, con lui, muoiono parole.
Quelle innocue e quelle che centrano il bersaglio.

Ma il suono di ogni singola lettera si propaga a prescindere dalla fine del discorso e si solleva ancora più in alto laddove il vento si nutra dell’ardimento di che le ascolta.
Quando si uccide un giornalista che raschiava via menzogne dal racconto imposto con la forza, o con l’inganno, gli spazi vuoti virtuosamente disegnati vengono all’istante riempiti di nuovo dagli usurpatori di orizzonti.
Quelli tradizionali, è chiaro, e anche quelli fantasiosi, che per la maggior parte del mondo sono vitali zattere per godere di almeno un giorno in più.
Ma il nobile gesto è incancellabile ed è sufficiente anche un sol prode, o perfino incosciente, imitatore, per gridare indietro, a favore dell’eroe sacrificato: “Ne è valsa la pena, amico di noi tutti.”
Quando si uccide un giornalista che raschiava via menzogne dal racconto imposto con la forza o con l’inganno, malgrado fosse stato lasciato solo ad affrontare i mostri, questi ultimi vincono due volte, osservando ghignanti il volto sconfitto di altrettanti, distinti tipi di vittime.
Quello dei fieri caduti, dagli occhi spenti, serrati da palpebre che solo una virulente viltà sarebbe stata in grado di sfiancare, e quello degli ignavi profittatori di comodi silenzi.
Ma la solitudine di questa storia è come la storia di una solitudine, finché il tempo scorrerà nessuno è in grado di prevederne il finale.
Quando si uccide un giornalista che raschiava via menzogne dal racconto imposto con la forza o con l’inganno, malgrado fosse stato lasciato solo ad affrontare i mostri, e tu sai che come lui ce ne stati tanti altri, vuol dire che a ogni morte la brutalità è diventata più umana.
Quell’illusorio insieme di caratteristiche che dovrebbe renderci la specie eletta sul pianeta, sebbene a questo punto del cammino sarebbe forse il caso di chiederci chi o cosa ha davvero fatto tale discutibile scelta.
Ma quella stessa, amara conta può esser enumerata al contrario, alimentando ammirazione e stupore innanzi a chi, con palese prova del pericolo, ha comunque intrapreso la via per il medesimo martirio.
Quando si uccide un giornalista, già.
Quando si uccide un giornalista, con lui, muoiono sogni.
Quelli ingenui, certo, ma tra essi anche il miracolo possibile.
Che rimane tale da qualche parte, basta saper dove guardare.
Perché quando si uccide un giornalista che raschiava via menzogne dal racconto imposto con la forza o con l’inganno, malgrado fosse stato lasciato solo ad affrontare i mostri, e tu sai che come lui ce ne stati tanti altri, vuol dire che qualcuno aveva ragione.
E qualcun altro, per quanto truce e crudele, ancora oggi, sta tremando dalla paura.
Di ciò che un giornalista scriverà.


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