Di cosa abbiamo paura?

Storie e Notizie N. 1523

Vedo.
Vedo che l’edizione britannica della rivista Grazia ha l’occasione di pubblicare in copertina un primo piano della bellissima attrice messicana premio oscar Lupita Nyong’o.
Vedo altresì che i redattori della stessa si sentano

in dovere di ritoccarne la foto, secondo i canoni richiesti o auto imposti, dipende sempre dal personale grado di prigionia.
Al contempo vedo l’attrice in questione ribellarsi pubblicamente all’indebita manipolazione, rivelandola come l’ennesimo svilimento al servizio dell’eurocentrica immagine popolare.
Vedo altro, subito dopo.
Allargando lo sguardo e la solita, scombinata immaginazione, della quale non mancherò mai di scusarmi.
Vedo una stanza.
Una sala protetta da guardie sino al midollo agguerrite e di minacciose armi armate.
Nel mezzo, un vecchio.
Un vecchio invecchiato assai maluccio, goffamente rifatto e botulizzato senza pietà alcuna.
Con gli occhi stanchi, eppur fissi sulla mano, ovvero l’artiglio che stringe la consumata matita con cui passa e ripassa con infernale ripetizione sempre sul medesimo tratto del disegno governativo.
Linee e contorni, i pieni e le trame, più che mai la carta che le sopporta son talmente logorate da implorare pietà e l'agognata pace insieme agli orrori dipinti e coraggiosamente bruciati nei brutti tempi andati.
Nondimeno, l’inquietante eppur rassicurante affresco è lì, con crudeltà resiste, malgrado la clessidra stia perdendo gli ultimi granelli di ottusità.
Vedo, lo vedo, come tutti noi, il folle disegno.
Il mondo che subiamo, e al contempo incomprensibilmente adoriamo.
Da una parte una terra spartita tra ricchi e ricchi e dall’altra un futuro inseguito dalla sola umanità rimasta.
Nel mezzo, la vignetta sovrana, dove il bianco sposi il bianco e il nero si confondi con quest’ultimo, dove ognuno rispetti il destino affidatogli dal padrone atlante e conservi l’abito confezionato da una sarta cieca che ha un nome noto.
Già, alla fine della fiera, siamo sempre con lei.
Dalla sigla iniziale ai titoli di coda di questo film commerciale e disonesto che occupa ormai ogni sala del pianeta.

Mi riferisco alla paura, ovvero, a come opera.
Essa è un paio di occhiali che toglie dimensioni, invece di aggiungerne.
La paura è la più pericolosa terrorista di questo secolo.

Ci costringe a temere come la morte ciò che è alle nostre spalle, alla stregua della caverna del mito, seduti in buon ordine per assistere ipnotizzati all’esibizione del suddetto vegliardo.
Eppure, io vedo.
Vedo un bambino alzarsi tra la folla dallo sguardo schiavizzato.
Oltrepassare indomito le vite immobili.
E dopo aver ridotto in briciole e mandato all’aria la menzognera raffigurazione con un semplice soffio.
Puntare il coraggioso dito, mostrando ai nostri occhi disabituati al bello.
Il sogno che è già realtà.


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