Storie di animali e orsi: festa in paradiso

Storie e Notizie N. 871

Paradise - Savery, Roelandt (1576 - 1639)
“Ma dai?” fece Emme Tredici al castoro con gli occhiali dall’elegante montatura dorata. “C’è il paradiso pure per noi altri?”
Solo per noi altri, amico mio”, rispose l’altro, facendogli strada all’ingresso di un verdeggiante bosco sospeso tra le nuvole, passando sotto un cartello con un scritta incisa a caratteri cubitali.
“Davvero?” chiese l’orso, ancora scosso per l’assassinio.
No, perché almeno dal punto di vista dell’orso, di questo si tratta.
“Certo”, fece il castoro, “dopo la morte è tutto per noi, per loro non c’è niente.”
“Ti riferisci agli umani?”
“E chi se no? Vieni, che ti mostro che razza di paradiso abbiamo messo su.”
“E dio?” chiese M13 spinto dalla curiosità.
“Non ho capito…” rispose il castoro.
“Qui non c’è dio? Il dio degli animali?”
“E a che ti serve?”
“Che so, per confessare i miei peccati, consegnargli la mia anima, le solite cose, insomma…”
“Bello”, fece il castoro spazientito, “ma tu ti sei bevuto il cervello?”
“Scusami, dev’essere stato il fuso orario…”
“Già, immagino. Ad ogni modo, sono gli umani che devono preoccuparsi di quelle cose. Noi siamo animali, subiamo tutta la vita il dominio dell’umanità e dopo morti dobbiamo beccarci quello dei loro dei? Non se ne parla. Qui facciamo come ci pare.”
“Proprio come la scritta all’ingresso…” si rammentò l’orso.
“Esatto. Qui facciamo come ci pare. Quando ci aggrada mangiamo, andiamo di corpo e amoreggiamo, non necessariamente in quest’ordine.”
In quell’istante, altri animali si stavano avvicinando per salutare il suo arrivo e ognuno sembrava affermare con tutto il proprio essere la totale libertà di quel luogo. Vi era una zebra vestita da drag queen, un mastino napoletano con la maglia della Juventus, uno stambecco che fumava la pipa, un ippopotamo che ballava il Gangnam Style, uno scoiattolo in doppio petto che si atteggiava con l’Iphone e molti altri.
L’orso all’inizio sembrò gradire la calorosa accoglienza di quella variopinta fauna, tuttavia, si guardò indietro, verso l’ingresso del paradiso e si rattristò.
“Cos’hai?” chiese il castoro.
“Niente… è che mi dispiace.”
“Di cosa?”
“Di essere morto ucciso dagli umani.”
“E perché?”
“Avrei preferito morire in altro modo, magari per mano… ops, per zampa di qualche mio simile.”
“Amico mio”, fece il castoro levandosi gli occhiali e prendendo a pulirli con un fazzoletto, “questo è quello che dicono in molti, qui. Ma puoi vendicarti.”
“E come?”
“Vedi”, disse il castoro avvicinandosi all’orso, “di recente abbiamo scoperto che da qui possiamo lanciare roba sulla terra.”
“Sul serio?”
“Che ti devo dire, l’altro giorno l’elefante e la mangusta si stavano tirando dei sassi, per gioco, eh? E alcuni sono finiti in Russia…”
“I meteoriti… ma va’?”
“Già, ma ci sono stati dei feriti e ce ne dispiace.”
“Eh certo, mica vorrai che tiri i sassi anch’io?”
“No, però, se riesci magari a individuare quelli che ti hanno abbattuto… Giusto per curiosità, quanto sterco produce al giorno un orso delle tue dimensioni?”

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