Richie Havens Freedom traduzione testo: storia del primo

Storie e Notizie N. 912

Il primo, quando sei il primo è tutta un’altra storia.
Il fatto è che solo il primo lo sa.
E se non lo racconta, magari proprio con una storia o, meglio, con una canzone, nessuno potrà mai dire veramente cosa voglia dire.
Essere il primo, già.
Erano trascorsi esattamente 7 minuti dopo le 17, quel 15 agosto del 1969, laddove Richie sentì chiamare il proprio nome.
A ventotto anni sei un uomo, diceva sua madre.
A ventotto anni, è da tempo che sei un uomo, bofonchiava il papà.
A ventotto anni puoi essere un uomo o meno, ma cantare per primo a Woodstock è ugualmente uno shock.
Un magnifico e orgasmico shock che in tanti, infinitamente tanti, invidieranno nei secoli a venire.
Richie guadagnò il proscenio del vasto palco, agguantò la chitarra, anzi, l’abbracciò come solo il più eccitato tra i ragazzi avrebbe mai potuto fare con la propria amante, chiuse gli occhi e iniziarono a fare all’amore.
Una parola perfetta, per opportunità e tempismo, si levò dalle sue labbra un istante dopo.
Freedom, ovvero libertà, libertà di essere il primo.
Non il primo nero, d’accordo e, per fortuna di molti, neanche l’ultimo, ma uno dei tanti primi neri a dare inizio a qualcosa di unico e irripetibile, in un paese dove tale privilegio veniva dato solo ai bianchi.
Con straordinario spreco di talenti, aggiungo io.
E come potrebbe fare altrettanto ciascuno dei fortunati che quel 15 agosto di più di 40 anni fa assistettero al concerto dei concerti.
Certe volte mi sento come un figlio senza madre, continuò a gridare Richie.
Sentimento comune molto più di quel che si possa immaginare, amaro lascito a tutte le generazioni che non si riconoscono nel ventre che le ha messe al mondo senza comprenderne la responsabilità, sia quella di madre che di patria.
Molto lontano da casa mia, intonò di seguito l’uomo che cantò per primo a Woodstock.
E cos’altro può fare chi si senta come un orfano, malgrado non lo sia, se non abbandonarsi all’onda d’urto di quell’esplosione nel cuore, silenziosa per tutti tranne che l’interessato?
E cos’altro potrebbe fare, costui, se non darle voce con una storia o, meglio, una canzone?
Certe volte sento come se me ne sia quasi andato, precisò Richie nella strofa successiva.
Via, andato per la mia via, molto, molto lontano da casa.
Forse solo così si ha il coraggio di essere il primo a salire sul palco.
Per rischiare tutto, anche se non è tanto, sotto quelle luci assordanti, davanti a migliaia di occhi estranei, che un attimo dopo si trasformano nel calore sognato di nascosto nelle notti piovose.
Non basta essere il primo, sa bene Richie, devi meritarti quell’onore.
E allora freedom, libertà anche alle mani, ebbre di gioia perché finalmente sciolte le catene della ragione, si lanciano a perdifiato lungo il pentagramma a cavallo di note folli solo in apparenza.
E’ gioia, questa, non follia, disse un giorno la madre a Richie, ridendo fino alle lacrime al pensiero di sapere il figlio sul palco di Woodstock.
E’ gioia, questa, non follia, anche se tua madre è veramente matta, aggiunse quello stesso giorno il padre. Ma la amo anche per questo.
Battete le vostre mani, urlava allora Richie al pubblico, ormai privo del controllo sulle proprie, battetele e liberatele anche voi.
Perché ho un telefono nel petto e posso chiamarlo dal mio cuore. Quando ho bisogno di mio fratello, quando ho bisogno di mia madre.
Perché chi ha la forza di essere il primo ne ha altrettanta per non dimenticare chi meriti sul serio di esser ricordato.
Dentro e per sempre.
Continua ancora, dissero gli organizzatori a Richie, vai avanti, perché il secondo tarda ad arrivare.
Nessun problema, rispose il nostro con lo sguardo.
Perché talvolta capita che il primo che sale sul palco abbia così tante cose da raccontare, o meglio, cantare, da non lasciarsi sfuggire un’occasione simile.
E perché freedom, libertà, è un desiderio che va dichiarato il più possibile nella cosiddetta terra delle opportunità.
Richie andò avanti per tre ore.
Meravigliosa libertà.

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