Storie sulla diversità: la famiglia naturale

Storie e Notizie N. 1013

All’indomani dell’apertura del sindaco di Roma Ignazio Marino alle adozioni da parte di coppie omosessuali, sembra destinata a far discutere la sentenza di Bologna che ha affidato temporaneamente una bimba di tre anni ad una coppia di signori.
A difesa della famiglia cosiddetta naturale, le 'autorevoli' voci di Gasparri e La Russa (aspetto con fiducia Giovanardi) si sono già levate veementi.
Dal canto mio, propongo come d’abitudine solo una storia…

C’era una volta un paese.
Un paese di cui non ricordo il nome.
Così può essere ovunque.
Anche il nostro.
Ma anche no.

Nel paese di cui non ricordo il nome, così può essere anche il nostro ma anche no, non esisteva la famiglia naturale.
Eh sì, incredibile a dirsi, di quest’ultima non v’era alcuna traccia.
Capisco l’orrore dei moderati tra voi.
Quale girone infernale sarà mai, questo lascivo luogo.
Si da il caso, però, che in questo paese non è che non esistesse affatto.
La famiglia, intendo.
E’ solo che l’aggettivo naturale era assente.
Tutto qui.
Anzi, molto più di tutto.

Difatti, la famiglia ne era totalmente priva.
Di cosa? Di aggettivi, mi sembra chiaro.
Era altresì piena di altro.
Dedizione, va’.
Ne dico una a caso, la prima che mi viene in mente.
Quella radicale abnegazione nel concentrarsi senza interruzioni di sorta sulla vita di qualcun altro.
Uno sconosciuto, in ultima analisi.
Che potrà essere simpatico e divertente, come odioso e irritante.
Potrà essere chiunque.
A suo completo piacimento.
Qualcuno che sin dal primo reciproco incontro ce la metterà tutta nel far emergere le tue difficoltà.
Che impiegherà un po’ a mostrare gratitudine per la tua fatica.
Fatica che è un lavoro a tempo pieno e indeterminato.
Perché nessuno è in grado di quantificare se e quando arriverà la meritata pensione.
Mi riferisco all’essere genitore, ovviamente.

La famiglia che non era naturale, perché non aveva aggettivi, era piena di dedizione e anche di maturità.
E non mi riferisco al diploma.
Maturità.
Ovvero quel soddisfacente livello di equilibrio, sana centratura tra sentimenti e scopi, realizzazione personale e capacità di accompagnare l’altro al medesimo obiettivo, propensione completa all’ascolto e all’osservazione della vita altrui.
Sin da fungere da approdo sicuro a cui appoggiarsi se si è all’inizio della navigazione con al massimo due braccioli.
Leggete pure genitore e figli.

In quel paese la famiglia non naturale, in quanto priva di aggettivi, era colma di dedizione, maturità e ne cito un’altra a caso.
Amore.
Giammai nel romantico e passionale intendimento.
Pure, ma non solo.
Parlo di quel prezioso frutto proprio della dedizione e della maturità che permette a qualcuno di donarsi completamente all’altro.
Mettendo da parte del tutto se stesso.
Finché all’altro servirà.
Chiunque egli sia.
Per il solo fatto di essere giunto in quella famiglia.

Ecco, quel che credo, dico davvero, è che forse potrebbe essere una fortuna che quel paese, dove la famiglia non è naturale, perché non ha aggettivi, non sia il nostro.
Perché in quel caso, molti, sfacciatamente molti tra noi, non avrebbero alcun diritto a diventare genitori.
La fortuna è tutta dei figli.
Che in quel paese vivono.
Con dedizione e maturità.
Amati.

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