Storie di animali: La marmotta cade al sindaco

Storie e Notizie N. 1139 

Sì, sono morta.
E mi chiamo Charlotte e non Chuck.
La differenza tra una femmina e un maschietto dovrebbe essere visibile.
Anche per una marmotta, cribbio.
Ma solo questo è vero.
Tutto il resto sono balle, senza scherzi.
No, dico, secondo voi posso esser morta perché scivolata dalle mani di quel goffo bipede davanti alle risa sgraziate dei suoi simili?
Chi vorrebbe finire la propria storia così?
Io no e credo neppure voi.
Così, ecco com’è andata, è la mia vita, dovrete fidarvi.
C’erano sì il sindaco Bill De Blasio e tutto il pubblico, la folla, questo sì.
Ma le cose sono andate diversamente, molto diversamente.
Mentre il primo cittadino di New York compiva la propria visita ufficiale nello zoo, una delle due tigri ha fatto scaletta all’altra e la più incacchiata tra loro si è ritrovata nel viale proibito.
Fuori della gabbia, insomma.
Inutile dire che quel sadico del rinoceronte ha preso ad incitarla gridando con la bava alla bocca.
Lo capisco, in fondo.
Durante il trasporto sino alla prigione – perché di questo si tratta, altro che chiacchiere – gli hanno spezzato il corno.
E per un rinoceronte maschio la lunghezza del corno è tutto, è risaputo.
La tigre, dal canto suo, non aveva alcuna intenzione famelica.
Era solo stanca di fare solo avanti e indietro.
Da sempre sognava il lungo e il largo, il su e giù e soprattutto il dove cappero mi pare.
Cercate di capirla.
Nata in cattività, esattamente come i suoi desideri, del tipo più assordante nella testa.
Leggi pure come l’inarrestabile nostalgia per quel che dovrebbe essere naturale.
Nondimeno, anche la più sazia delle fiere, laddove si imbatta in una corpulenta signora tutta smartphone e gelato multi gusti, che appena ti vede inizia a strillare come una foca scambiata per una vogliosa femmina di gorilla da King Kong in persona, a un certo punto cambia idea.
Dopo posso pure partire per il mondo libero.
Ma, prima, almeno un morso a quella scassatimpani va dato.
Niente di personale, è una questione di orgoglio felino, baby.
Cosicché la tigre ha messo in mostra le zanne, sfoderato gli artigli e con la coda dritta come il pennone di una nave pirata ha lanciato il suo attacco all’ammasso di carne urlante.
Dal canto suo, la tipa, senza smettere di berciare, si è voltata e ha preso a correre a gambe levate.
Proprio nella direzione del sindaco De Blasio e la folla discepola.
Ecco, è stato qualche secondo dopo che ho fatto la scelta che avrebbe deciso il mio destino.
Troncato, ad esser precisi.
L’impatto gli sarà fatale, ho pensato.
No, non sto parlando del sindaco.
Si da il caso che quel grullo del pavone proprio in quel mentre si trovava tra il gruppo De Blasio e il donnone terrorizzato, con alle spalle la tigre.
Non si può morire così, in maniera così stupida, mi son detta, e con un balzo sono saltata al di là del recinto.
Al rallenty ho spinto via il vanesio quanto distratto volatile, salvandolo da morte certa.
A velocità normale mi sono presa una schiacciata mortale dalla montagna di paura e grasso in eccesso.
Sì, nel dettaglio, ho salvato anche il sindaco e company, perché vista la scena la tigre è tornata di corsa dall’amica, rinunciando al viaggio tanto bramato.
E’ un onore dividere la cella con una marmotta così coraggiosa, mi ha scritto in un sms la sera stessa.
In seguito sono morta per le ferite, con gioia e fierezza, ma questa è ormai storia.
La vera storia.
Segnatevi questa.
Tutte le altre versioni sono false.
Inaccettabili, vergognosamente inaccettabili.
Non si può vivere come viviamo noi, dietro le sbarre.
Ma almeno fateci raccontare la nostra morte.
Che almeno la fine sia felice.

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