Storie di immigrati: io faccio muri

Storie e Notizie N. 1259

Faccio muri.
Io faccio muri e non so fare altro.
Chiamatemi e vi risolvo il problema.
In quel di Ungheria e ora anche in Macedonia vogliono fermare i profughi con un muro.
Perché non avete pensato al sottoscritto?
Non capisco perché in Messico e in Palestina, tra la Padania e il popolo degli strumentalizzabili, tra Casapoundia e il regno degli impurificabili, tra gli sgambettatori dei futuri altrui e quella piaga di umani che non si ostinano a morire in silenzio, non abbiano subito cercato il mio nome sull’elenco.
Eppure mi sembrava di aver dimostrato di esser del mestiere.
Okay, d’accordo, non sono uno convenzionale, è chiaro.
Se ci si aspetta il classico creatore di muri, nobilmente detto muratore, con tanto di cazzuola e filo a piombo, siamo fuori strada.
Quella è roba vecchia.
Cioè, funziona ancora, ma io sono 2.0, che dico, infinito punto nulla, ma va letto all’inverso, nel senso che dal nulla guardo all’infinito.
Ovvero, mi limito a osservare, ecco.
So che lì c’è il resto e là vado a conquistarmelo.
Mi basta, mi è sempre bastato.
Ma torniamo alla merce, venghino, signori, venghino.
Io faccio muri, muri che durano, muri spostabili, insomma, condivisibili, riusabili ma preferibilmente citabili.
Della serie… e dillo chi è l’autore del muro di cui ti sei appropriato, cappero.
Abbiamo detto che sono avanti e la prima novità è proprio il classico mattone.
In luogo dell’ormai arcinoto blocchetto di pietra e calce, amiche e amici al di là del banco, eccovi il tassello del domani.
Parole.
S’era capito, dai.
Un muro di parole è quello che vi serve, frange tremebonde ungheresi e di ogni trincea del pianeta.
Un rassicurante e solido steccato intessuto di frasi ad hoc ma pure aggettivi squalificativi, figure retoriche ma anche barbine, similitudini ardite e perfino indigeste insalate di allusioni, delle quali mi scuso.
Perché talvolta le dita perdono la testa, la testa perde di vista il cuore e il cuore si crede la pancia e viceversa.
Garanzia?
Ma la migliore, ovviamente.
I miei muri durano finché voi vogliate che durino.
Nel cocciuto ricordo come nel sogno impertinente.
Nella parte di voi che ancora non avete venduto.
Controindicazioni?
Ecco…
Qui c’è il punctum dolens, stimato pubblico.
I miei muri non arrestano le persone, non troncano il respiro a metà, non interrompono l’indispensabile narrazione addirittura per prestare il fianco a una nuova utilitaria super accessoriata.
Le pareti che raccontano storie lasciano passare tutto e tutti.
Ma vi prometto una cosa.
Anzi, è ciò che spero con tutto me stesso.
Ogni giorno, più che mai ora.
Che chi sarà oltre, dopo, magari non subito, non conta.
Sarà diventato una persona diversa.
E magari più serena…

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