Storie di immigrati: ebrei e nazisti del futuro

Storie e Notizie N. 1254

Mettiamo che sia davvero così.
Mettiamo che la storia dei migranti marchiati nella Repubblica Ceca sia come quella degli ebrei nei campi di sterminio.
Esatto, mettiamo che la shoah dei profughi sia tale.
Una shoah.
Allora soffiamo sulle lancette dell’orologio con ogni particella di fiato che serbiamo nel petto per i goal all’ultimo minuto e per le feste comandate.
Tutti insieme, ora.
E immaginiamo cosa diranno e faranno, un giorno.
Come è stato per gli ebrei.
Foto e filmati saranno opportunamente vecchi.
Lontani, al riparo del tempo e soprattutto delle coscienze attuali.
Perché, come purtroppo sovente accade, l’orrore peggiore assume contorni definiti solo allorché lo si osservi laggiù.
Là dietro.
Nel regno che fu.
Di conseguenza, la maggior parte degli astanti si sentirà inorridita.
Ma come potevano far questo, allora?
Ma come è potuto accadere?
Ma come si può far questo ai propri simili?
Certo, si farà udire anche lo scervellato di turno, affetto tra le altre cose da un’insopportabile solitudine dell’io, che farneticherà di fantomatiche giustificazioni.
Del disumano agire.
Ci sono e ci saranno sempre le starnazzanti voci confuse.
Ci sono in diretta, figuriamoci a distanza di tempo.
Così, cristallizzata a puntino la terribile macchia confinata nel passato, cominceremo a celebrare tutto il celebrabile.
Fioccheranno premi e targhe per il rifugiato sopravvissuto.
Vie e busti in omaggio alle anime migranti.
Conferenze a tema e tavole rotonde appassionate sulle tragedie dei mari.
Di chi si sentirà votato ad ammonire i giovani virgulti.
Mai più, sarà il senso dell'avvertimento.
Guardate e capite, affinché mai più avvenga ciò.
Scriveranno libri a iosa.
E ne pubblicheranno altrettanti.
Andranno a ruba ovviamente i racconti in prima persona, narrati col sangue che rimane.
Dopo la tempesta.
E poi arriveranno i film.
Oh, quanti ne faranno, vedrete.
Si arriverà a una vera e propria caccia al ricordo perduto, alla testimonianza diretta, ma andrà bene anche di seconda mano, e financo terza, purché drammatizzabile per il grande pubblico.
Unito dai giusti sentimenti innanzi alle vergogne della storia.
Empatia per le vittime.
E avversione nei confronti dei carnefici.
E’ un classico.
L’umano popolo per dimostrarsi tale ha bisogno di tempo.
Resta insoluta una fondamentale domanda.
Quanta carne viva dovremo incidere ancora con la nostra idiozia?
Ovvero, quante volte dovrà andare in scena tale spaventoso spettacolo affinché ci si convinca che, in qualsiasi epoca si viva, nessuno di noi è solo uno spettatore?

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