Storie di guerra: Popoli senza Stato contro Stati senza popolo

Storie e Notizie N. 1394
 

Nello scorso giugno, contestualmente a Euro 2016, un altro torneo di calcio ha avuto luogo in Abkhazia. Mi riferisco alla Football World Cup for Rebels, ovvero il Campionato del mondo di calcio per nazioni non riconosciute.
Tra di esse il Kurdistan, paese senza stato tra i più attuali, oggi, spezzettato tra Turchia, Iraq, Iran, Armenia e Siria, con tutti i conflitti civili e non ai quali partecipa buona parte del resto del mondo, quello in apparenza compatto, laddove il presunto nemico, olivastro e barbuto, è sempre ben in vista in cima alle pagine e agli schermi privilegiati…

C’erano una volta i popoli senza Stato.

Hai presente?
Dai, i ribelli, s’è detto all’inizio.
Ma puoi chiamarli in molti altri modi, perché è così che ti vengono raccontati.
E una volta che la storia gira, hai voglia a rettificare.
Li vedi? Sono la gente che resiste e i giovani che si oppongono, i vecchi che rimangono indietro, ma poi arrivano anche loro, la società civile non solo a parole e le donne, un mare di donne che avevano già iniziato da tempo la lotta.
E non mi riferisco di certo a fanfaroni di verde intessuti, capaci solo di berciare all’ufo invasore che loro stessi hanno inventato, ogni riferimento è puramente voluto.
I popoli senza Stato, per lo Stato che non hanno, il più delle volte muoiono.
Con il sogno di una mancata bandiera, scompaiono.
Per una terra che ormai è solo tale, spoglia, brulla e inaridita come la loro stessa pelle, donano tutto.
Come la vita, presente e passata.
Il futuro è la vittoria, per chi nell’ultima pagina soggiace, figlio di cotanto padre.
Il popolo senza, in breve.
Tuttavia, quando ogni cosa è chiara, chi reclama cosa e chi nega altrettanto, ecco che arrivano gli altri.
Di nascosto, bisbigliando sotto banco alle cene ufficiali, ma anche vantandosi nelle parate più rifulgenti.
Arrivano sempre, come è sempre stato e sempre sarà.
Puntuali, gli eroi e i super poteri, i babbi natale fuori stagione e i preziosi doni di morte.
Sul tavolo due sole scelte: prendi le mie armi, mio nuovo amico, ovvero, che ti piaccia o meno, le userò per te. Sappi che per te e solo per te le ho fatte, pensando a te.
E’ così che il sogno dell’occidente diventa l’incubo nel lato opposto del cielo.
Quindi via alle strette di mano formali e gli abbracci privi di ogni emozione.
Da quell’istante la guerra non è più solo un fatto privato.
Non più roba loro, per capirci.
Adesso, c’era una volta lo Stato senza popoli.
Anzi, c’erano una volta questi ultimi.
Dai, adesso è facile.
Sto parlando di tanti, qui nei pressi.

Gente formata da altra gente, composta da altra gente ancora, che non sono altro che una marea di esistenze confuse tra loro, come tante teste chine sulle chat nell’affollato vagone di un metrò all’ora di punta.
La domanda che segue è altrettanto prevista.
Cosa accade quando uno Stato senza popoli, per esempio non eletto democraticamente, decida di far parte della guerra di uno dei tanti popoli senza Stato?
Niente, assolutamente niente.
Silenzio, capo giù sulle lucine e via alla prossima fermata.
Nulla, dove invece accade tutto laggiù.
Dove i popoli senza Stato si ergono.
Contro gli Stati.
Senza noi



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