giovedì 7 maggio 2020

Nel limbo dei migranti

Storie e Notizie N. 1873

Salute a te, pianeta terra.
Qui Limbo, ma tu leggi pure come un luogo solo in apparenza – o per consapevole indifferenza – lontano.
Lì, tra le crepe invisibili dell’umana decenza; laggiù, là sotto, o se preferisci di lato rispetto agli orizzonti maggiormente convenienti, noi siamo ancora vivi.
Malgrado tutto e tutti. Nonostante la percezione dell’esistenza si sia deteriorata nel tempo a tal punto che la comunque detestabile accezione di una mera sopravvivenza è oramai solo un ricordo.
Da cui, facciamo leva sulle uniche certezze rimaste: il cuore che batte, sebbene a ogni rintocco si domandi se sia il caso di continuare a bussare alle porte del mondo; l’aria che invade i polmoni, benché - conscia di quanto poco ossigeno pulito contiene - abbia iniziato perfino lei a provar

compassione per noi altri; e la nostra lacerata ma indomita immaginazione che persiste nello scrutare l’universo circostante alla ricerca di quella fantomatica stella chiamata umanità.
Funestati da tale innaturale condanna priva di un ragionevole reato, ma neppure processo e sentenza, due parole definiscono l’abominevole stato in cui ci hanno trasformati: non possiamo.
La prima persona plurale del verbo potere è l’unico verso a noi concesso, con tutte le dolorose e contraddittorie varianti del caso.
Non possiamo restare.
E non possiamo andarcene.
Non possiamo aspettarci giustizia.
E, quasi simultaneamente, non possiamo esprimere giudizi sui misfatti dei nostri carcerieri.
Non possiamo reclamare rispetto e considerazione per le nostre esigenze.
E, al contempo, non possiamo neanche pensare di limitare i privilegi dei cittadini documentati, ancor prima che i diritti, in cambio di anche solo una briciola di questi ultimi.
Perché è una prigione perfetta, la nostra, in accordo a tutti i crismi attuali: il carcere esiste e funziona, questo è ciò che devi sapere; ma che non si racconti cosa accade per davvero oltre le mura che ci separano da te, alla stregua di un tappeto sul quale cammini noncurante e che nasconde emozioni e sentimenti simili ai tuoi; solo immensamente più sfortunati.
È come un’isola dentro un’isola, che soggiace a delle regole fisiche aliene quanto alienanti. Dove il tempo scorre al contrario, poiché quando il futuro che si fa presente si dimostra perennemente peggiore di quest’ultimo, finisci per contare i ricordi sereni invece che le pecore per addormentarti; e quando scopri che sono terminati, inizi a inventarteli da te.
Il paradosso più grottesco è che anche il nome con cui sei abituato a chiamarci diviene fuori luogo: migrante. Il participio presente più frainteso della storia, perché non riguarda solo il verbo in sé, come tutte le azioni che sottintendono intere esistenze abbracciate al mero significato della parola. Perché insieme ai nostri corpi che ti hanno insegnato a ignorare, sono i nostri cari rimasti indietro e tutti i loro sogni a migrare con noi; migrano i colori che hanno riempito i nostri occhi e tutta la luce che abbiamo solo sfiorato con la mente; migrano altresì le parole gentili che abbiamo sperato di ascoltare al nostro arrivo; migrano tutte le informazioni che hanno raccolto nel tempo i nostri sensi, da quelle più trascurabili a quelle gradevoli al solo pensare che esistano. Perché, per sottovalutata brevità, migrano persone, solo persone, già.
Questo è il nostro blocco, la nostra personale versione di lockdown. D’altra parte, è storia vecchia, nulla di nuovo. Quando l’albero brucia il prezzo più alto lo pagano sempre i rami più vulnerabili e le foglie ritenute minori. Il nostro dramma, però, è che noi altri sull’albero non ci siamo mai saliti. Siamo rimasti sempre giù, accovacciati accanto al tronco con la mano protesa, aspettando di poter cogliere il frutto da te dimenticato e sperando ogni volta che fosse meno bacato di quello precedente.
Ecco, questo è il limbo dove ora ci troviamo e non ha niente a che vedere con quello biblico, di coranica interpretazione, men che meno dantesca o di senso figurato.
Tutto ciò per un motivo che la maggior parte dei nostri simili oltre muro insiste nel voler trascurare: siamo ancora vivi e, finché il respiro lo permette, non vogliamo morire...


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