giovedì 24 settembre 2020

La favola di Suarez e dei verbi all'infinito

Storie e Notizie N. 1887

C’erano una volta centinaia di migliaia di bambini e ragazzi, giovani vite, donne e uomini del domani, per molti creature minori, formalmente chiamati minorenni. Centinaia di migliaia che potreste perfino approssimare al milione, senza tema di spararla grossa, guardate un po’. Costoro erano venuti al mondo in un paese le cui leggi stabilivano che non era sufficiente aver visto quale prima luce quella nostrana per meritare un diritto fondamentale, che spesso non si traduce nel suo opposto da chi lo erediti senza colpo ferire. Già, perché essere conclamati cittadini di una comunità è molto di più che aspettarsi quotidianamente qualcosa in cambio, tutt’altro. I nostri erano quindi dei non-cittadini, quindi dei non-legittimati. Dei non-noi, per capirci, degli altri, per farla breve.

A maggior ragione in quanto figli di coloro i quali cittadini riconosciuti probabilmente non lo saranno mai, perché saranno sempre visti per come appaiono ai nostri occhi. In una sola parola, a essere gentile, stranieri. Ora, uno spiraglio c’era. Secondo la normativa vigente nel paese in questione, gli altri, ovvero i figli di quegli altri, avrebbero potuto guadagnarsi il riconoscimento dell’ambito quanto inclusivo documento non appena compiuto il diciottesimo anno di età. Nel mentre, si vive. In attesa di, si va a scuola. Fino al giorno che, si è ancora in centinaia di migliaia, ma tu approssima pure al milione, di bambini e ragazzi, giovani vite, donne e uomini del domani, formalmente chiamati minorenni, ma alla realtà dei fatti considerati creature minori. Poi, all’improvviso, avvenne il miracolo. Come un singolo fuoco d’artificio a cielo aperto, ma di giorno e non in una particolare occasione festiva e celebrativa. I nostri lo chiamarono il dono di Suarez, la favola di un miraggio che diventa reale. Per errore, forse, probabilmente per truffa, a essere onesti, ma ciò che conta in ogni storia – o miracolo – è l’effetto che fa su chi la vive sulla propria pelle. La notizia occupò rapidamente le prime pagine di tutti i giornali: per ottenere la tanto agognata cittadinanza sarebbe stato sufficiente pronunciare i verbi all’infinito. Davvero? Pensò ciascuno di quei bambini e ragazzi, giovani vite, e donne e uomini del domani. Ma noi non facciamo altro, sapete? Ogni coniugazione della nostra esistenza è costantemente proiettata lontano, ben oltre gli orizzonti e qualsiasi ostacolo o muro i cittadini dal cuore schiacciato sotto il peso di quintali di dissennata paura possano concepire. Perché sono tutti verbi all’infinito, i nostri. Come sperare di essere trattati un giorno come i nostri coetanei baciati dalla sorte. E immaginare che quel giorno arrivi presto. Come sognare che sia già arrivato. E fantasticare di poter dimenticare tutti quei giorni, mesi e anni in cui essere accettati come gli altri era solo un sogno. Come progettare la vita che verrà confidando che in quel meraviglioso momento il nostro, ripeto, il nostro paese non ci respingerà più. E pregare il cielo o chi per lui di darci la forza di resistere, laddove ciò dovesse accadere ancora. Come, infine, amare e rispettare comunque questa terra, che è anche nostra, ripeto, nostra a prescindere da ciò che urlino le carte bollate. E chiedere che essa faccia lo stesso con noi. Nel mentre, in attesa di, fino al giorno che tale miracolo si realizzi per davvero, qui, ora, in questo presente, ricordate che noi altri continueremo a vivere, andare a scuola e a esistere. Accanto a voi.

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