giovedì 15 ottobre 2020

Vittorio Feltri il razzista vs Cyrano de Bergerac

Storie e Notizie N. 1890

Da un lato Vittorio Feltri. Feltri, già. Lui, quello. Il giornalista, saggista e – udite udite – opinionista italiano. Di cui, come l’altro, vedrete un giorno si dirà che però è stato un grande intellettuale nostrano. La statua ci starà tutta, ci scommetto. Ma proseguiamo con l’elenco dei titoli del nostro, anzi vostro, è chiaro. Del fondatore e attuale direttore editoriale di Libero, il terzo quotidiano nel nostro paese per contributi ricevuti da noi altri (dài, questa è facile, lo Stato chi è? E bla bla), ovvero 5.4 milioni di euro. Ripeto, cinque milioni di euro quasi e mezzo per scrivere titoli tipo Calano fatturato e Pil ma aumentano i gay

Ebbene, l’arcinoto, pluri-invitato e stra-interpellato maître à penser italico, si è fatto notare ieri per il seguente commento sul suo profilo twitter: Se nell’Italia non segna il negro non andiamo da nessuna parte.

Okay, questa la so, va bene? È il solito abusato stratagemma per rendere il cinguettio virale facendo da una parte imbestialire i cosiddetti buonisti e radical chic, ovvero fissati con il politicamente corretto, almeno dal suo punto di vista, e altrettanto godere come matti i baluardi del cinismo da tastiera e della libertà di insulto, giammai di satira. No, perché ci tengo a sottolinearlo: il cinismo, quello fine e degno di considerazione, è frutto di esperienze variegate e profonde, così come la nobile arte della dissacrazione dei canonici simulacri. Entrambi acquistano significato di valore proporzionale a quanto sia potente e temuto il bersaglio dei loro strali. Al contrario, è soltanto la conseguenza dell’ormai storica quanto proverbiale codardia di una parte di questa nazione, che la induce puntualmente a scaricare ogni malessere sul più vulnerabile di turno. Difatti, il Feltri, esatto, proprio costui, avrebbe potuto twittare scrivendo, con analoga valenza: Se nell’Italia non segna il terrone, riferendosi al napoletano Immobile, il nasone, alludendo al profilo di Chiellini, o il tappo, chiamando in causa la bassa statura di Florenzi. Ciò malgrado, il Feltri, lui, da navigato cacciatore di clic, fin dai tempi non sospetti in cui quest’ultimo ancora non esisteva, conosce a menadito il suo pubblico. Di questo gliene va dato atto. Quindi, punta sul negro, perché è razzista, è ovvio, ma soprattutto perché ha imparato che in questa specie di società moderna e civile di brava gente, di grande umanità, se non fai nulla per nasconderlo, vieni addirittura ritenuto una persona schietta, qualcuno che non ha paura di dire ciò che pensa, anche se dà fastidio ai benpensanti. Be’, a questo riguardo, credo che il mio Malick Ferrara avrebbe alquanto da ridire, giacché vorrei ascoltarlo con le mie orecchie e soprattutto vederlo a occhio nudo l’impavido cronista anche solo sussurrarla la medesima parolina con la enne trovandosi da solo nella medesima stanza con lo stesso Kean. Così come tutti gli spavaldi digitali, la cui arroganza si misura nello spazio dello schermo di un cellulare. Da un lato Feltri, quindi. Dall’altro, Cyrano de Bergerac, o Cirano, protagonista della commedia omonima di Edmond Rostand. Cyrano, già, lui, lo spadaccino, scrittore e più che mai poeta, ben riconoscibile per il grosso naso e soprattutto per la sua sorprendente dimestichezza con i giochi di parole. Ordunque, come ho già fatto anni addietro con Cyranando, prendo in prestito i versi di Rostand adattandoli a tale seppur vile questione, immaginando la sentita replica di Cirano alla turpe uscita del famoso articolista: “Egregio Vittorio, il calciatore è negro, dite? È assai ben poca cosa. Se ne potevano usare, ce n’erano a iosa, mutando di tono del parlare. Allarmista: Allorché l’atleta di notte vestito non gonfierà la rete della porta, saremo tutti spacciati. Ermetico: A meno che il solo giocatore in campo, la cui carnagione suscita più domande che risposte, non ci faccia balzare in piedi dalla gioia, rimarremo incollati al divano, mesti e sconfortati, sino alla fine del giorno. Espansionista: Se finanche la punta d’ebano, più che di diamante, del nostro pallonaro esercito non spezzerà le reni al portiere nemico, la nostra disfatta diverrà inevitabile.” Potrei andare avanti, ma, come già detto, trattasi di irriverente – nei confronti di Rostand - artificio già abusato dal sottoscritto. E, d’altra parte, il risultato di siffatta tenzone è evidente. Lo sconfitto è uno e uno solo. Il razzista, già, lui. E tutti quelli che ancora gli danno il credito che non merita. Date tempo al tempo, malgrado con pazienza, visto in che razza di paese viviamo.

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É uscito il mio nuovo libro: A morte i razzisti

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