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Io avrei un sogno

Storie e Notizie N. 1901

Un sogno per la Giornata Internazionale dei migranti

Io avrei un sogno.

Non dico ho, perché non oso fino a tanto. Ma, essendo un sogno, all’interno di quest’ultimo posso sperare in incredibili meraviglie e perseguire gioia assoluta.

Sapete che c’è? Non posso, bensì devo. Lo dobbiamo tutti, più che mai in questi giorni.

Indi per cui, io vorrei. Non scrivo voglio, perché non c’è mai stata arroganza nelle mie intenzioni, malgrado le farneticanti allusioni di alcuni. Solo, semplice necessità. Perché io vorrei essere il vaccino che state aspettando. Questo è il mio sogno.

Vorrei essere la risposta migliore al morbo che ha avvelenato il corpo e il tempo, la mente e soprattutto il cuore.

Vorrei essere la soluzione di ogni vostro problema, a esser sincero, ma mi basterebbe vestirmi da farmaco miracoloso anche solo per un istante, uno di quelli che salvano persone e le proteggono nei giorni a venire. Affinché la gente non dimentichi l’importanza della mia presenza nella loro vita. In breve, affinché la gente non dimentichi, punto.

Di conseguenza, in questi pochi attimi che ci separano dal nuovo anno, auspicabilmente più lieto dell’attuale che volge al termine, e dalla distribuzione del prezioso antidoto contro l’invisibile nemico che ha invaso le umane esistenze, io sarei al settimo cielo.

“Mi raccomando”, direi agli scienziati e ai dottori incaricati di darmi alla luce. “Preparatemi al meglio delle vostre possibilità, ma soprattutto fate sì che mi vedano e mi riconoscano per ciò che anche loro sognano. Acciocché, non appena mi scorgeranno all’orizzonte, saranno in grado di associare nuovi significati a qualsiasi soprannome con il quale mi chiameranno.”

Quindi, nel momento del fatidico arrivo, alcuni esclameranno: “Eccolo, è il migrante, ovvero colui che cura, giunto sino a noi da lontano per guarirci.”

“Che sia benvenuto lo straniero, colui che dona, il quale desidera portare come regalo se stesso a chi vorrà accoglierlo”, aggiungeranno altri.

“Che il cielo benedica il clandestino – ma tu leggi pure l’impavido viaggiatore - per il suo coraggio”, osserveranno altri ancora. Perché ce ne vuole davvero tanto per scommettere tutto ciò che si ha e si è soltanto sulla capacità del prossimo di fidarsi di un sogno. Anche se non è il proprio. Pure se lo è, ma si è dimenticato anche questo.

Vorrei davvero essere il vaccino perfetto. La cura per il virus più raccontato del momento, ma anche tutti gli altri, più o meno additati per ciò che sono. Una medicina universale. L’antibiotico contro la paura priva di senno e l’antidolorifico per i malanni inventati di sana pianta, anzi malata, per dividere i poveri e i disgraziati gli uni dagli altri. Il calmante per l’inquietudine maggiormente ottusa, ovvero quella scatenata dall’incontro con ciò che è dissimile da quel che ti attendevi e l’antiacido per l’anima, qualora divenga satura del veleno meno giustificabile: l’odio verso coloro i quali non sai proprio nulla, eppure li consideri i tuoi peggiori nemici.

Vorrei davvero guadagnarmi il vostro affetto. Che sia dettato dalla gratitudine e dal rispetto, ma anche dalla mera comprensione che potrei davvero essere ciò che vi manca.

Vorrei salvarvi tutti e questo lo so fare, l’ho dimostrato. Perché ho salvato me, il primo dei miei sogni.

Potrei diventare sul serio il vaccino in cui confidate. Lo vorrei, ma più di ogni altra cosa mi piacerebbe da morire se i miei sogni fossero uguali ai vostri.

Forse lo sono, ma nessuno di noi ancora lo ha capito, e sarebbe davvero bello svegliarci un giorno e scoprire che fin dall’inizio dei tempi è sempre stato così.

Che ciascuno di noi era il vaccino dell’altro...

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É uscito il mio nuovo libro: A morte i razzisti

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