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Omar mi ha ucciso?

Storie e Notizie N. 1973

Domande.
Questo mi hanno spesso ripetuto i miei personali mentori o soltanto elettivi per ammirazione e passione, tra teatro, narrazione e scrittura, nonché romanzi, drammi e film: a chi guarda, ascolta o legge non devi offrire delle risposte o, peggio, delle lezioni, bensì delle domande. Dei dubbi su cui possa riflettere e interrogarsi, magari anche nelle ore o addirittura giorni successivi all’incontro che ha avuto con le tue parole.
Ma andiamo per ordine, ecco la storia in breve:
È il 1991 e Omar Raddad, giovane di ventinove anni di origine marocchina, lavora presso la villa dove vive la ricca vedova di Jean-Pierre Marchal, uno degli amministratori dell’omonima azienda di attrezzature per automobili, nonché figlio del fondatore della stessa. Sto parlando di Ghislaine de Renty – in Marchal, come si diceva una volta – che all’epoca dei fatti che ci riguardano ha 65 anni ed è figlia di Robert, un industriale morto durante la seconda guerra mondiale, dopo esser stato deportato insieme alla moglie Germaine.
Per la cronaca, la sorella di Ghislaine si chiama Claude ed è un magistrato che, al momento dei fatti in questione, ha intrapreso un’importante carriera politica, in particolare vicina al Partito Popolare Europeo, ovvero la famiglia del centrodestra nel vecchio continente. A sua volta, dopo il matrimonio, anch’ella ha assunto il cognome del marito, ovvero di Bernard du Granrut, avvocato di prestigio, al punto che negli anni della vicenda ha da poco finito di lavorare a supporto del primo ministro, nonché futuro presidente, Jacques Chirac.
E Omar? Il nostro è come già detto un giovane originario delle colonie e fa il giardiniere per la facoltosa e potente ereditiera.
Il 24 giugno dell’anno in oggetto il corpo senza vita di quest’ultima, con molte lesioni e tagli dalla testa alle gambe, viene rivenuto nel  seminterrato della villa, con l'unica porta chiusa a chiave dall'esterno, ma anche barricata dall'interno.
Ma il vero elemento chiave che farà parlare di sé per trent’anni riguarda la frase che viene attribuita alla vittima, scritta con il proprio sangue: Omar m'a tuer.
Le stesse parole vengono trovate poco più in là, ma incomplete: Omar m'a t.
Il messaggio presenta un grossolano errore di ortografia, insolito per una signora di quel ceto, colta e forbita, poiché la traduzione in italiano sarebbe Omar mi ha uccidere, invece che l’accusatorio Omar mi ha ucciso, ovvero Omar m’a tué.
Tale indizio e, soprattutto, il DNA di Omar e le sue impronte digitali mai trovate sul luogo del delitto, rappresentano la base dell’impianto difensivo scelto dai legali del giardiniere, ma quest’ultimo viene comunque ritenuto colpevole al processo e nel 1994 viene condannato a 18 anni di carcere.
Quattro anni dopo, su formale richiesta di Hassan II, Re del Marocco, il presidente transalpino Chirac, ma tu guarda un po’ com’è piccolo il mondo, concede la grazia parziale a Omar, ma senza che quest’ultimo sia scagionato dalle accuse.
Negli anni successivi, gli avvocati difensori dell’accusato non smettono mai di sostenere l’innocenza del loro assistito. Per esempio, grazie ai progressi della tecnologia del DNA, nel 2015 dimostrano la presenza sulla scena del delitto delle tracce di quattro uomini sconosciuti. Un altro esperto, invece, identifica ben 35 tracce sempre di DNA, appartenenti a uno sconosciuto, mescolate con il secondo messaggio incompleto scritto col sangue della vittima.
Veniamo ai giorni nostri, ovvero al 2021, quando la povera Ghislaine è morta da trent’anni e Omar ne ha 59. I giudici della massima corte d'appello francese hanno deciso il 16 dicembre di riaprire il caso dopo che gli avvocati di Omar hanno presentato ulteriori prove del DNA che, secondo loro, lo scagioneranno dall'omicidio, dimostrando una volta per tutte la sua innocenza.
Eccoci arrivati alla domanda conclusiva con la quale intendo lasciarvi.
Potrebbe essere una tra le seguenti: Omar è colpevole? Ha agito da solo? Perché l’ha fatto? Oppure è innocente? Chi è stato, allora, è perché ha compiuto quest’orrendo omicidio?
Invece, preferisco chiudere con quella che maggiormente mi assilla in questo momento: se Omar è colpevole, perché lui e i suoi avvocati dopo trent’anni insistono ancora nel cercare di provare la sua innocenza?

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