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Twitter Elon Musk e le anime candide dei social network

Storie e Notizie N. 2019

Chi segue Storie e Notizie forse sa che il sottoscritto, per varie ragioni qui spiegate nel dettaglio, quasi esattamente tre anni fa ha chiuso i suoi profili e relative pagine sui social network, tra cui Facebook, Twitter e anche Instagram, anche se mi ero iscritto a quest’ultimo solo da poco.
Indi per cui, la premessa è doverosa: sono di parte. Ovvero, è scontato come la pensi sull’argomento.
Ciò non toglie che avverto comunque la necessità e anche la voglia di scrivere qualcosa riguardo a ciò che è accaduto di recente nel meraviglioso regno dei 140 280 caratteri, quello della gente figa, mica quei Boomer su FB e le Generazioni Z o Alpha dei vari social tutto immagini ben filtrate e mini video influenzanti.
Il social network preferito da attivisti della frase a effetto e del meme auspicabilmente virale, nonché da pseudo intellettuali che hanno sempre qualcosa da dire su tutto – malgrado sia ancora convinto che il silenzio e la riflessione solitaria definiscano questi ultimi più che il numero di followers e like - è salito alla ribalta mondiale per l’acquisto dello stesso da parte dell’ambiguo miliardario Elon Musk.
Le reazioni sono state molteplici e variegate, condite da allarmismo, panico e angoscia tra gli utenti di fronte alla presunta perdita di libertà di espressione e purezza di ideali nell’isola digitale dove molti tra gli abitanti si rassicuravano dicendo: qui dietro le quinte mica ci sono quello spione di Mark Zuckerberg e i suoi compari o quel tiranno di Bill Gates, noi abbiamo Jack Dorsey, lui è un filantropo, va a lavoro a piedi ed è andato pure a meditare con il maestro Vipaśyanā, vuoi mettere?
Okay, lasciamo in pausa per un attimo il film, anzi, la serie tv che va più di moda e retrocediamo di un paio di episodi, per esempio a subito prima che la notizia dell’interesse di Musk per Twitter fosse resa nota.
Prima di riprendere la visione e tornare sull’ipnotizzante carrozza alienante, più che socializzante, ti invito a riflettere su alcuni punti, tutt’altro che scontati.
Primo, purtroppo i miliardari hanno sempre posseduto i media, social o meno.
Riferendoci soltanto agli Stati Uniti, a metà del 20° secolo, le testate giornalistiche ritenute icone della stampa libera erano generalmente di proprietà di poche famiglie benestanti: i Graham possedevano il Washington Post, i Chandler possedevano il Los Angeles Times, i Taylor erano di proprietà Il Boston Globe e, naturalmente, i Sulzberger possedevano (e posseggono tuttora) il New York Times. Allo stesso modo, le principali società di media che controllavano le stazioni televisive erano di proprietà di alcune persone importanti e benestanti, come la famiglia Cox (che controlla ancora un'abbondanza di stazioni via cavo e TV), la famiglia Gannet e, un po' più tardi, la famiglia Sinclair e le sue centinaia di stazioni e, naturalmente, i Murdoch con il Fox Network e il Wall Street Journal (acquistati a loro volta da un'altra famiglia benestante, i Bancroft). E oggi le cose non sono cambiate affatto, tutt’altro.
Secondo, se hai pensato che l’amico Dorsey fosse una garanzia per l'anima candida della terra dei cinguettii, eccoti una lista con alcuni dei suoi maggiori azionisti, aggiornata a ieri: The Vanguard Group, Inc. con più di 3 miliardi di dollari, Morgan Stanley Investment Management con 2 miliardi, BlackRock Fund Advisors e SSgA Funds Management, Inc.  con 1 miliardo e mezzo circa, e Aristotle Capital Management LLC con quasi 800 milioni.
Questi capitali da dove pensi che provengano? Da lavoro onesto e solidale? E chi ne trae profitto ogni mese secondo te? Emergency e Amnesty International?
Terzo, non so quanti anni hai, ma non conta. Sei ancora in tempo a tornare sui tuoi passi o quelli di chi ti ha preceduto. Credimi sulla parola quando ti dico che internet agli inizi era davvero un posto figo e tutti questi signori – i quali un tempo si limitavano a comprare e vendere denaro e oggi fanno lo stesso con la nostra attenzione, la nostra concentrazione, le nostre capacità intellettive e anche sociali, guarda un po’ – non capivano un fico secco di cosa fosse la rete. E in parte è ancora così. Perché la rete siamo noi e noi, l’avrò già detto troppe volte e me ne scuso, siamo infinitamente più inafferrabili delle nostre versioni digitali…

Vieni ad ascoltarmi sabato 21 maggio 2022 alle 16.00, L'isola del tesoro, Trebbo (BO)

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