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Il business della ricostruzione

Storie e Notizie N. 2047

Okay, visto che si parla di guerra, nonché tutto ciò che precede e soprattutto succede a quest’ultima, e trattandosi dell’attività nella quale come specie abbiamo speso il maggior numero di energie, vite e ricchezze sin da quando siamo comparsi sulla terra, presumo sia necessario partire da relativamente lontano.
Indi per cui, c’era una volta il Piano Marshall.
Nondimeno, visto che da queste parti lo sforzo è sempre quello di dirla tutta sino in fondo e in modo schietto, a cominciare dalla scelta delle parole, forse sarebbe più onesto chiamarlo Piano Truman, dal nome del presidente del paese degli eroici salvatori, nonché liberatori.
Piano che, come molti sanno, non fu altro che l’attuazione dell'Economic Cooperation Act del ‘48, il quale non consisteva affatto in una serie di azioni generose e disinteressate nei confronti dei paesi salvati e liberati, piuttosto in uno scacco matto al mondo in tre mosse: riorganizzazione dell’Occidente in salsa Atlantica, realizzazione di un vero e proprio governo del mondo direttamente da Washington attraverso le grandi istituzioni internazionali come l’ONU e il Fondo Monetario Internazionale, e ridefinizione geografica dei confini dell’Europa in chiave antisovietica.
Di conseguenza, muovendosi a braccetto con le astute politiche strategiche degli USA, a medio e lungo termine, non potevano che esserci anche le grandi industrie americane, con un’attenzione particolare al rapporto costo benefici.
Esattamente, ripeto, esattamente come in ogni tipologia di business.
D’altronde, come spiega in modo esemplare e dettagliato Naomi Klein in No Logo, la capacità di far collimare - qualora sia conveniente - gli interessi del business privato in un quadro umanitario, pacifico, egalitario e riformista è ordinaria amministrazione negli USA. Ma si tratta giustappunto solo di un quadro, ovvero un’immagine a due dimensioni. Per la necessaria profondità, essenzialmente quella raccontata da chi i conflitti li ha vissuti e li vive in prima persona, ci vuol ben altro e richiede tempo.
Nel mentre, come dicevano i Romani, pecunia non olet, quindi con la medesima non chalance di chi decida di far profitto in ogni maniera possibile nell’ambito di qualsivoglia conflitto bellico, c’è chi è pronto a investire i propri ingenti averi per far cassa sul dopo. E allora, è proprio il caso di dirlo, c’era una volta la Ricostruzione.
Quella ovviamente ad opera di chi è sopravvissuto più o meno nel ruolo di presunto vincitore, che nelle vesti di sconfitto. Ma vivo, che è ciò che conta di più, e con un gran desiderio di riportare il futuro indietro, prima degli incubi, prima del fischio delle bombe, prima dell’odore di polvere, sangue e carne bruciata che non vuole saperne di abbandonare l’olfatto.
Nondimeno, nella cinica realtà dei fatti, vi è anche la Ricostruzione dei vecchi e nuovi amici, soprattutto questi ultimi.
Come grandi e ricche multinazionali, le quali hanno ben compreso quanto il loro intervento possa risultare essenziale. Perché riuscire a camminare fianco a fianco con le organizzazioni e le istituzioni umanitarie, il settore petrolifero e minerario, estrattivo in generale, così come quello delle telecomunicazioni e delle infrastrutture, può garantire inaspettati margini di profitto.
A mero, quanto emblematico titolo di esempio, trattasi di insegnamento che
gli appaltatori statunitensi hanno appreso alla perfezione, i quali hanno raccolto ricchi frutti dalla ricostruzione postbellica in Iraq e Afghanistan. Difatti, più di 70 aziende e privati americani – gli stessi donatori delle campagne presidenziali del salvatore e liberatore George W. Bush – hanno ottenuto fino a 8 miliardi di dollari in contratti di lavoro. Eppure, come sosteneva James Gow, la ricostruzione postbellica deve tener conto di molti aspetti delicati, in particolare diritti e torti delle parti in gioco, ovvero in guerra. E rimettere insieme le comunità, dopo, è un’impresa a dir poco titanica che richiede notevole sforzo, comunità di intenti e tempo.
Dettagli che all’interno del consiglio di amministrazione di una mega compagnia concentrata unicamente sui ricavi non riescono neppure a entrarvi per sbaglio.
Eppure la Storia con l’iniziale vincitrice, più che autorevole, sempre parlando di Iraq e Afghanistan, di lezioni ne ha lasciate molte: tra cui la sicurezza come priorità, il rapporto tra istituzioni e forze armate locali e più che mai uno sforzo continuo di comprensione della storia e delle tradizioni degli autoctoni.
D’altra parte, riguardo alle suddette nazioni salvate e liberate, è sufficiente osservare i danni già fatti e in che condizioni si ritrovano oggi, per dare una distaccata quanto puntale valutazione.
A tal proposito, allora, non può che risultare calzante l’interrogativo, il quale può sembrare addirittura ingenuo, che si pone Sarah Jane Meharg: la ricostruzione postbellica è un’azione umanitaria o un’attività orientata al profitto? Per esempio, riflette sempre la Meharg, non è problema da poco quello dello sterminio dell’identità di una popolazione, dopo esser sopravvissuta a una parziale decimazione, da parte di chi invece dovrebbe fare l’opposto.
Perché ricostruire non vuol dire cancellare e copia incollare roba propria, la quale possibilmente garantisca una sicura rendita ai sopra citati amici.
Ecco, al netto di tutto ciò, osservando l’allegra parata di personalità interessate e impegnate nella futura riedificazione dell’Ucraina, dove c’è già chi si lamenta delle carte assegnategli nel grande gioco del Risiko della ricostruzione, azzardandomi a indossare i panni dei cittadini ucraini non posso fare a meno di provare notevole diffidenza e soprattutto tanta inquietudine…

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