Storie di razzismo: dalla parte dei linciatori

Storie e Notizie N. 1120

Ritenuto colpevole di un furto, un ragazzo di 16 anni, pare si chiami Darius, è stato prelevato dove vive da parte di un cosiddetto commando di individui con il volto coperto e armato di spranghe.
Il giovane è stato quindi condotto in una cantina e massacrato di botte, per poi venire ritrovato nella notte di venerdì in fin di vita, dentro il carrello di un supermercato.
Vorrei provare con voi un esperimento, oggi.
Vorrei mettermi nei panni di uno di loro.
I giustizieri…

Venerdì 13 giugno, 2014.
Pierrefitte-sur-Seine, Francia.
E’ notte.
Sono sul divano, davanti alla tv.
Solita roba, sempre la solita roba già vista.
Ho bevuto e fumato, non ricordo quanto.
Non importa.
Almeno stanotte conta poco.
Non vieni a letto? Fa mia moglie.
Non rispondo.
Mi alzo dal divano e spengo la tv.
Quindi raggiungo l’ingresso e prendo il borsello.
Controllo.
Sì, c’è.
E’ tutto il giorno che lo faccio.
Non ho mai avuto un passamontagna.
Ho bisogno di guardarlo, di ricordarmi che ce l’ho.
Di ricordarmi perché l’ho comprato.
Prendo le chiavi dell’auto ed esco.
Stai uscendo? Fa mia moglie.
Non ho risposto.
Metto in moto e raggiungo la piazza.
Ci sono già tutti, sono l’ultimo.
Parcheggio, scendo e apro il portabagagli.
Lì ho guardato anche più volte che nel borsello.
Non ho mai avuto un passamontagna.
E soprattutto non mi sarei mai immaginato.
Di usare una spranga.
Su una persona viva.
Pochi minuti e siamo tutti sul pulmino.
C’è cattivo odore.
Alcool, sigarette e sudore, ma c’è anche altro, qualcosa di ambiguo ma determinante.
Leggi pure come l’insopportabile fragranza dell’umano veleno.
C’è quasi silenzio.
Qualcuno dice qualcosa.
Qualcun altro aggiunge qualcos’altro.
Ma nessuno parla con nessuno, in verità.
Il tempo sfila via tanto lentamente quanto veloce scorre il sangue.
Inizia a farmi male la testa.
Provo a massaggiarmi le tempie e il dolore aumenta.
Siamo arrivati, qualcuno scende, quelli seduti davanti.
Quindici minuti al massimo e i nostri sono di ritorno.
Con la preda.
Il colpevole.
Il ladro.
Il pulmino riparte.
Ogni tanto lui emette uno strillo, e ogni volta qualcosa spegne la voce.
Un pugno, uno schiaffo, un gomito nello stomaco.
Fino al silenzio.
Dissolvenza.
Nella mente, anzi, no.
Siamo precisi: nel ricordo.
Ora siamo giù, nella cantina.
La preda è lì, il colpevole è nelle nostre mani, il ladro è pronto per essere punito.
Noi siamo pronti.
Io lo sono.
Spavento e odio.
Ira e paura.
Non sono il primo a colpire.
Ma stavolta non sono l’ultimo.
Il tutto dura molto poco.
Non dobbiamo ucciderlo, non siamo mica assassini.
Così ha detto chi ha avuto l’idea.
Noi non siamo dei criminali, vogliamo solo giustizia.
Pochi minuti ed eccola, ora la vedo.
Alcool, fumo, sudore e il terribile resto nell’aria.
La testa che scoppia.
Un ragazzo di sedici anni con il volto tumefatto.
Lividi e sangue ovunque.
Ossa fratturate e anime altrettanto in frantumi.
Nelle orecchie l’eco di grida al di là del dolore.
Il volto coperto, la spranga rossa di collera.
E terrore.
Noi, tutti uniti, finalmente.
Contro il nemico, moribondo, in terra.
Ai nostri piedi.
Sono confuso.
E’ davvero questa, la giustizia?

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