Storie di donne coraggiose: Ciò che resta di me

Storie e Notizie N. 1357

L’anno scorso sono stati rinvenuti i resti della sessantaseienne Geraldine Largay, la quale era stata data per dispersa nel luglio del 2013 dopo aver abbandonato il Sentiero degli Appalachi durante la sua passeggiata.
Particolare rivelato solo di recente, la donna, consapevole di stare per morire ha lasciato il seguente messaggio: “Quando troverete il mio corpo, vi prego di chiamare mio marito George e mia figlia Kerry. Sarà la più grande gentilezza per loro sapere finalmente che sono morta dove mi avete trovato, non importa a quanti anni da oggi.”
Prima di arrendersi, Geraldine è sopravvissuta ventisei giorni

Ciò che resta di me.
Foto da The Guardian
Ciò che resta di me in ventisei frammenti.
Uno, la prima volta, tutte le prime volte, ogni prima volta che abbiamo vissuto insieme, convinti che il miracolo si sarebbe ripetuto ancora. Di rado è andata davvero così ma di questo non possiamo di certo lamentarci.
Due, i passi che ho fatto, tutti i passi che ho fatto, ma solo quelli piccoli, per rispetto del momento e delle persone protagoniste, come nella sala in cui mia figlia affrontava il primo saggio a scuola.
Tre, quando ce l’ho avuta con te, marito mio, tutte le volte che ce l’ho avuta con te e non abbiamo avuto modo di trasformare l’avversione nel suo opposto. Ebbene, io lo faccio ora, adesso tocca a te.
Quattro, i viaggi che abbiamo fatto, amori miei, tutti i viaggi che abbiamo fatto e non siamo mai tornati perché non c’era nulla a cui tornare.
Cinque, la forza che ho rubato a voi, tutta la forza che vi ho rubato di nascosto, vi giuro che non ne ho sprecato un grammo.
Sei, la persona che ho dimenticato, tutte le persone che ho voluto dimenticare, me ne dolgo solo ora, malgrado sia tardi.
Sette, le lacrime che ho nascosto, tutte le lacrime che ho nascosto sono libere, adesso, perché non c’è più nulla di cui vergognarsi quando tutto riceve il peso che davvero merita.
Otto, le mani che ho stretto, tutte le mani che ho stretto senza guardare negli occhi la vita dietro di esse, che solo ora vedo e capisco.
Nove, l’aria che non respirerò, tutta l’aria che non ho respirato perché quel giorno non ero lì, sebbene avrei dovuto esserci.
Dieci, la terra su cui riposo, tutta la terra sulla quale avrei potuto riposare, solo ora risuona identica e fatta della stessa terra.
Undici, il bacio che volevi darmi, tutti i baci che volevi darmi, compagno che lascio, fallo ora e non mi volterò per nulla al mondo.
Dodici, la musica che mi ha fatto ballare, tutte le musiche che mi hanno fatto ballare, dentro, ma son rimasta ferma per pudore.
Tredici, le immagini che mi hanno fatto emozionare, tutte le immagini che l’hanno fatto, dentro, ma sono rimasta in silenzio per consuetudine.
Quattordici, le scene che mi hanno fatto indignare, tutte le scene che mi hanno fatto indignare e ho alzato la voce, che il cielo o chi per lui le benedica una ad una.
Quindici, la notte che abbiamo fatto all’amore, tutte le notti in cui abbiamo fatto all’amore solo con gli occhi, mio amato, quelle le porterò con me.
Sedici, il giorno in cui ha sorriso nostra figlia, tutte le volte in cui ha sorriso quando invece io ero triste, o solo stanca, quelle le lascio a te.
Diciassette, la vita intorno a me, ora, tutto quel che è vivo intorno a me, adesso che sto per scomparire, ringrazio, sì, io lo ringrazio.
Diciotto, la strada che ho percorso, tutte le strade che ho percorso al contrario perché era il cuore a ordinarlo.
Diciannove, l’abbraccio veloce, tutti gli abbracci veloci che troppo poco son durati, che il tempo si fermi e li renda immobili come gli alberi che per sempre mi faranno compagnia.
Venti, le cadute sulla via, tutte le cadute sulla via che ti hanno fatto piangere, figlia adorata, bacia di nuovo per me quella bua sulle ginocchia.
Ventuno, il cibo che mi è bastato, tutto il cibo che non era speciale ma mi è bastato, anch’esso ringrazio, sì, io ringrazio.
Ventidue, l’acqua che mi è bastata, tutta l’acqua che non era dovuta ma mi è bastata, devo ringraziare, sì, io lo devo.
Ventitré, le partenze senza ritorno, tutte le partenze senza apparente ritorno, tranne l’ultima, questa.
Ventiquattro, il tramonto che non ho amato, tutti i tramonti che non ho amato affatto, perché la giornata più bella era al termine, tranne l’ultimo, questo.
Venticinque, voi, tutti i voi della mia vita, ringrazio, sì, e ringraziatemi anche voi, se vi va.
Ventisei, caro marito e dolce figlia, per tutte le volte che tali parole ho pronunciato, mille e mille altre volte fate come se l’avessi dette e raccogliete il tutto dentro di voi.
Insieme.
A ciò che resta di me...

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