Liberate Sadia

Storie e Notizie N. 2310


C’era una volta una cella.
Una cella africana.
Anzi, no: italiana.
Di nome e di fatto, ovvero fattura, costruita durante l’epopea colonialista nostrana nel Corno d’Africa prima di diventare “neo”, “post” o come altro si possa definire quel che accade oggi.
Oggi, già. L’era dei piani che non passano mai di moda, dei progetti e delle programmazioni raccontate con le parole del marketing moderno. La narrazione dello stesso nemico di un tempo, ovvero l’uomo che si sente in diritto di occupare e sfruttare.
Uomo
Diciamo pure donna, per essere attuali, a meno che non si intenda la specie, ecco.
Perché questa, signore e signori, è anche una storia di donne.
Diverse sotto ogni punto di vista, ma non per quello che superficialmente si ritenga più evidente.
Una si chiama Sadia Moalim Ali, vive in Somalia, ha 27 anni e di recente è stata spogliata nuda da due guardie, due uomini, in una stanza video sorvegliata. È stata presa a calci, picchiata con un manganello e lasciata per due giorni in una piccola cella senza cibo.
La cella della morte. The cell “della morte”, esatto, proprio in italiano, lascito della prigione costruita durante l’occupazione italica nel secolo scorso.
“Sono stata torturata”, ha spiegato Sadia. “Sono stata costretta a sdraiarmi a faccia in giù sul pavimento e mi hanno versato addosso dell'acqua. Sono stata presa a calci dalle guardie con gli stivali. Mi stavano sopra e mi picchiavano con un manganello.

Quindi, una volta nella suddetta cella: “Sono stata messa in isolamento e tenuta lì per due giorni. Sono stata privata del cibo e dei beni di prima necessità mentre ero rinchiusa. Non mi era permesso uscire nemmeno per andare in bagno.”
Sadia, laureata in infermieristica, lavora come conducente di risciò. È stata arrestata e condotta in una stazione di polizia il 12 aprile scorso per il suo attivismo antigovernativo. Utilizzava i social per criticare il governo, denunciando casi di corruzione e nepotismo, sfratti forzati, disoccupazione giovanile, tassazione eccessiva e prezzi elevati del carburante.
Le sue accuse non sono affatto infondate e trovano conferma evidente.
Ma non da parte del nostro governo, il regno guidato dall’altra donna. Anche se non credo che sia il suo genere di appartenenza a determinarne le azioni. È solo una coincidenza che dona colore al racconto.
Quel che vale di più è che per alcune nazioni, o interi continenti, gli abusi di un tempo, restando impuniti allora come in seguito fino a oggi, cambiano nome, sintassi e modalità, ma l’obiettivo rimane lo stesso: occupare e depredare.
Storia vecchia e nuova, con il locale leader di turno, che tradendo terra e popolo in un sol colpo di penna sull’accordo più redditizio per lui, i parenti i e finanziatori, avalla l’abuso di cui sopra.
Nel mentre – anche questo allora come oggi – ci sono persone che si ribellano e non si arrendono.
Come Sadia, già.
Il 14 aprile è stata trasferita al carcere centrale di Mogadiscio, dove si trova tuttora. Ha dichiarato di non essere stata formalmente incriminata e di non aver avuto accesso a un avvocato d'ufficio. Mentre era in stato di fermo presso la polizia, ha affermato di essere stata costretta a firmare un documento che non comprendeva, e poi portata in tribunale.
Secondo Amnesty International, la polizia ha ottenuto dal tribunale l'autorizzazione a trattenerla per 90 giorni in attesa di ulteriori indagini.
Sadia è la principale fonte di reddito per la sua famiglia allargata, inclusa la figlia di 11 mesi, e ora condivide una cella con altre 38 donne...
Liberate Sadia, e tutte le altre, ora.

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