giovedì 30 gennaio 2020

Chi sono i razzisti?

Storie e Notizie N. 1678

Siamo nella cucina di un normale appartamento, al riparo di una comune porta, magari accanto alla vostra.
All’interno ci sono un padre e un figlio come molti.
O forse, alla stregua di taluni ben precisi, tutto a causa di un sopravvalutato incrocio di luci e radiazioni elettromagnetiche chiamato colore della pelle.
I due sono a cena. Mamma è ancora al lavoro, ma tornerà presto e tutto sarà di nuovo al suo posto.
Nel frattempo, l’uomo fa quel che può.
“Papà?” fa il bambino, dieci anni di curiosità e desiderio di andare oltre il non detto.
“Sì, Efrem.”
“Chi sono i razzisti?”
“Ne abbiamo già discusso, mi sembra.”
A onor del vero, il genitore ha ragione, poiché l’ineludibile argomento era già stato affrontato tempo addietro. Beata quella famiglia che gode del lusso di posticipare o addirittura evitare le conversazioni più scomode.
“No, papà, non mi riferisco al significato del razzismo, l’altra volta ne hai parlato per un’ora...”
“Scusa, ma è una cosa importante, giusto?”
“Sì, giusto, ma… è che quando sono fuori, a scuola, come al basket o all’oratorio, ecco, c’è un fatto che non ho capito...”
“Efrem”, esclama il padre subito sull’attenti, mollando finalmente la forchetta. “È successo qualcosa che mi vuoi dire?”
Anche il bambino abbandona la pasta asciutta e, tratto tipico del suo personale corredo di gesti, aggrotta la fronte e incrocia le braccia sul petto in un modo quasi adulto.
“È che non capisco. Tutti, la maestra, l’allenatore, anche i compagni, i film e i cartoni che vediamo, i libri che ci fanno leggere e quelli che mi comprate voi, tutti affermano che il razzismo sia una cosa sbagliata, ci fanno anche le pubblicità… quelle sulla bontà...”
“Le pubblicità progresso?”
“Sì, e poi ci sono i video con gli attori e soprattutto i calciatori, tutti insomma sembrano essere contro il razzismo. E allora perché ci sono ancora i razzisti? Chi sono?”
Il padre viene attraversato non da una, ma da un’intera flotta di emozioni e sensazioni differenti quanto contrastanti. Tra esse, è impressionato e anche orgoglioso della profondità di pensiero del figlio, ma al contempo è pure spaventato. Perché se la propria messa alla prova come genitore risulta di quel tenore quando Efrem ha appena dieci anni, cosa gli verrà chiesto in quelli a venire?
Nondimeno, l’uomo ha un’arma a suo vantaggio

ed è quella di condividere con il piccolo la presunta peculiarità cromatica di cui sopra. A sua volta, malgrado in tempi diversi, ha avuto occasione altrettanto di confrontarsi con gli stessi dubbi e dopo aver riflettuto con calma cerca di rispondere nel modo meno retorico possibile.
“Vedi, Efrem, forse ciò che sto per dirti non lo sentirai in giro. Quindi vedilo come una sorta di dizionario personale con cui identificare le persone che – malgrado senza confessarlo apertamente – discriminano il prossimo in base a come sono fatte o a quali siano le loro origini. Come hai appena spiegato, la maggior parte dei nostri concittadini difficilmente si auto descrive razzista. Diciamo mai, ecco. Ma al contempo in tanti affermano, talvolta con orgoglio, di essere altro. Ebbene, molte di quelle definizioni sono solo ulteriori modi per dichiararlo senza per questo venire criticati.”
“Mi fai degli esempi?”
“Esempi?” esclama l’uomo prima di lasciarsi scappare una breve risata. “Ma ne ho a bizzeffe. Sai, in questo paese, si può essere nazionalisti ma non fascisti, liberisti ma non necessariamente patriottici, eccetera, ma tutti hanno in comune una cosa.”
“Quale?”
“Sono tutti razzisti, Efrem, sotto sotto, o in modo perfettamente consequenziale. Ma non hanno il coraggio o l’onestà di riconoscerlo. Così, si nascondono dietro paroline accettate e oggigiorno anche lodate, nonostante nel passato neanche così lontano siano state associate a personaggi terribili.”
“Quali paroline, papà?”
Quello dell’uomo dovrebbe risultare un normale discorso di un padre al proprio figlio, tuttavia, diviene inevitabilmente una sorta di accorato e quanto mai partecipato sfogo.
“Il nazionalista, appunto, che venera confini e muri, con i quali tenere lontane le genti necessariamente diverse da lui. Il cosiddetto sovranista, il quale ovviamente predilige l’idea di poter fare ciò che vuole al riparo delle suddette linee sulla mappa, ovvero comportarsi impunemente da intollerante verso gli stranieri. L’identitario, Efrem, cos’altro è se non qualcuno che cova un estremo bisogno di catalogare le genti in base a criteri superficiali e marginali come la carnagione? Il conservatore, poi, cosa credi che voglia mantenere intatto se non il diritto di sentirsi superiore al prossimo? Così come il tradizionalista farebbe di tutto pur di non perdere i propri ingiusti privilegi di nascita. Il patriota si erge quale baluardo della sua terra e dello Stato, ma in realtà si riferisce alle favorite fattezze che vede ogni giorno nello specchio. Il liberista desidera sentirsi libero di offendere chiunque venga qui da lontano, per continuare a depredare sfacciatamente le terre da dove costui proviene. Per non parlare del capitalista, che potremmo considerare uno dei padri fondatori del razzismo, leggi pure come uno dei suoi strumenti più riusciti per poter continuare a possedere i beni e i mezzi di cui si è impadronito con un imbroglio chiamato proprietà privata. E cosa dire del nativista, ovvero l’adoratore del certificato di nascita come elemento di distinzione, cioè un razzista sulla carta? Ovviamente sono scontati il camerata, l’amico leale e fraterno dei compagni di stanza e soprattutto di pallore, lo squadrista, che si fa forza solo in gruppo contro le più vulnerabili minoranze, l’autoritario, il quale invoca l’uomo forte che gli permetterà di insultare e fare il prepotente con i senza permesso di respiro. Potrei aggiungere, naturalmente, fascista e dittatoriale, colonialista e guerrafondaio. Sono tutti razzisti in modi complementari ma coerenti. Ma secondo te, nel nostro paese il secessionista da chi vuol separarsi se non da coloro che considera inferiori? E l’antiglobalista? Pensi che ciò che del mondo desidera tenere lontano siano i cellulari coreani e le auto giapponesi, o i disgraziati che il suo stesso paese ha contribuito a render tali? L’isolazionista non si chiuderà innanzi alle serie tv americane o alla birra tedesca, ma solo di fronte alla mano che chiede giustamente aiuto, se non restituzione. Ecco dove nasce il protezionista, nell’urgenza di proteggere la refurtiva. Ecco da dove arrivano il negazionista e il revisionista, dalla premura di non vedere il proprio viscerale razzismo smascherato dalla storia...”
Ecco, solo arrivato a questo punto il padre si accorge che il figlio sta facendo molta fatica a seguirlo, malgrado all’inizio avesse compreso il succo del suo ragionamento.
“Perdonami, Efrem, mi sono un po’ lasciato andare...”
“Eh, quasi come l’altra volta”, conferma il bambino rilassandosi e mostrando un comprensivo sorriso. “Quando hai parlato per un’ora.”
In quel momento si sente l’amato rumore del chiavistello. Buone notizie, mamma è tornata.
La donna entra in cucina e dopo aver salutato entrambi nota un inaspettato silenzio.
“Tutto bene?” chiede curiosa.
“Tutto bene”, risponde Efrem facendo contenti tutti. “Papà mi ha appena spiegato che i razzisti sono tanti intorno a noi, ma proprio perché sono razzisti hanno paura di ammetterlo e allora si nascondono dietro altre parole.”
“Davvero?” chiede la donna al marito con un’espressione dubbiosa.
“Quasi”, fa l’uomo accarezzando affettuosamente e con rinnovato orgoglio il ricciuto capo del figlio. “Ma spero un giorno di avere la sua facilità nel capire e soprattutto raccontare le cose.”


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