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I civili

Storie e Notizie N. 1930

C’erano una volta i civili. Ma chi sono i civili? Non i soldati e guerriglieri, gli aggressori e ribelli, gli attentatori e le forze anti terroriste, i piloti e i pilotati, i comandanti e gli obbedienti, i funzionari sotto la luce del sole e quelli di cui non sapremo mai nulla, neppure quando non vi sarà più alcunché da perdere per ogni fazione in campo. I civili siamo noi tutti, d’altra parte, che usciamo di casa senza alcuna divisa o, alla fine della parata, più che la fiera, quando ce la togliamo e tutto diventa più vero, onesto, chiaro.

Non è per le sorti dei civili che i non civili danno inizio o mettono fine alle guerre? Non è per servire e proteggere i civili che si estrae l’arma e spesso si sbaglia mira? Non è per loro che in molti, a coscienze alterne, si commuovono innanzi a immagini drammatiche e drammatizzazioni di vicende ben più tragiche nella realtà di come vengono raccontate?

Ebbene, parliamo dei civili, allora. Raccontiamo, certo, ma come ogni storia esige, partiamo dall’inizio. E trattandosi di trama in cui la morte ha riempito le pagine più che la vita, cominciamo da quelli che per il necessario inchiostro, con cui si firmano le copie, nonché i contratti e gli assegni, hanno sacrificato il proprio stesso sangue. Pur non avendo sottoscritto alcuno impegno a riguardo. Tutt’altro.

Secondo le stime di Airwars, mi riferisco alle 22.679 minimo e 48.308 massimo vite trucidate dagli USA nelle sue varie missioni della cosiddetta guerra al terrore iniziata dopo l'11 settembre del 2001 tramite attacchi aerei e per mezzo di droni, tra Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen, Somalia, Pakistan e Libia. Vite civili, ripeto. Uomini, in piccola parte, ma soprattutto donne e bambini, oltre a persone anziane.

Non i nemici e tanto meno gli amici degli amici di tutti tranne che di se stessi. Non i ricercati dal volto truce sempre in prima pagina e neppure gli eroi a cavallo, tranne quando scendono a terra e scopri quanto misura effettivamente il loro coraggio. E il nostro.

Non i proprietari delle mani che premono pulsanti letali e coloro che non aspettano miglior pretesto per trasformare l’odio in vendetta. Non coloro che sono sempre pronti ad appiccicarsi come sterco allo strascico del lungo abito del conquistatore mentre è il tempo di raccogliere tutto ciò che faccia brodo lungo il cammino verso il fronte prescelto, quasi quanto sono svelti a mondarsi di ogni colpa e vergogna, laddove il condottiero ha finito le munizioni o finge di averle terminate.

Se vi preme davvero il destino di costoro, sappiate che dovreste voltarvi alle spalle più e più volte e cercare tra le 5.529 vittime scomparse solo nel 2003 in occasione della seconda guerra del golfo. Oppure tra i 19.623 morti del 2017, durante le militari campagne contro il cosiddetto Stato Islamico in Siria.

Magari, se proprio si ha il tempo, ci si potrebbe soffermare su stime addirittura più gravi, estendendo il calcolo a ogni perdita dovuta alle azioni di qualsiasi contendente e allora parleremmo di 387.000 vite spazzate via. Vite civili, ripeto. Non la regina bianca e neppure la bruna torre, giammai i candidi pedoni e men che meno gli alfieri d’ebano, il cavallo senza macchia ma ricolmo di terrore e il re oscurato quanto oscuro. I civili, qualora mi si perdoni tale banale similitudine, sono i quadratini di questa metaforica, tristemente vasta scacchiera, che vengono calpestati senza ritegno partita dopo partita.

Anche oggi, ora.

Teniamolo a mente sempre, ovunque, comunque.

Leggi la seconda parte.

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Il mio libro più recente: A morte i razzisti

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