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Imagine John Lennon 50 anni dopo una lettera

Storie e Notizie N. 1931

Caro John Lennon, ti scrivo.

Ovvero, immagino di farlo, che mi sembra più rispettoso e soprattutto coerente con l’argomento di questa mia. Mi sono permesso il caro, nel senso di prezioso, ma ho incluso anche il cognome per comprovare la mia sincera stima e profonda ammirazione con il necessario riguardo. Sono trascorsi circa quarant’anni dalla tua prematura scomparsa e, come spesso mi capita, qualora mi ritrovi innanzi alle note biografiche di nostri simili virtuosamente degni del ricordo dei più, mi soffermo a immaginare quanti altri doni avrebbero potuto lasciare al mondo che resta se solo fossero vissuti ancora. Anche solo un anno in più. Ma che dico? Un mese, addirittura un giorno. Come quello di cinquant’anni addietro che, a quanto ho letto, ti è stato sufficiente per buttar giù, anzi su, i versi di uno dei tuoi brani maggiormente celebri, tra i più belli della storia della musica leggera, a detta di molti. Mi riferisco, non a caso, è chiaro, a Imagine, il cui album omonimo festeggia proprio oggi il suo cinquantesimo genetliaco.

Carissimo John, vorrei tanto dirti che la tua tenera, semplice, quanto ispirata preghiera sia stata esaudita. Ciò malgrado, non ho buone notizie, ecco, ma neanche orribili. Insomma, un mix di entrambe. Difatti, rispondendo punto per punto – ovvero, strofa per strofa - ti confermo che nel mondo che hai lasciato anzitempo non c’è alcun paradiso e che per molti non è affatto qualcosa di difficile da immaginare. Solo che non credo che sia in assoluto sempre una buona cosa.

Riguardo all’inferno sopra di noi, fino a poco tempo fa anch’esso risultava assente per natura, ma ci stiamo impegnando a contraddire quest’ultima nel farcelo entrare a tutti i costi stravolgendo clima ed equilibri vitali. E questa è sì una cosa assai deprecabile, in ogni epoca.

Per quanto concerne la gente, invece, in stragrande maggioranza sulla terra attuale vive solo per l’oggi, augurandosi di dimenticare il giorno precedente e sperando di vedere l’alba di quello successivo. Mentre la sparuta minoranza che resta dà per scontato l’intero calendario.

Sulle nazioni, invece, ce ne sono pure troppe e invece di cancellare confini e abbattere muri, di recente ci stiamo impegnando ad aggiungerne di nuovi, reali o anche solo immaginari. Ma trattasi di fantasia malata, del tipo venefico delirante, il peggiore.

Un passaggio in particolare della tua canzone, poi, credo che abbiamo finito per applicarlo sin troppo alla lettera, visto che si vive e si uccide per niente ogni santo giorno, anche laddove si tiri in ballo la religione o altri abusati pretesti.

Sull’immaginare tutte le persone vivere la propria vita in pace, credo che per alcuni sia diventato non facile, ma addirittura indispensabile. Lo si fa chiudendo occhi, orecchie e intelletto sforzandosi di soffocare lo stridore di un pianeta arrogante che rotola e travolge con indifferenza le esistenze più trascurabili; lo si fa ascoltando una canzone o scrivendola, un po’ come facevi tu, anche se assai di rado con tale maestria; lo si fa abbracciando l’amore stesso assieme alle persone amate, sperando che con esso si possa contagiare anche tutte le altre; lo si fa, mi fermo qui anche se vorrei andare oltre, in una miriade di ulteriori modi sottovalutati che andrebbero celebrati ogni giorno e non dopo cinquant’anni. Coloro che ancora oggi indugiano in tale resistenza del cuore puoi chiamarli sognatori e il cielo o chi per lui sa meglio di tutti quanto ne gioverebbero se lo spirito delle tue parole si unisse alle loro, facendosi tutt’uno in un modo che ha già dimostrato di sapere come abbattere barriere inutili e superare il tempo e lo spazio nella maratona della vita.

Allora, sai che c’è? Comincio io, ora, e immagino che tale miracolo accada in questo preciso istante. Immagino un mondo senza possedimenti, senza avidità e fame, una fratellanza di persone che condividono ogni cosa. Ce la faccio a immaginarlo e mi piace. Eccome se mi piace. Perché mi è sempre piaciuto, fin da bambino. Potresti dire che ero un sognatore e avresti più che ragione. Lo sono ancora, ma fin dalla primissima volta ogni giorno che passa mi sveglio in anticipo rispetto a quella precedente e mi accorgo di quanto il mondo differisce da ciò che ho immaginato. Il sogno rimpicciolisce e la cruda realtà aumenta in dimensioni e tracotanza. Tuttavia, mi piace anche pensare che se oggi sono stato qui, a scriverti a questa breve, trascurabile missiva, mentre in pochi o tanti, non sta a me dirlo, sono là fuori con le maniche della propria immaginazione ancora tirate su per far assomigliare la terra attuale a quella sperata, significa che per pochi secondi abbiamo davvero tutti vissuto come una sola persona. Ciò dimostra una cosa straordinaria: vuol dire che immaginare e costruire un mondo migliore è possibile anche da svegli.

Alla prossima, John Lennon.

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Il mio libro più recente: A morte i razzisti

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