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Il Paradiso degli invisibili

Storie e Notizie N. 2024

Una piccola storiella sull’ennesima morte di una giornalista, scomparsa - ovvero cancellata e altrettanto ignorata - mentre cercava di raccontar vite e conflitti scomodi quanto ritenuti minori.

La donna è appena deceduta e si trova nell’anticamera in attesa di incontrare il Creatore, grande Regista, sommo Sceneggiatore o illustre Produttore dello spettacolo degli umani, a seconda della personale visione dell’aldilà della protagonista.
“Il prossimo”, annuncia l’usciere.
L’interessata si alza dalla sedia e fa il suo ingresso in un ampio salone. Appena oltrepassata la soglia nota subito in fondo un bambino che avrà al massimo sette, otto anni, seduto su una enorme poltrona di quelle dirigenziali dinanzi a una non meno imponente scrivania ricoperta da scartoffie di ogni tipo.
“Prego, vieni pure”, la invita ad avvicinarsi con voce amichevole.
“Sì… eccomi”, fa lei perplessa quanto sorpresa.
Una volta giunta ai piedi della cattedra il bimbo si alza in piedi sulla poltrona e le domanda: “E tu chi saresti?”
“Mi chiamo Shireen Abu Akleh ed ero una giornalista.”
“Davvero? Mi dispiace proprio, sei così giovane. Ma sono comunque contento di conoscerti, anche se l’occasione non è affatto delle migliori. E per chi scrivi? No, non me lo dire… il New York Times, giusto?”
“No, non è il Times.”
“Il Guardian allora? Seguo sempre le loro inchieste e ancora non mi capacito di come riescano a pubblicarle senza ritorsioni. Ah, è per questo che sei morta? Ti hanno uccisa, eh?”
“Sì, no… non scrivo per il Guardian, ma mi hanno uccisa, è vero.”
“Oh, poverina… ma comunque immagino che lavoravi per una di quelle redazioni che fanno scoop coraggiosi e mal tollerati dai poteri forti del mondo, tipo che so il Washington Post. Ci ho preso?”
“No, la verità è che scrivevo per Al Jazeera.”
“Chi?”
“Al Jazeera, è un canale in lingua araba.”
“Ah, scusa, giusto! È che qui non prende bene, sai, ma non dipende da noi, bensì da voi.”
“Ho capito, non preoccuparti.”
“Grazie, ma sei tu a non doverti preoccupare, ora le tue sofferenze sono terminate. Dimmi di te, quando sei morta? E in che modo?”
“Sì. Come ti dicevo poco fa, mi hanno uccisa, in particolare con un colpo alla testa. È accaduto ieri mattina.”
“Che disgrazia, sono davvero addolorato. E che stavi facendo? Ti trovavi in Messico a combattere il narcotraffico o a denunciare la complicità della polizia? In Brasile a investigare le magagne di Bolsonaro e i suoi? In qualche paese africano per portare alla luce le malefatte di qualche multinazionale straniera? O forse eri in Italia e ti stavi occupando di un’inchiesta sulla mafia? Ho indovinato, vero? Magari scrivevi della corruzione della politica? Solo che dando un’occhiata alle notizie principali dei maggiori quotidiani italiani  non mi sembra di aver trovato notizie in prima pagina a riguardo. Eh, cavolo, una giornalista assassinata mi sembra una cosa rilevante…”
“Non è successo in Italia.”
“E che significa? È sempre un omicidio di una collega, che caspita, se non suscita l’attenzione, la preoccupazione, l’indignazione e soprattutto la solidarietà di chi fa il tuo stesso lavoro, non ho idea di cosa potrebbe ottenere altrettanto.”
“Sì, certo, ma quando c’è di mezzo una guerra come questa…”
“Capisco, con tutte le notizie di morti che arrivano dall’Ucraina, è probabile che abbiano dato precedenza ad altro. Anche se, non voglio infierire su quel bizzarro paese a forma di stivale, ma questa disgraziata fa il tuo stesso mestiere e viene ammazzata sul campo, mentre tu passi il tempo a fare copia in colla dai media stranieri, traducendo pure male con Google translate... hai come minimo il dovere di darle qualche risalto.”
“Non ero in Ucraina, e stavo seguendo un altro conflitto, molto più antico e complesso.”
Il bambino si ammutolisce all’improvviso.
“Ah, ho capito. E perché non l’hai detto prima?”
“Scusa.”
“E di che? Proprio tu non devi scusarti di nulla, tutt’altro, al contrario di…”
“Ma io non ho delle rimostranze da fare, eh? Stavo semplicemente facendo il mio lavoro.”
“E ti sembra poco di questi tempi?”
“Come sempre, desideravo soltanto vedere con i miei occhi cosa stava accadendo là fuori, in questo caso vicino al campo profughi di Jenin, in Cisgiordania, e nonostante la vicinanza dei soldati dell’esercito israeliano ero certa che il mio dovere giammai di palestinese, bensì di cronista, fosse quello di trovarmi lì in carne e ossa a prender nota della realtà.”
“Aspetta… ma che per caso sono stati gli israeliani a colpirti? Dimmelo, perché questo giustificherebbe – anche se dovrebbe essere il contrario – la quasi totale assenza di notizie della tua morte sulle prime pagine di cui sopra.”
“La verità è che io non lo so mica chi sia stato a spararmi. E arrivata a questo punto del mio viaggio, credo mi interessi poco.”
“Sarà, ma sulla terra vedrai che sarà l’argomento principale, chi ha sparato e chi l’ha fatto per primo, chi ha attaccato e chi ha provocato, chi ha cercato lo scontro e chi non ha fatto nulla per evitarlo, anzi, e intanto la gente muore per le più svariate ragioni, anche le più ottuse, senza che a nessuno importi davvero.”
La donna osserva il bambino con uno sguardo intriso di immensa mestizia e profonda stanchezza. Abbozza un amaro sorriso e gli occhi le si fanno lucidi.
“È questa la guerra, no?”
“Sì, amica mia”, fa il bambino mentre scivola in avanti sulla scrivania sino a portare una mano sulla guancia della donna per accarezzarla dolcemente.
Questa è la guerra.
E subito dopo ogni luce immaginabile è su di lei, per inondarla di tutto il calore, l’amore e l’ammirazione che in vita le sono stati negati.


Vieni ad ascoltarmi sabato 21 maggio 2022 alle 16.00 a L'isola del tesoro, Trebbo (BO)

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