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Profughi veri e finti senatori

Storie e Notizie N. 2041

Stiamo accogliendo centocinquantamila bimbi e donne dall'Ucraina, questi sono profughi veri in fuga da una guerra vera, ben diversi da quelli che sbarcano a migliaia sulle coste calabresi, pugliesi e siciliane con il telefonino e le scarpette da tennis”, ha dichiarato ieri il leader della Lega.

Non voglio ripetermi, davvero, desidero solo provare a dirla tutta, finché avrò l’impressione che ci sia ancora qualcosa da aggiungere.
Per tale ragione non scriverò di nuovo che il vero problema agli occhi di Salvini e di coloro i cui cuori è riuscito ad avvelenare, o a intossicarlo ulteriormente, non sono di certo il presunto cellulare e le calzature sportive, bensì il solito dettaglio del colore della pelle.
Mi colpisce invece un altro aspetto di quest’ennesimo escamotage, con cui nascondere il razzismo sotto la manica, del profugo vero e di quello finto. Soprattutto, per deformazione passionale, ancor prima che professionale, mi incuriosisce la scelta delle parole. La quale, il più delle volte, si trasforma in un clamoroso boomerang semantico ai danni dell’incauto generatore seriale di sempre nuove discriminazioni lessicali.
Difatti, se vogliamo davvero operare delle distinzioni tra profughi autentici e non, dovremmo come al solito mostrare la coerenza di farlo anche con noi stessi.
Separando gli effettivi rappresentanti delle reali necessità, aspirazioni e problematiche dei cittadini - che con onestà intellettuale e indiscussa serietà lavorano alacremente ogni giorno per capire a fondo cosa e come fare per offrire un servizio al paese perlomeno degno del lauto stipendio incassato ogni mese -, da tutti gli altri, che si facciano chiamare senatori, capitani o altro.
Dovremmo altresì porre una spessa linea di demarcazione tra i genuini diffusori di informazioni - i quali hanno giustappunto quale unico e principale obiettivo informare la popolazione di ciò che accade di rilevante e attuale -, e coloro i quali non sono altro che delle aste viventi con un microfono al posto della testa, il cui filo è collegato direttamente al proprio conto corrente, di partito o personale senza alcuna soluzione di continuità.
E cosa dire dei cittadini stessi, quelli che a bocca larga ingollano quotidianamente o fanno proprie le panzane degli addetti non autorizzati al censimento dei migranti?
Soprattutto in tale confusa e delicata fase del terzo millennio, con la crisi della sopracitata rappresentanza repubblicana, va ricordato ancora una volta che la cittadinanza non è solo una questione di diritti – che alla fine della fiera si è sempre più ridotta unicamente a quello di protestare e lamentarsi di ogni cosa - ma anche di doveri.
Un vero cittadino tra le altre cose rispetta le leggi dello Stato, un vero cittadino paga le tasse che gli spettano, un vero cittadino ha cura del suolo pubblico e dell’ambiente, non sporca e non inquina. E qualora ambisca a guadagnarsi la lode - oltre che la conseguente autorevolezza di esprimere pareri degni di considerazione -, magari sarebbe il caso che contribuisca con il proprio quotidiano fare alla crescita e il progresso della società in cui vive.
Sapete qual è la cosa più paradossale di questa ridicola farsa? Che il più delle volte, pur rivestendo a vario titolo ciascuna delle suddette funzioni, coloro che lucrano con parole, voti e denari sulla vita della povera gente, non sono definibili veri, genuini e autentici per nessuna delle tre

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