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Una domanda fratello

Storie e Notizie N. 2042

Una domanda.
Solo una domanda.
Vorrei farti solo una domanda, fratello, che in quel di Melilla hai perso la vita, che hai perso un amico, un fratello vero e proprio, che hai perso la speranza nell’umanità, o di ciò che ne resta in ciascuno di noi, nel presente, ancora prima che nel futuro, nel destino, in qualsiasi divinità a portata di compassione, altro che orecchio... ma cosa dico? A portata di una mano che si tende solidale, magicamente umana nei tuoi confronti, e ti aiuta ad alzarti da una Storia sbagliata, insensata, crudele e spietata. Restituendo il mal tolto e il ben preso come se fossero entrambi un diritto divino.
Vorrei farti una domanda una volta per tutte, una sola, anche se sono convinto di conoscerne già la risposta, fratello. Sarà forse una mera questione di origini, la mia, ovvero è ciò che mi capita di pensare talvolta, ma non è la migliore come spiegazione. Preferisco la versione ottimista, il più delle volte, che mi induce a credere che certe cose possono risultare evidenti a chiunque, a prescindere dalle differenze costruite a follia e ottusità, più che tavolino.
È da tempo che vorrei fartela, forse perché avrei voluto farla a mio padre quando era ancora tra noi, ma non ne ho avuto probabilmente il coraggio, oltre all’occasione giusta.
Perché sai, sin dal primo istante in cui si è palesata al riparo della mia testa ormai canuta, non ho potuto fare a meno di pensare al paese in cui sono nato e il vecchio continente nel mezzo del quale è bizzarramente disegnata. Ogni giorno che passa la domanda di cui sopra si è fatta più impellente, squillante, urgente. E, soprattutto insieme alla sua risposta, di estrema utilità per ciascuno di noi altri da queste parti.
Da quella primissima volta sino a oggi, più passo il tempo a osservare la società in cui sono venuto alla luce per merito della sana utopia dei miei - solo in apparenza - così diversi genitori, al netto dell’ancora sopravvalutato colore della pelle, e altrettanto si allunga la lista delle cose che a mio avviso non funzionano o funzionano in modo ingiusto.
Nel mentre un anno dopo l’altro è sfilato via come i foglietti del calendario nelle animazioni di una volta, ho saltato a piè pari un secolo, e oramai ben oltre il giro di boa di una vita di cui sono comunque grato, mi guardo attorno e non riesco a non preoccuparmi.
Perché l’Europa è in guerra, fratello, e da molto prima dell’invasione dell’Ucraina.
Perché questa terra sta letteralmente bruciando da un bel po’, anche se in molti se ne rendono conto appieno soltanto quando il puzzo di bruciato riguarda qualcosa che gli appartiene. Come se tutto il resto, ormai in cenere, fosse roba dello spirito santo.
Come se, in altre parole, a prescindere dalla classe non fossimo passeggeri a bordo della medesima nave in serie difficoltà.
Perché questo pugno di Stati, diviso e sempre più in acceso conflitto con il resto del mondo, è a sua volta formato da nazioni altrettanto spaccate, dimostratesi col tempo capaci di costruire muri invece che ponti su ogni argomento immaginabile, ovvero delirabile, se mi lasci passare la parola inventata.
Perdona se il sottoscritto passa buona parte del suo tempo a inventare parole proprio per questo, fratello. Mi sono detto che quelle normali non bastano più  per cercare di mostrare ciò che vedo, con il risultato minimo di sperare in un pizzico di condivisione, ancora prima che cambiare davvero le cose. Anche perché le parole, vere o meno, non ci riescono mai. Solo le persone, e non tutte, possono tanto.
Ciò nonostante, quando la magia della pagina che pare riempirsi da sola si esaurisce mi riaffaccio alla finestra di cui sopra e ciò che osservo a occhio nudo mi angoscia ancora più della volta precedente.
Eppure, nonostante ovunque nel mondo oramai tutti possano guardare con gli stessi occhi il desolante stato di salute di questo anziano dinosauro in poltrona, abitato da gente impaurita da se stessa e delimitato da fil di ferro e idiozia,
come il mitico Ulisse tu insisti ad attraversare ogni pericolo narrabile per arrivare fin qui.
Allora, caro fratello, permettimi di chiedertelo, e ti prego, rispondi a gran voce e con dovizia di dettagli in modo che tutti comprendano nel profondo il senso di quelle orrende immagini: quanto devono essere terribili al confronto il luogo e la vita da dove sei fuggito?

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