La mia moralità. La mia mente. È l'unica cosa che può fermarmi
Storie e Notizie N. 2300
“My own morality. My own mind. It’s the only thing that can stop me”, ovvero La mia moralità. La mia mente. È l'unica cosa che può fermarmi, è ciò che ha dichiarato Donald Trump nell’intervista rilasciata ieri al New York Times.
Tale affermazione non dovrebbe sorprendere, in quanto si evince con estrema chiarezza da ogni decisione presa dal presidente statunitense già nel suo primo mandato. Per non parlare della sua intera carriera, ormai consultabile ovunque. Che poi, più che di moralità, si dovrebbe parlare della sua assenza, o meglio, di una visione distorta di quest’ultima. Ma che sia la sua mente - la quale comprende i suoi interessi, i suoi ragionamenti, ma anche gli impulsi del momento, i bisogni personali e le emozioni incontrollate -, a guidare le sue scelte a dispetto di milioni, se non miliardi di persone, è clamorosamente sotto gli occhi di tutti da tempo. Eppure, nonostante sdegnate o preoccupate reazioni più o meno immediate condivise da alcuni – giammai la maggior parte di coloro dai quali te le aspetti -, nel resto del mondo si rileva l’abituale prudenza e la consueta moderazione quando a muovere le proprie pedine in modo violento e unilaterale sono gli Stati Uniti, militarmente o meno.
Eppure dovrebbe preoccupare eccome, qualora dotati di un minimo di ingegno, se non dell’ormai sottovalutata moralità. L’abbiamo già visto nella Storia umana cosa succede quando un individuo particolarmente potente non solo compie scelte scellerate ai danni del mondo intero, ma si sente talmente tranquillo nel farlo da affermarlo pubblicamente senza alcun pudore.
Vorrei soffermarmi su una delle terribili quanto molteplici conseguenze di tutto ciò. Mi riferisco all’inevitabile autorizzazione a fare lo stesso su larga scala nella testa di chiunque abbia in mano un consolidato potere da cui dipendano moltitudini di persone.
La mia moralità. La mia mente. È l'unica cosa che può fermarmi, già, applicato ovunque. Perché posso farlo restando del tutto impunito ed è dimostrato fin dalla testa di questo pesce imperiale talmente maleodorante che ormai non ci fa caso più nessuno.
Di ciò potremmo condividere tutti migliaia, se non milioni, di esempi in ogni angolo del pianeta.
Così, nel mio piccolo, vorrei citarne uno recente che riguarda la Giamaica.
Una legge colonialista del 1956, il Beach Control Act, conferisce allo Stato la proprietà della costa e stabilisce che i giamaicani non hanno alcun diritto pubblico di nuotare o accedere alla spiaggia senza una licenza.
Ebbene, settant’anni più tardi lo scenario è orribile, giacché le stime ci dicono che meno dell’1% delle le meravigliose spiagge caraibiche è accessibile ai residenti.
Aziende straniere, americane, cinesi o appartenenti a multinazionali, hanno costruito negli anni ovunque resort lussuosi e inaccessibili agli abitanti, mentre milioni di turisti si godono le bellezze della costa.
Nondimeno, il danno più grande riguarda uno dei principali, se non il più importante, mezzo di sostentamento della popolazione locale, ovvero la pesca, la quale ha subito e sta ancora subendo una crisi devastante.
Alcuni gruppi di protesta, tra cui il Jamaica Beach Birthright Environmental Movement (JaBBEM), si stanno impegnando per ribellarsi a questa palese ingiustizia, ma si tratta ovviamente di un conflitto impari, viste le forze e soprattutto gli interessi in campo.
Perché è così che fanno da sempre le multinazionali e molti dei governi che intascano tangenti per chiudere un occhio o entrambi.
La mia moralità. La mia mente. Sono le uniche cose che possono fermarci, già.
E ogni tanto, come ieri, te le dicono pure in faccia...