Umanità
Storie e Notizie N. 2303
C’era una volta l’umanità.
Non la specie, ma il senso della parola.
Quello vissuto, compreso e cementato nella memoria come fondamentale.
In ogni istante.
Dalla mia ho un vantaggio immeritato, un dono che abbraccio di continuo grazie all’altra vita lavorativa che svolgo ormai da trent’anni al fianco di quella dedicata all’espressione artistica, ovvero performante, in parte vanitosa e narcisistica – malgrado possa fare del mio meglio per soffocare questo lato.
Ne faccio esperienza quotidiana di umanità, credo. Del tipo documentato e messo per iscritto letteralmente, e al contempo manifestato in modo immediato e autentico, grazie alle persone in difficoltà, in particolare adolescenti, che si affidano alle cure del sottoscritto e soprattutto dei miei colleghi.
La relazione d’aiuto e di sostegno altrui presumo sia una dimostrazione evidente di quanto possa essere straordinaria l’umanità.
Ripeto, come significato, giammai nel definire in generale noialtri, considerando il nostro attuale, disastroso curriculum.
Ne ho contezza in molti momenti durante le mie settimane, e non sto parlando di ciò che potrei aver fatto io o chi lavora assieme a me. Mi riferisco proprio ai ragazzi stessi, quando nonostante i propri enormi problemi personali si impegnano teneramente ad aiutare la compagna o il compagno di viaggio. E lo fanno con i gesti e le parole migliori, di cui nessuno di noi adulti potrebbe essere capace.
Guarda, mi dico in quel momento, apprendi e tieni a mente: questa è l’umanità.
Non quella gridata in tv, sui giornali o sui Social, che per mia fortuna ho abbandonato da anni.
Questa è l’umanità come senso. Questa potrebbe essere nella maggior parte del tempo, nei momenti cruciali. Nel quotidiano, in privato come in pubblico.
Questa dovrebbe essere, in ultima analisi.
Poi però, stamani, mi accingo come faccio ogni mattina sul presto a navigare tra le notizie del mondo e un mucchio di domande e dubbi affollano la mia testa.
Leggo di un bambino di 11 anni costretto a scendere dal bus e a camminare per 6 chilometri sotto la neve perché non aveva il biglietto.
Cosa dice dei responsabili di tale crimine? Perché di questo si tratta. E cosa dice di noi, quando leggiamo una cosa del genere? Che effetto ci fa? Ci sembra normale? Ci limitiamo a indignarci e a ripeterci sempre le stesse cose – l’umanità, quindi la specie stavolta, fa schifo, è una vergogna, eccetera – oppure ci diciamo che c’è bisogno di fare di più e di meglio per impedire che queste cose accadano?
Quando ci perdiamo nel vortice dell’ennesimo sanguinoso fatto di cronaca, ci capita di riflettere sul fatto che quel convulso e quotidiano affollamento di parole e immagini orride e angoscianti, svenduto in cambio di quintali di click, è costruito sui resti della vittima e il dolore di chi resta? E se non lo facciamo o non ci riusciamo più, cosa dice di noi?
Cosa dire, cosa scrivere, cosa fare per aiutare chi ha perso di vista il senso di cui sopra?
Di nuovo, siamo in grado, malgrado il bombardamento quotidiano che va avanti da almeno vent’anni, di comprendere che in certe vicende – dal titolo smerciato come quello di una serie tv, vedi “La famiglia nel bosco” -, è ulteriormente dannosa l’abituale quanto ossessiva divisione in tifoserie avversarie e che alla fine della fiera abbiamo di fronte ancora una volta un’umanità che soffre, punto? Se poi ci rendiamo conto una volta per tutte che questa contrapposizione è proprio ciò di cui si nutre il perverso meccanismo commerciale che noi stessi abbiamo costruito nel tempo, che intendiamo dire, fare, cambiare?
Proviamo forse un respiro di sollievo quando leggiamo che Trump ha convinto Putin a mettere in pausa la morte in Ucraina perché “fa freddo” o che finalmente Israele ha riconosciuto di aver ucciso 71mila persone, per la maggior parte donne e bambini?
Questa è umanità? È questo il suo senso? È questo il massimo che possiamo, o meglio dobbiamo aspettarci da chi governa il destino del mondo?
In quanti devono morire per mano dell’ICE negli USA per aiutarci a capire che il problema primigenio, centrale, atavico e condiviso in ogni luogo del pianeta, non è il possesso e l’uso delle armi, ma ciò che resta dentro di ciascuno di noi del senso della parola umanità?
Le persone migranti muoiono a migliaia ogni anno anche dalle nostre parti, è solo che accade spesso in mare, ma la storia è la stessa da tempo, con i molti che cercano disperatamente di sopravvivere, i pochi che si impegnano giorno e notte per prestare loro aiuto, e i governi di turno che fanno altrettanto per respingere vite e proteggere un’idea che non esiste, ma fa ottenere voti, potere, ricchezza e privilegi.
Ma nel momento della notizia dell’ennesimo naufragio, cosa scatta nella nostra pancia, più che nella testa satura del marketing disumanizzante che riceviamo incessantemente in forma digitale? Sentiamo ancora empatia nei confronti della sofferenza degli individui più vulnerabili in quanto esseri umani e nient’altro?
In parole povere, siamo capaci di fare esattamente come quelle ragazze e quei ragazzi di cui ho raccontato all’inizio?