America First cosa vuol dire?
Storie e Notizie N. 2305
C’era una volta America First.
C’è ancora, già. E ci sarà anche domani, probabilmente. Almeno finché esisterà il pianeta che la ospita. Ovvero, la subisce.
Ma cosa vuol dire, davvero, America First?
Prima gli Stati Uniti, traducendo dall’inglese. Prima degli altri, il significato esteso. Prima di tutto, ogni cosa, vivente o meno, il senso generale e forse maggiormente esaustivo.
Eppure, sento che manca qualcosa nella definizione.
Provo a capirci meglio partendo da una coniugazione recente di tale atavica dichiarazione al mondo intero di cieco egoismo e inarrestabile vocazione egemonica.
Mi riferisco alla strategia dell'amministrazione Trump riservata al settore sanitario in Africa, spesso inquadrata nell'ambito dell’”America First Global Health Strategy” lanciata alla fine del 2025. A quanto si legge, rappresenta un passaggio fondamentale dalla filantropia tradizionale, guidata dai donatori, a un approccio transazionale e bilaterale. La strategia mira a ridurre gli obblighi finanziari degli Stati Uniti, garantire risorse strategiche e contrastare l'influenza cinese sul continente.
Ma cosa si intende per approccio transazionale? Riguarda gli accordi firmati con decine di nazioni come Kenya, Nigeria e Costa d'Avorio, progettati per sostituire i finanziamenti multilaterali a lungo termine di un tempo con accordi quinquennali basati unicamente sulle prestazioni. Ovvero, i risultati quantificabili. Come se la vita umana di milioni di persone, in particolare donne e bambini, storicamente messa a rischio anche e soprattutto dai crimini coloniali e post coloniali dei Paesi occidentali, oltre che dalle gravi colpe dei vari governi locali, possa dipendere dalle cifre su un foglio Excel. Nulla di nuovissimo, è chiaro, ma stavolta si perfeziona il disumano tiro.
Al contempo, la strategia richiede un ulteriore vincolo, la cui avida ambiguità è altrettanto vecchia e nuova. Si impone alle nazioni africane autosufficienza e coinvestimento. In altre parole, aumentare gradualmente i propri finanziamenti per le iniziative sanitarie, inclusi stipendi e attrezzature, mentre i finanziamenti statunitensi diminuiranno annualmente. Ma, al contempo, per soddisfare gli Stati Uniti dalla solita sbavante ingordigia, molte delle nazioni africane avranno l’obbligo di garantire loro risorse minerali e strategiche assieme a concessioni per risorse critiche. Come per esempio in Zambia, dove i finanziamenti statunitensi sono da tempo legati al commercio del rame, il cobalto e il litio.
Ma non è finita qui. Tra i fondamenti della suddetta strategia – America prima di tutti gli altri – vi è naturalmente l’esplicito contrasto alla medesima influenza della Cina nel continente, la quale utilizza il medesimo stratagemma: usare gli aiuti sanitari come merce di scambio per assicurarsi influenza e accesso alle materie prime.
Nondimeno, uno dei punti che preoccupa altrettanto alcune nazioni africane, in particolare lo Zimbabwe, riguarda la sovranità dei dati. A quanto pare, gli accordi spesso includono clausole per la condivisione con gli Stati Uniti di dati sanitari e informazioni su agenti patogeni emergenti per un massimo di 25 anni. Dal canto loro, gli interessati - ovvero i derubati dei propri dati sanitari - sostengono che peraltro vi sia un’ingiusta asimmetria in tale condivisione a favore degli USA.
Infine, come le varie ed eventuali che sembrano marginali, nell’accordo vi è anche la richiesta di inderogabili favori, come la garanzia della cooperazione nell'accoglienza dei deportati provenienti da paesi terzi. Deportati, già, una parola che – avendo chiaro di chi si tratti - dovrebbe far inorridire chiunque abbia ancora una briciola di umanità nel corpo.
Post scriptum, altrettanto fondamentale: smantellamento del tradizionale modello multilaterale e implementazione di accordi bilaterali diretti. Quale modo migliore per cacciare dalla stanza quelle rompi palle delle organizzazioni umanitarie internazionali?
Se poi ci aggiungiamo gli enormi tagli agli aiuti tradizionali, è comprensibile come l’angoscia sia alle stelle rispetto al futuro della sostenibilità dei programmi per la lotta all'HIV, alla malaria e ad altri programmi sanitari essenziali in Africa.
Okay, è tanto da digerire, ma forse, limitandosi anche solo a riflettere su un paio dei punti qui elencati, possiamo intravedere qualcosa tra le pieghe delle parole, delle singole lettere e delle reali intenzioni, del passato, del presente e ahimè del futuro di un’espressione che echeggia nelle orecchie dell’umanità da ben prima della seppur confusa scoperta di Colombo.
Prima noi, prima io, prima me perfino di me stesso, alla fine della fiera o del mondo.
Perché ormai non ci vuole un genio, e men che meno una cultura superiore, per capire che è questo a cui conduce quel prima.
O poi.